Resistere alla creazione (intorno a ‘Odiare la poesia’, Ben Lerner, Sellerio) – Angelo Rendo

La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Nel 2004 “La medietà” si chiudeva con una appendice di tre poesie, ‘Darsi la corda: contro la poesia’:

Ed essi che non l’ebbero, ed essi
che mai l’ebbero, non l’ebbero
conosciuta che fu, si ruppero
in branchi cadevano, capelli,
bianchi, di luce che terra dal nero
prendevano e prendevano, annusavano

tirare: sommo impiego fu
un farsi continuo di occhi,

come il miraggio ruppe il ritmo,
lo riconsacrò, il ritmo, venne
compiuta la stasi: la fuce.

**

Distinguevano viscere, e creazioni
in astuzia, modo chiuso
qua, partono subito

**

fuochi dell’aperta campagna, alluminio
di due stagioni far apparire l’età
come presente come dato altrimenti
la possibilità, che è pesante, si carica
dell’indocile, spinta, chiedere
fluidità al Padrone, quello grande

sua misura, mio rispetto.
mia misura, suo rispetto.

Magia – Angelo Rendo

Non erano passati che cinque minuti, da quando un avventore del bar ci aveva raccontato del suo mal di pancia di questi giorni. Della sua incapacità a dominarlo con le buone.

Ci può solo una corda stretta in più giri al torso e se ne va dice serio.

La F cubitale, in alto, è sempre monito, e sorveglia sull’umana fragilità, chiamando a sé, e svaporandola, ogni pratica magica non attestata che per F inizia.

Spettri – Angelo Rendo

Palazzo Agonigi, via Galvani 1, IV piano, Sezione di Greco, Aula Aurelio Peretti, Dipartimento di Filologia Classica. Pisa.

Sono seduto, e mi tengo strettissimo, nell’unico angolo della stanza, alla sedia.
I tavoli da studio ricoperti di simil pelle verde, disposti a ferro di cavallo, immobili, il docente al centro, dorato, tutti intorno dodici/sedici ragazzi, palafrenieri. Il dispari in un angolo, alla destra del professore, in fondo, un fondo vicino. Un poco nascosto.

“Cortesemente, Rendo, mi può prendere i ‘Prolegomena to Homer’ di Wolf? Se si alza, il testo è alla sua destra, sopra la sua testa, per quanto ha lunga la sinistra.”

Verbale di un uomo dabbene – Angelo Rendo

A me capita. Sì, dimmi, cosa ti capita? Avanti, forza! Di sentire il bisogno. Di cosa? Non di silenzio, ma di parole che mi facciano stare in silenzio. Fondo. Che mi inducano a non pipitare, a non dire nemmeno ciu. A uscire a testa bassa dal testo – e a incontrare un palo, a sbattervi contro, possibilmente – e dalla vita ordinaria e minima, ad andarmene nel luogo più lontano della mia coscienza. Ecco, sei un uomo dabbene, non è posto per tutti.

Cinquantuno Ruòccili – Angelo Rendo

trucioli[Il 3 Aprile, Andrea Calabrese ha fondato e lanciato un gruppo chiuso su Facebook, “Dialettu Sciclitanu”, poi “Dialettu Sciclitanu ‘A Canigghia”; mi ha invitato. (Grazie Andrea!)

Io ho a mia volta invitato altri, contribuendo insieme ad amici e conoscenti, tutti compaesani, a una felice riuscita e scambio di grande e rara urbanità. Da giovani a meno giovani a matusa.

Nel dialetto – pasta ancora fumante, fatto di carne netta e spiriti sottili – si entra con coraggio, volteggiando nei suoi cieli o pestando con forza gli arti nelle sue sabbie mobili.

Proverbi, parole singole, modi di dire, che si è cercato con cura di circoscrivere alla parlata sciclitana, consapevoli però che le invasioni nel campo della tradizione più ampia isolana sono sempre in agguato, naturalmente presenti.

In poco più di un mese, dal 3 aprile al 6 maggio, per mia parte ho formato una collana di “ruòccili” (trucioli). E “Ruòccili” è il titolo (Anzi: a Lucia Nifosì debbo il titolo, grazie!).

Camillo Sbarbaro, grandissimo e misconosciuto ardente poeta primonovecentesco nel 1920 scrisse i suoi “Trucioli”.  A Sbarbaro questi “ruòccili”!

Scuzzulari i mura, trovar licheni, frammentare prima, deframmentare tutto.]

***

1) Ruòccili

[Trucioli]

Si identificano con questo termine anche i tarzanelli e tutto ciò che in genere essendo arrotolato pende o insiste in pieghe: da ammennicoli a purulenze o lordure fattesi solide.

2) Tanti saluti ro Zu Caracuozzu u Sbizziali, chiddu ca ‘ncugnava i ricotti nal’ariu co’ peri ra scecca.

[Tanti saluti dallo zio Caracozzo lo Speziale, quello che lanciava le ricotte in aria con la zampa dell’asina]

Letteralmente ” ‘ncugnava” = “incuneava”: nel senso di “lanciava”. Qui lo slittamento rende più produttivo il gesto, la cui precisione è magistrale. La ricotta è un cuneo. E Caracozzo un maestro.

3) Ficimu u varagnu ri Marianu!

[Abbiamo realizzato il guadagno di Mariano!]

Pare Mariano fosse un commerciante scriteriato. Che comprasse a euro 200 per rivendere a euro 180, pur di sbarazzarsi della mercanzia. Di Mariano nulla si sa. Non è mai esistito.

4) Essiri ‘bbiatu a peri ‘i vancu.

[Di persona trascurata, o moralmente a pezzi. “Lasciarsi andare (Cedere) come un piede di banco”. “Vancu”: banco da lavoro dell’artigiano, che sostiene molto peso e alla lunga tende a cedere.]

Varianti:
– Essiri ‘bbiatu a pignata ri strattu.
[“Gettarsi come un pentolone di estratto di pomodoro”. L’estratto (‘strattu) di pomodoro riversato (sduvacato) nella maidda (maida).]
– Essiri ‘bbiatu a cascittuni.
[“Lanciarsi a mo’ di cassettone”. Nel cassettone si custodiva la pasta messa a lievitare. Capitava lo si lasciasse scappare dalle mani senza pratica di dolcezza!]

5) Firricciuocciulu
[Piccolo pezzo di fil di ferro]
Si dice di cosa o persona attorta su se stessa ben bene come fil di ferro. Inestricabile.

6) Palummiari

[Fare come il palombaro]

Ciò che dall’alto si getta (si dice anche “ittari”) verso gli abissi terreni nel post sbornia. Quel che fa un palombaro.

7) Sucapirata

[Aspira peti]

Colui che è disposto persino a quello. Uno zerbino, o un vizioso!

8) Quantu n’ha pirata!

[Quante arie si dà!]

9) Maiara

[Magara, maga]

La radice è *meg (gr.) / *mag (lat.). In coda il suffisso d’agente *-ara: “colei che compie cose grandi”, letteralmente. Poi, ahinoi, l’assonanza con maiala rompe l’incantesimo.

10) ‘Mpricuddata

[“Impicciolata”: Picciolo (“Pricuddu”), difficile, se non impossibile, da staccare]

Così intimamente legata al corpo grande della tradizione da rimanere come uno scaccione nel forno.

11) Scippa e chianta.

[Estirpa (Cogli) e pianta]

Della pioggia ad intermittenza.

12) Hai ‘na bella tirèrica!

[Hai un bel ventre!]

Di persona dalla pancia assai prominente.

13) Si tintu finu na vintrazza!

[Sei marcio fin dentro l’anima!]

Sei posseduto dal male. “Vintrazza” peggiorativo di ventre, repositorio dell’anima.

14) Scialamuortu!

[Sciala morto!]

È una parola composta (verbo~aggettivo). Scialare da esalare: emettere l’alito vitale. Se la sciala infatti chi dà fondo a ciò che fondo non ha.

15) Si ficiunu fratuzzi!

[Sono arrivati alle mani]

Quando una situazione volge al peggio, senza esser stato messo il peggio in conto. E due estranei si fanno fratelli, come fosse tutto un gioco sognato. Che si rivela, invece, prepotentemente per quel che è: una zuffa.

16) Si sputarru i cula.

[Si sono sputati ai culi.]

Due ciarlano di altri due, se la raccontano. Caricano di fango le già roche voci, e si fanno meraviglia di come le cose siano andate a finire a quei loro due amici disgraziati, al fatto che siano arrivati ai ferri corti.
Vicini ma di spalle, di culo. Non si degnano nemmeno di uno sguardo. Pusillanimi, si sputano alle spalle, al culo.

17) Miscamicci

[Intreccia micce]

Di chi artatamente intreccia micce (fatti di diversa natura) al fine di alimentare un fuoco divoratore.

18) ‘Mmiersica

[Rimbocco (delle lenzuola)]

Potrebbe essere un deverbativo di inverto, is, inverti, inversum, ere (‘rovesciare’, ‘rivolgere’). Im-miersica. Con assimilazione della fricativa -v-, amplificazione della -e- > -ie- davanti a consonante e suffisso -ica di relazione.

19) È ‘na cavetta ‘i pìrata!

[È una gavetta di peti!]

**

È ‘ncuopp’i fumu!

[È un coppo di fumo!]

L’una e l’altro sono due contenenti, la prima in metallo, il secondo di carta.
I peti e il fumo non fanno contenuto, invece. Un uomo di tal fatta non lascia sostanza. Tutt’al più ammorba.
La ‘formula’ ossimorica di alto riguardo, poi, costringe peti e fumo nell’ambito dell’utensileria di piccole dimensioni.

20) Scruviddarisi

[Spetazzare]

Come se il corpo – al punto di massima concentrazione – diventasse una ‘cruvedda’, un corbello e, a quel punto, cedendo sotto il peso dell’aria e dei gas intestinali, si rompesse, si lacerasse, andasse fuor dalla cruvedda.

21) Agghiu ‘na carminìa!

[Sono agitato.]

Una sorta di disperazione muta. Non riuscendo a comprendere a quale parte del corpo portar conforto, si intreccia a fil di voce una litania (da *carmen) sgangherata.

**

Baschi agghiu!

[Ho mal di stomaco.]

Un mal di stomaco migrante, “altalenante”. ‘Baschi’ dal celt. *waska (ansia), spagnolo ‘basca’ (nausea).

22) Talìa cuomu si cirnìa

[Guarda come si cerne.]

Quartiàrisi

[Farsi a quarti.]

Scarcaniàri

[Schiumare dalle risate.]

Come fosse farina nel crivello, si dà un tono e poi un altro, fa un salto e ritorna al punto di prima, si dimena e cambia ritmo. Cerca di darla a bere e si nasconde, è insicura. Il crivello lavora a sua insaputa.
È in funzione l’arte del setaccio, della distinzione, della separazione, della divisione. Si incarnano più parti. Di una se ne fanno quattro.
Una postura, una “camminata” possono svelare i quarti.
Meno male che in taluni casi diventi liberatorio ‘scarcaniari’: avere in gola quella risata ribollente. Che sbrocca.

23) Sbanìsciala prima ca sbaìnu e scièrru totali, ah!

[Smettila prima ch’ io perda la trave (il senno) e faccia a pezzi ogni cosa!]

Sbaniri: svanire.
Sbainari: dallo spagn. *vaina (trave); una trave che sbaina, cede.
Scirrari: dal fr. *descirer (lacerare, fare a pezzi, strappare)

24) Tacchiàmu pa’ casa!

[Subito a casa!]

Di solito è un padre che così si rivolge a un figlio, reo di averla combinata grossa (“curpiau”, ha dato botte, per esempio, a un compagnetto).
‘Tacchiare’: il tacco è il soggetto di questa fuga dal luogo del misfatto. Si deve sentire perfino il tacco della scarpina. Di corsa a casa, ci penso io a te. Te lo dico io.

25) Cu’ ‘ssa cosa ca mi rissa assuntumai.

[Quando poi mi disse quello che mi disse, mi prese un colpo.]

‘Assuntumare’: Esser colpito da un sintòmo, cioè a dire da un
accidente.

26) N’u stricarru funcia funcia!

[Ce lo hanno strofinato con cura sul muso!]

Fra animali si fa così.
Andrebbe però chiarito, onde evitare facili doppi sensi, che il riferimento è a chi non può fare a meno di mettere al corrente il prossimo delle sue mirabolanti gesta. La qual cosa – in vista di un corretto uso della porzione di vita a ciascuno di noi assegnata – dà solo noia.

“Funcia funcia”: è un’epanalessi, da *fungo; il muso è una spugna che assorbe tutto il laido che è destinato alla terra.

**

‘Funciaturaru’: solitamente lo si dice di un imbianchino di scarso valore, ma potrebbe ben dirsi di qualsiasi persona eserciti un’arte.
Nel caso in questione la funcia sarebbe il pennello, usato come un muso di porco che grufola nel vile della terra.

27) S’a cumparfiarru.

[Se la son fatta (ragionata) fra compari].

Ode al sotterfugio.

28) M’appizzau ‘na frusta.

[Mi ha piantato una grana.]

Il magnifico piantagrane.

29) Nenti turilla, piffavurieddu!

[Niente turiboli, fatemelo come favore!]

“Turilla”: neutro plurale da *turibulum (incensiere)?

Non spargiamo incenso, stiamo tranquilli, non sacralizziamo troppo l’evento, pena il rimanere dentro una nube stordente.

30) Buonu chiui ri cannuliaratilla!

[Santiddio, basta con questo tirarla per le lunghe!]

“Cannuliari”: Se la cialda arrotolata nella canna fa il cannolo, è chiaro che colui che “se la cannulia” è chi qualsiasi cosa abbia tra le mani o tra i piedi – per esempio quando si giocava a pallone da bambini il lezioso era per antonomasia un “cannuliatore” – o in mente la gira e la rigira, la intreccia e fa cannoli, spirali di fumo. Problemi.

31) A Santa Cruci, ‘na vota, unu muriu, mentri arriminava ‘i carti, co’ pruvulazzu re’ carti.

[A Santa Croce Camerina, una volta, successe che un tale morì mentre mescolava le carte, soffocato dalle stesse ridotte in polvere.]

Quando, giocando a carte, uno dei giocatori va in trance durante la mescola e il più presente del gruppo interviene sommesso pronunciando le parole di cui sopra: spauracchio di morte.

32) Ràascala!
[Ràschiala!]

La situazione che il fanfarone sta illustrando è torbida. Quasi tutti quelli d’intorno sono rapiti. Tranne uno, che dal doppio servizio grida: “Ràascala!”

33) Schittarruni

[Celibe]

Schietto, accresciuto in Schittarruni. Significa che non c’è proprio alcuna speranza per un simile individuo. Troppo puro.

34) M’a stapiti ciarmuliannu.

[Mi state affatturando.]

Quel che uno ha in sorte non sempre è visibile, ecco che le forze di gravità iniziano ad agire. Si augura il male con formule magiche, spesso inespresse, appena toccate dal pensiero, non da voce.
O da un parlottio a voce bassa, nascosto. Che diventa ‘carminìa’ per chi lo strasente.

Il molto produttivo carmen > charme > ciarmuliari.
Canto, formula magica > Fascino, incantesimo > Legare per mezzo di una malìa.

35) Francu ri naca

[Libero dal dover cullare.]

Si dice di persona che si arroga il diritto di non compiere il proprio dovere. Nello specifico, un uomo, che non aiuta la moglie a “nacare” (cullare) il figlio neonato, è libero dal cullare. La naca stava appesa alla trave.

Oppure:
[Libero dalla nascita] ?

36) ‘N’atru tanticchia! Chi n’avimu assai?! Ca t’a ‘llacacciu, t’a dusu, t’a ‘mmasunu una: scegghia ‘a manera!

[Quanto deve durare ancora questa commedia? – intende dire il babbo al figlio adolescente. Un altro po’?! Ne abbiamo ancora molto?! Son pronto a cacciarti, dosarti, ‘baciarti’ un bel manrovescio!]

Allacacciari: uno schiaffo che avvolge come un laccio. Manovre di accerchiamento della preda.
Dusari: la giusta dose di cinque dita sul collo.
Ammasunari: (‘mmasuni>bacio) la sberla arriva e sosta come un bacio.

37) Vàriva ‘i viccia!

[Barba di tacchino!]

Così si apostrofa un uomo dalla barba strana al quale non sarebbe consentito nemmeno uscire di casa, figurati parlare. Un uomo ridicolo a vedersi cosa vuoi possa dire di decisivo o importante.

In barba alle apparenze condanniamo questa maniera di condurre una discussione.

“Viccia”: tacchino. Si tratta di un lemma dialettale di importazione, registrato in Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata.

38) Ciamma mia, com’eni accatubbatu!

[Fiamma del mio cuore, com’è cotto!]

Di “accatubbato” l’accezione comune pone in luce l’aspetto strettamente connesso al mal di bronchi. Un groviglio di tubi nel petto, inestricabile fino al colpo di tosse che toglie ogni freno.
Ma “catubbo” è un aggettivo (dal fr. ‘caduque’) e significa ‘cadùco’. A ogni passo un mancamento, a ogni pensiero i confusi segni del declino.

**

Mentri buonu è appurmunatu!

[Appolmonato, che assume in viso sembianza di polmone, di color grigio-nerastro]

In genere è un’immagine putrescente quella che ci si para innanzi. L’effigie del male. Di una brace informe grigionerastra spruzzata di sangue.

39) Putenza rô gibbiuni!

[Potenza della grande gebbia!]

Sarei quasi tentato di contravvenire alle regole del gruppo, non fosse che una forza senza nome e dalle gambe lunghe mi induce a non perdere di vista l’acqua fonda del gebbione.

[Perdindirindina quanta potenza ha il cervellone!]

40) Scilamutanni

[Sfila mutande]

Questo pezzo, “True” (https://www.youtube.com/watch?v=ldXgK71pgxs), ti scila sia i mutanni ca i urazza (braccia). Sappiamo bene che all’alto grado di libidine contribuisce anche la musica ‘scilamutanni’, sdolcinata, zuccherosa. Da danno cerebrale.

41) Hai bisuognu ri ‘na criata tignusa!

[Hai bisogno di una badante pelata!]

“Criata”: dallo spagn. *criada, ‘cameriera’.
“Tignusa”: tignosa, affetta da tigna, calva.

La moglie al marito, la madre al figlio, quando l’uomo non tiene in alcun conto l’ordine. La donna, pur accettando a denti stretti il ruolo, sbotta senza speranza. E certifica: per te ci vuole una criata senza capelli. Che almeno non possa strapparsene. È una situazione del limite, quella prefigurata. E di un altro tempo, ormai morto.

42) Ma cui chiddu? Viriti ca eni cauru ri fresa!

[Vi riferite a quello là? Lasciatelo perdere, è una testa calda!]

“Fresa”: da *φρήν [φρενός, ἡ], animo, cuore, mente.

Ma la fresa è anche un utensile, che, in mano a un artigiano, rompe, frantuma, fa a “ruòccili” (trucioli) l’oggetto nel quale viene introdotta.

La radice è sempre *φρ-: vaga, insostanziale nella prima accezione, tangibile, visibile nella seconda.

Di moto si tratta, un moto che ‘svacanta’, svuota la testa e l’animo, spaura.
Vi è poca o nulla prudenza in una certa persona, la quale brucia, ha il fuoco dentro. È sola, temuta e coglionata.

43) Matri matri matri…Sugnu ‘nchiatu cuomu ‘mmascu!

[Madre mia….Sono gonfio come un maschio/mortaretto!]

L’iterazione iniziale la dice lunga e tutta e mostra come ci si appelli alla mamma terrena o alla Madre Celeste nel momento del bisogno. Prima che tutto possa finire, prima che si finisca e scompaia.
In questo caso l’esplosione incombe, e si spera il fuoco d’artificio si risolva senza dramma, in festa.
Si è avuto l’ardire di satollarsi ben benino, caricarsi di polvere da sparo (cibo) fino all’inverosimile, incastrarsi in un punto qualsiasi della terra: mina.

**

Panza ‘i canigghia

[Ventre di crusca]

Un ‘panzecanigghia’ è un uomo grasso, flaccido, che non si cura di ciò che mangia, né, prima ancora, di ciò che è.

44) ‘Ttuppau ruru.

[Si è avvicinato per ‘sprovare’ (mettere alla prova), ma ha trovato un osso duro (resistenza).]

“‘Ttuppari”: *dal gr. τόπος, luogo, spazio. Appressarsi a un luogo, a uno spazio, anche mentale.

La situazione è difficile da intendere. Le aspettative da rosee son diventate, senza essersene avuto il minimo segnale, nere. Un abbaglio. Che uomo dà ad altro uomo.

45) Èeettulu!

[Gettalo!]

A volte, capita anche di ripetersela a mente, fra sé e sé, questa esortazione – essendo un poco lontani (ma sempre senzienti) dal luogo dell’accadimento – di solito rivolta a chi ha iniziato a tirare uno scaracchio; cosa che non capita, invece, quando si è vicini, nel luogo del misfatto; allora, si alza la voce e allunga a dismisura la ‘e’, fino a che l’esserino (‘u pisciruovu’, altrimenti detto) tocca terra e muore. Il detentore, sgravatosi, ringrazia.
È un imperativo apotropaico: il male deve essere gettato fuori.

46) Ma com’è ca ti ierru a dissunu ‘i corna ri spudditriariti?

[Ma com’è che le corna che tieni ti hanno spinto a sfinirti di lavoro?!]

Non si può uscire dal proprio regime di giri, in genere. Chi lo fa, lo fa per sé e per tre: si spuledra, dà punti persino a un puledro. Al fondo, l’idea di dover far qualcosa ad ogni costo, col rischio di fondere. È stato il cornuto (il diavolo) che acceca, sono state le corna che impresta a chi vi rimane impigliato a trasformare un uomo in cavallo.

47) Bascieri

Da “basciu” (basso). Di uomo che coi suoi bassi istinti tenta di conquistare una donna. “U cuorpu ‘o basciu”: un colpo basso, infingardo, esca per topine.

48) Pappariddiarisi

Frequentativo di “pappare”. Girarsi senza tregua in bocca parole come fossero bocconi e gustarsele avidamente. Riempirsene la bocca ed espellerle alla maniera di bombe pa pa pa pa, tradendo quel che si è: bambinetti. Tra la pappa e le bombe.

49) Catapacchiu
Pacchiu

Pacchio: [Vagina]

Pacchio dal *lat. pasco (pascolare, nutrire, allevare). Il pacchio è un pasto.
Catapacchio vorrà dire allora pasto all’incontrario: la negazione del pasto, un pasto capovolto, non conforme alla regola culinaria.

50) …Caticriàu!
…Catagginiràu!

Appunto “ruòccili” di parole, frùstuli, che acquistano una regalità discreta, passano in mezzo ai denti come sussurri, o vi si impigliano come ologrammi di verdure o carne, o si pensano, ma nemmeno troppo.

[“Chi ti ha creato, chi ti ha generato!”]

È la mamma, la sua qualifica, che manca, e che i puntini di sospensione si curano di mettere al sicuro. Che sia un poco di buono la donna che ti ha generato, anche solo per un attimo, quell’attimo in cui una situazione si fa pesante, non è buono. Sono sempre gli altri a dirlo.

51) M’a ficia a cuoddu ri piu!

[L’ha tirata per le lunghe!]

‘Ccurzala ‘a ‘ncidda!

[Accorcia l’anguilla!]

La sintesi è tutto.

A man – Angelo Rendo

 

Viene da Mazzarelli (Marina di Ragusa). E, quasi tutte le volte che lo servo, sembra in tour promozionale.
È pensionato, fino a un paio di anni fa aveva le serre, produceva pomodori. Da giovane in America e dall’America le canzoni: Elvis su tutti. Degli italiani ha Celentano nel cuore, ma anche Mal e gli americani che cantavano in italiano.

Oggi, ha presentato ‘Little Man’ di Sonny and Cher (sì proprio lei, col suo primo marito), canzone portata da noi al successo da Milva col titolo di ‘Piccolo ragazzo’. Piccola nazione.

Per tutto il tempo che dura il rifornimento, sportello e finestrini del suo mezzo rimangono aperti. Gode a spandere a volume altissimo la sua musica, il suo verbo.

Io gli chiedo della sua passione, lo ascolto. Contenti e rintronati poi ognuno per la sua via.

Poesia a lume di naso (intorno a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea) – Angelo Rendo

 

“[…] Il messaggio lontano della fogna
che, muta e pregna, vomita nel mare.” (p. 16)

È l’olfatto il senso più desto in D’Andrea, i ricordi aggallano, la storia è una congerie escrementizia. Ma dal titolo ci si aspetterebbe un passaggio. Altro, rispetto al subbuglio che, sin dagli esordi, ha caratterizzato la sua poesia. Invece ombra, questo essere a metà. Una sosta, quasi a rischiararsi e ristorarsi, credi. Ma all’ombra il poeta indugia troppo; non un transito ma una “seduta”, più mestiere che vocazione.

Una storia, la sua, che è talmente irrorata dalle più diverse tracce mnestiche da caricarsi sul dettato e ingarbugliare la forma, che quasi mai combacia con la sostanza.

È evidente che la malìa filosofemica affascini questa poesia e la sporchi, a quando una bonifica? Inoltre, la contemporaneità con tutti i suoi gingilli e le sue perfidie batte sotto, titilla il civismo poetico, ma non si scioglie nel verso, resta a mo’ di slogan.

XI

Eccidio, omofobia, femminicidio,
propaggini patriarcali,
benvenute effrazioni del dolore
sempre procrastinabili le scelte,
ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
la classe estinta in testate esiziali,
chiacchiere esorbitanti, nausea.
Ogni fatto morto, ogni effetto
estorto. Il dato certo risorto
in un battito irreperibile,
aquile bianche beccano lo zolfo
e il pietrisco dei Balcani;
silenzio d’Europa e connivenza
aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
confezionate a triplo strato
con pascoli di capre, markor, argali
a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
dei complotti. Piangevamo
il distanziamento intellettuale,
l’alibi e l’annientamento telecomandato
di ras afroasiatici.
Il seguito fu un’origine fragorosa
di acronimi e sintesi verbali,
geroglifici, emoticon, messaggi
connessi in una trama arcipelago.
Bottiglie da un territorio archiviabile,
nella presenza ridotta del respiro
umorale, degli odori coperti.
Un guizzo di tempesta, i tropici
ai poli e il boh sempiterno
sotteso a ogni risposta.
(pag. 32)

Tutto questo sferragliare viene temporaneamente interrotto da un dittico, il poeta si ferma e si guarda allo specchio. È il momento migliore del libro. La storia è incontenibile, i ricordi non possono afferrarla, le immagini non si riannodano al puro istinto.

L’identità (o trasposizione del poeta)

Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.
(p. 38)

Quindi, la sezione “Immagini, I Ricordi”: si entra nel vivo del fuoco. Presente nume Stevens. Qui c’è controllo, resa, mentre altrove è spesso imperfetta. Qui l’aria si rarefà e uno stato di sospensione fa capolino:

Temporale estivo

L’odore di terra bagnata –
chi non lo ricorda? – s’infiltra
e in queste pareti risponde
perentoriamente altra aria,
recando passati e passando
mi dice la terra e il suo spazio.

Il tempo, che sembra volersi
aprire di slancio, rallenta
e piano sorvola strutture,
futuri intuibili, quadri,
imposte, gli oggetti di vita
raccolti scompaiono e accede
il tremito nuovi di antichi
scenari, ritorno che zoppica,
infine interviene, dapprima
sul vuoto, ricorda gli odori,
sostiene se stesso e presenzia
cadute involute al presente.

Il tempo e lo spazio, membrane,
respirano passi e cadenze
ma come in un suono sospeso
che aspetta di cogliere strade,
passaggi, gli odori che passano,
ricordi di soglie che sembrano
scomparse, che sembrano eterne.

Così della terra bagnata
mi resta da dire il ricordo
che nei pochi spazi s’appressa
e scivola presto dall’ora
all’oggi, attraverso il ritorno
di questo mio essere in terra,
sia monito o sia promemoria
ripete un sentire diverso.
(p. 50)

La storia, le immagini, il racconto: il ricordo a tentare di sostenerle; ma già in “Era nel racconto” la struttura del libro sembra essere divorata dal poemetto che chiude la sezione; è come se l’esile equilibrio su cui si fonda questo ‘transito’ venisse sconvolto dalla marea montante di detriti alluvionali.

Il libro potrebbe finire, sfigurato, con questa sezione; invece se ne apre un’altra, “Zone recintate”. Poesie disperse, come quelle dell’ultima sezione (“Notturni”), delle quali si sarebbe fatto volentieri a meno.

Una poesia fatta di relazioni sconnesse, afflitta da lungaggini, “accampata nel semibuio”.

Cani borghesi e ricchi da mannara* – Angelo Rendo

Non ci vedevamo da tempo. E il cane, non sapendo chi fosse, gli faceva le feste.

– Hai visto chi c’è? C’è Rok! – gli diciamo.
– Chi?? Ah sì, ma è un cane troppo borghese, io ho quattro cani di mannara! – esclama beffardo con sufficienza.

Quindi ci saluta e se ne va. Col suo nuovo, fiammante Discovery Range Rover.

*mannara = gregge