Del discorso ozioso – Angelo Rendo

Ciao ripeteva e poi ancora ciao ciao rivolto al cielo, al gallo e al cavallo, e ad ogni uomo naturalmente, ovunque ciao stai bene salute. Mellifluo. Salutava tutti l’ozioso, era la sua occupazione; anche quando discorreva, non faceva che tramare saluti. Educato, educatissimo. Veleno.
Non badava che al saluto, ciao buonasera grazie e cerimonie per erigere mura. Mura di male, che incerava, mancando dell’estremo dono, scassava la minchia, l’ozioso, malcerto e presuntuoso, inane scrittore di numeri conchiusi e morti.
Lo cercavano tra i vivi, ma era schiavo del perbenismo zotico e cialtronesco, figlio del popolino, ringalluzzitosi in sofismi e regalità.

Per la cruna dell’astrazione possono passare due cose: una vecchia idea, glabra o pelosa, o il nucleo di un astro duro.

Annunci

Crosta – Angelo Rendo

L’anno scorso, a fine novembre, mi trovavo a Palermo.

Quel che scrivo affiora da appunti lasciati per strada, a suo tempo, scartati da un’altra vena battente. E ora riapparsi.

Dopo averla forata passo passo, Palermo, da Ballarò alla Zisa, prima di tornare nel mio alloggio, in via dei Calderai, ricordo volli sostare dentro la chiesa di San Giuseppe dei Teatini, dalla cui volta – era tardo pomeriggio, la chiesa buia – non venne che un nero di crosta. Rimasi stonato. Una ferita, pensai, e ora tutto è secco e pieno di volvoli; dallo scuro nulla sporgeva se non minerali, silicati, rocce, miniature di catene montuose.
Poi venni a sapere che tetto, volta e affreschi erano stati ricostruiti. La chiesa bombardata. E quel lutto, chiaramente, custodiva il sottosopra di ogni fedele.

L’inchino – Angelo Rendo

Prima di risalire in macchina, il giapponese – un assistente alla fotografia, in provincia per lavoro – si è inchinato verso di me, come del resto aveva già fatto all’arrivo; e mi ha tagliato la mano. Dapprima non avevo fatto caso, dopo sì, a quel potere vivifico. Invadente la stretta di mano, fanfarona. Quanto bene e dolcemente l’inchino piega invece chi lo riceve.

PADRE FIGLIO E SPIRITO SANTO – Angelo Rendo

Ah signora, veda che da oggi trova anche le bombole di gpl per uso domestico. Bene, bene, sarà per la prossima volta, la scorsa settimana ne ho presa una che si è rivelata difettosa, mai mi era capitato di riportarla indietro, perdeva. Sa cosa faceva la buonanima di mio padre per verificare non ci fossero perdite? Avvicinava la fiamma dell’accendino al regolatore. Faceva sempre così.

Bubbusettete – Angelo Rendo

Siamo sempre stati lontani dal rifiuto, ci siamo lavati con l’acciaio e con la pietra nelle fredde acque dell’afflizione. Poi salvi e finiti, attaccati alle riserve, annichiliti, apprese le tecniche di attacco, illuminavamo la base. E la perfetta forma era un limite inoltrepassabile, bella brutta e già partita.

I burattinai tengono alla calligrafia e il loro calore è disperso nell’arte più certa. Quella del come se, facilmente accoltellabile alle spalle.

Concentrando le convenzioni nel cuore, amore e creazione disciplinano il dubbio e il suo alto edificio.

L’erudizione esaurisce l’equilibrio poetico, piegandolo all’estetismo.

Il fabbro può anche intuire la fede, la farfalla la costruisce.

Su quel vaso di fiori si posa la mente inequivocabile e senza bordo e fugge la giustizia.

Vuoto e identico all’ignoranza, inseparabile dall’intelletto, l’istinto rotola nelle ere, vestito di nascita e morte, mite, lancia la libertà oltre la logica.

Pragmatica del respiro – Angelo Rendo

Cosa possiamo dire del nostro respiro? Possiamo farcene un vanto?
Ritorniamo perché dobbiamo, anche quando non sembra possibile.

Si dà il caso, però, che qualcuno si metta in testa di annotare il suo respiro, i suoi sospiri. Possiamo accettare che il respiro diventi una discriminante fra ciò che si dice e ciò che si scrive? No, certamente. Quel che è scritto è un respiro più perso di quel che è stato detto. Chi può riaverlo non respira, prima di averlo scritto.

Capita che non ritorni. Quello è il momento saliente, quando i parenti esclamano ‘Maria, quanto è brutto!’
Qualcuno di loro proverà a sostenere la fantasia del sospiroso plaudendo: ‘Certo lui ne ha tanta.’
Tanta ma quanta? – chiederà la voce dell’ufficialità. Verranno gli effetti della capitalizzazione, della posizione sociale, della fine della fantasia.

Contemporanei della munnizza – Angelo Rendo

È da quattro anni che viviamo qui a Marina di Ragusa, siamo fuggiti da Palermo dopo che è nata la nostra bimba. Ce ne siamo andati per la munnizza.
Munnizza ovunque, sulle cime dei monti, alle pendici, veleni, anche qui ora alla foce dell’Irminio e a Pantalica pure, munnizza; diamo il tempo all’autostrada di attraversare la provincia di Ragusa, forza! I barbari non aspettano altro.
Cosa ci appartiene ora, in questo momento? La munnizza, il disordine, che mondo, intanto fregatene, costruisci sul letto del fiume, permetti che ti permetto. Qualcuno sta preparando un altro mondo, un’altra intelligenza sta saturando ogni dove. Butta tutta la merda che hai dentro fuori, stiamo andando via, a dire il vero qualcuno prima di noi, noi schiatta di agenti corrotti senza lingua.

LA PREGHIERA DI UNA MACCHINA (Glossa a ‘Essere una macchina’, Mark O’Connell) – Angelo Rendo

Dell’eterno non vedeva nulla, tenacemente i frammenti restavano attaccati a un grigio velo, che restituiva la concezione di un tempo relativo.

Dapprincipio la pace, che è invisibile e sfinita, a cui non si può giungere se non a patto di distruggere l’espressione. Nuda e senza parola, infuocata, assente e smisurata. La vide senza riflessi, non legata a niente, troppo sveglia da sembrare non pervenuta e non assecondabile per quella via.
Certo, era il tempo dell’ordine inesperito, che spingeva al cambiamento di stato e negava la legge. Poi che tutto divenne fermo, si fece avanti il sogno. E l’insondabile perse la somiglianza con l’eterno.

Mutavano le idee sotto il dominio della sofferenza e un cielo chiuso in un vaso beneficava il cuore.

Signore della veglia, che scintilli nell’apparenza e nel fuoco dell’errore, vela la cognizione ordinaria e dissolvi il mondo senza alcuna spiegazione, guida il sonno oltre ogni logica impura e indimostrata. Oltre ogni soluzione. Pregava.

Sui fondamenti delle verità nascoste – Angelo Rendo

Madonna umidità, pioggia, zanzare, caldo, mosche, trombe d’aria una va una viene! – facendo mostra di perdere pazienza e riguardo per il creato l’uomo secco e calvo; manco il tempo che io arrivassi a udire per bene che, seduto con la sua stampella, dalla veranda del bar Dio tuonò “Cosa temi, tu, trombe, che di capello non te ne è rimasto nemmeno uno.” contro l’uomo secco e calvo.

Dio aveva i baffi, ed era quasi completamente pelato, se solo una mezza corona lanuginosa non gli avesse stretto nuca e tempie. Grazie alle sue difficoltà deambulatorie divinava sui fondamenti delle verità nascoste.

“LA NATURA CHE ESISTE E L’UMANITÀ CHE DIVIENE” – Angelo Rendo

45143754_10217458940090608_1217388263640137728_o

Liriche cinesi (1753 a.C. – 1278 d.C.), Einaudi, ed. 1957, a cura di Giorgia Valensin, prefazione di Eugenio Montale.

Copertina rigida in cartone, color verde mimetico, dorso in tela, 18 cm x 11,5 cm., pp. 250, collana Universale Einaudi.

Presumo la progettazione grafica – giocata tutta sul carattere, le dimensioni e i netti contrasti in un contesto di risoluta essenzialità – sia di Albe Steiner, il quale invita il lettore subito al centro, dentro una fitta foresta millenaria.

“La natura che esiste e l’umanità che diviene”: così Montale nella prefazione distingue i due mondi, l’orientale dall’occidentale.

45130781_10217459029012831_5136710740610121728_o.jpg