Panini trasgressivi (Ghià Lughià!) – Angelo Rendo

‘Spiriu’. Ed è come se il soggetto si fosse nascosto in un regno incredibile, tanto veloce la sparizione. Un missile. È sparito, è stato spedito, è spirato. Dove? Un soffio sopra una candelina. Un panino divorato senza pensiero. O, forsanche, ‘spiriu’ parte del nostro tempo.

L’uomo della foto  è stato un leggendario paniniere puro: Luciano, scomparso qualche anno fa. Operava a Marina di Ragusa negli anni Novanta. A lui è legato il ricordo della mia – e di tanta parte di tiratardi dell’intera provincia – tarda adolescenza, ai suoi saporitissimi panini bombalerci, ai suoi modi spicci e cordiali, alla moglie, allo ‘schiavo’ di cui non ricordo il nome – che Lughià chiamava nell’agone solo per dare un colpo di scopa alla pedana.

Ghià Lughià! 

Come non ricordare la notte in cui tirò giù dal muro alle sue spalle con uno strofinaccio per la polvere –  col quale puliva le mani tra un panino e una fetta di porchetta – e calpestò con molta nonchalance una blattina, per poi continuare il suo magnum opus… E frotte di ragazzi non l’abbiamo mai abbandonato. Non lo abbandoniamo.

Ghià Lughià!

Neonato – Angelo Rendo

Lo coglievo al petto, nel punto in cui è cucita la griffe, e subito gli cascavano una dopo l’altra le zeppe incastrate fra un mattoncino e l’altro. Sgusciavano dalla culla e gli si riannodavano alla coda. Piangeva e rideva; tremava: una testa piena di dottrina bavosa, un alito fetido per troppo calcolo. L’occhio a terra.

Un lungo e largo mantello ricopriva istanti, pensieri e terre emerse da giorni e subitaneamente riassorbite. Andava così. Una idea fissa che non garantiva più la lealtà, o il riguardo. Sarebbe stato troppo facile, troppo difficile tenersi a caldo un posto a vita. Guardavo chi mi esponeva il suo sistema come un neonato le ombre.

Perfezione – Angelo Rendo

Quando piove, come ora, e molto, e attendi che non cambi nulla, che tutto rimanga tale, nascosto fra la siepe d’oleandro, il mondo, la mescola antidiluviana delle terre e delle arie dure e rarefatte, improvviso risale lo sbadiglio lupigno uauauaua dalla caverna. E compie l’opera.

***

Perfezione

Quando piove,
come ora, e molto,
e attendi che non cambi
nulla, che tutto
rimanga tale, nascosto
fra la siepe d’oleandro, il mondo,
la mescola antidiluviana delle terre
e delle arie dure e rarefatte,

improvviso
risale lo sbadiglio
lupigno
uauauaua dalla caverna.
E compie l’opera.

Io penso te tu non pensare me – Angelo Rendo

Nella dashboard del blog Nabanassar, nel riquadro “Termini ricercati nei motori di ricerca”, oggi è comparsa la seguente stringa alfabetica: “io penso te tu non pensare me a cavallo”. Che in versi potremmo ricomporre così “io penso te tu/non pensare me a/cavallo” nella bara dell’amore di una donna ingenua per un uomo porco. O di una donna paranoica per un uomo buono. Oppure ancora di una donna infelice nel chiuso di una casa o di una perpetua in quello di una chiesa per un prete o per un cavaliere d’alta tavola.

O forse una languida donna alla barra stimorata ha digitato i tre versi sopra, con tutte le forze tesa a garantire la pudicizia di cagna gnesta; o un uomo, insicuro del proprio uomo, temendo di essere sostituito da un cavallo; o un uomo onesto, talmente onesto da non farsi passare per il principe azzurro; o un ragazzo – il quale assicura la mamma, non stia a preoccuparsi, ha fatto i compiti, è nella casa del compagnetto di classe, non a scorrazzare col cavallo del nonno per i campi, e nemmeno a lezione di equitazione – ha scritto sulla barra quelle parole sotto. E la barra gli ha dato il nostro indirizzo.
Ma a svelare il significato di questo pezzo è Lea: la vera cagna, la Mamma Cagna – invasata – abbaia a molle lingua che “io penso te tu non pensare me a cavallo” non è che un frustulo epitalamico di Quintino Sella, scritto in un accesso di libidine imperativa per la moglie, poco prima di partire.
Come una vuota distesa d’acqua, che d’acqua non sa, attira terra da tutti i pori e, riempita, sussurra all’azzurro che nulla si muove, una cosa contro l’altra sta. Duro sentire il sussurro, vedere l’azzurro nella macina che ogni cosa frantuma. Ma di ciò che non si vede la volontà s’abbiglia.