Il diavolo

“La ‘giusta libertà’ del cittadino cattolico è quella libertà che le autorità ecclesiastiche gli lasciano dopo che hanno riservato per sé le materie dogmatiche, le materie morali, le materie miste e tutte quelle materie politiche e tecniche sulle quali esse ritengono loro obbligo di esercitare il ‘potere indiretto’. Anche il cane, che è tenuto al guinzaglio, è libero fin dove arriva il guinzaglio […]. Chi non è cattolico domanda alla propria coscienza individuale la soluzione di qualunque problema; può anche domandare l’opinione delle autorità della sua Chiesa, se appartiene ad una chiesa; ma non sente a priori nessun dovere di obbedire a quella opinione, se essa si troverà in contrasto col punto di vista che la propria coscienza individuale gli comanderà in ultima istanza di accettare. Ben diversa è la condizione del cattolico: suo obbligo è di obbedire al ‘magistero dottrinale’ del pontefice e dei vescovi anche se alla sua coscienza individuale ripugna. Gli è permesso, tutt’al più, di tacere e non contrastare, se non vuol cadere in peccato. Se egli rivendica il diritto di obbedire, in ultima istanza, non alla gerarchia ecclesiastica, ma alla sua coscienza individuale, egli si mette ipso facto fuori della legge. Questa è la teoria costruita dai canonisti e costantemente ripetuta nei documenti pontifici. La pratica non corrisponde mai perfettamente alla teoria. La libertà dello spirito individuale non può essere del tutto soppressa. Nella Chiesa cattolica, come in ogni altra organizzazione sociale, c’è un contrasto continuo, più o meno vivace, più o meno esplicito, fra legge scritta e le esigenze di molte coscienze individuali. Nei casi più gravi, il contrasto diventa ribellione o eresia. Nella più parte dei casi, il contrasto viene attutito grazie a concessioni reciproche, adattamenti, compromessi, ‘combinazioni’.”

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Gianluca D’Andrea legge Massimo Gezzi

SFORZO MORALE: “L’attimo dopo” di Massimo Gezzi, “IX Quaderno italiano”, Marcos y
Marcos, Milano, 2007

In questa seconda raccolta di Massimo Gezzi continua a rivelarsi il tentativo – reiterato e quindi cruciale in prospettiva di un orizzonte tematico comune a molta poesia contemporanea – di concentrazione linguistica sull’evento, allo scopo di salvaguardarne i presupposti, cioè le realtà, i frammenti che costituiscono un mondo.

Se ne “Il mare a destra” il linguaggio si spiegava in una nominazione ancora fuggevole, ne
“L’attimo dopo” si avverte una lieve virata stilistica: la realtà è sempre più corporea e solo l’esperienza e la memoria del soggetto lirico riescono a penetrare la pellicola di materia che riveste gli oggetti e il paesaggio.

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La viltà

“[…] Vogliamo con tutte le nostre forze che ci venga risparmiato l’incontro diretto con la ‘vera presenza’ o con la ‘vera assenza di questa presenza’ (queste due fenomenologie sono rigorosamente inseparabili) che un’esperienza responsabile dell’estetica deve imporci. Cerchiamo le immunità dell’obliquità. Nella funzione del critico, del recensore o dell’esponente del mandarinato accogliamo a braccia a perte coloro che sono in grado di domare, di secolarizzare i misteri e gli imperativi della creazione.”

[George Steiner, Vere presenze. Contro la cultura del commento, una difesa del significato dell’arte e della creazione poetica]

Gianluca D’Andrea legge Flavio Santi

CONSTATAZIONE E INESPLICABILITÀ, RINUNCE E DENUNCE MORALI. IL ROMANZO “L’ETERNA NOTTE DEI BOSCONERO”, Flavio Santi, Rizzoli 2006. di Gianluca D’Andrea

Un piccolo libro di demoni, un piccolo pezzo di letteratura da cui s’infiltra, come da una vetratagotica, la luce lunare; testimonianza di un’epoca – la nostra – ammantata da un buio morale ancora inesplicabile. I primi riferimenti, in esergo, delineano le coordinate dell’invenzione narrativa di Santi: ne “I demoni”, subito prima della presentazione della celeberrima lettera a Tichon, Stavrogin provocatoriamente afferma di credere in maniera recisa al demonio, l’incarnazione del male, in tal modo confessando il male che affligge il suo mondo. Si spezza, nel crescendo mirabile di un capitolo ormai leggendario, l’ultimo residuo di un’antica gradazione di valori che guidarono il comportamento umano per secoli e dalla cui ferita slabbrata sgorga la nuova tracotanza, l’ineluttabilità di un’esplosione.

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I gruppi letterari

“Oggi esiste, ed è più visibile di allora, una società degli scrittori in un preciso rapporto col resto della società, con quella che potremmo chiamare la società-società, e ciò dipende dal fatto che la professione dello scrittore è meglio definita e riconosciuta come funzione sociale; lo scrittore insomma produce e offre certi beni di consumo ai quali corrisponde una precisa domanda da parte della collettività e della comunità, ma questa società degli scrittori, questa categoria, è tenuta insieme da una comunanza di interessi sia morali che materiali, o addirittura di tipo sindacale, esiste dentro di lei quel gioco normale di interazioni, di reciproci influssi che lievita sempre il farsi e il divenire di una letteratura, dove ogni opera che appare è germe positivo o negativo alle altre opere che nascono in quel torno di tempo; ma poi ogni scrittore è solo, risponde solo di se stesso. Come potremmo accomunare in un vincolo che non sia quello generico di appartenere tutti alla società degli scrittori, dei produttori di narrativa, romanzieri come Pavese e Brancati, Jovine e Bacchelli, Moravia e Pasolini, Pratolini e la Morante, Calvino e la Manzini, Gadda e Soldati, Buzzati e Testori, Bilenchi e Dessì e tutti gli altri che figurano nel censimento della nostra narrativa di oggi? Si risponderà che in un ieri molto vicino, così come nell’oggi, gli scrittori spesso si possono raggruppare, anzi chiedono di essere raggruppati in tendenze dal nome e, in apparenza, dal contenuto molto tassativo: ieri c’erano gli ermetici, non solo in poesia, poi ci sono stati i neorealisti, i più radi esploratori di riflessi mitici; come fuori d’ Italia ci sono gli arrabbiati, le reclute di una nuova “generazione bruciata”, i seguaci della “scuola dello sguardo”. Ma, a meglio guardare, si vedrà che tutte queste “scuole”, se così vogliamo chiamarle, non si fondano che su una solidarietà di tendenze ideologiche, su una comunanza di poetiche, estremamente aperte alle evasioni, agli scarti personali, alle eresie. Manca l’affiliazione ad un gruppo, la cessione in esclusiva di se stessi a quel gruppo, che negli anni precedenti e seguenti alla prima guerra mondiale si identificava con la redazione di una rivista. È venuta meno quella entità intermedia, quel momento di unione corale che sta fra il tessuto polifonico, la concordia discorde della storia letteraria nel suo insieme e la voce solista dei singoli scrittori; quell’entità intermedia, appunto, che si chiamava il gruppo letterario.”

[da “Il romanzo del Novecento” di Giacomo Debenedetti >>>> quaderno del 1960/61]

 

La voce come medium

INTERMEZZI E INTERMITTENZE, trasmutazione di valori in “La voce come medium – Storia culturale del ventriloquio” di Steven Connor, Luca Sossella Editore, Roma, 2007

Ancora una volta l’alterità, attraverso il lungo tragitto della voce, la voce di dentro che risuona attraverso la tecnica del ventriloquio. Il saggio di Connor, pubblicato per la prima volta nel 2000, arriva con un certo ritardo in Italia e i fondamentali spunti di riflessione in esso contenuti appaiono già acquisiti da quei lettori esercitati nel lavoro di assimilazione e rielaborazione dei contenuti fondanti che riguardano il nostro tempo nelle loro concettualizzazioni postmoderniste. Ciò non toglie l’importanza del lavoro di traduzione che consegna a noi italiani la possibilità di affrontare un lungo viaggio attraverso le molteplici applicazioni che la voce “interna” ha trovato nel corso dei secoli, dalle origini greche e oracolari fino alle proiezioni prostetiche della tecnologia moderna.

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Il cannone – prima puntata

… partendo dal canone, per intuire quel che sara’… (in .pdf il testo completo, 12 pagine)

Giuseppe Cornacchia – Non c’è ferita, la ferita è uno stadio non risolto: noi non abbiamo ferite o le abbiamo guarite e come i monatti siamo ora indifferenti al dolore.

Gianluca D’Andrea – È abolita ogni forzatura, qualunque tentativo di pressione rivoluzionaria è più presunta che reale. Non c’è niente da abbattere.

Angelo Rendo – Ed infatti, ci si interessa a tutti, si aprono le gabbie, ci si crea il pubblico, lo si fidelizza con la buona parola. Minima pubblicità.

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Gianluca D’Andrea legge Nicola Gardini

IL TOCCO DELL’APPARENTE LEGGEREZZA
“Le Nuvole” di Nicola Gardini, Crocetti Editore, Milano 2007.

Nel già consistente percorso poetico di Nicola Gardini ecco la raccolta più aerea e leggera, e per questo più godibile, dell’autore di origine molisana. Questo “Le Nuvole” è un libro stratificato e ricco di aperture. Diversamente da quanto accadeva nelle sue poesie d’esordio (vedi: “La primavera” in “Nuovi poeti italiani 4” edito da Einaudi nel 1995), la voce s’impregna del respiro e la difficoltà quasi claustrofobica delle forme chiuse e del lessico “nosografico” lascia spazio al racconto di una vita in continua ri-scoperta.

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nabanassar blog 2008

Nabanassar entra nel settimo anno di attivita’. Su suggerimento di Gianluca D’Andrea, apriamo una porta dinamica per consentire tracciatura e discussione degli inserimenti sul sito, a partire dal gennaio 2008. Useremo dunque questo blog per segnalare gli aggiornamenti di www.nabanassar.com e aprirli alla discussione.

Ogni singolo aggiornamento (lettura, testo critico, poesie) avra’ un singolo post, con un breve estratto e il rimando al file .pdf su www.nabanassar.com/NOMEFILE.pdf . I lettori potranno scaricare il file ed eventualmente commentare sul blog.

Il sito http://www.nabanassar.com restera’ pienamente operativo e strutturato nella forma nota. L’attivita’ dei sei anni precedenti (2002-2007) rimane completamente disponibile ed eventuali discussioni su inserimenti specifici possono essere suggerite a commento di questo post. Buone letture a tutti voi.