nabanassar

Nabanassar è nato nel 2002

Ovidio, “Tristia”, I 4 – (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

Tingitur oceano custos Erymanthidos ursae,
aequoreasque suo sidere turbat aquas.
nos tamen Ionium non nostra findimus aequor
sponte, sed audaces cogimur esse metu.
me miserum! quantis increscunt aequora uentis,
erutaque ex imis feruet harena fretis!
monte nec inferior prorae puppique recuruae
insilit et pictos uerberat unda deos.
pinea texta sonant pulsu, stridore rudentes,
ingemit et nostris ipsa carina malis.
nauita confessus gelidum pallore timorem,
iam sequitur uictus, non regit arte ratem.
utque parum ualidus non proficientia rector
ceruicis rigidae frena remittit equo,
sic non quo uoluit, sed quo rapit impetus undae,
aurigam uideo uela dedisse rati.
quod nisi mutatas emiserit Aeolus auras,
in loca iam nobis non adeunda ferar.
nam procul Illyriis laeua de parte relictis
interdicta mihi cernitur Italia.
desinat in uetitas quaeso contendere terras,
et mecum magno pareat aura deo.
dum loquor et timeo pariter cupioque repelli,
increpuit quantis uiribus unda latus!
parcite caerulei uos parcite numina ponti,
infestumque mihi sit satis esse Iouem.
uos animam saeuae fessam subducite morti,
si modo, qui periit, non periisse potest.

*******

S’immerge nell’Oceano il custode dell’Orsa
e agita il mare con il suo astro.

Io, infelice, solco lo Ionio
e sono audace per la paura.

Le onde crescono, una sopra l’altra,
la sabbia vorticosa ribolle.
Altissime invadono la prua e la poppa
e battono gli dei dipinti.
Lo scheletro risuona per l’onda,
le funi sibilano,
geme anche la nave per i miei mali.

Il nocchiero, pallido e tremante,
ormai vinto cede
– come un cavaliere senza nerbo
al cavallo dal collo rigido
le inutili briglie allenta,
così vedo il nocchiero far vela
non dove vuole, ma dove l’onda trascina.

Se il vento non cambierà direzione,
sarò spinto verso terre non più accessibili:
a sinistra, lasciata lontano l’Illiria,
si scorge l’Italia a me interdetta.

Che il vento smetta, prego, di condurmi
nella terra proibita, che obbedisca
con me al dio grande.

Mentre prego e desidero e temo d’essere respinto,
un’onda s’abbatte contro la murata!

Risparmiatemi almeno voi,
numi del ceruleo mare,
e Giove ostile basti.

Sottraetemi a una morte terribile,
se solo può non morire chi è già morto.

La prosa metropolitana – Angelo Rendo

by Rendo

Per il mortale ciò che sembra morto vale come ricordo dell’immortale.

Non è che quello
un avvocato,
e non altro che quello
un filosofo è quanto

voi vecchi e io giovane,
per me poco sale,
per voi quanto ne volete.

Poeta, per quello che conti:
tutte le porte
aperte e chiuse.

In quale parte ora si siano nascosti non so dire a condizione che intervenga.

Troppo vicino, un elefante è una formica. Sii rispettoso e attento, se non vuoi che la formica diventi elefante.

Qui c’è tutto, tranne la meraviglia delle cose dimenticate.

È da cento anni che non miri affatto, dall’unità d’Italia vivi negli anfratti col tuo veleno e guardi in basso, immemore delle altezze che ogni fallimento appresta.

Parte impettita, con gli addominali di fuori e le articolazioni stranamente visibili la prosa machista metropolitana, fitta di arzigogolo. A poco a poco, alle spalle sente risuonare un tremendo boato; e si rilassa, la prostata s’affloscia, l’utero si distende, c’è puzza nell’aria. Diviene tenera e vera, si scioglie.

Uno sciame insidia l’utopia – Angelo Rendo

by Rendo

Dentro la libreria, nei pressi di Piazza Navona, c’erano delle commesse, tre, chiacchierone e vanitose; era tutto un dire questo l’hai letto e quest’altro, io ho Siti sul comodino e se lo dice Cortellessa; si davano molto tono, si pompavano, e disturbavano.

I due titoli del caso, dunque, non potevano che essere “Nello sciame. Visioni del digitale” di Byung-Chul Han, edizioni Nottetempo, libri poco curati nella veste grafica e cari nel prezzo, impaginati in maniera sciatta al punto da sembrare oggetti da rilegatoria, tesine e “Letteratura come utopia” di Ingeborg Bachmann.

Fin dove arrivano le scritture che si muovono per opposizioni, afferendo più a una critica del gusto che a una sentita epochè, volevo vedere.
Da una parte la verità, selettiva, esclusiva, implicita, che impegna il negativo, dall’altra l’informazione, cumulativa, additiva, esplicita, che tiene al positivo.
Il filosofo coreano delimita il campo di analisi conducendo una battaglia di retroguardia, affidandosi a una bibliografia minima, datata e scontata: McLuhan, Barthes, Linder, Le Bon, Hardt-Negri, Von Gehlen, Heidegger, Sartre, Lacan, Bredekamp, Arendt, Flusser, Schmitt, Hegel, Foucalt, Benjamin. Quel campo risulta patentemente massificato, rappresentazionale: un campo di apocalissi vestite.
La forma del pamphlet è appetibile, sfiziosa, persuasiva. Per professionisti della cultura, senza dubbio. Non appena lo apro e affondo il naso al centro, sento gli stilemi della castrazione.
“La società della sorveglianza digitale […] sviluppa tratti totalitari: ci consegna alla programmazione psicopolitica e al controllo.”
Byung-Chul Han scaglia i suoi modelli previsionali in preda ad un’ansia di nominazione, e di rimozione del caos; il suo orientamento filosofico è troppo schiacciato sul presente e dello sciame è l’ape regina.

Dell’immondo – John Cascone

by Rendo

[Il seguente testo è il libretto della performance “Dell’Immondo” di John Cascone, eseguita il 5/6/2015 a Roma presso il Teatro dell’Orologio e l’area antistante al teatro, nell’ambito della mostra “La Forma del Pathos”, a cura di Gianluca Brogna.]

***

Voce: Veronica Cruciani

Azioni: John Cascone

***

Se vi chiedete perché sto leggendo un testo bisogna prima di tutto fare dei chiarimenti:

Io sono John Cascone e in questo momento mi trovo fuori dal teatro, sto fumando una sigaretta e sono appoggiato ad una macchina, la voce che state ascoltando non è la mia ma di Veronica Cruciani, perciò esistono due io in questo momento:
io testo copione
io corpo voce
siamo necessari uno all’altro.

Dunque siamo noi a parlare, potrei complicare le cose, potrei incominciare a leggere un testo così saremmo in tre, ma non c’è fretta andiamo per ordine.

Prima di tutto parliamo delle regole
Esiste la prima regola: noi e voi stiamo momentaneamente creando questa finzione.
Dopo la prima regola viene la seconda: la finzione modifica il reale.

Accartoccia un foglio e tiralo sul pubblico

Quello che è successo ora è una modificazione da nulla della condizione precedente però è utile perché introduce la terza regola: bisogna stare in agguato.

A volte le cose vengono da molto lontano o da un altro tempo, a volte da pochi metri come me fuori dal teatro che fumo una sigaretta e sono appoggiato ad una macchina, non mi vedete eppure ci sono, anzi ci siamo, io sono il testo il copione, io sono il corpo la voce.

Certo il mio è un agire all’oscuro, all’oscuro di tutto, voi non esistete ora mentre sto scrivendo, ma nel momento in cui io sarò voce voi esisterete.
Io so ma non vedo e tra poco anche questa sarà la vostra condizione.

Allora di che cosa vogliamo parlarvi?
di ciò che non esiste eppure accade, di ciò che è aldilà di questo spazio,
e se questo spazio fosse il mondo bè allora stiamo parlando dell’immondo.

L’immondo è il fuori luogo e il fuori tempo
come me ora che scrivo questo testo
come me ora fuori da questo spazio, da questo teatro,
perciò voi siete nel mondo e io nell’immondo,
bene ora vi trasmetterò ciò che sto facendo nell’immondo,

immaginate tutto ciò che vi dico e lo vedrete.

Una premessa,
tra ciò che farò io e vedrete voi ci sarà una leggera differita avanti o indietro nel tempo, ma accadrà o è già accaduto.

Incominciamo. Come primo esempio per far comunicare fisicamente il mondo con l’immondo possiamo costruire una trappola, non so se funzionerà né che cosa comporterà realmente, ma possiamo provarci:
Eccomi! mi vedete? sono fuori, davanti all’ingresso del teatro,
ho finito la mia sigaretta,
dallo zaino tiro fuori tutto ciò che mi serve per costruire una trappola: del nastro bianco e rosso e un cartello.

Mi pongo sul lato opposto all’entrata del teatro,
prendo il nastro bianco e rosso, lo lego alle grate di una serranda e lo collego ad un paletto già presente sul lato del teatro,
continuo ad avvolgerlo andando avanti e indietro finché non costruisco una barriera alta circa un metro in cui le strisce bianche e rosse si incrociano, in questo modo chiudo l’accesso alla strada.

Infine pongo sulla transenna un cartello con su scritto:
Per la rimozione della transenna rivolgersi alla Sala Moretti del Teatro dell’Orologio.

Non dimenticate mai la terza regola: bisogna stare in agguato.

Nel caso in cui verrà qualcuno chiedo che debba essere accolto con la massima gentilezza e cortesia, e dispongo che la terza persona della seconda fila o il successivo rimuova la barriera, basterà un semplice taglio del nastro dall’alto verso il basso e a tal fine deve essergli consegnato un taglierino.

Nel caso in cui verrà qualcuno la lettura verrà interrotta e successivamente ripresa nello stesso identico punto.

In attesa che qualcosa accada o che sia già accaduto, ricordiamo che:

l’immondo è ciò che avevamo escluso o che pensavamo che fosse da escludere,
l’immondo non appartiene alla storia,
non è mai esistito finché non è comparso sotto i nostri occhi,
nell’immondo non si sa realmente che cosa accade.

Perché l’immondo è
il possibile quando era impossibile,
l’immaginabile quando era inimmaginabile,
nessuno può testimoniare che cosa stia accadendo fuori nell’immondo,
il suo spazio è illimitato,

la sua temporalità abbraccia tutti i tempi verbali,
l’immondo è il non addomesticato,
qualcosa che sfugge anche se compreso, il disatteso,
ed è tutto ciò per cui sono state create le spiegazioni o le narrazioni del reale.

E’ l’irruzione di ciò che ancora non è stato definito o compreso,
ciò che pur essendo presente si pone come totalmente estraneo, lontano, distante, ma reale, come voi, ora, presenti in questa sala.

Arrivati a questo punto facciamo una piccola parentesi, una nota al testo o come possiamo dire….. un fuori testo,
ritorniamo al mondo, a voi,
ci sarà utile perché anche voi ora avete qualcosa che va aldilà di voi,
qualcosa che ci aiuterà a comprendere l’immondo.

Voi che siete nel mondo, in questo mondo, in questa sala,
in cui io testo divento io voce,
vivete ora di una ambiguità…. cerco di essere più chiaro:

in questo momento voi siete testimoni non oculari di azioni che sono già successe o che succederanno, la vostra condizione non è di contemporaneità con ciò che sta succedendo fuori, siete in anticipo come in ritardo, siete fuori tempo e fuori luogo, come me ora che scrivo da un altro tempo in un altro spazio.
Ricordate la seconda regola? La finzione modifica il reale.

Se usciste ora dal teatro potreste scoprire ciò che è successo veramente, ma non più ciò che potrà succedere perché io testo io voce non ci saremmo, vivreste solo il passato, restando invece in questa sala vivete contemporaneamente il passato e il futuro di ciò che sta accadendo fuori, ovvero in questa sala, mentre ci ascoltate, siete in anticipo come siete in ritardo.
Ricordate la seconda regola? La finzione modifica il reale.
A proposito mi sono spostato, sto percorrendo via dei Filippini, mi sto lasciando alle spalle la trappola, obbligato ad andare avanti dalla presenza a destra come a sinistra di due costruzioni in pietra, due montagne possenti, molto più alte di me, molto più alte di voi, dovreste mettervi uno sopra l’altro per raggiungere la loro altezza. Cammino fino a arrivare al Corso Vittorio Emanuele, giro a destra, seguo il marciapiede, ha una trama d’asfalto cucita scucita e ricucita mille volte, dalle granulosità diverse, di epoche diverse, ed è così per almeno una ventina di metri, poi bruscamente il marciapiede si interrompe, ed ecco che per terra compaiono delle linee bianche parallele e un po’ sbiadite…. delle strisce pedonali:

da quando ho attraversato per la prima volta una strada ho sempre visto le strisce pedonali come un ponte, fatto di tavole, ogni striscia una tavola, una tavola una striscia, come nei film di avventura, in cui una riva di un fiume o ancora meglio un dirupo è collegato da una parte all’altra da un ponte sospeso. Intorno il vuoto, l’abisso, il nero dell’asfalto, il pericolo, bisogna percorrere velocemente il ponte perché da un momento all’altro può crollare o scomparire, perché quando la luce diventa rossa il ponte non è più percorribile, bisogna aspettare il ritorno della luce verde ed ecco che il ponte ricompare e può essere di nuovo attraversato.

Ma le strisce pedonali che ora ho sotto gli occhi sono sempre percorribili non ci sono semafori, e poi riflettendoci in generale possiamo dire che le strisce pedonali tendenzialmente sono sempre uguali a se stesse, sempre parallele, al massimo alcune sono un po’ sbilenche con una punta che va verso l’alto o verso il basso per adattarsi alla linea del marciapiede.

E’ innegabile, e anche voi ne converrete, le strisce pedonali sono noiose.

Almeno questo accade nel vostro mondo, in cui tutto è definito
e così sono state definite le strisce pedonali,
qui fuori nell’immondo le cose invece possono essere diverse,
perché, come vi abbiamo detto prima,
l’immondo è
il possibile quando era impossibile
l’immaginabile quando era inimmaginabile.
e tenete a mente sempre la seconda regola…

Perciò, dopo la trappola, che ho costruito di fronte al teatro, ho pensato che non sarebbe male riscrivere questo spazio che ho davanti a me, cambiare il ritmo delle strisce pedonali, un breve saggio di sovrascrittura, semiologicamente parlando, dare un tocco alle strisce, un accento, spezzare questa monotona bianca linearità, sì ci vuole un ritmo…………queste strisce saranno a pois.

Esattamente sono tra Corso Vittorio Emanuele e Vicolo Cesarini Sforza, le strisce pedonali che sono davanti a me sono composte da sei linee bianche, potremmo dire un ponticello, dallo zaino prendo degli adesivi tondi, e gli appiccico qua e là sulle strisce…..

Peccato che siete ancora lì nella sala Moretti del Teatro dell’Orologio perché ora queste strisce hanno un ritmo, potremmo dire a levare, sincopato, unico nel loro genere.

Ma vi ricordate cosa vi ho detto prima…. ?
Se uscirete potreste scoprire ciò che è successo veramente, ma non più ciò che potrà succedere perché io testo io voce non ci saremmo, vivreste solo il passato, invece, restando in questa sala vivete contemporaneamente il passato e il futuro di ciò che sta accadendo fuori. Perciò in questa sala, mentre ci ascoltate, siete in anticipo e siete in ritardo, non vedete ma sapete.

Torno indietro, ripercorro quel tappeto sbriciolato d’asfalto, chiamato marciapiede, e mi ritrovo sulla Piazza della Chiesa Nuova a pochi metri da voi.

Alzo lo sguardo verso l’alto, dei volatili girano intorno alla piazza, è il momento di mettere in atto l’ultimo movimento, sta per tramontare.

Creerò una coreografia qui in mezzo alla piazza, non certo per umani, ma per volatili.

L’eseguirò utilizzando del mangime per uccelli, per l’occasione ne ho comprato un po’ di chili.

La figura non si creerà immediatamente, ma in successione, un uccello attirerà l’altro, un richiamo attirerà un altro uccello ancora, e la figura si comporrà lentamente e nel suo prendere forma si disgregherà, ogni punto della linea corrisponderà ad una beccata, un disegno che letteralmente si consuma nel suo prendere forma.

La potenzialità di un disegno quindi, come tutto qui fuori nell’immondo in cui tutto è possibile, basta ricordarlo.

Sarà un brulicare di arrivi, di spostamenti, di beccate.

Ora mentre l’eseguo vi descrivo le linee, i movimenti che creeranno la figura, visualizzatele a mente.

Movimento n1, l’apertura
divido la piazza con un linea verticale.

disegna nel vuoto la linea

Movimento n2, il semidoppio
rispetto all’asse verticale traccio due semicerchi uno a destra e uno a sinistra in modo che la parte curva dei due semicerchi sia quasi tangente all’asse verticale.

disegna nel vuoto i due semicerchi

Movimento n3, gli accenti
nel centro dei due semicerchi traccio due piccoli cerchi.

disegna nel vuoto i due piccoli cerchi

Movimento n4, gran finale
collego prima i due piccoli cerchi tra di loro e poi questi al vertice della linea verticale, si creerà così un triangolo.

disegna nel vuoto il triangolo

Centinaia di uccelli di diverse specie prendono, prenderanno, hanno preso posizione seguendo in maniera disordinata ma coerente le linee, i 4 movimenti della coreografia.

E’ indubbio i volatili eseguiranno una libera interpretazione delle linee tracciate

perché l’immondo è il non addomesticato,
qualcosa che sfugge anche se compreso, il disatteso,
è’ l’irruzione del conosciuto che si comporta da sconosciuto,

nessuno può testimoniare che cosa stia accadendo fuori nell’immondo,
perché, come ormai saprete, l’immondo è il luogo del possibile, della potenzialità.

Siamo giunti alla fine, si creerà allora un momento di massima tensione, in cui dalla coreografia si passerà ad una zuffa all’ultima beccata e poi, ad un certo punto, lentamente, dopo aver popolato la piazza con il loro svolazzare d’ali, beccate, e richiami, uno dopo l’altro i volatili ritorneranno da dove erano venuti e la composizione consumata si disgregherà.

tutto questo accade
tutto questo è già successo
tutto questo accadrà

esci e vieni fuori da me.

***

John Cascone
Nato a Cheltenham (UK) nel 1976. Artista visivo e sonoro, performer e videomaker. Si è laureato nel 2004 in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Pisa. Dal 1999 è stato fondatore e collaboratore di diversi gruppi multidisciplinari (Formiche Elettriche, VOI, Città del Maiale Nero, EX, CARGO CULT). Assistente di Cesare Pietroiusti, la sua ricerca si è concentrata sullo studio del rapporto tra immagine-tempo-materia. Vive e lavora a Roma.

L’avvocato – Angelo Rendo

by Rendo

“Caalma… caaalma…” – beffardo, tamponando con le mani l’aria davanti a sé, dice, come potrebbe fare un padre o un padrone o un padre-padrone verso un figlio o uno schiavo. Stupito, a tutta prima faccio il finto tonto; passati dieci secondi di voluttuosa quiete insieme a dieci passi, chiedo minaccioso: “Cosa… coosa? Cosa vuole dire? Coosa non va??!!”. “No…dico, con calma, senza fretta…”. Può dare un colpo di clacson senza alcun problema, rispondo, come io non farei, scenderei piuttosto dall’auto e gentilmente mi sincererei della presenza del gestore, farei capolino con una manina discreta e allegra dentro quella gabbia, specie trattandosi di un animale educato, perderei giusto trenta secondi, dico fra me e me. Quel che segue, invece, lo dico a voi, l’avvocato lo sa. Sua moglie è stata pure collega di mia madre, e lui finge di non sapermi, coglione. E…cosa stavo dicendo, ah, ecco, volevo dire che getto un occhio alla colonnina di continuo, data la collocazione infausta del gabbiotto, e di rado capita che, leggendo o facendo altro, non mi accorga di un cliente e la testa rimanga abbassata per trenta o quaranta secondi o un minuto in più del dovuto. Eh no, ribatte, per la regolamentazione riguardante l’inquinamento acustico nei centri urbani non mi permetterei di dare un colpo di clacson!

Siamo in campagna, ha smesso di piovere, lo fulmino, trascinato da un vento che non riconosco: Se lei non gradisce, vada altrove. Diventa piccolo piccolo, non sa che fare, probabilmente questo micragnoso non ritornerà più, non si trattano così i clienti, il cliente ha sempre ragione, non sa che dire, mette freneticamente mano al portafogli, traffica con le banconote, le scambia di posto, borbotta fra sé e sé, mi pare che dovrei…boh, mah; quindi compie in senso antiorario il giro intorno alla macchina, e si installa nel posteriore, di fronte a me, prima stava alla mia destra, con gli occhi bassi per tutto il tempo. Io lo fisso, e chiudo: “Il suo sarcasmo mi pare stupido prima ancora che ingeneroso.”.

Gli do il bocchettone e il resto e il saluto, come se tutto fosse andato a finire in un altro mondo.

Muta – Angelo Rendo

by Rendo

In un discorso piano nulla dovrebbe esser detto del futuro, cuocendo al limite – come un’ammenda che ogni atto creativo genera – la disposizione strofica del caso.

I facilitatori, quelli che oliano per benino le serrature dell’aldilà, riservandosi l’intera porzione di vita, perdono di vista il pudore del misurabile. Irriguardosi verso ogni scienza. Muta.

Che cosa? – Angelo Rendo

by Rendo

Qualcosa che non se ne va, che ti porti fino alla tomba, qualcosa che ti chiama, impressa a un metro e sessanta. A lei le regole, o le evasioni, o le moltiplicazioni della ragione, o il mare del sentimento. Di fronte a lei, che è grande: negarla o riconoscerla. O al caso, che governa sempre l’ultima azione, prima di ogni ragione.

L’errore. E la sorte ti è contro. E la verità ritorna nell’angolo dal quale non si è mai smossa.

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