CITTÀ FANTASMA – Angelo Rendo

‘La mia città’ di Antonio Moresco e Giuliano Della Casa – appena uscito per Nottetempo – si legge in un quarto d’ora. È il Moresco favolista, che sigilla il proprio fantasma. Una evocazione precisa, minima e puntuale. E Della Casa che prontamente sparisce. In un punto, in un appoggio che manca e nella fredda monumentalità della sofferenza.

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Marianne Moore, ‘Cosa sono gli anni?’ – trad. Angelo Rendo

Cos’è la nostra innocenza? Cosa
la nostra colpa? Tutti
esposti, nessuno salvo. E da dove
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
il dubbio senza dubbio, –
che chiama senza parlare, ascolta senza sentire –
che nella sfortuna, persino nella morte,
incoraggia altri
e nella sua sconfitta muove

l’anima ad esser forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua reclusione cresce
sopra se stesso come
il mare in un abisso,
che lotta per essere libero
e non riuscendovi trova
nella sua resa
la sua permanenza.

Così si comporta chi sente
fortemente. Lo stesso uccello,
cresciuto cantando, tempra
la sua forma verso l’alto.
Sebbene sia prigioniero,
il suo potente canto dice:
la soddisfazione è poca cosa,
la gioia cosa pura.
Questa la mortalità,
l’eternità.

WHAT ARE YEARS?

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt —
dumbly calling, deafly listening — that
in misfortune, even death,
encourages others
and in its defeat, stirs

the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.

So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.

FILOLOGIA E SARTORIA – Angelo Rendo

Nei banchi di mezzo, dove non c’era più nessuno, sedevo; tutti i normalisti stavano in prima fila, tranne qualcuno – poco interessato alla filologia, a Palazzo Quaratesi, in quella assai capiente aula – sotto il mio banco. E poggiavo sulla sedia vuota accanto il montone.

Vincenzo Di Benedetto, sommo grecista calabrese, arrivava accompagnato dal fido scudiero, quelle due volte a settimana in cui teneva lezione.

Aveva bisogno di conforto, il professore, di attenzioni, e cura. Io non sapevo. Dopo aver ricevuto dal Lami le rassicurazioni del caso, finalmente, toglieva il pastrano e prendeva il microfono; la vocina restava flebile e perduta, ignota. Lui lento, rigido e tremulo, minato dall’ideologia. I suoi occhi laminavano dietro lenti nere, cupe, lontani. Rincorreva se stesso nei segni alfabetici, nelle corrispondenze, e formularità – il corso era su Omero – parlava piano, non era tra noi, ma sperso dentro la lavagna, nei regesti, nei dizionari, negli elenchi.
Ricordo l’esame, bisognava aggrapparsi alla memoria, ed esibire le tessere del mosaico dell’intertestualità.

Molto sconnesso nell’eloquio, forse perché già malato, conduceva la sua battaglia contro la teoria oralistica. L’opera di Omero presuppone un impianto scritturale, sosteneva, riscontri intratestuali e trama organica starebbero a dimostrarlo. Omero era un autore col suo laboratorio, insomma.

Nei saggi del Di Benedetto il pensiero discorsivo diventava ossessivo, affilato; alla claudicanza vocale si sostituiva un incedere nervoso e assertivo.

La sapienza compositiva dei poemi omerici lo induceva a credere alla loro lenta macerazione scritturale contro i sostenitori dei tempi veloci di composizione.
Il sarto ha un disegno unico, trama e ordito ragioni che il cuore non ha.

GIOVANNI PASCOLI, O DEL DEPENSAMENTO – ANGELO RENDO

Stamattina, sul lungomare di Donnalucata, al mercato delle pulci, ho scovato le ‘Poesie’ di Giovanni Pascoli nell’edizione Arnoldo Mondadori del 1951. Si tratta di un volume di 1600 pagine, che misura 20×14 cm, ed ha taglio superiore delle pagine celeste. Presenta fioriture all’interno e nel taglio laterale. Tuttavia mantiene, a sessantasette anni di distanza, intatta la struttura, e in discreto stato la sovraccoperta.

Ho ripreso a leggerlo a distanza di venti anni e più. E non penso, depenso – è il classico a porti nel depensamento – leggo a perdifiato, irretito da musicalità e tremendo pathos. È un suono cilestrino, rustico ed alieno a pensare se stesso e il poeta a implodere schiudendosi. Non esiste poesia più onnicomprensiva di quella lirico-elegiaca. Induce al pianto il lettore, lo mette dinanzi al corpo nudo poetico, e al simbolo, che tracima dal canale cortese per celarsi negli abissi della poesia pura. Elettrica.

L’etica dell’illusione (sul dialogo fra La Porta e Scarpa) – Angelo Rendo

Del dialogo fra Filippo La Porta e Tiziano Scarpa, ieri, a Ragusa Ibla, nel corso del penultimo appuntamento della rassegna di libri ‘A tutto volume’, giunta alla nona edizione, e chiusa da Paolo Mieli, certamente ricorderò il basso vertiginoso della città coi suoi ponti e le sue scale, e la tana. Il Teatro Donnafugata coi suoi cento posti, occupati per metà. E la nicchia – dove eravamo installati – che plaude al funzionarismo e al garbo, e al ceto libero dal bisogno, che si fa tutto orecchi per i divulgatori e il saggismo piano.
Ricorderò pure Davide Rondoni, fra il pubblico, poco prima già incontrato davanti alla Chiesa del Carmine; risalivamo dal belvedere – che cinge la chiesa e aggetta sulla cava col torrente San Leonardo – un sentiero nodoso e lurido.
A piedi da Ragusa Superiore a Ragusa Inferiore (Ibla) e ritorno per “Il bene e gli altri” di Filippo La Porta, per l’intersezione Dante – Simone Weil. Il ricordo è un ponte per l’aldilà.

A una lumaca – MARIANNE MOORE (trad. Angelo Rendo)

Se “la sintesi è la prima grazia dello stile”,
tu ce l’hai. La contrattilità
è una virtù, la modestia è una virtù.
Non l’acquisizione di una cosa qualsiasi
– capace di abbellire –
o la qualità in cui per caso ci s’imbatte
– concomitante con qualcosa di ben detto –
apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell’assenza di piedi, “un metodo di conclusioni”;
“una conoscenza di principi”,
nel curioso fenomeno del tuo tentacolo occipitale.

TO A SNAIL

If “compression is the first grace of style,”
you have it. Contractility is a virtue
as modesty is a virtue.
It is not the acquisition of any one thing
that is able to adorn,
or the incidental quality that occurs
as a concomitant of something well said,
that we value in style,
but the principle that is hid:
in the absence of feet, “a method of conclusions”;
“a knowledge of principles,”
in the curious phenomenon of your occipital horn.

A un compressore – MARIANNE MOORE (trad. Angelo Rendo)

Niente è per te

la parola senza l’attenzione.

Mezzo spirito, schiacci tutti
i frammenti in un’indistinta massa:
ci cammini, avanti e indietro, sopra.

Schegge scintillanti vengono schiacciate
fino al piano della roccia genitrice.
Non fosse “un’impossibilità
metafisica in estetica il giudizio
impersonale”, tu

potresti senza dubbio giungervi.

Quanto alle farfalle: non riesco affatto a immaginarne
una che si prenda cura di te; vano questionare
se esista, e possa completarti.

TO A STEAM ROLLER

The illustration
is nothing to you without the application.
You lack half wit. You crush all the particles down
into close conformity, and then walk back and forth
on them.

Sparkling chips of rock
are crushed down to the level of the parent block.
Were not ‘impersonal judgment in aesthetic
matters, a metaphysical impossibility,’ you

might fairly achieve
It. As for butterflies, I can hardly conceive
of one’s attending upon you, but to question
the congruence of the complement is vain, if it exists.

SERPENTI, MANGUSTE, INCANTATORI DI SERPENTI E ALTRE COSE DEL GENERE – MARIANNE MOORE (Trad. Angelo Rendo)

Ho un amico che pagherebbe oro
per quelle lunghe dita tutte uguali
per quegli orribili artigli d’uccello,
per quell’aspide esotico, per la man-
gusta:
animali del paese in cui tutto è
duro lavoro, il paese di chi cerca l’erba,
di chi porta la torcia, del cane col suo servo,
del messaggero-portatore, dell’uomo santo.

Assorto in questo distinto verme
selvaggio, feroce quasi
come il giorno in cui fu preso,

egli lo fissa

come chi guarda qualcosa senza esserci.

“La piccola serpe che rapida guizza nell’erba,
la mite tartaruga dal dorso screziato,
il camaleonte che passa dal rametto
alla pietra, dalla pietra alla paglia”,

lo accendevano rapinosamente prima,
ora, invece, la sua ammirazione è ferma.

Grosso, non pesante, sbuca dal cesto,
l’essenzialmente greco, il plastico animale
tutto d’un pezzo dal naso alla coda;
si è costretti a guardarlo come le ombre delle Alpi
che imprigionano nelle loro pieghe, come mosche
nell’ambra, i ritmi della pista di pattinaggio.

Questo animale, importante sin dai tempi più antichi,
raffinato per i suoi adoratori – perché è stato inventato?
A dimostrare che l’intelligenza nella sua forma pura,
avventuratasi sul treno del pensiero improduttivo,
tornerà indietro?
Non lo sappiamo; la sola cosa positiva è la sua forma;
ma perché protestare?
La passione di drizzare le persone è di per sé preoccupante,
una malattia.
Meglio il disgusto, che a sé non chiama alcun onore.

SNAKES, MONGOOSES, SNAKE-CHARMERS, AND THE LIKE

I have a friend who would give a price for those long fingers all/of one length—
those hideous bird’s claws, for that exotic asp and the mongoose—
products of the country in which everything is hard work, the country of the grass-getter,
the torch-bearer, the dog-servant, the messenger-bearer, the holy-man.
Engrossed in this distinguished worm nearly as wild and as fierce as the day it was caught,
he gazes as if incapable of looking at anything with a view to analysis.
“The slight snake rippling quickly through the grass,
the leisurely tortoise with its pied back,
the chameleon passing from twig to stone, from stone to straw,”
lit his imagination at one time; his admiration now converges upon this.
Thick, not heavy, it stands up from its traveling-basket,
the essentially Greek, the plastic animal all of a piece from nose to tail;
one is compelled to look at it as at the shadows of the alps
imprisoning in their folds like flies in amber, the rhythms of the skating-rink.
This animal to which from the earliest times, importance has attached,
fine as its worshipers have said—for what was it invented?
To show that when intelligence in its pure form
has embarked on a train of thought which is unproductive, it will come back?
We do not know; the only positive thing about it is its shape; but why protest?
The passion for setting people right is in itself an afflictive disease.
Distaste which takes no credit to itself is best.

Una faccia – Marianne Moore (trad. Angelo Rendo)

“Non sono sleale, duro, geloso, superstizioso,
supercilioso, velenoso, o proprio insopportabile”:

ne ho studiato a lungo i modi,

la sua esasperata disperazione
– sebbene non s’arrivi a una vera fine –
lo porterebbe a rompere
felicemente lo specchio;

invece, bisogna avere amore
per l’ordine, ardore, semplice
semplicità, e un’espressione di domanda!

Qualche faccia, una, due – o
una nella memoria –
bastano per la gioia.

A FACE

“I am not treacherous, callous, jealous, superstitious,
supercilious, venomous, or absolutely hideous”:
studying and studying its expression,
exasperated desperation
though at no real impass,
would gladly break the mirror;

when love of order, ardor, uncircuitous simplicity
with an expression of inquiry, are all one needs to be!
Certain faces, a few, one or two—or one
Face photographed by recollection—
to my mind, to my sight,
must remain a delight.