Pragmatica del respiro – Angelo Rendo

Cosa possiamo dire del nostro respiro? Possiamo farcene un vanto?
Ritorniamo perché dobbiamo, anche quando non sembra possibile.

Si dà il caso, però, che qualcuno si metta in testa di annotare il suo respiro, i suoi sospiri. Possiamo accettare che il respiro diventi una discriminante fra ciò che si dice e ciò che si scrive? No, certamente. Quel che è scritto è un respiro più perso di quel che è stato detto. Chi può riaverlo non respira, prima di averlo scritto.

Capita che non ritorni. Quello è il momento saliente, quando i parenti esclamano ‘Maria, quanto è brutto!’
Qualcuno di loro proverà a sostenere la fantasia del sospiroso plaudendo: ‘Certo lui ne ha tanta.’
Tanta ma quanta? – chiederà la voce dell’ufficialità. Verranno gli effetti della capitalizzazione, della posizione sociale, della fine della fantasia.

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LA PREGHIERA DI UNA MACCHINA (Glossa a ‘Essere una macchina’, Mark O’Connell) – Angelo Rendo

Dell’eterno non vedeva nulla, tenacemente i frammenti restavano attaccati a un grigio velo, che restituiva la concezione di un tempo relativo.

Dapprincipio la pace, che è invisibile e sfinita, a cui non si può giungere se non a patto di distruggere l’espressione. Nuda e senza parola, infuocata, assente e smisurata. La vide senza riflessi, non legata a niente, troppo sveglia da sembrare non pervenuta e non assecondabile per quella via.
Certo, era il tempo dell’ordine inesperito, che spingeva al cambiamento di stato e negava la legge. Poi che tutto divenne fermo, si fece avanti il sogno. E l’insondabile perse la somiglianza con l’eterno.

Mutavano le idee sotto il dominio della sofferenza e un cielo chiuso in un vaso beneficava il cuore.

Signore della veglia, che scintilli nell’apparenza e nel fuoco dell’errore, vela la cognizione ordinaria e dissolvi il mondo senza alcuna spiegazione, guida il sonno oltre ogni logica impura e indimostrata. Oltre ogni soluzione. Pregava.

Sui fondamenti delle verità nascoste – Angelo Rendo

Madonna umidità, pioggia, zanzare, caldo, mosche, trombe d’aria una va una viene! – facendo mostra di perdere pazienza e riguardo per il creato l’uomo secco e calvo; manco il tempo che io arrivassi a udire per bene che, seduto con la sua stampella, dalla veranda del bar Dio tuonò “Cosa temi, tu, trombe, che di capello non te ne è rimasto nemmeno uno.” contro l’uomo secco e calvo.

Dio aveva i baffi, ed era quasi completamente pelato, se solo una mezza corona lanuginosa non gli avesse stretto nuca e tempie. Grazie alle sue difficoltà deambulatorie divinava sui fondamenti delle verità nascoste.

“LA NATURA CHE ESISTE E L’UMANITÀ CHE DIVIENE” – Angelo Rendo

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Liriche cinesi (1753 a.C. – 1278 d.C.), Einaudi, ed. 1957, a cura di Giorgia Valensin, prefazione di Eugenio Montale.

Copertina rigida in cartone, color verde mimetico, dorso in tela, 18 cm x 11,5 cm., pp. 250, collana Universale Einaudi.

Presumo la progettazione grafica – giocata tutta sul carattere, le dimensioni e i netti contrasti in un contesto di risoluta essenzialità – sia di Albe Steiner, il quale invita il lettore subito al centro, dentro una fitta foresta millenaria.

“La natura che esiste e l’umanità che diviene”: così Montale nella prefazione distingue i due mondi, l’orientale dall’occidentale.

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L’orgoglio – Angelo Rendo

Nel riflesso della coscienza, spesso, troviamo l’orgoglio, e troviamo la roccia. Un contenitore duale, che non scambia i due poli; ed è senza futuro.
L’orgoglio non ha una faccia pulita, e non sappiamo a chi si rivolga, pulsa. E si ripete, ignaro che nello spazio di una sillaba si perda la capacità di misura.
Malvagio come tutti i sensi interni, non esperisce che rinuncia, è mezzo in ogni forma e privo di vita.
Di colore rosso scuro, si attacca al cuore. Ruba coi suoi molteplici arti, ma non dal principio, sempre dalla fine, dal compiuto.
Lo rompono i più stabili e nulla può contro la natura, per quanto si creda concentrato e felice. Gode come un signore terricolo ma gli si è chiusa la fontanella; nonostante ciò fa la ruota e segue la luna di nascosto.
Solo se si imbatte per caso nel nodo in gola – cadendogli distrattamente la mano dalla narice – acquista sottigliezza e celeste concentrazione. Perde pienezza, e, fosco e diritto come un asparago, abbandona la strada. L’ottusità è il mistero del mondo, l’angolo illuminato. Qui passa il tempo carnalmente, godendo di sé. Mobile, vanitoso e prolisso, non c’è concetto che gli dia requie.
Poi il silenzio che avvolge nel braccio le spire del falso, le vene ininterrotte della disciplina.
E la mite irruzione del sapore che appaga e dà pace, fatto di midollo e sangue. Un pasto completo: la scrittura che preme sul brecciolino, distaccata, indifferente ad ogni enunciato residuo, che indaga il suo involucro.

La lettera – Angelo Rendo

Ho scritto una lettera, che subito una nube ha avvolto. Dall’apice stillava sino al pedice un liquore cristallino; impassibile, non faticavo a riconoscerla, nonostante i livelli inferiori si componessero in rapporto unitario e ostinato. E ci fosse tutta una ressa di correnti e grani di sabbie ulteriori nel derma sottostante.

Come siamo messi? E dove? – gemmò la lettera.
Ci siamo, risposi.

Ogni gemma dimostra che la poesia propugna costantemente l’irrelazione. Per getti, innesti, silenzi e grida correla i passaggi di stato alla coscienza.

Quando fu che morì il mio barbiere? – Angelo Rendo

Il mio barbiere è morto ventitrè anni fa.

Fino al millenovecentottantaquattro, mi ci accompagnò nonno, attendendo paziente dalla poltroncina Mickey Mouse rimbalzassi a terra.

Nei due anni che seguirono, invece, il nonno si risolse a introdurmi solamente oltre la soglia; mentre, all’età di dieci anni, e per circa otto anni, iniziai ad andarvi da solo, con sommo fastidio.

Nel millenovecentonovantacinque decisi fosse giunta l’ora il barbiere morisse; comprai una macchinetta.
Che supplizio l’attesa, quanta ansia il numerino. E tutto quel va e vieni!
Lì viveva il destino, per intero riflesso sull’imponente e austero muro di specchio. Mi inghiottiva, quel muro, manco il tempo di chiedergli con vocina sommessa ‘Quanto ci vuole?’ che scomparivo muto, mai osato specchiarmi. Quanta resistenza.

Invero, il barbiere è morto l’anno scorso.