Giacomo da Lentini, “Mi misi mpiettu Ddiu” (versione di Angelo Rendo)

Mi misi mpiettu Ddiu
Pi jiri mpararisu,
Nô puostu ntisu riri
spàcchia ioca rira.

Ci vuogghiu iri sì
Ma ca bionda faccia a risu.
Cuntignusa facci
e taliatura aruci.

Cuomu mi sintissi cunfurtatu
A virilla pi prima mpararisu.

#

Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’aggio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.

Manuale di scrittura decreativa – Angelo Rendo

Inventare non fa per me, nessun pensiero cosciente può essere così spudorato da disporsi in parole. Sperimentare non fa per me. Non ho tempo per scrivere ciò che il saggio esorta a non fare.

Osservatore come il padre e come il nonno, come la madre e come la nonna, non riusciremo a reinventarlo, scoprirà mano mano chi è stato, passando per chi sarà.

Potrebbe accadere nulla se il per caso prende possesso dell’azione deliberata? Questo ci si chiedeva mentre temperavo la matitina.

Ho dimenticato di scrivere quanto sia bello partire da qui per finire qui.

Un dialogo incisivo non s’è mai visto. Porterebbe a ragione un’idea.

Svelare il patto silente fra lettore e lettore è compito di ogni lettore.

Sfuturati è lo stesso che sfaticati.

Non sei tenuto a oltrepassare l’ostacolo che ti fronteggia.

Guarda, non ti arrabbiare, avvicinati, là ci sei tu ma non c’è lei.
Cosa?
Può darsi.

Il taglio dato alla pagina è inattendibile, lentamente fuoriesce l’inespresso per multipli di sei.

Tra il sotto e il sopra vi è una netta linea di confine. Essa attesta l’inevitabilità del prima e del dopo e di come bisogna disporsi affinché in breve si compia il viaggio.

Accorciare la distanza, la porta è chiusa.

Che sia di breve durata o lunga l’esautorazione, resti la regola che a un ritmo deciso si accompagni un silenzio perduto per sempre. Arso.

Osserva chi grida e chi sta in silenzio, imitali, prima che possano farlo loro.

‘Non si gioca con le parole’ sono le ultime parole.

Non aver fame di dare nome: passare senza risvegliare, riprendere dai candidi viluppi del filo.

Non imporsi nulla tranne l’attiva rimozione del segreto letterario.

Un’opera vasta la si lasci al mare, a tutte le intermittenti e conosciute dinamiche del compiuto.

Qui c’è il giogo, e la sua scomparsa.

Venera il sole, l’arte rimanga in attesa.

Fino all’ultimo, piega a metà le pagine scritte, ché la riga netti l’identità più estrema.

Nel 4000 non parleremo più.

Felicità, levità si chiede, alla luce del sole. Al suo colmo.

Il ricordo bussa alla porta, stretto a un bastone, claudicante, tossisce e prende gli odori alla stregua di un cane dallo sguardo altero e il naso all’insù. Pensa ma non sente, riprende il suo cammino all’indietro.

Quel che è avvenuto non sempre risponde, spesso si attarda al blocco di partenza.

Nel viaggio può capitare si riesca a sacrificare un appunto, è la cosa migliore tu abbia scritto.

Pensa al reale, quindi scordatelo, la fantasia è sparita.

Due parole, solo due parole, per suscitare la tempesta.

L’insofferenza si conferma tratto distintivo di chi vuol farla lunga, la smania di ogni autore, che sorveglia i percorsi sulla propria mappa.

Oltre a questa cornice da cui sporge, cosa avrebbe potuto sperare, signora? Di essere la creativa più in vista del villaggio? La verità è che l’élan ultimativo mal si adatta alla logica.

Certo, è vero, potremmo pure riscrivere questa puntata, o persino le precedenti, non perderemmo nulla. Dire poco, niente, e una sola volta.

Viviamo per l’immaterialità. Ogni creazione è immateriale. Raccogliamo oggetti, sentimenti e pensieri con l’intento un giorno possano farsi carne. Non è così.

È impagabile dalle altezze più grandi seguire il filo spezzato di ogni vita.

Non hai bisogno di enfasi, o, se proprio non puoi farne a meno, non seguire questo consiglio. Nessun consiglio giova.

Non puoi cavare nulla da chi esce dall’acqua completamente asciutto. Se ne parla come di un miracolo, ma è nel genio delle cose la solidarietà fra l’ordine della coscienza e il disordine della scienza.

Al simile non rispondere facendo finta non ti riguardi, snaturerai il tuo nome. Cerca invece una stanza, dove il tu possa scambiarsi di posto col noi.

Alla storia non hanno riservato che testimonianze, memoria, mentre la vampa la fa cenere.

Chi parte ‘con l’idea di’ non ne farà mai a meno, eccetto che non si faccia largo nella sua mente un comando: fare presto e bene.

Lo spazio bianco non lascia presagire nulla di buono, arrivano le luci della storia.

Non sai perché? Levaci mano.

Non hai un piano? Ritirati.

La frase imbarca acqua, affonda, se l’aria ha voce nasale, rotta agli urti e famelica.

Prova a sentire la più piccola emozione – piccola, umile e fugace emozione – ricordati, non c’è più nulla di ciò che pensavamo ci fosse.

Non è un caso il fumo si spanda prima ancora che le parole arrivino a cottura.

Il marcio maschera il soffio sottile dell’inesperienza.

Gli esperti, dopo aver servito il piatto, si infilano due dita nel cannarozzo.

Rimanere rinchiusi nel letteralismo, prima che arrivi la persecuzione.

Tutti ricercano un premio, poiché vivono. Un taccuino, una rete ampia di contatti, un missile, una navicella, il neoliberismo, la religione.

Vedrete le parole più importanti, arrivano prima, e non se ne vanno più.

L’energia giunge al vertice – dopo aver circolato fra i sassi – durante la sepoltura. È un approccio vertiginoso al problema della forma. Vi è uno specchio sottoterra, e un nido: il debito, non la bulimia.

I PIÙ ALTI CANTI D’AMORE – Angelo Rendo

Vorrei scrivere tanto, ma sono troppo occupato dal rispondere al bisogno umorista, non mi serve scrivere. Certe giunture hanno iniziato ad assumere un’altra articolazione. Come se chi ci parla non dovesse più rincasare. Ma, a ben vedere, è lo stesso che un autore chiami chi non voglia essere chiamato. Lo spirito si perde sempre nei peggiori momenti della storia. Così dice chi non ha mai pensato al dicibile, a quale paradosso neghi la parola alla parola in un cortile. Nelle più aperte stanze della terra c’è chi lotta per chiudere una partita, mentre in ogni segreta corte i più alti canti d’amore.

È un’altra cosa. Un’altra cosa quella che voglio dirmi, magari non la si trova che nel giorno. O forse abbiamo paura che di giorno viva la notte. Non è che un’affermazione l’augurio che tutti noi abbiamo elevato ad essa.

Scriverei quel che non canto, solo fosse mortale quel mondo, la parola che lo scrive. Ma quel mondo non è che lo sguardo più delicato del destriero dell’ultima cosa rimasta.

Quale sia il panorama potremmo non più saperlo, o averlo visto dalla notte del tempo, benché l’acqua non fluisca se togliamo ogni nesso.

Dimentichiamo il peso, la coorte romantica che circonda le generazioni paghe di visioni.

UN CONTINENTE ALLA DERIVA – Angelo Rendo

[Naipaul, “Dolore”, nella nuova collana digitale ‘Microgrammi’ di Adelphi.]

Naipaul soppesa il lutto: il dolore ne è il precipitato. Esso non ha luogo, se non in quella soluzione chiamata vita. E non ha niente a che fare con la parola dolore questo dolore.

La parabola delle tre esistenze che nello scritto si incrociano oscilla sopra un regime vocazionale intriso di umorismo e astuzia. Che è poi lo stato assoluto di quel continente alla deriva chiamato Scrittura.

IL COLMO DELLA MISURA – Angelo Rendo

I giovani e i vecchi sono i più restii al suo cospetto. Gli uni non la conoscono, gli altri, che la sanno, hanno gettato il metro. Il metro rimette ogni cosa al proprio posto, livella. E misura la distanza fra inerzia e sparizione. La misura è il presentimento, il nodo insolubile, l’apparizione violenta della quiete. Chiedersi cosa si prova e non saperlo dire. Ecco il colmo.

LE CREAZIONI DEL SUONO (Wallace Stevens – trad. Angelo Rendo)

Se la poesia di X era musica,
che gli veniva da sola,
senza nemmeno comprenderla, uscendo dal muro

o sul soffitto, dentro suoni non scelti,
o scelti velocemente, in una libertà
che era il loro elemento, non sapremmo

che X è un ostacolo, un uomo
troppo se stesso, e che sono migliori le parole
senza un autore, senza un poeta,

o di un autore separato, un poeta che non è poeta,
che ci cresce dentro e da noi esce, intelligente
al di là dell’intelligenza, un uomo artificiale

a distanza, un espositore secondario,
un essere di suono, al quale nessuno si avvicina
uscendo fuori dal seminato. Da lui, raccogliamo.

Dite a X che la lingua non è silenzio sporco
ripulito. È un silenzio ancora più sporco.
È più di un’imitazione per l’orecchio.

Egli non ha questa complicazione venerabile.
Le sue poesie non sono della seconda parte della vita.
Non complicano la vista del visibile

né, riecheggiando, conducono la mente
su trombe particolari, a loro volta spinte
dalle peculiarità spontanee del suono.

Non ci diciamo come nelle poesie,
ma in sillabe che nascono dal pavimento,
lievitando come parole impronunciabili.

THE CREATIONS OF SOUND

If the poetry of X was music,
So that it came to him of its own,
Without understanding, out of the wall

Or in the ceiling, in sounds not chosen,
Or chosen quickly, in a freedom
That was their element, we should not know

That X is an obstruction, a man
Too exactly himself, and that there are words
Better without an author, without a poet,

Or having a separate author, a different poet,
An accretion from ourselves, intelligent
Beyond intelligence, an artificial man

At a distance, a secondary expositor,
A being of sound, whom one does not approach
Through any exaggeration. From him, we collect.

Tell X that speech is not dirty silence
Clarified. It is silence made dirtier.
It is more than an imitation for the ear.

He lacks this venerable complication.
His poems are not of the second part of life.
They do not make the visible a little hard

To see nor, reverberating, eke out the mind
Or peculiar horns, themselves eked out
By the spontaneous particulars of sound.

We do not say ourselves like that in poems.
We say ourselves in syllables that rise
From the floor, rising in speech we do not speak.

RESET – Angelo Rendo

È venuto da Marina di Ragusa, in vesti da lavoro e con una lisa magliettina a maniche corte, bello in carne e gioviale, accaldato, settantenne direi. Iperteso, diabetico, ma magari no. Si carica la bombola e sorride. Ridiamo guardandoci. E che cosa dobbiamo fare, ci hanno rizzittati (rassettati, riposizionati, resettati, azzerati) esclama in dialetto. Non c’è scampo, mi rimbecca, lei ha la mascherina, ma non c’è mascherina che tenga. Rimarrà chi è più forte. Dopo cinque minuti arriva un altro, in pantaloncini, lo stoppo subito, prima che esprima la sua richiesta, Anche lei viene da Marina di Rg, vero? Sì, è da due settimane che sono in pantaloncini. Ha ricci fitti, a guisa di anelletti per la pasta alla Norma, incollati al cranio, e l’occhio ha giurbino.