IN THE ELEMENT OF ANTAGONISMS – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

ANTAGONISMO

Se il mondo è senza un genio,
È perfetto. Qui, ora,

Ci chiediamo se valgano tutti
I geni o più di loro valga un uomo

Su un cavallo d’oro, animale
Evocato e miracolosamente
Manifestatosi sibilando.

Gli uccelli chiamano tutti i demoni
Al pensiero del cavaliere dei cavalieri,

Composto solo brunito,
Torre, accento antico, gelida misura.

E il robusto stivale del vento del nord sembra
Abbattersi su un corridoio assai largo, ahimé!

***

If it is a world without a genius
It is most happily contrived. Here, then,

We ask which means most, for us, all the genii
Or one man who, for us, is greater than they,

On his gold horse striding, like a conjured beast,
Miracolous in its panache and swish?

Birds twitter pandemonius around
The idea of the chevalier of chevaliers,

The well-composed in his burnished solitude,
The tower, the ancient accent, the wintry size.

And the north wind’s mighty buskin seems to fall
In an excessive corridor, alas!

Love Will Tear Us Apart (“L’amuri ni cunsuma”) – Angelo Rendo

[“Vedo la gente Joy Division” è una pagina arguta e intelligente, una pagina che sfocia nel merchandising.

Cosa è successo? È successo che il singolo (“Love Will Tear Us Apart”, 1980) più famoso dei Joy Division è stato tradotto in svariati dialetti d’Italia, passando anche la forca del latino e del greco antico. La situazione è degenerata, e ne è venuta fuori una cosa simpatica.

Io ho contribuito con la mia in dialetto sciclitano. Il siciliano non ha futuro.]

https://youtu.be/zuuObGsB0No

L’AMURI NI CUNSUMA

Quannu ‘a vita ni runa ka mazza
e nun avimu chiui pititta
e ‘u maluppilu n’ancupuna

a stuppagghiu

canciamu.

Pigghiamu strati diversi
cuomu facimu e facimu
l’amuri ‘u stissu n’ammazza.

Pirchini l’arcova eni cussì fridda?
Ma mi rasti ‘i spaddi??
Comu ‘a fazzu e fazzu è tinta,
mancu ni cacamu chiui?
Na mentri ancora ni facimu
sagnu na scurra ‘i rintra.

‘St’amuri ‘st’amuri ni pizzìa.

Ietti uci no suonnu e dici
ca sugnu persu?

‘U sacciu iu chi agghiu na ucca
cuomu ‘a risprazioni mi linzìa!

‘Sta cosa è truoppu bona
funonzia ma iu unni

Sogno?

Quannu si rìcia l’amuri,
l’amuri pî chieca?

Pitredda – Angelo Rendo

Lo chiameremo Pitredda. Tutti
così lo chiamano. Quando arriva,
le mosche lo assamano
e le zanzare salutano a tre metri.

Tiene tutti lontano da sé
tranne il Cucco. Sudore
secolare e pollina.

La mattina, prima di indossare
l’arma, si lava, poi entra
nello sgabuzzino e la infila,

secondo corpo unico, sacco
che prende torso gambe e piedi.

Secondo corpo puzzone. Armatura,
patacchio non lavato.

Pitredda ha più di sessant’anni,
occhi glaciali e insistenti,
terrore delle donne.

Rinchiuso in quell’anima emette
lampi fetidi e onde
concentriche incantesima
chi per caso lambisce.

Non ha più di quindici anni
quando parla al bancone.
Arriverà il giorno di una secchiata
acqua e limone.

Resistere alla creazione (intorno a ‘Odiare la poesia’, Ben Lerner, Sellerio) – Angelo Rendo

La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Nel 2004 “La medietà” si chiudeva con una appendice di tre poesie, ‘Darsi la corda: contro la poesia’:

Ed essi che non l’ebbero, ed essi
che mai l’ebbero, non l’ebbero
conosciuta che fu, si ruppero
in branchi cadevano, capelli,
bianchi, di luce che terra dal nero
prendevano e prendevano, annusavano

tirare: sommo impiego fu
un farsi continuo di occhi,

come il miraggio ruppe il ritmo,
lo riconsacrò, il ritmo, venne
compiuta la stasi: la fuce.

**

Distinguevano viscere, e creazioni
in astuzia, modo chiuso
qua, partono subito

**

fuochi dell’aperta campagna, alluminio
di due stagioni far apparire l’età
come presente come dato altrimenti
la possibilità, che è pesante, si carica
dell’indocile, spinta, chiedere
fluidità al Padrone, quello grande

sua misura, mio rispetto.
mia misura, suo rispetto.

Poesia a lume di naso (intorno a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea) – Angelo Rendo

 

“[…] Il messaggio lontano della fogna
che, muta e pregna, vomita nel mare.” (p. 16)

È l’olfatto il senso più desto in D’Andrea, i ricordi aggallano, la storia è una congerie escrementizia. Ma dal titolo ci si aspetterebbe un passaggio. Altro, rispetto al subbuglio che, sin dagli esordi, ha caratterizzato la sua poesia. Invece ombra, questo essere a metà. Una sosta, quasi a rischiararsi e ristorarsi, credi. Ma all’ombra il poeta indugia troppo; non un transito ma una “seduta”, più mestiere che vocazione.

Una storia, la sua, che è talmente irrorata dalle più diverse tracce mnestiche da caricarsi sul dettato e ingarbugliare la forma, che quasi mai combacia con la sostanza.

È evidente che la malìa filosofemica affascini questa poesia e la sporchi, a quando una bonifica? Inoltre, la contemporaneità con tutti i suoi gingilli e le sue perfidie batte sotto, titilla il civismo poetico, ma non si scioglie nel verso, resta a mo’ di slogan.

XI

Eccidio, omofobia, femminicidio,
propaggini patriarcali,
benvenute effrazioni del dolore
sempre procrastinabili le scelte,
ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
la classe estinta in testate esiziali,
chiacchiere esorbitanti, nausea.
Ogni fatto morto, ogni effetto
estorto. Il dato certo risorto
in un battito irreperibile,
aquile bianche beccano lo zolfo
e il pietrisco dei Balcani;
silenzio d’Europa e connivenza
aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
confezionate a triplo strato
con pascoli di capre, markor, argali
a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
dei complotti. Piangevamo
il distanziamento intellettuale,
l’alibi e l’annientamento telecomandato
di ras afroasiatici.
Il seguito fu un’origine fragorosa
di acronimi e sintesi verbali,
geroglifici, emoticon, messaggi
connessi in una trama arcipelago.
Bottiglie da un territorio archiviabile,
nella presenza ridotta del respiro
umorale, degli odori coperti.
Un guizzo di tempesta, i tropici
ai poli e il boh sempiterno
sotteso a ogni risposta.
(pag. 32)

Tutto questo sferragliare viene temporaneamente interrotto da un dittico, il poeta si ferma e si guarda allo specchio. È il momento migliore del libro. La storia è incontenibile, i ricordi non possono afferrarla, le immagini non si riannodano al puro istinto.

L’identità (o trasposizione del poeta)

Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.
(p. 38)

Quindi, la sezione “Immagini, I Ricordi”: si entra nel vivo del fuoco. Presente nume Stevens. Qui c’è controllo, resa, mentre altrove è spesso imperfetta. Qui l’aria si rarefà e uno stato di sospensione fa capolino:

Temporale estivo

L’odore di terra bagnata –
chi non lo ricorda? – s’infiltra
e in queste pareti risponde
perentoriamente altra aria,
recando passati e passando
mi dice la terra e il suo spazio.

Il tempo, che sembra volersi
aprire di slancio, rallenta
e piano sorvola strutture,
futuri intuibili, quadri,
imposte, gli oggetti di vita
raccolti scompaiono e accede
il tremito nuovi di antichi
scenari, ritorno che zoppica,
infine interviene, dapprima
sul vuoto, ricorda gli odori,
sostiene se stesso e presenzia
cadute involute al presente.

Il tempo e lo spazio, membrane,
respirano passi e cadenze
ma come in un suono sospeso
che aspetta di cogliere strade,
passaggi, gli odori che passano,
ricordi di soglie che sembrano
scomparse, che sembrano eterne.

Così della terra bagnata
mi resta da dire il ricordo
che nei pochi spazi s’appressa
e scivola presto dall’ora
all’oggi, attraverso il ritorno
di questo mio essere in terra,
sia monito o sia promemoria
ripete un sentire diverso.
(p. 50)

La storia, le immagini, il racconto: il ricordo a tentare di sostenerle; ma già in “Era nel racconto” la struttura del libro sembra essere divorata dal poemetto che chiude la sezione; è come se l’esile equilibrio su cui si fonda questo ‘transito’ venisse sconvolto dalla marea montante di detriti alluvionali.

Il libro potrebbe finire, sfigurato, con questa sezione; invece se ne apre un’altra, “Zone recintate”. Poesie disperse, come quelle dell’ultima sezione (“Notturni”), delle quali si sarebbe fatto volentieri a meno.

Una poesia fatta di relazioni sconnesse, afflitta da lungaggini, “accampata nel semibuio”.