Il triste virtuoso – Angelo Rendo

Chi ama la virtù si sforza di essere sempre un passo oltre rispetto alla linea inoltrepassabile. Prima di ogni altra opera, filtra. Al centro, gonfia i polmoni e fa sottile la voce, fa che sparisca.

Come punto da un tafano, ha molta cura e circospezione, non gli mancano l’ardore, i bollori e l’appetito fuori dal comune; insegue la virtù, non la lascia per corto, la tallona, la blandisce. Sollecito, pieno di scrupoli, non arretra dinanzi alla costa, la invade col suo animo fintamente delicato. Fallo per lei gli grida in testa una vocina assai zelante. Spinto ad atti emulativi, esibisce la sua lucente vanità sul palco abusato del buon nome.

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Nel dente del piastrone – Angelo Rendo

La porta rivelava un fondo. Il formato dell’una e dell’altro variavano sulla base delle lettere contenute nel dente del piastrone.

L’inizio attraversa un rifiuto, e rischia di esserne alimentato. A distanza di sicurezza dall’oggetto e dalla sua sostanza il giorno continua sulla terra la processione.

Il tempo che passa non può essere èdito. È un colpo di mano ad ammalarlo.

L’eccessivo è superficiale, riempie i suoi piani di fato, conta le dita partendo da sé, canta in parrocchia.

La Cina come catafora – Angelo Rendo

Che i nostri testi, le nostre immagini siano in balia dell’altrui volontà ci induca alla atarassia. Parola velenosa e sgraziata. Stonata. O a uno stato di ignoranza preliminare e definitiva, quel non sapere quando e se entrare o dire ciò che non andrebbe detto. Scrivere.

La proprietà intellettuale è solo un incidente di percorso. E a ben vedere l’imitazione non è altro che una forma di cannibalismo. La Cina che imita o contraffà cannibalizza per esempio lo stile, la firma, il marchio. La fame è fame.

Lavoro, identità e cittadinanza – Angelo Rendo

Un individuo che non sa più dove sta di casa, ne cerca una. In tanti non ne hanno più una. I pochi che ce l’hanno, e bella bella, parlano di cittadinanza, si infervorano, sanno. Chi non ce l’ha, di identità. Quando, però, l’identità diventa una ossessione, il vincolo democratico è rotto. Tanti piccoli io soli e lontani, ghermiti dal ratto della tolleranza.
Se pensiamo che tutto debba essere conosciuto, senza tenere in conto le reali ubbie del quotidiano, pronta è la via dispotica. A colpi d’identità si innalza il muro della distinzione. Ma la durata è nel solido, nell’indistinzione. E al centro c’è il lavoro, a cui tutti siamo chiamati, nessuno escluso.
Lavoro: parola nobile che disintermedia le sue più scontate connotazioni. Tutti chiedono diritti, ma l’inclusività passa per il dovere. Il dovere dell’uguaglianza.

Essere all’altezza – Angelo Rendo

Non è possibile trattare con chi non vuole dividere a metà il discorso.
Non possiamo ritenere giusto togliere il rimedio a chi ci fronteggia non sapendo quanto in basso cadrà.
Chi per primo parla si preoccupi che l’altro sia sua sonda. Il godimento ha una carica negativa che solo la privazione del bene più grande può reggere.
L’altezza non aziona alcun meccanismo di sopravvivenza, è l’acqua a guadagnare il mondo alla vita contro il vuoto stare.

Mimmo e il cormorano nel giorno di Natale – Angelo Rendo

Ieri mattina, giorno di Natale, quel cormorano aveva caldo, e spiegava le ali come un essere umano spiega il suo accappatoio davanti a un camino. Sul frangiflutto – senza Mimmo temere, l’uomo che alle 10:40, tolti e lasciati i vestiti a mucchietto, si è buttato a mare e, galvanizzato, ha scritto con un frustulo di canna data ora e Mi sono fatto il bagno Che Sballo e firma mimma – è rimasto a riflettere.

Li ho incrociati all’andata. Al ritorno dal pantano, invece, di Mimmo non c’erano che i calamai e la scritta sulla sabbia, lambite dagli zoccoli del cavallo che al pantano avevo incontrato e che da lì muoveva, cavalcato, verso Donnalucata. Le fide tamerici poi, i pali e la fredda e chiara lastra di sole sul mare. E quieto e quasi completamente perso al passo il ponticello.

Se m’azzurra – Angelo Rendo

Dalla falconeria o dalla caccia questo “azzurrari” di derivazione spagnola: azorar. L’azor è l’astòre (lat. accipiter), rapace particolarmente nervoso e assai versato nella trance agonistica. Tutto istinto e sprint iniziale, spaventa e sconvolge le prede.

Quando diciamo “se m’azzurra”, dunque, è chiaro che a possederci è lo spirito dell’astòre. Non un pensiero ci afferra ma un istinto esiziale che angoscia e turba gli animali del bosco. L’azzurro del cielo è solo un innocuo fondale.

Affondati nell’Èra digitale (intorno a “La vita segreta”. Tre storie vere dell’èra digitale” di Andrew O’Hahan, Adelphi) – Angelo Rendo

Correre, veloci, come coloni che si portino nelle terre da cui non si può uscire, senza temere che la verità possa aprire porte. Per ogni scoperta, per ogni rivelazione, per ogni metamorfosi non c’è dietro che un sogno. Che non lo si afferri, avvolgendosi in uno statuto fantasmatico, facile da emanare, impossibile da approvare, nullifica la proposizione. Si esiste svuotati, senza un etto di merda nell’intestino.
Preferire la morte piuttosto che aver torto: la ragione di ogni declino. Non eroismo, ma incapacità di leggere le mappe dell’altro, con le sue licenze.
Se tutti insieme i venti del creato soffiano sul digividuo, si potrà pure pensare il male, essere a pezzi, tenuti in piedi dal lezzo del compiacimento, ma la sostanza che traspare bucherà lo schermo. Lo finirà.