IL MALOPPÈLO – Angelo Rendo

Poiché non dovrebbe fregarcene nulla – e invece poi uno ci cade, per amor del cielo, o di cose da poco – lascio aperta questa fontanella anteriore, strizzo gli occhi, e ricevo uno dei più saldi colpi uomo possa ricevere per potersi dire uomo.

Il maloppèlo? Cos’è?? Premesso a qualcuno interessi saperlo, non avrei voglia di dirvelo, sempre per stare a quella accortezza massima che distingue uomo da uomo, poi però uno ci cade, perché non è forse bello far notare le cose, chiamarle per nome, quando tutti se ne impipano e non vedono quanto siano reali, ci tocchino e ci facciano sparire, se vogliono, senza troppi scrupoli?

Il maloppèlo non è propriamente il garbuglio, si gloria, piuttosto, in carbonchio, in pustola. Chi ha il maloppèlo, ce l’ha dentro lo stomaco, quella rabbia cieca e dotta, quel villo andato a male, corrotto, quell’infezione covante nelle viscere e che cenere le fa. Se ne vedete uno, che soffre di maloppèlo, confortatelo, lui non vi può vedere, benché, da parte vostra, prendere il volo e torcere la frase per troppo umana pietà, lo libererebbe.

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USO IMPROPRIO – Denis Montebello (trad. Angelo Rendo)

{Un racconto breve e strepitoso di Montebello, apparso sul suo blog.
Grazie Denis!}

Rileggendo un vecchio testo nel quale credeva molto, nonostante fosse giunto quasi alla fine, non smetteva di meravigliarsi. Molto tempo dopo, e dopo alcuni importanti rifiuti – cosa che, piuttosto, lo aveva oltremodo spinto a provarci con editori meno prestigiosi, poi con piccoli editori e persino con case clandestine o editori a pagamento – rileggendo questo manoscritto, in cui s’era imbattuto per caso durante delle grandi pulizie, e che aveva tirato fuori dal cassetto e aperto un’ultima volta, prima di distruggerlo, affinché di esso, nel quale lui aveva tanto creduto, non rimanessero che rimpianti, scopre, trent’anni dopo, di aver digitato (con l’indice della mano destra, che è sempre – sebbene sia passato dalla Remington alla tastiera, e si sia convertito con vero entusiasmo al computer – lo stesso dito a digitare) “mésuser” invece di “méduser”, ovvero ‘usare impropriamente’ invece di ‘sbalordire’. E poiché non c’era un correttore, un Robert che non s’era preso la briga di consultare – aveva fretta di finire ed era sicuro dell’ortografia – il refuso era rimasto. Che lo contempli pure sbalordito ora, e al tempo stesso rassicurato. Dentro questo guscio tutto ciò che c’è di più banale, che ci farebbe al massimo sorridere, egli vede – non riesce ancora a schiodarsi – le ragioni del suo insuccesso.

Bookbreakfast – Angelo Rendo

Stamattina mi alzo, fresco, alle 7:17. Non penso che a dirigermi in cucina, in testa un desiderio. Arrunchio in fretta una tovaglia, la dispongo sul tavolo: latte, due fette biscottate con crema Pan di Stelle, quattro gocciole Paresi extradark. Malauguratamente, mi viene la felice idea di sollevare alta la tovaglia per meglio sistemarla, come fosse stato un vassoio, e combino un lacio. Provvedo a rassettare il tutto, scomposto e pericolante, e a passar di straccio il pavimento. E a rimettere il latte sul fornello. Intanto penso a Petunia Ollister, intensamente. E al libro che ha fatto perdere l’equilibrio alla tovaglia. S’era nascosto sotto e non era picciol cosa convincerlo a venir fuori. Ecco il caso di un oggetto, soggetto alla moda, dannifico e che la moda spernacchia.

Nato con la camicia – Angelo Rendo

Ma perché lei che lavoro faceva? Chi io, io sono nato con la camicia, la vede, e si prende il bavero e me lo mostra e tutta se la tasta, e non me la tolgo mai, la bacio di continuo. È un brav’uomo. Sono entrato nel mondo del lavoro grazie alla legge 285/77 nel 1979, quanti giovani entrammo in massa nella pubblica amministrazione in quella tornata! Dieci anni prima del previsto, poi, mi sono messo in pensione con la legge 104, la mia mamma era malata di Alzheimer, e io figlio unico. Stipendio regionale, e gran bella pensione, ho perso solo duecento euro, impiegato di terzo livello. Nel nostro piccolo museo eravamo in cinquanta circa. Dei dirigenti facevo la busta paga. Da tremare. Già tremavo per le mie, e ringraziavo la camicia.
La politica li usava come termiti, per mangiarsi lo Stato. Loro se la minavano, per lo più, spargendo seme velenoso sulle rovine.

La vita in tempo di hobby – Angelo Rendo

Non è bello passare il tempo ad aspettare la noia i più sostengono. Ed è chiaro che i più hanno in odio la vita. Che non è quel subdolo movimento chiamato viaggio, ma noia, capacità di non odiare il tempo che passa, da fermi, ché nel ciclo eterno e immemoriale siamo immobili.

Mi piace leggere e scrivere rispondo – buttandola sull’hobby – quando tutti i più grandi sistemi vitali scorrono davanti ai nostri occhi, si intensificano in reti di inestricabile potenza e paiono assumere sembianze umane pestifere e beffarde, mentre, in tutta onestà, l’occupazione più seria è far finta di averne, di hobbies.

Un porco – Angelo Rendo

Non lo vedevo da quasi due anni, ricostruiamo; m’ero dimenticato della sua esistenza. Eh sì, sono rientrato a Napoli, il locale che avevo aperto qui, poi, non mi andò bene, ma ora sono ritornato, e faccio l’informatico in un’azienda. Te ti trovo bene, in forma, dimagrito. Io song ingrassat, invece.

In effetti, avevo dato un’occhiata veloce dentro l’abitacolo che lui tiranneggiava, e certamente ingrassat m’era parso, ma non avevo idea quanto; così avevo prima farfugliat non so più cosa tra me e me – chinandomi ad innestare la pistola – e dopo m’ero a malincuore lasciato scappare Ah sì, sei un po’ ingrassato.

‘A facci du caz… un po’!? risponde. Armeggia con lo sportello difettoso, e scende.

Credo voglia farmi rimangiare quel mio “un po’” di ipocrita discrezione, mostrandosi per intero. Pronto alla macellazione.

Vedo.

S’è fatto molto grande, è senza maglietta, tutto il torso in vista, il pancione pieno di smagliature, ed è molto sudato. Non c’è di che vergognarsi. Un porco.

TENIA E SREGOLATEZZA – Angelo Rendo

Della sregolatezza dell’artista s’è detto, si ciancia, e si continua a dire, senza che nessuno s’alzi e faccia saltare la tavola imbandita; di quanto si perde di ciò che resta no, poco si scrive, invece.
Crollano le immagini mentali degli artisti col loro teatro. E un indomabile e demonico faustismo disincarna la materia, trasferendo calchi di parole dentro suoni ottusi.