LA DELICATEZZA – Angelo Rendo

Non è chiaro se la delicatezza il più delle volte finisca per ritorcersi contro chi la pratica; o, forse, dubbio non può esservene: scrivere “non è chiaro” è solo un mezzo ipocrita per perderla, la delicatezza.
Del resto non si parla, mentre siamo tutti legati, attratti gli uni dagli altri, e, allorché l’uno diventa ributtante per l’altro, ecco passare ai mici, o ai cani, che è un diverso modo per scatafotterla, la delicatezza, nelle proprie intenzioni; invece, ogni freno s’è perso e, miti, animali tra animali, ci si annusa.
Così, poco fa, con un’anziana signora: io le dicevo del mio cane, lei del suo, un volpino, al quale mattino e mezzogiorno serve il caffè – e come lo reclama, dopo pranzo, quando inizia a spandersi l’aroma per tutta casa, avvicina la zampetta alla tazzina e batte.
È chiaro: bisogna disporsi all’ascolto.

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UN BAGNO COI SARAGHI – Angelo Rendo

Il raccoglimento è una forza della dispersione. Che lo si attui davanti a un foglio elettronico, o nell’acqua del mare settembrino, è la stessa cosa. In un caso, quanto più chiami le evidenze, tanto più calano gli assi della discordia. Bisogna stare calmi, fosse pure non si riuscisse. Nell’altro caso, può bastare mezz’ora di deriva. Immersi nelle acque, fino a che stentorei silenzi sul dorso di uno sparuto banco di saraghi sparaglioni d’argento – intercettati con la coda dell’occhio a balzi sul pelo dell’acqua – non arrivano e mi spingono neri fuori dall’acqua, ché l’eternità è loro.
Ancora corro.

CITTÀ FANTASMA – Angelo Rendo

‘La mia città’ di Antonio Moresco e Giuliano Della Casa – appena uscito per Nottetempo – si legge in un quarto d’ora. È il Moresco favolista, che sigilla il proprio fantasma. Una evocazione precisa, minima e puntuale. E Della Casa che prontamente sparisce. In un punto, in un appoggio che manca e nella fredda monumentalità della sofferenza.

Caccia aperta – Angelo Rendo

Da che mondo è mondo l’uomo è cacciatore. Non nel nostro mondo, però. Nel mondo è punto, l’uomo. Così stretto dall’altrui morte, da scaricarla contro l’inerme, che vile condanna!

È stato il primo settembre, oggi, e gli scoppiettii all’alba hanno trapunto il cielo di morti sogni e funeste visioni. Un ribollir di bave e divoranti suprematiste legioni.

Marianne Moore, ‘Cosa sono gli anni?’ – trad. Angelo Rendo

Cos’è la nostra innocenza? Cosa
la nostra colpa? Tutti
esposti, nessuno salvo. E da dove
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
il dubbio senza dubbio, –
che chiama senza parlare, ascolta senza sentire –
che nella sfortuna, persino nella morte,
incoraggia altri
e nella sua sconfitta muove

l’anima ad esser forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua reclusione cresce
sopra se stesso come
il mare in un abisso,
che lotta per essere libero
e non riuscendovi trova
nella sua resa
la sua permanenza.

Così si comporta chi sente
fortemente. Lo stesso uccello,
cresciuto cantando, tempra
la sua forma verso l’alto.
Sebbene sia prigioniero,
il suo potente canto dice:
la soddisfazione è poca cosa,
la gioia cosa pura.
Questa la mortalità,
l’eternità.

WHAT ARE YEARS?

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt —
dumbly calling, deafly listening — that
in misfortune, even death,
encourages others
and in its defeat, stirs

the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.

So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.