MANGIARE POESIA – Mark Strand (trad. Angelo Rendo)

Schiumo inchiostro dalla bocca.
Sono felicissimo. Ho mangiato
poesia.

La bibliotecaria non crede a quel che vede.
Ha occhi tristi
e cammina con le mani dentro il vestito.

Le poesie sono morte.
La luce debole.
I cani sulle scale dello scantinato: stanno salendo.

Occhi che ruotano,
e zampe bionde che bruciano come sterpi.
La povera bibliotecaria inizia a battere i piedi e piange.

Non capisce.
Quando mi metto a quattro zampe e le lecco la mano,
grida.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio e abbaio.
Scodinzolo nel chiuso di un libro.

EATING POETRY

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

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POESIE D’ARIA – Mark Strand – (trad. Angelo Rendo)

Piano svaniscono piano le poesie d’aria;
troppo leggere per la pagina, deboli, lontane
“La Luna”, “Le Stelle”, “Il Sole” – i titoli –
cadono in mare o scompaiono dietro gli alberi freschi
al bordo del campo. Ovunque la tomba della luce.

Cesseranno le poesie. Moriranno. D’estate o d’inverno.
E né lacrime, né occhi al cielo.
Una fitta nebbia ricoprirà le vallate,
un buio indistruttibile cadrà sulle colline,
e niente canterà,
neanche un uccello, niente.

POEMS OF AIR

The poems of air are slowly dying;
too light for the page, too faint, too far away,
the ones we’ve called The Moon, The Stars, The Sun,
sink into the sea or slide behind the cooling trees
at the field’s edge. The grave of light is everywhere.

Some summer day or winter night the poems will cease.
No one will weep, no one will look at the sky,
A heavy mist will fill the valleys,
an indelible dark will rain on the hills,
and nothing, not a single bird, will sing.

Multiverso – Angelo Rendo

L’abitudine intima di stabilire somiglianze fra bene e male, occhio e croce, cane e padrone, vip e mortodifame, amico e parente, affiora come una malattia imbattibile in tempi ancor beati e contagia e porta a perdizione chi dal sentire astratto è preso, ora e sempre.
La prima, e imprevedibile struttura che soggiace alla vieta nozione dell’incessante ha per spettatore l’universo, e l’appiccicosa concretezza. E non se ne esce.

{CATULLO, Carme XXIII, tradotto in siciliano da Angelo Rendo}

•L’aderenza del dialetto siciliano alla “nuga” catulliana è stupefacente. La traduzione un colpo di fulmine. Il carme disciolto nel liquido dell’oralità. E, come istupidita, la lingua si versa limpida e sincera – che poi è la ragione per cui una verità in dialetto è più oscena di una licenza – nel registro alto e segreto dell’intenzione poetica.•

Furiu, schiavi nun hai, sordi mancu
prucchi, ragni, nenti, fuocu propria,
peroni ihai mpatri e na matrastra,
ca che rienti macinunu macari i petri,
e tu ta passi bona cu ta patri
e sta fimmana lignifìcu.
Nenti chi diri: va passati truoppu bona,
dicirìti ottimamenti, ri nenti nvi scantati,
quali fuocu, casi caruti,
quali futtistèri, nculaturi o vilena,
quali cazzu ri cosi!
Ianzi suli, friddu e fami
vi tenunu sicchi comu ncuornu
ca chiù sicchi nun si pò.
E nun t’avissuta passari bona?
Na goccia ri surura, o ri vava,
catarru o moccuru nun sai
chi sunu!
Pulituni e sciacquarazziatu,
ca co sì e co no reci voti all’annu cachi,
hai nculu chiù pulitu ri na salera,
e fai zoddiri chiù duri re favi e re petri,
ca se i scacciassutu che manu e ncuoddu
ti stricassutu: nun ti llurdiassutu.
Furiu, a sti cuomiti cussì belli
nun ci sputari, nun ti crirri ca su’ minchiati,
ca vai circannu cientumila eviri!
C’ha finiri, u capisci? Ta stai spacchiannu.

***

Furi, cui neque servus est neque arca
nec cimex neque araneus neque ignis,
verum est et pater et noverca, quorum
dentes vel silicem comesse possunt,
est pulcre tibi cum tuo parente
et cum coniuge lignea parentis.
Nec mirum: bene nam valetis omnes,
pulcre concoquitis, nihil timetis,
non incendia, non graves ruinas,
non facta impia, non dolos veneni,
non casus alios periculorum.
Atqui corpora sicciora cornu
aut si quid magis aridum est habetis
sole et frigore et esuritione.
Quare non tibi sit bene ac beate?
A te sudor abest, abest saliva,
mucusque et mala pituita nasi.
Hanc ad munditiem adde mundiorem,
quod culus tibi purior salillo est,
nec toto decies cacas in anno;
atque id durius est faba et lapillis;
quod tu si manibus teras fricesque,
non umquam digitum inquinare posses.
Haec tu commoda tam beata, Furi,
noli spernere nec putare parvi,
et sestertia quae soles precari
centum desine: nam sat es beatus.

Scena e quinta – Angelo Rendo

Per ogni Sciascia ottimista, vi è un Savinio, e uno solo, che nasce prima di essere nato. E – come sempre accade a chi rimane con le mani in mano – mentre il proscenio sprofonda sulle scale d’ingresso, e tutto crolla il sistema che legava scena a quinta, uno degli spettatori, non per forza dell’ultima fila, ecco applaudire all’esercizio della volontà: il massimo dell’incuria al minimo dell’impresa.

COLMO D’OCCHIO – Angelo Rendo

Noi tutti, occhi, qui riuniti, che scorriamo da sinistra verso destra, non dobbiamo mai credere a noi stessi: la petulanza ricerca i misfatti, il sangue, per iniziare l’assalto.
L’occhio è di indole solitaria, e soffre l’azione, e soffre l’orgoglio, indifferente alle relazioni con gli altri sensi. L’esserne colmi, di occhi, non è che cecità. Consideriamo irrisoria l’ipocrisia, e sottomettiamo il nostro occhio alle fondamenta. È una minaccia alla sensibilità, crediamo, mentre depura, separa invece l’anatomia dalle tecniche dello sguardo, questa risoluzione.

IL DIO DELLA TURBA – Angelo Rendo

Chi nutre in corpo un dio, eccede di un palmo un confine. Di tutti i più savi diavoli, presi dal calcolo a Nord e dal rigore a Sud, il più sano è il dio della turba. Eccessivo quanto basta per non poter più essere scagionato. Povero più del meno ricco per non sapere che l’analisi precede l’ordine diabolico. Miscredente, al punto da rinnovare le gerarchie angeliche. E sempre al limite, a regolare la lite.

ABBIAMO DELLE BELLISSIME BRANDE – Angelo Rendo

“Abbiamo delle bellissime brande cuscini di gommapiuma materassi di gommapiuma materassi a molle…materassini per lettino euro letto poltrona letto materassino per culla materasso matrimoniale…”

Dove abitano i miei, e dove io ho abitato fino a qualche anno fa, continua a passare, noto e lo annoto qui ed ora, col suo camion questo venditore ambulante di materassi. Col suo ritornello. Una salda certezza. Bambino di sei anni, c’erano ancora i nonni, primi anni Ottanta, e già lui così cantava. Passava trentasette anni fa, passa ora. La voce è sempre la sua. Aperta, cordiale, da chicchirichì.