I DOLCINI DI MARCO – Angelo Rendo

[Le opere pittoriche di Marco quotidianamente mi passano davanti agli occhi, spesso mi afferrano, e capita che io inizi a tastarle, girarvi intorno, chiamarle all’amicizia.]

Cosa ce ne facciamo di questa pittura, se non la liberiamo dai rumori che la infestano, cosa di questo atto dell’inermità, se non gli chiediamo sapore?

I dolcini di Marco Bettio non consolano, non fanno venire l’acquolina, fanno sangue. Quel sangue depurato dalla carnalità, quel sangue che regola le nostre pause, le nostre accensioni, la nostra calma, il nostro raziocinio.

Potreste chiedervi perché un pittore così sfacciato, e certo non si sbaglierà a notare quanto la pennellata di Marco trasmetta il nitore criptico dell’intelligenza, l’inconsolabile forma a cui la carne destina il pensiero.

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FICHI E FEDE – Angelo Rendo

C’è l’ordine interiore, che prescinde dalla fede, ed è senza voce, come vi è la pedanteria, col suo tratto isterico, che non può dissociarsi dalla fede e oltre seguitare. Vi è una fede che non può non essere, poiché non passa, né avanza, come l’uomo quando è fermo al bar, o in chiesa; e ci sono sapere e visione del peccato. E solo, nel peccato, potrai riconoscere l’animale, mentre il sapere attenta all’uomo di fede, che pecca, ché passo passo ripete quel che si è già disfatto e scompare. E dà forma al governo, mentre mondo i fichi.

IL FANTASMA IN PRIMA LINEA – Angelo Rendo

Non ho mai pensato di essere incorporeo, o che tale rendessi me e chi a me si accompagnasse. E continuo a non pensarlo, sebbene ieri sia successo, e due volte, a distanza di nemmeno un’ora, di dover fare i conti con l’apparizione del mio fantasma, il mio sostituto gentile, me in carne ed ossa essendo presente.

Mentre provavo delle scarpe, una ragazza con un bambino in braccio ha interrotto la nostra, di noi umani, naturale inclinazione alla gravità. Ho finito di sentirmi, lei entrando fra me e il negoziante con somma disinvoltura, e rubandomi il posto senza dire un frustulo di Posso chiederle una cortesia, le rubo dieci minuti, potrebbe favorirmi la sua presenza?

Subito dopo, fermatici in una rosticceria, abbiam passato almeno cinque lunghi minuti di prima linea, fiduciosi e babbei, scambiati ex opere operato con un altro tonfo sordo da retroguardia.
Non fosse stato per il fantasma, bravo a riprendersi le sue carni sulla soglia del locale per abbandonarla, nessuno avrebbe osato chiedersi se qualcuno fosse mai entrato quella sera a chiedere una scaccia.

IL BOMBOLARO – Angelo Rendo

Rimango sempre, e ora innesto, anzichennò, uno degli avverbi più odiosi a leggersi – ovvero stramaledettamente – nel corpo candido e asserragliato di queste righe, stramaledettamente, ripeto, ferito dalla mancanza di galateo al telefono.
Buonasera, una informazione… Ma lei è quello delle bombole? Sì. Va bene, allora avvicino.
Io non sono quello. Io sono il bombolaro. E non sono vicino, ma lontano.

Parlo in dialetto – Angelo Rendo

Non mi sono mai concesso di parlare l’italiano, nel mio paese, Scicli, o nei centri vicini, o nella mia isola. Mio, mia, miei per modo dire, ché più avanzi meno possiedi.

Quasi sempre sono qui. E quasi sempre parlo in dialetto, mentre punteggio in una lingua senza nomi, senza inflessioni, una lingua assente, che non ricordo di aver mai conosciuto prima del suo affioramento ma che, in tutta evidenza, invece, è pronta all’uso, una volta abbandonato il consorzio umano.

È il motivo per cui mi sento estraneo alle lingue d’occorrenza e consortili, appunto. Di esse beneficiano professionisti, alti e borghesi od estimatori degli uni e degli altri. Che nell’ordine mimetico sguazzano, per non cadere preda.

Da Sortino a Ferla – Angelo Rendo

Entrammo in una conchiglia, nera e dura all’esterno, tre volte concava; molle dentro. E subito venne che, senza resistenza, una donna, mal seduta su un banco, ci si mostrò dinnanzi, incurante non sapessimo che dire, a viva e gran voce discorrendo con un’amica delle minchie o minchiate di paese, somma della gratuità.
Prima, Gioseffo Bruna e Salvatore Motta – dal 1636 l’uno, dal 1838 l’altro lì, a San Sebastiano, giacenti – ci avevano soffiato trombe, polvere ed ossame sugli occhi, presto divenuti preda dei cherubini del fercolo. A Ferla.
A Sortino, invece, il conturbante pizzolo, uno dei migliori prodotti della panificazione siciliana; un monumento culinario, al quale la Matrice tenta da sempre di offrire le colonne tortili, come altrove nei paesi iblei del siracusano, ma nulla può. La dura pietra non comunica che alle stelle, le spighe alla pancia.

NUN MI NI INCHIA (URIEDDU) – Angelo Rendo

Non riesce a saziarmi, a convincermi della sua bontà, e nemmeno della sua cattiveria, puta caso ci sia questa, oppure l’altra, o questa e quella. Non mi riempie il budello (letteralmente il titolo).

Questo sintagma fa capolino, usualmente, quando si inizia a sentire l’odore dolciastro e morente della viltà, che non riesci a capire da dove provenga, sol perché ci si è guardati troppo attorno, invece di rilassarsi e inspirare lentamente nel posto giusto, dritti, di fronte, senza nemmeno il bisogno che ve lo dica qualcuno quale sia, il giusto.

PAREIDOLIA E GRAFFITI – Angelo Rendo

Che le piastrelle del bagno dei nonni erano turbate da vaghe immagini: pensavo a questo, mentre me le trovavo di fronte, ai lati e alle spalle, io all’impiedi, ieri.
Da ragazzino mi capitava spesso di attardarmi, come ora, sul basso trono per via di quel rapimento. Era la camera degli spiriti, dove riposava l’efferatezza della fantasia.

Ma c’era anche la stanza da letto; così sono andato a rivederla, come potesse iniziare a rivelarmi altro. Ché l’altro è di regola il primo passo fuori dalle proprie stanze.
E, sportomi poco poco, ho subito messo a fuoco con l’occhio sinistro (mentre il destro rimestava ancora lungo il corridoio nei ricordi) una incisione sulla viva carne dell’armadio, accanto alla maniglia, lunga lunga e stretta fra il vetro e l’apertura: RAGAN RANDY. Che era un difensore del Canada ai Mondiali del 1986 in Messico. Il cui nome, assonando col mio cognome, e tutta allitterandosi l’accoppiata, sfruculiava il mio vandalismo, il mio egotismo nominale e farsesco, e, a distanza di 33 anni l’opera non smette di gridare – di venire al senso dall’idiozia – insieme all’armadio.

METEORISMO – Angelo Rendo

Con le parole bisogna andarci piano. Il più delle volte è meglio non fare parola, figurarsi dirne. Non è raro, infatti, che chi ci va forte, prenda la via dell’aceto.
Rimango stupito da quanto si creda a chi le pronuncia e quanto, invece, bisogna che non creda chi le fa, o dice.
La fede è a prescindere, e vegeta, nell’ulteriorità, in mezzo ai campi, come uno scampolo di meteorite.