Il vicesindaco di Chiamparino – Angelo Rendo

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Oggi è passato a gasarsi il vicesindaco di Chiamparino, ormai abita a Marina di Ragusa, è un pensionato. Tra una cosa e l’altra, non riuscendo a capirsi cosa fosse cosa e cosa fosse l’altra, a bruciapelo mi ha chiesto Lei è residente a Ragusa? No, a Scicli, questa landa è territorio di Scicli, peraltro. No, gliel’ho domandato perché sono in lizza per le Comunali di giugno a Ragusa. Ah, e con chi? Con una lista civica di Centro Destra. Ho capito. Lei ha già fatto politica, quando stava a Torino? (La volta precedente mi aveva rivelato di essersi da poco trasferito nel loco natio, a distanza di cinquant’anni, e di aver pure comprato casa. Un’occasione. Quindi, via, dopo aver messo cinque euro, con la sua Delta d’antan, la sua signorina, lui tutto impomatato.) Sì, sono stato vicesindaco di Chiamparino. (Chissà se durante il primo o il secondo mandato.) Ah, ora è migrato verso altri lidi. Sa come siamo noi politici, cambiamo facilmente bandiera.

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Il prestigio – Angelo Rendo

La firma è umana, lo si desume dalla qualità delle considerazioni. Esattamente opache e incancellabili, inutili. Grate alla tragedia.
La tirannia oltrepassa se stessa quanto il desiderio, che risponde a ordine e degrado, e appare puro, mentre è stretto con l’inganno: il prestigio.

Su una partita vista ma non sentita – Angelo Rendo

Ho tremato a vedere la Juve vincere a Madrid. E nulla ho sentito per un’ora e mezza. Fotogrammi muti e minacciosi sono passati sul mio smartphone. Non un’azione persa. Trame, gambe alfabetiche, segni e punti anonimi, lucide e pure visioni di gioco.

Su questa stessa brace – pensavo – arde la poesia: nudi, muti e sordi assistiamo a un evento, che sembra non ci riguardi, che solo accade, e che mai ci riguarderà, così chiuso nella sua purezza, nella sua scatolina di luce.

Cosa, Poesia? – Angelo Rendo

[Ho rianimato e sistemato una poesia già stiracchiata.

Composta quattro anni fa per il censimento dei poeti under 40 di Pordenonelegge (dove zoppa compare), ricordo di non averla incoraggiata né confortata. La mandai all’ammasso con qualche spina di troppo al tallone. Schifai e schivai la poesia, come era necessario facesse un poeta.]

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COSA, POESIA?

La censura è dopo. E sto:
affare cosa non so

dire non dire fare
cosa poesia o no?

Non so, o piccola cosa,
che so.

 

Paradigma per intellettuali: tanti siano gli alterati, pochi i lucidi – Angelo Rendo

[Considerati i disgrafemi di cui è contesto il pezzo di Christian Raimo nella prima versione, che riporto sotto, in parte, perché è sparita – mi avvedo ora che ce n’è un’altra, e definitiva – concludo che lo avrà scritto in uno stato di picco intellettivo, o dopo una seduta dall’analista, e che, per via di un maledetto lapsus, abbia scambiato lucidità con minorità. L’uso prepotente di avverbi, del resto, la dice lunga sul manicheismo: scartare, dividere, noi/loro, separare, lucidità versus razionalità. Il tiro – che manca del bersaglio – viene aggiustato di continuo. I detentori del verbo ‘temporizzato’ lavorano così. Si alterano e trafilano il discorso senza raggiungere una sintesi coerente.

“[…] la lucidità è una conquista. […] La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.”.

Si andrà in guerra per la lucidità. Auguriamoci di essere lucidi. Mah. Tanti gli stressati, pochi i lucidi: un paradigma per intellettuali. Fra i primi si annoverano gli intellettuali, appunto, fra i secondi tutti gli altri, ovvero i classisti contro le masse e il lumpenproletariat.

Ma la lucidità non è nient’altro che la punta estrema dell’intelligenza, il vertice della razionalità, la vetta della phronesis. Quella parte più esposta alla luce. Cioè tutto.]

L’EPOCA DELLA LUCIDITÀ COME BENE POSIZIONALE – Christian Raimo

“La maggior parte di persone che conosco o che non conosco e con cui vengo a contatto solo occasionalmente – compreso me probabilmente – è alterata: molti sono tremendamente stanchi, stressatissimi, in crisi profonda, prendono psicofarmaci regolarmente, sono rincoglioniti, portano avanti malattie cronicizzate che ne minano la vigilanza, hanno accessi di rabbia improvvisa, sono in burn-out, credono ai complotti, hanno attacchi di panico, sono dipendenti dai social network, sono ipocondriaci, sono workaholic, vivono una depressione mascherata o plateale da anni, sono pesantemente insonni, hanno paura di addormentarsi al volante, manifestazioni malattie psicosomatiche, eccetera. Per la maggior parte di loro, la lucidità è una conquista. Che può essere raggiunta almeno momentaneamente con un’ora di sonno in più, con un doppio caffè, con una Red bull, con un’ora di yoga a settimana, con una seduta dallo psicanalista, con una call su skype con il coach, con una lunga telefonata di consigli con un amico, con un bagno rilassante, con venti minuti di meditazione che porti alla mindfulness, con una lettura attenta di una pagina di wikihow su internet (addirittura di una pagina su come migliorare la lucidità mentale), eccetera. Ottenere, anche momentaneamente, anche parzialmente, questa lucidità vuol dire rimettersi un passo avanti rispetto a chi è invece alterato, stanco, nevrotizzato, delirante, ossia tarato su uno standard psichico deficitario che però è talmente diffuso da essere considerabile una norma. La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.
Se fino a qualche tempo fa, mi rendevo conto, quello che era inconsapevolmente richiesto dalla pervasività del Capitalismo era di essere performanti, ossia competitivi, ossia di dare il doppio di quello che davano gli altri, di dimostrarsi i migliori sempre, oggi lo status da ottenere non è un surplus rispetto a uno zero celsius che è quello del normale agire sociale – la performance, appunto, l’etica prestazionale. Oggi nella temperatura che è lo zero kelvin dell’alterazione cognitiva, il traguardo è ritornare a una lucidità che la maggior parte delle persone ha perduto, e che costituisce un bene relativo, posizionale, appunto nella scarsità generale che si è creata.
Essere lucidi è diverso da essere razionale. È una dimensione sociale. Nessuno pensa di sé, se non proprio in momenti di carente lucidità, “Io sono lucido”. La lucidità è un carattere che ci viene attribuito da qualcun altro. Carlo Fruttero raccontava, quando in vecchiaia chiunque lo incontrasse parlava poi di lui dicendo: “Ho visto Fruttero, sempre lucidissimo…”. Allo stesso modo cerchiamo di rintracciare in continuazione discorsi lucidi, brani di discorsi lucidi, parabole politiche lucide, o anche discorsi privati lucidi, chiacchiere famigliari che mostrino la lucidità.
Se essere razionali comporta una scelta e un’etica quindi (una phronesis direbbe Aristotele), essere lucidi no: si può essere lucidi e coglioni, lucidi e stronzi (magari non volendo), essere lucidi e razzisti o sessisti o fascisti, lucidi e persino assassini. La lucidità la bassa risoluzione dell’intelligenza, per usare un termine di Massimo Mantellini. Non richiede comprensione del passato e del futuro, non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
[…]
La lucidità è la bassa risoluzione dell’intelligenza. Non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
[…]
Per questo la lucidità deve essere visto come una sirena di Ulisse tra i valori che proviamo a evocare nel deserto dell’ideologia. Dona un sinistro conforto che non ci fa rendere conto di quanto siamo orfani di intelligenza e razionalità e phronesis, e – ahinoi – ci garantisce un classismo nei confronti delle masse di lumpenproletari che per condizioni materiali spesso non posso permettersi di costruire una dialettica di classe, ma soprattutto ci dà l’illusione antistorica che subire la realtà del mondo sia una scelta politica. E invece, clamorosamente, è solo una condizione di schiavismo intellettuale.”

Sirene – Angelo Rendo

Ogni mezzo può condurre alla fine della mimesi. Adeguandosi alle rotture fra zona e zona cade il derivato nel fondo. E, sebbene la vita tenti la fuga, non permane che un detto: “Separa l’isola dall’astratto”.

All’inizio non mostrano che gli incisivi, attaccano in preda all’angoscia; quindi, risuonano i loro campanellini, si accingono a prendere sembiante, a impressionarsi, fanno come i postulanti, che trattengono il proprio parere mentre mostrano i loro appetiti corrotti, mentre ciò che si apre brilla, insorge non visto.

L’assertività non riposa nel mezzo, esclusivo della quiete. Uno è l’aspetto che rende perplessi: l’uomo tiene dietro al comando. Costruisce su questa base, interroga a più non posso, prende dall’una e dall’altra parte, padrone del calcolo, mappa le zone, nascondendo le sorgenti luminose. Le sue fattezze perimetrano lo stato di emergenza.

La stabilità supera ogni definizione. Si muove senza esser giudicata, fa prova di coscienza.

Il pensiero dominante è tutto tono, inautentico, si forma nei cunicoli dell’intrigo; nessuna proprietà oltre il viluppo.

La concordia finisce sempre con l’essere. Che non ammette repliche, sgomenta. Ho visto. Cosa hai visto? Non si è mai visto niente.

Mi ricordo che la salvezza non chiarisce, sta a fondamento di una postura, delimita un luogo.
Se proprio volessimo raggiungerla, guardiamola nel suo luogo: eccitata, bagnata, abbandonata, mentre lo sgomento la irrigidisce, e fa gridare. Il suo essere un fenomeno.

Siamo lontani dal definire una forma. Scade prima ciò che viene dopo. Fa il pieno di paura la salvezza. E non si è mai ritenuta vera una bocca aperta che trama per finirsi.

Così ci muoviamo, e contiamo, di fronte a quel che ci pertiene. Dall’altra parte ogni fazione se ne va per come è venuta. Ed è retto ciò che è storto.

Non accade mai che la storia sia destino. La legge e il gusto confliggono e si schiantano contro lo scoglio della visione.

Confesso che è facile montare, più difficile escludere violenza e passato. È chiaro che il confine fra desiderio e certezza rimane al fondo, inesperito.

Quanto più mi possiedo, quanto più mi trattengo, tanto più la mia insistenza mi spacca.

Il corpo della prudenza vive nella dottrina, hai voglia di macchinare dalle carceri. La misura non ha un metodo, e non genera godimento.
Popolare è invece la riproduzione, e la caccia al diverso. L’età nuova è lontana, se la disperazione preda.

La sobrietà non ha luogo, ed ebbre gerarchie contano le parole del discorso, sostituendosi alla giustizia, e approntando lo schema del destino.

Non ha senso che la cura proceda sul carro dell’autonomia, l’energia ha parole solo contrarie, e resiste alla volontà, rimanda un suono che mantiene la discordia al centro.

I due corni – Angelo Rendo

L’idea – che prima viveva dentro l’unico uomo, il primo sulla terra, oscura, e non trovava ancora forma, la giusta distanza fra segno e senso – si ruppe sopra il capo di quel primo, misuratore del santo e del giusto, e scomparve, quando, una volta aperti gli occhi – era cieco – vide un altro uomo, ancora orbo, scomposto e lontano fra i rovi cercare un accesso. A quel lampo il buio, al buio il lampo.

L’emergenza dell’incantamento, per quanto l’uno balzi verso l’altra, sopravvive nell’alterità. Chi non si orienta e a vuoto sbatte le ali è condannato al premio della disubbidienza.