IL CORPO POETICO – Angelo Rendo

Il dono prelude alla guerra fra individui, tribù, popoli, quell’occhio instancabile ma chiuso. La giusta clausola, dunque, si adotti, poiché chi crede al proprio consistere teme il contagio. Facciamo in modo che le fondamenta di ogni istituzione vengano calate nel contro, nessun patrono senta la coda dell’insidia.

Apparentemente, la descrizione del rischio corso ricompone gli opposti fronti dell’ordine naturale. Oltre, i sentimenti non trovano posto, e solo la preoccupazione femminile discrimina le anime, operando leggera fra i resti.

La segretezza permette al mondo di manifestarsi senza alcun risultato. Una collera violentissima si apprende tutta intera a chi vi subentra per ridurlo a vivo, poi che riportare parole altrui stride e comporta uno scambio di funzioni fra cielo e tenebra.

Un ospite

La sua umanità tenera, maledetta
la sua innocenza: dolore,
perdita, conquiste da padrone.

Un disegno inattingibile, muto, desolato e senza proclami. Una traccia figurale assorta si espandeva, e umili riaffioravano torme di messaggeri. Trapassavano le palpebre, dilatando la durata del giorno, e, complici, danzavano con la forza soverchia dell’esistenza superna, fumosa.

Scende lento, come una piuma, il rigore, distinguendo cerimonia da testimonianza, e portando il peso fino in fondo. Estraneo all’uomo, e alieno dalle formule del fumo, acquista forza nel rotolare dei tempi; umanizza l’errore, disumanizza il vero.

Lacune geologiche, rotte da continui esempi poetici, a nulla valgono di fronte alla novità stilistica che il basso pesante muta in leggendario aiuto.

La territorialità dispone della terra, requisendola alla libertà antispecista, la forza speciale avoca a sé il bene. E noi cosa facciamo? Cosa conta? L’eloquenza anonima e sorda dei criminali, che, indistinti, tentano di limitare le esigenze e bloccare lo sviluppo, bisbigliando sacrilegi mentre le frecce anneriscono l’immenso disegno.

L’esame prevede si sia in grado di configurare i regni in una direzione fantasmatica. Abbandonata la valorizzazione, ai confini spingono decadenza ed eruzioni. La tesi esperita, incalzando sull’oscurità, e inibendo la dominanza, denomina la pena.

Ma tu, quando verrai? – Henri Michaux (trad. Angelo Rendo)

Quando verrai, Tu?
Un giorno, stendendo la mano,
sul quartiere dove abito,
nel supremo istante della disperazione;
o quando tuonerà,
e Tu mi strapperai con terrore e forza
dal mio corpo e dal corpo crostoso
dei miei pensieri-immagini, che universo da ridere;
e in me calerai la tua terribile sonda
la terrifica fresa della Tua presenza,
innalzando in un lampo sulla mia porcheria
la tua dritta e insormontabile cattedrale;
lanciandomi come un proiettile al cielo.
Tu verrai.

Tu verrai, se esisti,
attirato dal mio pasticcio,
la mia odiosa autonomia;
sortendo dall’Etere, da sotto
il mio io scosso, forse;
gettando il mio soffro nella Tua smisuratezza.
E addio, Michaux.

O cosa?
Niente? Eh??
Dimmi, o Grandissimo, dove vuoi dunque
cadere?

***

Mais toi, quand viendras-tu?

Mais Toi, quand viendras-tu?
Un jour, étendant Ta main
Sur le quartier où j’habite,
Au moment mûr où je désespère vraiment ;
Dans une seconde de tonnerre,
M’arrachant avec terreur et souveraineté
De mon corps et du corps croûteux
De mes pensées-images, ridicule univers ;
Lâchant en moi ton épouvantable sonde,
L’effroyable fraiseuse de Ta présence,
Elevant en un instant sur ma diarrhée
Ta droite et insurmontable cathédrale ;
Me projetant non comme homme
Mais comme obus dans la voie verticale,
Tu viendras.

Tu viendras, si tu existes,
Appâté par mon gâchis,
Mon odieuse autonomie ;
Sortant de l’Ether, de n’importe où, de dessous
Mon moi bouleversé peut-être ;
Jetant mon allumette dans Ta démesure,
Et adieu, Michaux.

Ou bien, quoi?
Jamais? non?
Dis; Gros lot, où veux-tu donc tomber?

Nella provincia la sensibilità non è funzionale alla teoria, la voce è un più antico nodo agonico, lontano dal groviglio elementare. Spesso bastano le parole della conciliazione per trasformare in chiacchiere i grandi viaggi verso il centro, i centri che risucchiano i mali delle nazioni, degli imperi. E li covano. Manca un rifugio, che a sé chiami i battiti del cuore, al centro.

Trentacinque gradi all’ombra; dentro ci si cuoce a fuoco lento, e i tre tomoni non stanno reagendo bene. È chiaro mi chiedano di volar via, uscire dalla casetta; si irrigidiscono, si incurvano e scricchiolano. Prendo in mano per primo quello che sta sotto, lo stringo forte, lo scuoto, lo metto in riga, lo drizzo premendo sulla copertina coi pollici, aprendolo al mezzo gli ridò fiato, lo compulso, e conforto; il terzo, quello con la copertina in similpelle rossa, è un duro, invece, e marcia dritto contro ogni pena, ed è il più vecchio; al centro il più giovane, ancora morbido, con segni di cedimento temporanei: è bastato accarezzarlo, e due volte ripassarlo alla vita.
Mi preoccupa il più grosso, allora, sotto; come ogni legatore di miriadiche spoglie letterarie e frammenti idiosincratici è salvo perché non poggia su altre parole, ma su intuizioni profonde, lontane da ogni fondamento.

Si concede che la pietà trovi formule sordide dopo essere stata disimparata. Poi si svela la volontà di liberarsi, il vento della sventura e della recriminazione che eccita il malinteso e una desolante eleganza. Così la timidezza scopre i suoi altari, affondando nell’idiozia, che allo scettico dispiace.

Possiamo pure decidere di interrompere i dialoghi non essenziali. La grazia è questa nave senza guida che anticipa il pensiero. L’identità si tiene vicina alla meraviglia, i tormenti stretti ai sintomi, quindi la curiosa tendenza al comico prelude a disegni scampati alla dimensionalità dei rapporti fra caratteri ed esiti mai raggiunti.

Da qualsiasi parte la si cerchi di afferrare, la critica non è mai conforme agli adempimenti di una statua. Quanto più si tende al rilassamento, tanto più l’ebbrezza che la anima annienta inesorabilmente il disordine, e ordina: che il potere sia temperato, che la mina venga ridotta dal silenzio.

Quatto quatto

Gli anni si sfanno ad uno ad uno
Questo è quello delle due
Sedie alte su tre
Piedi quattro
Quattro cinque

a zero.

Pioggia. Fastidi tremendi nel tempio. Piangete replicò la fanciulla. Il marito andava a cavallo, strane personificazioni dimoravano presso l’approdo, interdette le intelligenze spettrali.

La cifra più caratteristica di chi vive nei mondi conchiusi, è presto illuminata da un aneddoto, di cui mi viene in mente uno sfilaccetto che sa di brodo e poco. Sarà stato il 2002 – molta posta è morta e sepolta in qualche hard disk dimenticato – e a quel tempo capitava tastassi i poeti; una volta – non so quanta la mia impertinenza, o più semplicemente quanta la spontaneità – un poeta, che pensavo non fosse coi galloni, si rabbuiò, non si vergognò, anzi così s’incazzò: “Forse lei sta scambiando un cavallo per un pony”.

De Chirico che dipinge Andreotti e Andreotti che posa davanti all’Andreotti dipinto da De Chirico, entrambi simboleggiano. Bamboleggiano.

Unità, forza, coesione, ripresa, gallismo, nazionalismo, futurismo. Brum brum ciak boom vruum.

Il cavallo, De Chirico, Andreotti, le frecce tricolori appartengono al mondo simbolico, al mondo conchiuso. Finito.

Strumenti

Solo due dita mi servono
per scrivere, non una penna
non una matita, ma medio e indice
della mano destra. Del medio
la faccia piena e carnosa, dell’indice
la punta, l’unghia.

Chiuso il primo, desto
l’altro.

Fra coloro che abitano la terra, alcuni tentano l’ascesa a un sintomatico cielo, costoro desiderano disfarsi anzitempo di ciò che pervicacemente resta fra le trame.
Non so dire quanti siano, nessuno potrebbe dirlo. Solo si muovono in altra forma per altri sesti. Pur essendo in vita, ravanano fra le rovine di un sistema tombale. Un ripostiglio, la cui medusea altezza abbassa ancora un poco il tono grave della durata.

Il piede fuori di casa prima di aver finito la mezza boccettina di profumo che teneva fra lo specchio e la panca nella cavità color porpora incustodita del bagno mai lo metteva. Se sentivi quell’olezzo dolciastro e peccaminoso, potevi stare sicuro che era passata lei, con le sue fiamme rosse. Niente era lasciato al caso. La sua presenza, la sua scia funerea aveva da essere imposta. Così facendo nessuno avrebbe mai potuto esser colto in fallo, nessuno mai avrebbe osato parlar male di lei. Tutti avrebbero portato rispetto, tutti l’avrebbero onorata. Il lezzo la precedeva. Silenzio. Rimanere ad aspettarla o darsela a gambe levate.
L’arma guasta e urticante della seduzione, quanto di più simile ad una carogna ripiena di mosche ai bordi della carreggiata, non è in mano nostra, ma del tempo, per fortuna.

Viene dopo di noi
e noi vorremmo
dire dove sta:
nel seme
che del ricordo tiene
meno di quanto avanzi:
la troppa vanità
che regge nel gelo il vero

ditelo.

Quando ‘mi parte’ la poesia, sono spesso contrariato, appaiono delle tesserine luccicanti, di forma ineguale, alcune piccole, altre piccolissime, altre ancora minuscole; poi ci sono quelle che non si vedono, ma che stagnano nei pressi delle consorelle fra la testa e i piedi. Riempiono i vuoti e remano contro verso l’abisso. È un colpo di pistola, preciso e salvifico, uccide simile e dissimile, il colpo poetico.

 

Giacomo da Lentini, “Mi misi mpiettu Ddiu” (versione di Angelo Rendo)

Mi misi mpiettu Ddiu
Pi jiri mpararisu,
Nô puostu ntisu riri
spàcchia ioca rira.

Ci vuogghiu iri sì
Ma ca bionda faccia a risu.
Cuntignusa facci
e taliatura aruci.

Cuomu mi sintissi cunfurtatu
A virilla pi prima mpararisu.

#

Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’aggio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.

LE CREAZIONI DEL SUONO (Wallace Stevens – trad. Angelo Rendo)

Se la poesia di X era musica,
che gli veniva da sola,
senza nemmeno comprenderla, uscendo dal muro

o sul soffitto, dentro suoni non scelti,
o scelti velocemente, in una libertà
che era il loro elemento, non sapremmo

che X è un ostacolo, un uomo
troppo se stesso, e che sono migliori le parole
senza un autore, senza un poeta,

o di un autore separato, un poeta che non è poeta,
che ci cresce dentro e da noi esce, intelligente
al di là dell’intelligenza, un uomo artificiale

a distanza, un espositore secondario,
un essere di suono, al quale nessuno si avvicina
uscendo fuori dal seminato. Da lui, raccogliamo.

Dite a X che la lingua non è silenzio sporco
ripulito. È un silenzio ancora più sporco.
È più di un’imitazione per l’orecchio.

Egli non ha questa complicazione venerabile.
Le sue poesie non sono della seconda parte della vita.
Non complicano la vista del visibile

né, riecheggiando, conducono la mente
su trombe particolari, a loro volta spinte
dalle peculiarità spontanee del suono.

Non ci diciamo come nelle poesie,
ma in sillabe che nascono dal pavimento,
lievitando come parole impronunciabili.

THE CREATIONS OF SOUND

If the poetry of X was music,
So that it came to him of its own,
Without understanding, out of the wall

Or in the ceiling, in sounds not chosen,
Or chosen quickly, in a freedom
That was their element, we should not know

That X is an obstruction, a man
Too exactly himself, and that there are words
Better without an author, without a poet,

Or having a separate author, a different poet,
An accretion from ourselves, intelligent
Beyond intelligence, an artificial man

At a distance, a secondary expositor,
A being of sound, whom one does not approach
Through any exaggeration. From him, we collect.

Tell X that speech is not dirty silence
Clarified. It is silence made dirtier.
It is more than an imitation for the ear.

He lacks this venerable complication.
His poems are not of the second part of life.
They do not make the visible a little hard

To see nor, reverberating, eke out the mind
Or peculiar horns, themselves eked out
By the spontaneous particulars of sound.

We do not say ourselves like that in poems.
We say ourselves in syllables that rise
From the floor, rising in speech we do not speak.

SUL VUOTO E SUL PIENO – Angelo Rendo

Il vuoto anticipa il pieno,
del pieno è vuota la vita;

il vuoto

del pieno non sa.

***

La poesia nasce nel gas, sul vuoto che empie, e il pieno che perde, riflette. Sull’atto della restituzione del vuoto, in conseguenza del pieno ricevuto. Sulla vacanteria come precondizione alla piena, lei che espone il narcisismo all’iperbole del vuoto.

NOVEMBRE – Angelo Rendo

Non sono rimaste che orme
tre lingue sature col più grande
spazio al centro.

Tumulo e alta onda lontana
alle dune alla fine del cielo.

Bisogna stare al contrario
Per vedere meglio come la terra
Come il cielo sia la terra
Il mare.

C’è sempre qualcuno
Davanti al fotografo
Sempre.

Ne inizi una che pare
La giusta, la vera
Mentre un’altra bussa e dimentica
Che la terza è la prima.

Novembre

Ha i colori delle salme
La luce indifesa di novembre

Dell’argento sepolto.