Il peso del titolo – nota su un nuovo manuale di letteratura italiana – Angelo Rendo

Claudio Giunta dice bene in questo articolo, che ho già condiviso su Facebook. Avrebbe però dovuto ‘seguirsi’ fino in fondo.

Parto dal titolo e al titolo mi fermo. Il suo nuovissimo manuale di letteratura italiana per Garzanti Scuola si intitola “Cuori intelligenti”. Un titolo male assortito. Un binomio terribile, brutto, disarmante, che ricorda tutt’al più un testo di narrativa melò per le scuole medie inferiori.
Il sottotitolo ‘Mille anni di letteratura’, invece, coglie nel segno. Sarebbe bastato questo.

[Sono fermo ai tempi in cui la pizzeria si chiamava pizzeria, l’osteria osteria, il laboratorio di analisi cliniche laboratorio di analisi cliniche con l’aggiunta del cognome del conduttore.]

Quell’infausto binomio non fa che palesare platealmente l’oramai insopprimibile e introiettato senso di inferiorità della parola nei confronti del numero, delle materie umanistiche nei confronti delle materie scientifiche.

Non fa dunque che sovraccaricare di senso l’insensata – per chi ha poco sviluppati sensi – volontà di scrivere, la cui forma non è replicabile e che, immune per troppa forza e gentilezza dal volontarismo, o da ‘picchiate’ di arduo scientismo, tutto accoglie e tutto restituisce senza che alcuno si metta in mezzo a ‘professare’ scismi, o fedi.

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“Sul bordo della poesia”, intorno a ‘Storia d’amore’ di Daniele Mencarelli – Angelo Rendo

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Parevano premere delle personae in “Bambino Gesù” (2010) di Daniele Mencarelli; ciò che presumevo è venuto via via materializzandosi. Ben si può dire che – dopo, appunto, “Bambino Gesù” del 2010 e “figlio” del 2013, entrambi pubblicati per nottetempo – “Storia d’amore” (2015), apparso nella collana pordenonelegge di Lietocolle, rappresenti la chiusura di una trilogia. La lingua di Mencarelli si trattiene a fatica sul bordo spesso della poesia.

Non sono però sicuro che questa raccontata sia una storia d’amore. Ci sono la ferocia, la rabbia, il lutto della carnalità. Ci sono le slogature della riluttanza a raccogliere un più alto grado d’amore, che qui è nascosto nel maiuscolo di quel “Lui”, è vero. Ma l’intreccio dei piani risulta pretestuoso. La vita è sempre dopo, mai prima; la volontà di riannodare le fila è compito del romanzo, laddove la poesia invece trema, sonda e acquista forza e sapere nella perdita.

Mencarelli intende raccontare una storia, ma la corteggia troppo; e il ritorno ad un evento assai andato gli comprime la voce al punto da caricarla oltremodo, ridurla a replica di un dire che nei precedenti libri subiva la necessità di un tempo tutto incarnato e in sé risolto, mentre ora il rischio è quello di attestarsi nei pressi della forma-canzone.

Nascosto dalla sigaretta
cerco qualcosa sul tuo viso,
magari saperlo cosa di preciso,
intero passo ogni lineamento
ogni tratto da orecchio a orecchio
da fronte a mento passando per la bocca
fino al collo liscio e giù alle spalle,
ma quello che di te non so
nulla di più riesco a sapere,
mentre tu con le tue amiche
a discutere di storia da studiare
di antichi da conoscere a memoria
neanche fossero tra noi ora,
tanto ti è cara la questione
che vibrano le labbra e il viso
da dolcezza a fiamma viva
forza celeste dentro l’iride.
Mi distrae una tosse acre
un sapore plastico alla gola,
il filtro della sigaretta non si fuma.

Il fuoco minimo di una sigaretta: uno schermo. Il pensiero poetico è preda di una carne dopata, ogni sintagma fortemente interiorizzato e digerito, dal sapore dolciastro. Come se la voce-esca venisse a tal punto portata all’indietro da giungere dentro lo specchio lenta e solo a fatica trovasse il mare.

E’ sempre l’animo creaturale a fare Mencarelli, seppure in minore stavolta, con ricorrenze talora lancinanti, salmi nascosti in invisibili bolle di nero, come in questo caso:

Scendi dal bus carnaio
e una voce da dentro esplode
punta dritto all’azzurro altissimo
al cielo che diventa spazio
voce che urla una parola sola
parola sentita parola toccata
Grazie ripetuto Grazie
in eterno allo sfinimento Grazie,
ma chi per la tua carne bionda
per l’incendio che fai scoppiare
fino al mare lontano una linea
chi ringrazio per il tuo nome
per la dolce voce luminosa
per il viso amato tuo viso
chi posso inginocchiato ringraziare?
Tuo padre autista brav’uomo
piccolo di fronte stempiata?
O tua madre donna di scuola
maestra di classi d’asilo?
Perché sento più grande di loro
gigante il mio grazie?
Ma chi o cosa è così grande?
E se fosse niente da ringraziare
come si ringrazia il niente?

La terzultima delle sette sezioni di cui si compone il libro è la più flagrante; iniziamo a sentire il riso, perciò deflagra in più alta unione il risicato passo indietro sul quale Mencarelli ha tentato di fondare il poemetto.

Non è il mio inferno
quel regno di pena e fiamme
minaccia ai bambini sul più bello,
il mio demonio è una mattina
scolorata dal cielo alle persone
tu di chilometri lontana
in gita con la scuola per l’Italia,
io scarpa senza la gemella
buttato da una parte sconto il tempo.
Non è teatrale il mio demonio
non è mostruoso non ama il fuoco
lui gioca a svuotare le promesse
ad alitare il suo comandamento
tutto il suo verbo in un solo ritornello
tre parole piantate in mezzo agli occhi:
Non rimane niente, non rimane niente,
di questo tempo di tutti i tempi
di tutte le madri le mani dei padri
del tuo viso inciso nei giorni
non rimarrà che il niente,
siamo un urlo nello spazio
per caso viventi per caso amanti
disordine è il padre da onorare.
Questa è la terra dell’inferno
questo niente da tramandare
niente da difendere niente da sperare,
ti prego fai presto, torna,
senza di te sono meno di un disperso,
io senza il tuo neo come mi oriento?

La donna-stampella, la cui ombra si proietta alta lungo la Scala.

Hai dato nomi al magma
incendiato il nulla con la luce
nell’acqua sorgiva dei Tuoi mari
ti sei specchiato e quel che hai visto
vive sul suo viso di ragazza,
il sangue assaporato dal suo dito
è del Tuo colore la Tua razza,
lei è Tua figlia prediletta
lei è la Tua terra migliore,
come ogni umano a ben vedere.
Questo noi siamo, questo noi valiamo.

E così la poesia di Mencarelli si radica a terra, fronteggia Montale, per poi, inaspettatamente, nella penultima sezione, mettere le ali, gigioneggiare, sognare, premere sul basso ininterrotto popular fino a che non piomba la lettera dell’amata, Anna: la ferita si richiude, il poeta scompare.

Inno omerico ad Ermes, IV, 1-183 [trad. Angelo Rendo]

Il testo greco: http:// http://www.perseus.tufts.edu/hopper/text?doc=Perseus%3atext%3a1999.01.0137%3ahymn%3d4

***

Canta Ermes, Musa, di Zeus e Maia,
il signore di Cillene e dell’Arcadia ricca di pecore,
il supremo messaggero degli dei, il figlio di Maia, dico,
– la venerabile ninfa dai bei capelli -, e di Zeus,
lei che i beati fuggiva, dimorando
nell’antro tutto ombra; qui, il Cronide
alla ninfa era solito unirsi

a notte profonda,

– mentre il sonno abbracciava Era dalle bianche braccia -,
di nascosto dagli dei e dagli uomini.

Ma quando Zeus compì il suo piano,
– e per lei il decimo mese passò nel cielo -,
da solo fece luce e illustre fu l’opera:
ella generò un figlio astuto, ingannatore,
ladro, guida di buoi, padrone dei sogni,
spia notturna, custode di porte,
presto famoso fra gl’immortali.

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L’affaire Zappa – Angelo Rendo

Nel 1982 Frank Zappa tenne un concerto a Palermo, e per l’occasione visitò Partinico, luogo di origine del nonno e del padre; il concerto durò solo venti minuti a causa degli scontri tra polizia e spettatori all’interno dello stadio, originatisi da una errata disposizione del palco: la gradinata distava troppo e gli spettatori si risolsero ad avvicinarsi scavalcando la recinzione.

(Successe l’iradiddio.)

Ma pochi sanno, anzi credo nessuno, che il grande musicista fu anche a Scicli. Era il mese di luglio, in Spagna si giocavano i mondiali di calcio, e a Scicli Zappa arrivò per uno strano motivo. Nessuno ha mai saputo di cosa si trattasse, per quanto qualcuno si sia azzardato a sostenere che Zappa fosse venuto a trovare un vecchio amico del padre di origine sciclitana e alla cui mensa da adolescente, a Lancaster, aveva assaggiato un piatto tipico sciclitano, il “Pastizzu ri ciurietti” (“Pasticcio di cavolfiore”).

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In effetti, riportando alla memoria una foto di archivio – in alto a sinistra nel nostro collage – vero è che Frank regge con un forchettone una matassa di spaghetti – a dire il vero appare abbastanza schifato – mentre in basso a sinistra lo vediamo ritratto in occasione della sua toccata e fuga a Scicli. Ma questo cosa significa? Significa che ama il cibo italiano alla follia? Significa che la gola ha fatto tanto? Ma soprattutto siamo sicuri che sia lui quello in basso a sinistra??

Non sappiamo da dove provenga Zappa con quella padella bisunta contenente poco più di mezzo pastizzo a cui dan man forte dei medusei spaghetti (altro e fondamentale ingrediente del ripieno del pastizzo).

Forse che scappava dalla baldoria, che i pastizzi se li stessero tirando faccia faccia, o che lui stesse per riservare un pezzo di pastizzo a uno del suo entourage? Boh. Lo sguardo è, però, vivido e atterrito.

Fatto sta, infine, che siamo in estate e l’abbigliamento di Zappa risulta di certo non adeguato, camicia a jeans e giubbotto di pelle.

La scena è poco chiara, ma il pasticcio è tutto per Zappa!

Schifiltà – Angelo Rendo

Leggevano. Il padre un quotidiano, il figlio un libro. Chiusi nella stessa stanza. La porta aperta. “Schifiltoso, senti questa parola, schifiltoso.” – prorompe sul nulla e sul silenzio il primo. Dove sono, che dice, ma chi sta parlando? “È in uso? L’ho incontrata ora. Ma è brutta. Io credo che sul vocabolario non dovrebbe nemmeno esserci.”. Il ‘ricorso’ geometrico, anaffettivo: quel chiodo lungo lungo che predilige il due volte distinto e misurato di contro all’impiastro gelificato di ogni attivismo.

La puzzetta sotto il vaso – Angelo Rendo

Aveva fatto di tutto per nasconderla, si era veramente sbracciato – era un inverno assai freddo – ne aveva persino tentato il placcaggio, ma la volta che, rinchiusala nel doppio servizio, quella sgualdrinella fece cadere i detersivi e la carta igienica dalla mensola dentro il cesso, dove ogni cosa finisce per quanta cura uno possa avere per il creato, smise di esistere.

I dispositivi erano stati attivati, lo stoccaggio avvenuto.

Zitta zitta, onnivora, quella si mostrò nuda, unta di olio essenziale al bacon, la vide volargli sotto il naso, e timidamente infilarsi sotto il vaso.

Angelo Rendo

Una ricetta siciliana: “Ossa di morto” – Denis Montebello

[L’originale francese qui. Traduzione: Angelo Rendo]

Se si ha la fortuna di “trovare un osso”, in Sicilia e per giunta in quest’epoca, non è che si possa fare i preziosi, storcere la bocca dinanzi a un simile godimento.

Una cosa del genere a noi sembrerebbe un problema, una difficoltà insormontabile.

Per Boccaccio lo scheletro di Polifemo costituiva senza il minimo dubbio la prova che il grande Omero aveva visto bene – benché cieco – e aveva detto il vero. E Virgilio. E la Bibbia. Concordi. I giganti esistono.

Testimone un uomo, che nel 1371 ne scoprì – in una caverna nei pressi di Trapani – lo scheletro e tre enormi denti, poiché il resto, appena toccato, si ridusse in polvere. In cenere e polvere. Tre denti ancora interi mentre del cranio nessuna traccia. Del cranio di questi elefanti nani, con il foro della proboscide. Fossili così piccoli che sarebbe davvero impossibile considerarli i resti dei Ciclopi.

A Boccaccio non interessa sapere come essi siano giunti fin là dai tempi geologici, attraverso quale ponte o mezzo siano arrivati in Sicilia, dato che già non la popolavano. Se non erano i giganti che la abitavano.
Non gli interessa se si servirono della proboscide come un boccaglio, e se davvero gli elefanti sono possenti nuotatori – come si dice -.
Perché questi grandi pachidermi sono diventati nani? Nel loro patrimonio genetico era forse inscritta questa mutazione? Che cosa l’ha scatenata? Che cosa l’ha favorita?
L’ambiente dell’isola coi suoi spazi ridotti e le sue risorse alimentari limitate? La rarità se non addirittura l’assenza dei grandi predatori?
Boccaccio non si pone queste domande. Nulla scuote le sue certezze. Le ossa che dormivano in questa enorme grotta vicino Trapani sono quelle di Polifemo. Non demorderà da questo convincimento. E le proboscidine che gli si potrebbero presentare non gli farebbero cambiare idea.

Novanta centimetri al garrese per cento chili di peso, ma con grandi zanne. E’ l’Elephas Falconeri, che fa bella mostra di sé al Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa nella sala a lui riservata.

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Dalla vetrina da cui vi guarda con la sua unica e grande orbita, il piccolo mastodonte si mostra indifferente alla folla, al religioso rispetto che circonda il “Ciclope”. Non chiede il suo nome a Nessuno.

La Moira di Paul Claudel – Angelo Rendo

A poco più di trent’anni, Paul Claudel stava per ritirarsi in un monastero; ma il priore del monastero, tergiversando, lo fece disfiziare.

Così, nel 1900, quasi a fine anno, ricevuta la nomina a console in Cina, il poeta diede un colpo di testa e si imbarcò.

Durante la traversata conobbe Rosalie, magàra polacca fatta e finita, maritata con M. Ventch. Si innamorarono e Claudel pensò bene di aiutarne il marito, lurido trafficante.

La donna – da cui Claudel avrà una figlia, Louise, cantante lirica e compositrice, nata nel 1905 e morta nel 1996 – ebbe sei figli dal primo matrimonio, uno in seconde nozze, una appunto con Claudel.

Per mettere a tacere le maldicenze – che copiose fioccavano sul capo di lui, poeta, console e protettore di M. Ventch – spinse Rosalie, incinta di Louise, a ripartire per la Francia.
Sulla nave Madame Ventch non perderà tempo e si legherà a un altro. Il primo marito e l’amante Claudel “trangugiati” e “troncati di netto”. 
Invano il console tenterà di riaverla; nella sua ricerca coinvolgerà persino M. Ventch; i due cercheranno anche di portarle via un figlio, ma condivideranno una nottata di sonno in macchina, Ciccì e Coccò, prima di ritornare ognuno alle rispettive occupazioni.

Claudel – che per il dolore si ammalò di subitanei attacchi di folle riso – scriverà “Partage de Midi” nel 1904. Lo pubblicherà solo nel 1948. In italiano brutalmente suona come “Crisi di Mezzogiorno”.

Il callozzo a cui tanto fu legato il poeta non rappresenta altro che una moira, una parte; tanto ne cianciò, mentre quel che gli toccò in sorte non fu che una prolungata verginità (fino al 1901).

“Destino di un uomo a metà” o “Crisi di Mezzogiorno”?