“UN VERO COMICO, UN CLASSICO”: HERMANN HESSE A NORIMBERGA – Angelo Rendo

Che importanza ha Hermann Hesse? Questo stupido e sincero umorista – ancora a mezzo servizio, come egli stesso ammette, dissimulando una pratica scrittoria di ostentata cialtroneria – non ne ha. Come ogni grande, non ne ha.

Leggendolo, lettore, non scorrerai righe di testo, ma attraverserai un fondo chiaro ed eliso, dolci rilievi, insormontabili delicatezze, creste, gole, di nuovo creste. Così, agisce, di soppiatto, diagrammatico. Le frasi si compongono senza alcun interesse, l’apparenza ne determina il paradosso. Che se canti, non senti, se gridi, cadi nel silenzio più inverecondo e un cerchio di sole estivo fa i lazzi per chi non intende. E muta il male in male come fosse opera di bene, la più calda riuscita per una mente adusa alla certezza. Che crolla e dilaga nel mare duro.

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Tolomeo – Angelo Rendo

Tolomeo era maturo, cotto, finito, perso. Noto ai familiari, agli amici e ai conoscenti tutti. Dotato di grande esperienza (nel sonno), abile e profondo (nel sonno). Bello come un maestro dalla pelle tirata, di pesca, e pustolosa.
Non c’era nulla che potesse renderlo vivo, era nato per sbaglio, come tanti, come tutti. Che non fosse capace in nulla, dimostrava quanto il metodo predittivo non potesse scongiurare cosa alcuna.
In ogni sua sortita era maestro di scempiaggine. Quella degli altri. Rapaci nel tenderlo, e farne scendiletto.
Partiva per fare una cosa, e sbagliava obiettivo; viveva nel fraintendimento, garante una paternità stretta e vecchia.
Credulone, temeva qualcuno nella notte potesse soffocarlo. E in effetti fu un lontano nipote del Principe di Massaciuccoli a farlo fuori come una ciabatta cunzata, una notte.

Incontro con Alberto Angela – Angelo Rendo

Ieri pomeriggio, a Modica, per il firmacopie di ‘Cleopatra’ di Alberto Angela, presso il Liceo Classico “Campailla” preso d’assalto, c’ero anch’io.
Ve lo giuro santissimamente: prima di incrociare il suo sguardo non ero così come mi vedete in foto. Ho solo cercato un briciolo di conforto contro la timidezza, abbozzando un sorriso monastico in direzione di un non ben identificato magma visivo. Mi ha trasformato senza tanti complimenti in un australopiteco, forse forse padre di Lucy, graziandomi, se così si può dire, di una sigaretta spenta a metà.
La forza dell’abitudine, insomma, la sua; non gliene faccio una colpa. Ora sto bene.

Una favola di Kierkegaard – Angelo Rendo

Il giglio selvatico e l’uccello sono la stessa cosa. Come la terra e l’aria, e i due mondi, e la libertà apparente o il sacrificio di essere nient’altro che quel che si è.

È una favola nera per adulti bambini più che un libro d’artista per bambini questo luminosissimo oggetto da collezione, “L’avventura del giglio selvatico” di Søren Kierkegaard, tradotto da Gianni Garrera e illustrato superbamente, con ardua ed estrema sintesi, da Matteo Fato (Quodlibet, ottobre 2018).

La traduzione di Garrera – studioso di riferimento di Kierkegaard – invece, risuona all’orecchio piena di inciampi; e, nonostante cerchi di mimare la lingua raccogliticcia dei bambini, non arde nel candore; il traduttore soppesa più del dovuto la parola, che rimane sospesa, anfibia, zoppa e brutta.

Delicato, tremulo e triste giglio Kierkegaard, niente di più vero,
suo alter ego l’uccello tentatore, gradasso e stanco – senza che se ne renda conto – della sovranità che in petto gli batte.

LA PREGHIERA DI UNA MACCHINA (Glossa a ‘Essere una macchina’, Mark O’Connell) – Angelo Rendo

Dell’eterno non vedeva nulla, tenacemente i frammenti restavano attaccati a un grigio velo, che restituiva la concezione di un tempo relativo.

Dapprincipio la pace, che è invisibile e sfinita, a cui non si può giungere se non a patto di distruggere l’espressione. Nuda e senza parola, infuocata, assente e smisurata. La vide senza riflessi, non legata a niente, troppo sveglia da sembrare non pervenuta e non assecondabile per quella via.
Certo, era il tempo dell’ordine inesperito, che spingeva al cambiamento di stato e negava la legge. Poi che tutto divenne fermo, si fece avanti il sogno. E l’insondabile perse la somiglianza con l’eterno.

Mutavano le idee sotto il dominio della sofferenza e un cielo chiuso in un vaso beneficava il cuore.

Signore della veglia, che scintilli nell’apparenza e nel fuoco dell’errore, vela la cognizione ordinaria e dissolvi il mondo senza alcuna spiegazione, guida il sonno oltre ogni logica impura e indimostrata. Oltre ogni soluzione. Pregava.

“LA NATURA CHE ESISTE E L’UMANITÀ CHE DIVIENE” – Angelo Rendo

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Liriche cinesi (1753 a.C. – 1278 d.C.), Einaudi, ed. 1957, a cura di Giorgia Valensin, prefazione di Eugenio Montale.

Copertina rigida in cartone, color verde mimetico, dorso in tela, 18 cm x 11,5 cm., pp. 250, collana Universale Einaudi.

Presumo la progettazione grafica – giocata tutta sul carattere, le dimensioni e i netti contrasti in un contesto di risoluta essenzialità – sia di Albe Steiner, il quale invita il lettore subito al centro, dentro una fitta foresta millenaria.

“La natura che esiste e l’umanità che diviene”: così Montale nella prefazione distingue i due mondi, l’orientale dall’occidentale.

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Di cosa sa la poesia? Di brodo – Angelo Rendo

Riccardo Falcinelli, insigne e autorevole grafico romano, nel realizzare per Carocci questa bella copertina, scrive – senza scriverle – tre cose: 1) la poesia sarebbe una cosa importante; 2) di essa, però, non resiste nulla se non un esoscheletro robotico. Anzi, solo due settenari, il primo ‘rotto’, il secondo liscio e rosso la garantiscono. Tre. Questi:

Pier Vincenzo
Mengaldo
Com’è la poesia

Ondivago, e dal carattere nervoso, il primo verso ‘abbruna’ il passionale e indifeso secondo.

Nell’adolescenza, a Scicli, quando si chiedeva a un amico Com’è, ci stava che la risposta fosse Co’ bruoru! (Col brodo!). Una maniera spiccia di murare l’interlocutore. Come va? Di cosa sa, la poesia? Di brodo. E addubbiti ri bruoru (‘Riempiti di brodo!’) un’altra colorita espressione per dire che di carne non ce n’era, solo brodo.

La Scicli di Velasco Vitali – Angelo Rendo

Non conoscevo quest’opera di Velasco Vitali del 2003: Scicli vista dal colle San Matteo.
Annegata nel piombo, Scicli sembra una città bombardata, in parte ricondotta al passato. O a climi mediorientali. Cancellata.
Un’interpretazione annichilente e furiosa. Non la più bella città del mondo, ma un quartiere di Beirut. Che poi, secondo una geografia interiore non malcelata ma esposta, è la Scicli di oggi.

CITTÀ FANTASMA – Angelo Rendo

‘La mia città’ di Antonio Moresco e Giuliano Della Casa – appena uscito per Nottetempo – si legge in un quarto d’ora. È il Moresco favolista, che sigilla il proprio fantasma. Una evocazione precisa, minima e puntuale. E Della Casa che prontamente sparisce. In un punto, in un appoggio che manca e nella fredda monumentalità della sofferenza.

Marianne Moore, ‘Cosa sono gli anni?’ – trad. Angelo Rendo

Cos’è la nostra innocenza? Cosa
la nostra colpa? Tutti
esposti, nessuno salvo. E da dove
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
il dubbio senza dubbio, –
che chiama senza parlare, ascolta senza sentire –
che nella sfortuna, persino nella morte,
incoraggia altri
e nella sua sconfitta muove

l’anima ad esser forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua reclusione cresce
sopra se stesso come
il mare in un abisso,
che lotta per essere libero
e non riuscendovi trova
nella sua resa
la sua permanenza.

Così si comporta chi sente
fortemente. Lo stesso uccello,
cresciuto cantando, tempra
la sua forma verso l’alto.
Sebbene sia prigioniero,
il suo potente canto dice:
la soddisfazione è poca cosa,
la gioia cosa pura.
Questa la mortalità,
l’eternità.

WHAT ARE YEARS?

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt —
dumbly calling, deafly listening — that
in misfortune, even death,
encourages others
and in its defeat, stirs

the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.

So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.