IL MALOPPÈLO – Angelo Rendo

Poiché non dovrebbe fregarcene nulla – e invece poi uno ci cade, per amor del cielo, o di cose da poco – lascio aperta questa fontanella anteriore, strizzo gli occhi, e ricevo uno dei più saldi colpi uomo possa ricevere per potersi dire uomo.

Il maloppèlo? Cos’è?? Premesso a qualcuno interessi saperlo, non avrei voglia di dirvelo, sempre per stare a quella accortezza massima che distingue uomo da uomo, poi però uno ci cade, perché non è forse bello far notare le cose, chiamarle per nome, quando tutti se ne impipano e non vedono quanto siano reali, ci tocchino e ci facciano sparire, se vogliono, senza troppi scrupoli?

Il maloppèlo non è propriamente il garbuglio, si gloria, piuttosto, in carbonchio, in pustola. Chi ha il maloppèlo, ce l’ha dentro lo stomaco, quella rabbia cieca e dotta, quel villo andato a male, corrotto, quell’infezione covante nelle viscere e che cenere le fa. Se ne vedete uno, che soffre di maloppèlo, confortatelo, lui non vi può vedere, benché, da parte vostra, prendere il volo e torcere la frase per troppo umana pietà, lo libererebbe.

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Cosa possiamo dire? – Angelo Rendo

Ci sono argomenti intrattabili, temi che non consentono variazioni e stati che vanno discretamente accantonati. Non ci crediamo mai veramente, e sveleniamo ogni composizione; e ogni guasto, sparso fuori dalle aule celesti, lo intendiamo col dovuto ritardo, agli umani concesso di default.

DA QUI AL RITORNO DELL’ETERNITÀ – Angelo Rendo

So di aver acquistato un libro una manciata di anni fa, ne ricordo a stento il titolo; l’autore, invece, che è disonorevole sia finito dentro questa scia luminosa e momentanea, lo ricordo benissimo. È tutto quel che posso dire, ora che è ritornato in sé. Mi piange il cuore a saperlo rinchiuso nella memoria, non la mia. Potrei andarlo a visitare, come potrà fare chiunque si trovi in possesso di un dispositivo. È un sempredesto che annulla l’alea delle lapidi, della loro resistenza. Ha un’anima immortale, indistruttibile; vaga e vagherà da qui al ritorno dell’eternità. Tutto è fermo, senza fiato.

UN INCHINO – Angelo Rendo

Arriva suonando il clacson, si ferma davanti alla porta, grida scomposto Un’e reci*! Sono di spalle, mi giro, lo guardo come non lo vedessi e gli chiedo “Quantu? Una ‘i ‘nchilu??”, trasformando in domanda l’esclamazione, senza dubbio disturbata, Una ‘i ‘nchilu, che camuffa e deturpa il ben più cerimonioso Un inchino, e stabilisce un nesso fra il chilo, il poco peso tributato ad una persona al posto dell’inchino, e il chino, il pieno. Contro il vuoto che avanza. Ribadisce No, una ‘i reci.

*Una bombola da 10 kg

Credits: Dario Vanasia mi ha sciolto ogni dubbio sull’origine della paronomasia (un’e ‘nchilu/un inchino); per ciò lo ringrazio.