nabanassar

Nabanassar è nato nel 2002

Muta – Angelo Rendo

by Rendo

In un discorso piano nulla dovrebbe esser detto del futuro, cuocendo al limite – come un’ammenda che ogni atto creativo genera – la disposizione strofica del caso.

I facilitatori, quelli che oliano per benino le serrature dell’aldilà, riservandosi l’intera porzione di vita, perdono di vista il pudore del misurabile. Irriguardosi verso ogni scienza. Muta.

Che cosa? – Angelo Rendo

by Rendo

Qualcosa che non se ne va, che ti porti fino alla tomba, qualcosa che ti chiama, impressa a un metro e sessanta. A lei le regole, o le evasioni, o le moltiplicazioni della ragione, o il mare del sentimento. Di fronte a lei, che è grande: negarla o riconoscerla. O al caso, che governa sempre l’ultima azione, prima di ogni ragione.

L’errore. E la sorte ti è contro. E la verità ritorna nell’angolo dal quale non si è mai smossa.

Immondizia – Angelo Rendo

by Rendo

Il giudizio non fa mondo. E questa nota non può che invadere il giudizio.

Era come se portassi in casa immondizia, portandone a casa.

Calchiamo sul basso e la colonna d’aria preme e gonfia l’otre fino all’inossidabile: quel che non si ode.

Numero e parola – Angelo Rendo

by Rendo

I merli, le gazze e i colombacci – che furtivi s’avventano sulla pastura sparsa dal vento che spazza le aiuole vicine –  preso il boccone e spiccato il volo, la coda dell’occhio coglie. E per macchine, appena giunte alla colonnina, li scambia. Una coda sfinita mi induce ad alzarmi e, dopo l’abbaglio, a rimettermi subito a sedere.

Così parlò un matematico, che sempre seppe d’essere poeta dentro il cuore suo, la buona volta in cui tutto ciò che si è convinti di aver capito non vide mai più.

Incontri – Angelo Rendo

by Rendo

Un padre, che ha perso il figlio poco più che diciottenne in un incidente stradale alla fine del secolo scorso, mi ha fatto mettere a piangere. Un incontro casuale, all’impiedi in un corridoio; chi sono io, chi mio padre, i miei parenti, io invece sono il padre di; traslo la sua faccia in altro corpo, e vedo il figlio cancellato, senza confini; i tratti del volto come linee di costa e selle che conducono al viso di un altro signore, collega del padre.

Pena, vivissima pena, vent’anni e il nero ancora risplende: corpo, abiti, viso e cappello; un vuoto che chiama, desidera affetto, partecipazione a un dolore senza fine.

Te lo dico io chi sono, anche se non mi conosci e siamo dello stesso paese. Io sono il padre di un morto di morte violenta. Ci ha lasciati poveri e pazzi. Aiutami a portare questa croce in questo tratto che ci unisce. Piangi e porta la mia pena.

Cerco di trattenermi, ma non credo possa riuscirci, lui apre il portafogli e mi mostra la foto del figlio, me lo ricordo, lo conoscevo, ci salutavamo, era un ragazzo mite. Distolgo lo sguardo dai suoi occhi, provo a parlare d’altro, il figlio mi guarda, lui mi fissa e io ritorno, soli nel corridoio. Piango, saluto, forte la mano gli stringo. Buone cose, gli dico. E, andandomene, mi accorgo di avere stretta alla mia mano destra la sua.

La lucidità – Angelo Rendo

by Rendo

Chi tu nomini conservi la lucidità che la disgregazione preserva, essendo la finitudine una bizzarria del creato.
Afferrare parole, infatti, non è opera resa al creatore. Innocuo lo sforzo alieno da meraviglia.

Risate – Angelo Rendo

by Rendo

Un vento sottile e gelido di tramontana stamane. Mi copro col cappuccio del piumino: un orsetto, né più né meno. Esco dal gabbiotto in cemento armato, e la giovane cliente scoppia a ridere. Che farci? E quella continua a ridere, ora a crepapelle. Boh? Arriva un’altra macchina. Un ragazzo saluta prima lei, poi me, e ride. Ridono. Parlo e non sentono. Ripartono.

Rientro. E alla mise aggiungo gli occhiali da sole a specchio. Dopo dieci minuti si ferma un professionista, piange sconsolato. Allora, mi tolgo gli occhiali, gli asciugo, forzando la sua ritrosia, le lagrime, mi tolgo il piumino, lo invito a inforcare i miei occhiali, lo aiuto a infilare le maniche del piumino, gli alzo il cappuccio e glielo premo ben bene in testa.

E mi piego dalle risate senza consolazione.

Cornuti – Angelo Rendo

by Rendo

Mi sono rimaste appiccicate con la saliva appena quattro nozioni di catechesi, per fortuna.

Il primo numero, quello al centro, il penultimo, l’estremo: quanto patire, battuti dal vento e dalla pioggia, i primi e gli ultimi; al centro la vita ribolle: bara.

Non è per nulla chiaro se chi sta seduto accanto ad un altro abbia una funzione. Certo, su una sedia può finire la vita.

Un lettore devoto, silenzioso, comprensivo, in ascolto e non cerimonioso.

La flemma rigorista, l’inutilità della scuola, l’estremismo laico, l’obiezione di coscienza come vessillo castale: la quiete è disturbata così dai cornuti sacerdoti della ragione.

Nunciante – Francesco Lauretta per Andrea Di Marco

by Rendo

ANDREA DI MARCO. Endemico

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[Ad Agrigento, presso FAM Fabbriche Chiaramontane, si celebra a partire da Sabato 28 Marzo 2015 fino a Domenica 14 Giugno, a due anni dalla prematura scomparsa, Andrea Di Marco. In mostra trenta opere di uno tra i protagonisti della Scuola di Palermo.

Di seguito il testo in catalogo di Francesco Lauretta.]

Nell’assenza, si nota meglio il corpo. L’ora è misteriosa, quella con sole e notte, ma d’una notte che ricorda quanto un catafalco mostra, adornato come in festa, l’omaggio a quanta vita è trascorsa e a quanta morte, invece,  s’ingrassa. C’è l’ultimo in quel quadro. C’è del sacro anche, incenso quasi, evaporate  vite. Ho sentito questo attrito invisibile in visibilio davanti ai misteri, perché i misteri zampillano in esso:  se si osserva solo dentro il perimetro blu. Cosa rimarrà di noi? Cosa ci oltrepassa? E, davanti a quell’assorbente blu, a noi è lasciata la possibilità  di intonare un cantabile requiem. Lui, come un nunciante che se ne va: quel quadro che ci vede ci dice che noi, noi non possiamo sopravviverci.

Qui siamo intorno al blu.

Eppure c’è quanto basta. C’è luce. C’è infine l’abisso sulla luce. E’ finito e non, quest’opera. Non è firmata, non ancora. Quel non ancora è la nostra possibilità d’accesso. Quella luce, così nostra e differente, così differente dall’essere epigoni, lontana dai cavilli modaioli, è unica: di sola luce è pittura, qui.  E questa luce dice della resistenza, o r esistenza, o re esistenza. E con questa luce i corpi saranno di marzapane, dolci, evanescenti, inesistenti e cioè possibili nell’attrito dello stare ‘tra’:  vita (tra) morte.

Andrea sapeva, me lo aveva accennato, di questa follia dell’esistente. E la pittura è varco denso verso questo stare, è monumento che avvista il Tempo, sopratutti e sopra tutto. E’ stato un sollievo, per me, avere scoperto questo Blu. Non ancora, la sua firma come corpo mancante rende quest’opera inquieta; come il Cacciatore Gracco è unica e vagante sempre per noi, coristi di requiem.

Poetica (3) – Angelo Rendo

by Rendo

In quel punto, lì, proprio lì – non temere – dove la strada s’allarga, lì, accanto al pantano posavano le anime della distrazione, giganti forti del loro fuoco.

(Appòggiati al muro, se ti gira la testa, o alla mia spalla, pingue regina, ti condurrò per altra trazzera; e non crederti speciale, non metterti in posa; se hai da stare ferma, è bene, ma non pensare chissacché, per esempio di poggiare su una corda tesa, quella, sì, proprio quella a cui guarda l’impettito specialista; tu bolli.)

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