SUL VUOTO E SUL PIENO – Angelo Rendo

Il vuoto anticipa il pieno,
del pieno è vuota la vita;

il vuoto

del pieno non sa.

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La poesia nasce nel gas, sul vuoto che empie, e il pieno che perde, riflette. Sull’atto della restituzione del vuoto, in conseguenza del pieno ricevuto. Sulla vacanteria come precondizione alla piena, lei che espone il narcisismo all’iperbole del vuoto.

LICENZA DEL CLASSICO – Angelo Rendo

A giugno sono venticinque, gli anni. Li compiamo in quindici, dei sedici che eravamo. Più di un quarto di vita passato, dopo il primo lento e senza luna. Di noi, uno solo è scomparso sul limitare del primo. Due i quarti compiuti; ora a metà.

Così, nel gruppo appena creato, i più, afferrati all’emoticon, si portano la mano vergognosa al viso, alcuni inneggiano alla Madonna, altri si fanno il segno della croce. C’è chi rimane senza parole, istupidito, e chi, dopo un’impennata di scetticismo, entra nel gregge, dal quale mai si esce.

IL COZZO – Angelo Rendo

Nun ti fari battiri u cuozzu. U pani nun m’u manciu rô cuozzu.

Queste due belle espressioni del siciliano – al quale mi appello nei ritagli di tempo, dato che ogni tempo è un ritaglio, e di ritaglio in ritaglio si fa una vita – onorano il cozzo.

A Scicli, e altrove, fra l’altro, Cozzo è un toponimo – teniamo ad esempio a un Cozzo Pilato, il cui significato balla, come una scorciatadicollo, fra collo e occipizio – e si mostra sempre pelato, brullo, calvo: da qualsiasi parte lo si guardi non ha una faccia, questa collinetta, e il resto del suo corpo è sprofondato nell’argilla.

È una parte delicata ed esposta, inviolabile, il cozzo. Sede di virtù avite, è un’altra faccia, ombrosa, imperscrutabile, intima e, al tempo stesso, senza occhi, nuda.

Dal cozzo non si mangia, e credere di poterla dare a bere alle spalle è un difetto: una turpe feritoia dell’anima che, celebrandosi, s’annienta.

STORIA DEI TERREMOTI – Angelo Rendo

È un taglio, e bisogna evitarlo. I più lo evitano. O pagano, perché qualcun altro possa ferire al loro posto e bloccare così su due piedi una perdita. Più esso è lungo e beante, meno trattiene.
Non lo evito, il titolo. È l’unica cosa che non va a capo, brillante e solo, lasciato lontano dall’abisso del non detto.
Quanta più verità contiene, meno svolazzi o voli seguitano.

INSEPOLTURA – Angelo Rendo

Non si vede più, l’erba lo copre. Ancora il mese scorso, stecchite costole e smarriti peli. Ora, anche il soffio del lieve refolo levantino è muto, e il miasma del trapasso – che, giorno dopo giorno, da luglio, da quando lo raccolsi dalla strada, e lungo lungo lo stirai stretto al muro della recinzione, dall’altra parte, ove il fuoco brucia – ci ha lasciati.

MONTE ETNA – Angelo Rendo

Una volta che ci si divincola dalla morsa di San Giuseppe La Rena, la via Priolo Sopraelevata offre all’automobilista una delle innumerevoli viste del Monte Etna. Nessuna è ordinaria. Il vulcano rende questa terra persa quieta.
C’è sempre qualcuno a far compagnia al monte, la neve appare più copiosa sul versante occidentale, per quanto ancora alta, mentre quello orientale è nudo. Un cumulonembo duro e puro nella luce claustrale ed enigmatica gli ronza attorno, in basso truci lingue lo inquietano.

L’ODIATORE (DI SÉ) – Angelo Rendo

È possibile che dinanzi a una scelta da compiere non si abbia il coraggio di vedersi, e si soddisfi la volontà anteriore, unica, e chiusa. Da questo assunto parte sempre l’odiatore. Riunisce per il suo scopo – far sparire al più presto dalle proprie soglie – in conferenza i suoi più fidati, quindi inizia a sottrarre la speranza, la terra sotto i loro piedi.

Piove; e un’ombra pericolosamente lo insidia. L’ombra del dovere, gigante che calpesta, e allunga ogni miseria.

Rimane tranquillo in casa, fa i suoi calcoli, lordi di epica stitica, quando d’un tratto sente cadere un oggetto di vetro nella stanza vicina. Lascia che tutto avvenga.

Uno scarafaggio sfila sulla soglia della sua camera, mentre la mente dell’odiatore ordina alla sua voce di iniziare le stazioni del non ritorno.