Multiverso – Angelo Rendo

L’abitudine intima di stabilire somiglianze fra bene e male, occhio e croce, cane e padrone, vip e mortodifame, amico e parente, affiora come una malattia imbattibile in tempi ancor beati e contagia e porta a perdizione chi dal sentire astratto è preso, ora e sempre.
La prima, e imprevedibile struttura che soggiace alla vieta nozione dell’incessante ha per spettatore l’universo, e l’appiccicosa concretezza. E non se ne esce.

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Scena e quinta – Angelo Rendo

Per ogni Sciascia ottimista, vi è un Savinio, e uno solo, che nasce prima di essere nato. E – come sempre accade a chi rimane con le mani in mano – mentre il proscenio sprofonda sulle scale d’ingresso, e tutto crolla il sistema che legava scena a quinta, uno degli spettatori, non per forza dell’ultima fila, ecco applaudire all’esercizio della volontà: il massimo dell’incuria al minimo dell’impresa.

COLMO D’OCCHIO – Angelo Rendo

Noi tutti, occhi, qui riuniti, che scorriamo da sinistra verso destra, non dobbiamo mai credere a noi stessi: la petulanza ricerca i misfatti, il sangue, per iniziare l’assalto.
L’occhio è di indole solitaria, e soffre l’azione, e soffre l’orgoglio, indifferente alle relazioni con gli altri sensi. L’esserne colmi, di occhi, non è che cecità. Consideriamo irrisoria l’ipocrisia, e sottomettiamo il nostro occhio alle fondamenta. È una minaccia alla sensibilità, crediamo, mentre depura, separa invece l’anatomia dalle tecniche dello sguardo, questa risoluzione.

ABBIAMO DELLE BELLISSIME BRANDE – Angelo Rendo

“Abbiamo delle bellissime brande cuscini di gommapiuma materassi di gommapiuma materassi a molle…materassini per lettino euro letto poltrona letto materassino per culla materasso matrimoniale…”

Dove abitano i miei, e dove io ho abitato fino a qualche anno fa, continua a passare, noto e lo annoto qui ed ora, col suo camion questo venditore ambulante di materassi. Col suo ritornello. Una salda certezza. Bambino di sei anni, c’erano ancora i nonni, primi anni Ottanta, e già lui così cantava. Passava trentasette anni fa, passa ora. La voce è sempre la sua. Aperta, cordiale, da chicchirichì.

JP E L’ULTRAMONDO – Angelo Rendo

C’era un ristorante cinese in via Toselli a Pisa, e c’era JP. Chissà in quale ultramondo si saranno cacciati cinesi e sigle.

Di JP ricordo il collo morso, e quel che mi riferirono: era rimbalzato contro un filo sottile e invisibile, da parte a parte teso lungo la stretta via perpendicolare alla Toselli. Come non ci rimase secco!
Saettava con la sua vespa, e non sappiamo per quale ragione i due cinesini, che lì giocavano, non riuscirono a sgozzarlo. Poco ci mancò.

O di quando JP, seduto di fronte allo schermo scomparso e bruciato di una tv persa con un piccione in testa, concentrato su un audio di un altro mondo, compariva di spalle a noi che rientravamo a casa. Solo, al centro della stanza, e col finestrone, aggettante sulla viuzza, spalancato a meglio ricevere i miasmi del cinese.

DI UN FANTASMA – Angelo Rendo

Ero dentro la tabaccheria – un poco discosto dalla cassa, al centro, fra il banco e la porta d’uscita; alle mie spalle la bacheca coi settimanali, alla mia destra stretto il cane – quando entra un signore.
Chiede un pacchetto di sigarette da dieci, che la ragazza gli porge insieme al resto di un euro. L’uomo artiglia male il primo, il secondo se lo lascia scivolare. In terra l’uno e l’altro. Non ci fa punto caso, intento a strampolare come un ubriaco, o una scimmia. Quasi le mani gli strisciano in terra, e il busto vacilla, la testa ondeggia. Arriva appena in tempo ad avvinghiarsi alla ringhiera all’uscita, pensoso. Non so se avvicinarmi o meno, rientrerà a riprendere il proprio, mi convinco. No. Indugia al palo. Mi calo, recupero pacchetto ed euro, esco e glieli porgo. Ah, bi, grazie. Rientro. Ma poi, preoccupato, volendo sincerarmi stia bene, ritorno da lui per chiederglielo. Sì, tutto bene, risponde. Me ne vado, e, mentre mi dirigo verso la macchina, mi accorgo che il proprietario della tabaccheria lo invita caldamente a sedersi.
Era un fantasma. Terribile ed inetto, vecchio che è stato giovane, senza un lavoro, senza un amore. Oppresso da tutte le parti, bastonato, finito.

VERTIGINE E MALINCONIA – Angelo Rendo

A Enna e a Piazza Armerina, una delle presenze più vere e rassicuranti è l’onoranza funebre: tutto un pullulare di manifesti mortuari giganti e di negozi di onoranze per le vie del centro. Molti vecchi, molti affari.
Gli addetti alle pompe funebri, inevitabilmente, saranno gli ultimi a lasciare questi paesi ormai persi, spopolati.

Qui la morte fa la sua bella figura, è invadente, non la si lascia tra parentesi, come altrove, e usualmente; i muri ne sono tappezzati; lei entra in ogni luogo, cova ogni pietra.

Enna e Piazza Armerina non hanno più senso, città incastellate e chiuse. Non servono a questi tempi, si preparano ad essere risucchiate negli inferi plutoniani. Per quanto Persefone abbia tentato l’irruzione nelle sfere celesti, Plutone detiene l’ombelico della terra e, senza requie, lo ripulisce della lanugine che lo attassa, lì, poco più in basso, a Pergusa.

Nelle poche parole degli indigeni la stanchezza e la malinconia, il buio e la vertigine. Guardiani di pietre destinate a crollare, una dopo l’altra.

Posti dell’altro mondo, è vero, di una Sicilia continentale, lombarda. Alta, irraggiungibile, boscosa e verdeggiante. Di una razionalità fredda che cozza contro l’idiozia di ogni uomo che non è più uomo per l’uomo.
Così, è la lapide – apposta nel 1960 sulla facciata di una tetra e disabitata casa, su per la salita che conduce al termine ultimo di Enna, il Castello di Lombardia – a farci contemporanei di Cicerone (che ivi sembra aver dimorato nel 70 a.C., ai tempi del processo contro Verre), e a riscattare Enna dal turbine che la fiata, lei, città di tracotante bellezza. Dimentica e altera.

Militello Val di Catania – Angelo Rendo

La verità non va difesa sentenziava un colto sessantenne, avventore del bar, accanto a noi seduto con un più giovane amico, a mezzogiorno a Militello Val di Catania. E il paese ancor più si distendeva nel giorno di San Giuseppe sotto un sole benedetto. Tranquilla, ordinata la cittadina, senza belletto alcuno. Austera e retta, dalla Fontana della Zizza passando per la caelicola Santa Maria della Stella e San Nicolò di magnificente linearità fino alla chiesa di San Benedetto Abate con l’annesso monastero, sede del Municipio, autorevole e mai lezioso tardobarocco, cedevole all’impianto medievale che tuttora tiene in pugno Militello.

Per la verità è degno di nota anche il laminato di alluminio rosso scuro. Ripara le facciate di molte case, e ferisce il volto luminoso di questa perla del basso Catanese, o alto Ragusano che dir si voglia. La tiene in pugno. Ma è d’uso comune anche a Scordia e a Grammichele, mi accorgo, rivestire del più bell’abito le case (del Calatino, per dirla giusta).

Pale eoliche intimidenti, asini festanti, mandorli in fiore e aranceti a perdita d’occhio, e una comunità tutta stretta intorno al comiziante sindaco Burtone, infine, hanno aperto e chiuso la levata domenicale, rinnovellando che del centro non si fa strame.