Pupazzo tecnocrate – Angelo Rendo

A tempo perso, nessun tempo è perso,
porto
pollice indice e medio dentro il cavo:
un occhio mi tolgo. E lo getto
come se non m’interessasse.
Lì, nel punto.

Sono molto bravo, e orgoglioso me ne sto
per le prime e rime nascondo il fare
l’elemosina distratto come il secondo
occhio che quasi pure mi dolgo

se da posizioni alte ritaglio
la supremazia dall’esser presente
pur dissimulando.

Annunci

Un orso fuori dal bosco – Angelo Rendo

Vive nel camper, e col camper gira per la marina. Parla siracusano. Barba rada bianca, capelli rasati. Orso. Vestito di nero, sempre, e con gli occhiali da sole, sempre. Tendenzialmente fastidioso: vuole parlare. Se l’altro lo voglia o abbia da fare, meno gli importa. Di tanto in tanto viene per essere gasato, talora, invece, dopo aver fatto tre o quattro giri dentro il piazzale, si ferma per le formiche, dà avanzi di pane alle formiche. Posso? Faccia, faccia pure. Ho acquistato – mi spiega – un anticrittogamico, e con una pompa a spalla ho disinfestato il camper, sai, ci sono dei moscerini.
Quando vedo quel camper singhiozzante affacciarsi, indeciso sul da farsi, mi avvicino alla colonnina, ma invano; mette la prima e beffardo riparte.
Accenna al Buddismo, ai suoi viaggi terreni e astrali, alla ruota e ai Rosacroce. Alla controinformazione e all’evoluzione consapevole. Alle verità nascoste. Dopo un quarto d’ora viene congedato. Gli dico attendo una telefonata, e devo bere, mi scusi. Vedi, tu non hai girato, sei sempre qua a Donnalucata, non conosci la verità. Quel che ti voglio dire è che. È vero non la conosco, e nemmanco ho questo prurito, tuttavia mi pare che la supponenza non sia amica della verità. Dove l’una avanza, l’altra si spegne. Ora vado, telefono. Bevo. Ah ok, scusa, vai a leggere? Telefono. Bevo. Arrivederci, sgasando a mille, senza balbuzie.

Miliziani dell’interregno – Angelo Rendo

La psicologia applicata ha ragione di consistere in contesti nei quali il contenimento autoriale affonda, quando la ferma ostensione del progresso ristagna negli interstizi dentali dei ratti e il naturalismo non può che darsi in pasto alla ragione più infima, l’intima essendolo. Che non sia in gioco l’applicabilità di un sostegno linguistico rabbuia l’ospite. C’è solo una udienza limitata ai segni che l’accertamento comporta. Significa che l’apparato difensivo cova noia, la schifa, generando l’essere comune, il miliziano dell’interregno.

Dolo e solo – Angelo Rendo

Nel sistema di mende che punteggia i miei testi, a ritornarvi, si scoprirebbe quanto ciò che sembra lacuna, nel reale non è altro che passaggio di stato; e come dietro una condizione di pregio e vanto che un nesso pare suggerire, in verità prema il fuoco, che non conosce nessuno, nessuna voce o parola concepita; quel fuoco che crepita e distilla gli ambiti attraversati senza alcuna minaccia. Dolo e solo.

Cristo muto – Angelo Rendo

Unu – mugugna a testa bassa, e allunga un chilometrico dito al di qua del banco. Al collo gli penzola il Crocefisso, che ballonzola, e stretto si tiene a una collana d’oro a larghe maglie. La camicia si offre alla vista sbottonata – religiosamente (e logicamente) – per dare aria al Cristo.

Unu che cosa, Rothmans? Queste rosse??

Esce dalla tasca un pacchetto di Rothmans blu vuoto, e me lo mostra.

Va bene.

(Sono le 20:45).

Glielo porgo, incasso, grazie e arrivederci dico.
Una buona giornata lui risponde.

“Come figlio molto adulto”, o del compitare necrologi – Angelo Rendo

“Il… agosto sono trascorsi 50 anni dalla dipartita della mia adorata Mamma.

Donna di eletta virtù, BUONA, LABORIOSA, UMILE, AFFETTUOSA, ALTRUISTA, MODESTA.
Come figlio molto adulto non posso non ricordare la sua grande umiltà, per mezzo della quale mi ha fatto conoscere il vero ORGOGLIO che mi ha fatto diventare un VERO GALANTUOMO.
Anche soffrendo non poco, con i grandi valori morali che mi ha inculcato, cerco di trovare la forza per superare le cattiverie di cui si è impregnata profondamente la società odierna.
Nonostante sono trascorsi 50 anni, tutti i pensieri e le azioni che mi ha inculcato la mia Mamma, mi fanno sentire un UOMO FORTE, SERIO e LEALE.
GRAZIE DONNA SPECIALE per quanto mi hai insegnato.

Tuo figlio e gli adorati nipoti.”

Qualche giorno fa, questa ‘carta’ è apparsa in diversi spazi d’affissione a Scicli.
Se mi consegno a uno spazio listato a lutto e mi tuffo a peso morto, non c’è dubbio che sono perso alla vita dalla nascita. Un prigione. Posso essere io il perso, il prigione, o può essere l’autore del necrologio, o Cortázar, Charlie Parker o tutti quelli che da un bar sono passati e passano possono essere i prigioni, i persi.
Ma come si fa a scrivere un necrologio? Un cadavere, spento da cinquanta anni, non può riattizzarsi impunemente. Cosa si paga? E a chi? A chi si parla? Il necrologio ha da mantenersi freddo, rigido, equilibrato, deve non dire. Invece, è proprio quando splende il comico, e fa i suoi gargarismi, che si manifestano le donne speciali, i figli orgogliosi, leali, forti. I galantuomini.

Cortázar, che da un necrologio parte per ‘disegnare’ Charlie Parker ne “Il persecutore”, dimostra che basta niente; e che dietro alle ragioni vi è sempre un ossesso, un galantuomo; cancella, infatti, le fantasime e detta il tempo che manca.

Cortázar, sì, lui, ha un occhio da una parte uno dall’altra l’altro ancora. La paternità ha segnali propri, e lustrini, baffi o barba. Se smette di conoscere, diventa diffidente; fa tanto per te, diventa patria; se guarda e aspetta, il tempo di mettere insieme

Bar Fidone, ieri sera, Plaja Grande. I flipper ci sono, il juke box manca. I gelati e le granite di Adriana. Alcuni partono, altri restano. Prodi presentava a Scicli il suo piano inclinato. La musica arriva, inattesa, da una sfera smeraldina, il cui brusio limita le bolle dell’autorità, gli scoppi e i rombi dell’alta cilindrata.

Il filo a massa dell’eredità – Angelo Rendo

Questo, ora che è arrivato a 57 anni, e non è sposato e non lavora e sta con la zia quasi centenaria – è uno scienziato (tutta una genìa di pazzi e scienziati, un suo cugino ha addirittura sfiorato il Nobel), spostato di un secolo e pieno di fobie, una volta ha incoppolato l’insalatiera con cetrioli e pomodori in testa alla badante, rea di aver lavato gli ortaggi con l’acqua del rubinetto – mi vuole dire, e mi perdoni se anche questa mattina riceve il mio sfogo, per quale razza di motivo non debba essere plausibile che chieda la grazia alla zia? Questa, infatti, nei momenti di più alta disperazione lo conforta, dicendogli che il Sacro Cuore di Gesù ha in serbo per lui lavoro moglie e tanta serenità. Lui la ringrazia in lacrime, e si placa.

Cattivi Cristiani – Angelo Rendo

Mi è rimasto questo ragazzo, gli altri due lavorano. Ci vuole fortuna – prima il padre poi il figlio ripetono senza sosta.

Entrambi a piedi – pur essendo venuti in macchina – i loro due destini disallineati rispetto ai destini degli altri due, e in ispecie rispetto al destino del figlio che a Milano ha preso per giunta anche moglie, e ricca.

Quanto più mi inabissavo nei loro gironi di vuoto, tanto più risalivano i due figli lontani. Mi ammonivano: questi due cretini pensano sia tutto uno scherzo. A non aver mezzi per riconoscere la finitezza, questa è la fine. Cretino il padre, cretino il figlio rimasto. Cattivi cristiani.

Scomparse – Angelo Rendo

A Scicli, ieri, nel tardo pomeriggio, una vecchina, nello spazio affissioni di Via Galliano – l’ampio slargo che dà aria al Corso Garibaldi e riannoda al centro tramite via Bixio – armeggiava con una fotocamerina dinanzi a una carta da morto, cercava di metterla a fuoco. Indugio con la macchina, fino a che non vedo la sua veste farsi nera e fumare dall’orlo inferiore. Ora. A Plaja Grande, al bar Fidone, da questa parte, avvisto una donna. Passo dall’altra parte. Assai chiomata, chiusa dentro occhiali scuri, rifatte le labbra, rifatto il seno, prorompente, slanciata, con tacchi e risibile pareo. Nuda, all’in piedi, all’ingresso. E uno sciame di api liberamente si avventa. Non si può guardare. Assisto alla suzione del cadavere.