Umiltà – Angelo Rendo

[Nella foto statua rappresentante l’Umiltà. Giacomo Serpotta, Oratorio di San Domenico, Palermo.]

Ad A.

Io – permettetemi di dire io: primo vagito, primo pianto, raglio – non ho mai sentito parlare una persona così. Così come? Così attenta, tesa e distesa. Che adatta il respiro alla bracciata, snida il covo di serpi, denuda le malcelate evidenze, toglie fiato alle vite inutili – ché ogni vita lo è, se non risponde -. Vita, parola prima e persa fra le prime quando ogni sentiero è perso, e ritrovata morente e mai grata sul corpo della mansuetudine.

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‘Il corpo si perde nel corpo’. Quattro poesie di Jean-Louis Giovannoni – trad. Angelo Rendo

[Scelta di testi tratti da ‘Poesia’, numero 331 (Novembre 2017), lì curati e tradotti da Marco Rota.]

Si crede
qualcuno verrà
ad aiutarci.
O trattenere.

Errore.

Il corpo si perde nel corpo.

***

Si cade
nel fondo

le ossa
all’esterno.

***

Quando non si parla,
si crede
di essere fuori
dalle nostre parole.
Siamo invece
il loro corpo.

***

Non appena una parola
è detta,
si annida subito
in sé, luogo
della scomparsa.

TESTO FRANCESE

On pense
que quelqu’un viendra nous aider
à nous retenir

C’est une erreur

Le corps se sectionne dans le corps

***

On meurt
par effondrement

Les os
vers l’extérieur

***

Quand nous taisons
nous croyons vivre en dehors de nos mots
alors que nous sommes
par ce silence même
dans leurs corps

***

Dès qu’une parole
est pronuncée
elle cherche aussitôt
en elle
le lieu de son effacement

Le minchiate del mattino – Angelo Rendo

Carissimo, appena sceso dalla macchina, oggi è il primo giorno di inverno, 21 novembre – enfatico alle 7:05.

No, oggi è il 20 novembre. L’inverno inizia il 21 dicembre, lo correggo sommessamente.

Vero, vero. Tu comunque ami, se non erro, questo mese. Ah, è stato eccezionale, come maggio, che dico, come giugno, te la sei scialata!

Ma insomma… veramente ha piovuto, c’è stato freschetto, come suole fare a dicembre, l’estate di San Martino è saltata…

Si avvolge nel suo sciarpone, e inizia timidamente a sparire, mi saluta con un cerimoniosissimo e ben dizionato Ti auguro un buon inizio di settimana!

Grazie! – ben diziono.

No, aspetta, oggi che giorno è?

Lo rassicuro Lunedì lunedì.

Ah, dopo quella del 21 novembre un’altra minchiata me la stavo sparando.

(E ride come uno scecco.)

Maestro, Principale, Buonuomo – Angelo Rendo

Tre sono gli esordi distintivi di un cliente all’arrivo: maestro, principale e buonuomo.

Maeeesro, il primo dei tre appellativi, è il meno formale, agguanta l’officiante del rito strapazzando la parola “maestro”. Il nesso consonantico -str- suona retroflesso -sr-, tutta la parola gonfia in bocca, prima di levarsi la lingua al palato ed esser cacciata via. E stranamente è un prendere confidenza che non riconosce ruoli, la bocca non trattiene la coscienza.

Arà principali…”Principale” è il più neutro, e come tale neutralizza gli umori. Di solito sono le nature più scontate e servili – quelle il cui principio sbatte contro la fine nel tempo di due secondi – a farne uso.

Infine buonuomo, “Buonuomo, cortesemente, mi mette…”. La sufficienza compassionevole che serpeggia in quest’ultimo caso, invece, è pericolosa. Carica com’è di turpe nonchalance, accende le polveri, risveglia i morti.

Il suono della biografia – Angelo Rendo

Perdo l’ubi consistam, quando mi capita di leggere nelle note biografiche: “Sue poesie sono state tradotte in ceco, lituano, inglese e spagnolo”; (e potremmo aggiungere qualsiasi altro idioma, manco a dirlo). A chi importa? Più alle confraternite di poeti che a un lettore motivato, serio e fuori da qualsivoglia gioco.
Ogni grandezza è realmente misurabile, ovvero traducibile, solo se non vi è coscienza di minorità. Dove la dominante, se della preterizione non si sa far uso? È il grado sensibile a dissonare; invece di riconoscere i plurimi gradi coi loro giri armonici, si è tentati dal primo piolo della scala. Che traballa. E serve al ruzzolone.

Intervista rubata – Angelo Rendo

[Allo scrittore toscano Vanni Santoni è venuta l’idea di porre undici domande agli scrittori stranieri partecipanti al Premio Von Rezzori. Ha titolato le interviste ‘Discorsi sul metodo’. Compaiono sul blog di Minimum Fax (http://www.minimaetmoralia.it/wp/tag/discorsi-sul-metodo/). Ne ho letta qualcuna, quindi ho immaginato di essere uno scrittore internazionale di prima grandezza. E ho risposto alle domande.]

# Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dieci ore, durante le quali può darsi mi escano delle battute. Solitamente battute di arresto. Non esigo nulla. Non è esatto l’inesigibile.

# Dove scrivi? Hai orari precisi?

Da un po’ di tempo, da quattro anni almeno, scrivo direttamente sullo smartphone, scrivo post su Facebook; le traduzioni, invece, passano prima per la carta. Poi Facebook, quindi blog. Bara.

# Fai preproduzione o scrivi di getto?

Premo sui meridiani. E il sapere si aggruma prima, poi sfuma.

# Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

La ripetizione, il prima e il dopo svelano; il lavoro non è provocato dal taglio, ma da una piana carezza o da un papagno definitivo.

# Scrivi più libri in contemporanea?

No. Il libro è un’entità sofisticata, un lume ottuso, bellissimo, oltrepassato, che oscura il portato inscalfibile. Ha interiorità violenta e virale.

# Carta o computer?

La prima mi deprime, il secondo mi solleva.

# Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Minchiate.

# Come hai esordito?

Del mio esordio, avvenuto in quinta elementare, io, rotondetto, lento ma di piede buono, ricordo un gol all’incrocio dei pali poco fuori dall’aria di rigore nel campo di calcio a 5 del Polivalente di Jungi a Scicli. Impietrii. Non se lo aspettava nessuno, nemmeno io. Non ricordo più come finì l’incontro.

# Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Continuai per altri tre anni, ma diventai sempre più goffo e lento. Inutilizzabile.

# Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Per ogni libro che non ho finito ho taciuto sui finiti. Le certificazioni sono al vaglio della polizia.

# “Esisti” online?

Sì. Lì.

Bernard O’Donoghue, ‘Cos’è l’amore’ [trad. Angelo Rendo]

È strano. Quanti i versi sull’amore
e nessuno che abbia detto
dove esso più stringa:
non nel sesso né nel volere
che l’altro stia bene,
ma nel passare tutto
il tempo a cena,
apparentemente presi dal discorso,
in realtà a incitare la mano
a tagliare l’invisibile spada sulla tovaglia
a toccare un dito che su di essa trema.

A un giovane prete di una parrocchia nel West Cork
fu detto che sua madre era molto ammalata
e che lui doveva venire a casa a Boherbue
(era già morta: volevano
ammorbidire la botta). Guidò come un pazzo
per il Mid-Kerry. Si schiantò. Morì
nella bella valle di Glenflesk.
E fu così perché, stolto, immaginò
di toccarle le dita per l’ultima volta.

~

The Definition of Love

It’s strange, considering how many lines
Have been written on it, that no one’s said
Where love most holds sway: neither at sex
Nor in wishing someone else’s welfare,
But in spending the whole time over dinner
Apparently absorbed in conversation,
While really trying to make your hand take courage
To cross the invisible sword on the tablecloth
And touch a finger balanced on the linen.

A young curate of a parish in West Cork
Was told his mother was seriously ill
And he must come home to Boherbue
(In fact she was dead already; they had meant
To soften the blow). He drow recklessly
Through mid-Kerry and crashed to his death
In the beatiful valley of Glenflesk.
This was because he fantasised in vain
About touching her fingers one last time.

Jett(er)atura – Angelo Rendo

1.

Io non mi raffreddo mai, ho il mio metodo. Farà parte della schiera di quelli che scompaiono di colpo? Speriamo di no, che siano gli altri a finire prima. Ma lei non deve avere paura della morte. Ma io non ho paura. Ma se è sempre vestito di nero, è il lutto in persona! No, io porto il lutto per gli altri che muoiono. È uno jettatore, l’orso in camper che ritorna al rifornimento, ecco cos’è!

2.

Mi illustra i suoi titoli in mail, inutili, come ogni titolo; mi blandisce: segue Nabanassar da tempo e lo trova assai interessante. Mi scrive perché vuole inviarmi due sue poesie, ma vuole vedersele pubblicate insieme a delle mie poesie, che facciano da controcanto alle sue, che vadano a trovare le sue, che le pungolino, dicano loro qualcosa, le rivolgano la parola, e che io dovrei scrivere per l’occasione. Gli è venuta questa idea.