Nomen Numen – Angelo Rendo

A Pisa, dove ho studiato, e in via Bovio, dove abitavo – oltre al circolo Arci Agorà, che arrivò dopo – insistevano altri esercizi, pochi e malmessi. Ricordo con affetto l’ossessivo “Targhe, incisioni, timbri Scarpellini”, e il severo “Possenti Impianti”, per esempio. O di via San Martino, subito a sinistra, uscendo di casa e scendendo per via Gori, ricordo con tremore e disincanto la temeraria “Macelleria Sbrana”. Ahi!

Il tempo ascolta – Denis Montebello (trad. Angelo Rendo)

[Una prosa fintamente lirica, tanto docile quanto minacciosa, come il tempo oggi e sempre. Un sapido boccone dello scrittore francese Montebello, che ringrazio. A. R.
Il testo francese originale qui]

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La stessa cosa o quasi in occitano, la stessa qualità del silenzio, la stessa inquietudine nell’azzurro, che sembra lì dimorare per l’eternità, nell’aria che si respira, davvero troppo pura, talmente leggera da diventar pesante, carica di minacce, come nel Poitou “un esercito di preti”, grande gregge di nuvole nere.

Credo di aver sentito o letto questo occitano. Dalla bocca o dalla penna di Jaurès. Ma è possibile che io abbia sognato il discorso o il testo in cui questo silenzio, anche se non si sente, assedia le parole e le trasforma nel loro contrario, come se l’occitano, non contento di tormentare il francese col suo sinistro silenzio, predicesse i temporali a venire. Per avvertirci e, chi lo sa, per proteggerci.

Quel che è certo è che questa mattina gli uccelli del malaugurio hanno lasciato il mio palmo. Il cielo è limpido, l’azzurro purissimo, e la tempesta, annunciata per stasera, passerà. Come i ricordi.

Atopia, o dell’invenzione del Fantacalcio – Angelo Rendo

Avevo un quadernetto. E un almanacco
di calcio.
E una penna, che ad occhi chiusi
sulla tabella dei risultati dell’anno
prima tiranneggiava.

Per ogni coppia di squadre
la penna dall’alto cadeva
su tondi o strambi numeri.

Squadre titolate contro squadre
persino dell’Interregionale.
Organici stravolti dalla penna.

E capitava che il Mascalucia giocasse
contro una Juve che nulla poteva.
O che il cannoniere di questa serie massima
fosse Albergatore dello Scicli.
Legnoso, scarso, scarto d’Avellino.

O che Baggio militasse in Calabria,
nella Rosarnese.

L’arte dispotica del titolo – Angelo Rendo

Il titolo è uno scatto d’ira, che scema. Il titolista è consegnato. Rimane a rigurgitare il bolo primordiale.

‘La vivezza mortuaria della tuma persa’ è per esempio un taglio alla faccia dell’insolenza. Bilanciato, animoso quanto basta, impasta la bocca di segnali. Una cesura all’enciclopedismo mal addomesticato. Non c’è impresa più stimolante di quella che, pur compiuta, parla da deposta. Come è naturale.

Clinica dei Balcani – Angelo Rendo

A tarda sera usciti dall’autostrada a Rosolini, di ritorno da Lubiana – mentre tagliavamo Rosolini lungo il suo margine occidentale per tornare a Scicli dalle contrade modicane di Trebalate e Rocciola, e proprio quando i pensieri iniziavano a inurbarsi – un cartello segnaletico a freccia, incastrato a un palo nell’angolo di una via, scivolato quasi al suolo, rompeva fiaba e incantesimo: “La clinica del tubo (impianti elettrici)”.

Chi non parla è uno spettro. E la felicità è connaturata alla parola, quandanche tardi a riconoscersi, come tarda la bellezza esaurita di Venezia – pronta ad affondare e riemergere nel sogno – ma si riconosce.

Più vai indietro, più trovi il tempo, e paesaggi urbani, grazia naturale, lindore, opacità non esibita consustanziale al destino del patimento. E potrebbe darsi che Lubiana condivida queste forme di razionalismo ermetico col trapasso del confine, che altro, se non la mano tesa di un amico?

La compostezza del clamore, l’eleganza del fugace, inserti di mutevolezza ben digerita. Poi la cristallina violenza del cielo di Zagabria, i vetri rotti e qualche edificio sordo, che solo la sfrenatezza di un pittore in lutto avrebbe potuto ridurre a massima concentrazione, nascosta nella trasparenza del vetro. Un becco di uccello piegato sul seme invisibile.