IL FANTASMA IN PRIMA LINEA – Angelo Rendo

Non ho mai pensato di essere incorporeo, o che tale rendessi me e chi a me si accompagnasse. E continuo a non pensarlo, sebbene ieri sia successo, e due volte, a distanza di nemmeno un’ora, di dover fare i conti con l’apparizione del mio fantasma, il mio sostituto gentile, me in carne ed ossa essendo presente.

Mentre provavo delle scarpe, una ragazza con un bambino in braccio ha interrotto la nostra, di noi umani, naturale inclinazione alla gravità. Ho finito di sentirmi, lei entrando fra me e il negoziante con somma disinvoltura, e rubandomi il posto senza dire un frustulo di Posso chiederle una cortesia, le rubo dieci minuti, potrebbe favorirmi la sua presenza?

Subito dopo, fermatici in una rosticceria, abbiam passato almeno cinque lunghi minuti di prima linea, fiduciosi e babbei, scambiati ex opere operato con un altro tonfo sordo da retroguardia.
Non fosse stato per il fantasma, bravo a riprendersi le sue carni sulla soglia del locale per abbandonarla, nessuno avrebbe osato chiedersi se qualcuno fosse mai entrato quella sera a chiedere una scaccia.

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IL BOMBOLARO – Angelo Rendo

Rimango sempre, e ora innesto, anzichennò, uno degli avverbi più odiosi a leggersi – ovvero stramaledettamente – nel corpo candido e asserragliato di queste righe, stramaledettamente, ripeto, ferito dalla mancanza di galateo al telefono.
Buonasera, una informazione… Ma lei è quello delle bombole? Sì. Va bene, allora avvicino.
Io non sono quello. Io sono il bombolaro. E non sono vicino, ma lontano.

Parlo in dialetto – Angelo Rendo

Non mi sono mai concesso di parlare l’italiano, nel mio paese, Scicli, o nei centri vicini, o nella mia isola. Mio, mia, miei per modo dire, ché più avanzi meno possiedi.

Quasi sempre sono qui. E quasi sempre parlo in dialetto, mentre punteggio in una lingua senza nomi, senza inflessioni, una lingua assente, che non ricordo di aver mai conosciuto prima del suo affioramento ma che, in tutta evidenza, invece, è pronta all’uso, una volta abbandonato il consorzio umano.

È il motivo per cui mi sento estraneo alle lingue d’occorrenza e consortili, appunto. Di esse beneficiano professionisti, alti e borghesi od estimatori degli uni e degli altri. Che nell’ordine mimetico sguazzano, per non cadere preda.

Da Sortino a Ferla – Angelo Rendo

Entrammo in una conchiglia, nera e dura all’esterno, tre volte concava; molle dentro. E subito venne che, senza resistenza, una donna, mal seduta su un banco, ci si mostrò dinnanzi, incurante non sapessimo che dire, a viva e gran voce discorrendo con un’amica delle minchie o minchiate di paese, somma della gratuità.
Prima, Gioseffo Bruna e Salvatore Motta – dal 1636 l’uno, dal 1838 l’altro lì, a San Sebastiano, giacenti – ci avevano soffiato trombe, polvere ed ossame sugli occhi, presto divenuti preda dei cherubini del fercolo. A Ferla.
A Sortino, invece, il conturbante pizzolo, uno dei migliori prodotti della panificazione siciliana; un monumento culinario, al quale la Matrice tenta da sempre di offrire le colonne tortili, come altrove nei paesi iblei del siracusano, ma nulla può. La dura pietra non comunica che alle stelle, le spighe alla pancia.

NUN MI NI INCHIA (URIEDDU) – Angelo Rendo

Non riesce a saziarmi, a convincermi della sua bontà, e nemmeno della sua cattiveria, puta caso ci sia questa, oppure l’altra, o questa e quella. Non mi riempie il budello (letteralmente il titolo).

Questo sintagma fa capolino, usualmente, quando si inizia a sentire l’odore dolciastro e morente della viltà, che non riesci a capire da dove provenga, sol perché ci si è guardati troppo attorno, invece di rilassarsi e inspirare lentamente nel posto giusto, dritti, di fronte, senza nemmeno il bisogno che ve lo dica qualcuno quale sia, il giusto.

PAREIDOLIA E GRAFFITI – Angelo Rendo

Che le piastrelle del bagno dei nonni erano turbate da vaghe immagini: pensavo a questo, mentre me le trovavo di fronte, ai lati e alle spalle, io all’impiedi, ieri.
Da ragazzino mi capitava spesso di attardarmi, come ora, sul basso trono per via di quel rapimento. Era la camera degli spiriti, dove riposava l’efferatezza della fantasia.

Ma c’era anche la stanza da letto; così sono andato a rivederla, come potesse iniziare a rivelarmi altro. Ché l’altro è di regola il primo passo fuori dalle proprie stanze.
E, sportomi poco poco, ho subito messo a fuoco con l’occhio sinistro (mentre il destro rimestava ancora lungo il corridoio nei ricordi) una incisione sulla viva carne dell’armadio, accanto alla maniglia, lunga lunga e stretta fra il vetro e l’apertura: RAGAN RANDY. Che era un difensore del Canada ai Mondiali del 1986 in Messico. Il cui nome, assonando col mio cognome, e tutta allitterandosi l’accoppiata, sfruculiava il mio vandalismo, il mio egotismo nominale e farsesco, e, a distanza di 33 anni l’opera non smette di gridare – di venire al senso dall’idiozia – insieme all’armadio.

METEORISMO – Angelo Rendo

Con le parole bisogna andarci piano. Il più delle volte è meglio non fare parola, figurarsi dirne. Non è raro, infatti, che chi ci va forte, prenda la via dell’aceto.
Rimango stupito da quanto si creda a chi le pronuncia e quanto, invece, bisogna che non creda chi le fa, o dice.
La fede è a prescindere, e vegeta, nell’ulteriorità, in mezzo ai campi, come uno scampolo di meteorite.

**XLIII POESIE PER 43 ANNI** – Angelo Rendo

I
Non esiste al mondo cosa
vera passa verità,
solo muto e franto
stare.

II
L’inizio non ha sembianza
si chiude nella fine.

III
Andammo per le tre cime
conseguimmo fondi e lunghe
vie.

IV
Seduta su una sedia rideva
era il giorno della fine.

V
Dal colpo di dado si nota
che l’atto non pesa l’assenza.

VI
Frequentemente l’occhio si macula
per arrivare salvo al giro.

VII
Camminavano per non sapersi dire
quale fosse il giorno l’ora
e l’eterno sorriso.

VIII
Di lato muovono le tende
attente che non si rompano.

IX
La vista arriva lontano
mare mare del sano avvenire.

X
Palme, oleandri e gigli
fra gli idranti e le cortine.

XI
Nascono miti segnature
strette e scarpe grosse.

XII
Pensano che la strada sia corta
i numeri primi e le sorti ultime.

XIII
La committenza è babba qualunque sia
il segnale
confida nella platea.

XIV
Spingiamo questo carretto sento dire
vale la pioggia non il muro.

XV
Poi scricchiolii e stente luci
per arrivare ai limoni.

XVI
Tutte le liste scelgono di rimanere
sole nell’abbraccio che l’uno serve
all’altro come lo zero all’uno.

XVII
Dove siamo arrivati non si chiede
silenziosamente al guidatore
vicini.

XVIII
Probabile l’esperimento sia stato
invalidato dalla specie che calcola.

XIX
Due o più spine non danno al cuore
piacere sconforto o mali
da rimediare al mercato.

XX
Nero o bianco tralucono dalle imposte serene.

XXI
Vedere rischia di divenire.

XXII
O gatto che qui vuoi entrare
come cane che assalta la piovra.

XXIII
Non ci siamo detti che tutto
mentre l’ora batteva la stessa ora.

XXIV
È tardi per pensare che
presto arriverà un coglione.

XXV
Vanno sempre in due ma non parlano né per me né per te.

XXVI
L’amore è un falso riflesso
fra forme che non si riconoscono.

XXVII
Siamo a metà e non ci siamo.

XXVIII
Nascono così i romanzi:
una cosa che voglio evitare.

XXIX
Presi per noia non se ne vanno
ristanno per commuovere.

XXX
Gli insipienti giurano il vero
non si può onorare la giustizia
con il vero.

XXXI
Mi disse guai a te ma sbagliò
il tempo.

XXXII
Masse di intelletti impuri
che vergano con la vergogna
la carta dell’onore.

XXXIII
A voler randomizzare le emozioni
salgono le nebbie muoiono i periti.

XXXIV
Scadono gli efferati attacchi
in minime ipotesi di pernacchie
e risa.

XXXV
La coordinazione rimpolpa
la serie ostinata di vuoti.

XXXVI
Compari, luoghi di mezzeseghe
animati da lunghi e meticolosi
pensieri.

XXXVII
Può darsi che poco resti
o molto resista del nostro
poco o tanto meglio.

XXXVIII
Sfacciati hanno visto il buio
credendo di aver fatto un affare.

XXXIX
Ogni simulazione che imperli la fronte
non è pace, ma guerra a stento
trattenuta.

XL
Il fiore della pelle i lucori avidi
dell’imprevisto.

XLI
Di quel che non si sa
dicasi di più, non sia
che si sfogli la larga
attesa in petali di oro.

XLII
Prima dell’accelerazione
il positrone rinculò
ridente.

XLIII
Avremmo finito non fosse
per la vita tombe prepari
chi legge.