USO IMPROPRIO – Denis Montebello (trad. Angelo Rendo)

{Un racconto breve e strepitoso di Montebello, apparso sul suo blog.
Grazie Denis!}

Rileggendo un vecchio testo nel quale credeva molto, nonostante fosse giunto quasi alla fine, non smetteva di meravigliarsi. Molto tempo dopo, e dopo alcuni importanti rifiuti – cosa che, piuttosto, lo aveva oltremodo spinto a provarci con editori meno prestigiosi, poi con piccoli editori e persino con case clandestine o editori a pagamento – rileggendo questo manoscritto, in cui s’era imbattuto per caso durante delle grandi pulizie, e che aveva tirato fuori dal cassetto e aperto un’ultima volta, prima di distruggerlo, affinché di esso, nel quale lui aveva tanto creduto, non rimanessero che rimpianti, scopre, trent’anni dopo, di aver digitato (con l’indice della mano destra, che è sempre – sebbene sia passato dalla Remington alla tastiera, e si sia convertito con vero entusiasmo al computer – lo stesso dito a digitare) “mésuser” invece di “méduser”, ovvero ‘usare impropriamente’ invece di ‘sbalordire’. E poiché non c’era un correttore, un Robert che non s’era preso la briga di consultare – aveva fretta di finire ed era sicuro dell’ortografia – il refuso era rimasto. Che lo contempli pure sbalordito ora, e al tempo stesso rassicurato. Dentro questo guscio tutto ciò che c’è di più banale, che ci farebbe al massimo sorridere, egli vede – non riesce ancora a schiodarsi – le ragioni del suo insuccesso.

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UN INCHINO – Angelo Rendo

Arriva suonando il clacson, si ferma davanti alla porta, grida scomposto Un’e reci*! Sono di spalle, mi giro, lo guardo come non lo vedessi e gli chiedo “Quantu? Una ‘i ‘nchilu??”, trasformando in domanda l’esclamazione, senza dubbio disturbata, Una ‘i ‘nchilu, che camuffa e deturpa il ben più cerimonioso Un inchino, e stabilisce un nesso fra il chilo, il poco peso tributato ad una persona al posto dell’inchino, e il chino, il pieno. Contro il vuoto che avanza. Ribadisce No, una ‘i reci.

*Una bombola da 10 kg

Credits: Dario Vanasia mi ha sciolto ogni dubbio sull’origine della paronomasia (un’e ‘nchilu/un inchino); per ciò lo ringrazio.

I DOLCINI DI MARCO – Angelo Rendo

[Le opere pittoriche di Marco quotidianamente mi passano davanti agli occhi, spesso mi afferrano, e capita che io inizi a tastarle, girarvi intorno, chiamarle all’amicizia.]

Cosa ce ne facciamo di questa pittura, se non la liberiamo dai rumori che la infestano, cosa di questo atto dell’inermità, se non gli chiediamo sapore?

I dolcini di Marco Bettio non consolano, non fanno venire l’acquolina, fanno sangue. Quel sangue depurato dalla carnalità, quel sangue che regola le nostre pause, le nostre accensioni, la nostra calma, il nostro raziocinio.

Potreste chiedervi perché un pittore così sfacciato, e certo non si sbaglierà a notare quanto la pennellata di Marco trasmetta il nitore criptico dell’intelligenza, l’inconsolabile forma a cui la carne destina il pensiero.

MANGIARE POESIA – Mark Strand (trad. Angelo Rendo)

Schiumo inchiostro dalla bocca.
Sono felicissimo. Ho mangiato
poesia.

La bibliotecaria non crede a quel che vede.
Ha occhi tristi
e cammina con le mani dentro il vestito.

Le poesie sono morte.
La luce debole.
I cani sulle scale dello scantinato: stanno salendo.

Occhi che ruotano,
e zampe bionde che bruciano come sterpi.
La povera bibliotecaria inizia a battere i piedi e piange.

Non capisce.
Quando mi metto a quattro zampe e le lecco la mano,
grida.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio e abbaio.
Scodinzolo nel chiuso di un libro.

EATING POETRY

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

POESIE D’ARIA – Mark Strand – (trad. Angelo Rendo)

Piano svaniscono piano le poesie d’aria;
troppo leggere per la pagina, deboli, lontane
“La Luna”, “Le Stelle”, “Il Sole” – i titoli –
cadono in mare o scompaiono dietro gli alberi freschi
al bordo del campo. Ovunque la tomba della luce.

Cesseranno le poesie. Moriranno. D’estate o d’inverno.
E né lacrime, né occhi al cielo.
Una fitta nebbia ricoprirà le vallate,
un buio indistruttibile cadrà sulle colline,
e niente canterà,
neanche un uccello, niente.

POEMS OF AIR

The poems of air are slowly dying;
too light for the page, too faint, too far away,
the ones we’ve called The Moon, The Stars, The Sun,
sink into the sea or slide behind the cooling trees
at the field’s edge. The grave of light is everywhere.

Some summer day or winter night the poems will cease.
No one will weep, no one will look at the sky,
A heavy mist will fill the valleys,
an indelible dark will rain on the hills,
and nothing, not a single bird, will sing.

VERTIGE ET MÉLANCOLIE, par Angelo Rendo (trad. Denis Montebello)

[Ringrazio Denis Montebello per la generosità e l’amicizia. Mi onora il fatto che abbia manifestato interesse per questo scritto. A me non capita mai di uscire fuori. O fuori dai confini. Ora, e per la seconda volta, e sempre per mano di Denis, un pezzettino di Sicilia, eroica e profonda, prende la strada della Francia, di La Rochelle, del sud Ovest, della Nuova Aquitania, del Golfo di Biscaglia, della francofonia.

Denis Montebello ha ripulito il testo dalle incrostazioni dell’afferramento, lo ha levigato. E mi pare la sua traduzione abbia superato l’originale.

Qui, il blog di Denis Montebello, e “Vertigine e malinconia” in francese.]

À Enna et à Piazza Armerina, l’une des présences les plus réelles, les plus rassurantes, est le rite funéraire: tout un pullulement d’affiches mortuaires géantes et de magasins de pompes funèbres pour les rues du centre. Beaucoup de vieux, beaucoup d’affaires.

Les services funéraires seront inévitablement les derniers à quitter ces pays désormais perdus, dépeuplés.

Ici la mort triomphe, elle envahit tout, on ne la laisse pas, comme c’est le cas ailleurs, entre parenthèses; elle tapisse les murs; aucun lieu ne lui échappe, aucune pierre.
Enna et Piazza Armerina n’ont plus sens, villes rétrécies et closes. Ces temps n’en veulent plus, elles se préparent à être aspirées dans les enfers plutoniens. Même si Perséphone a tenté l’irruption dans les sphères célestes, Pluton détient le nombril de la terre et, sans répit, nettoie la peluche qui l’empoisonne, un peu plus bas, à Pergusa.
Dans les quelques mots des indigènes la fatigue et la mélancolie, le noir et le vertige. Gardiens de pierres destinées à tomber, l’une après l’autre.
Des endroits de l’autre monde, c’est vrai, d’une Sicile continentale, lombarde. Haute, inaccessible, boisée et verte. D’une rationalité froide qui se heurte à l’idiotie de l’homme quand il n’est plus un homme pour l’homme.
Ainsi la pierre, placée en 1960 sur la façade d’une maison morne et inhabitée, au terme de la montée qui conduit à la limite d’Enna, le Castello di Lombardia, à nous faire contemporains de Cicéron (qui semble avoir demeuré là, en 70 A. C., à l’époque du procès contre Verrès), et à sauver Enna du souffle qui la soulève, elle, cité d’une arrogante beauté. Oublieuse et altière.

IO E IL CINEMA – Angelo Rendo

Rarissimo io vada al cinema, poiché soffro di acuti sonni cimiteriali, in quel luogo.

È il buio, che acceca, diranno i più; un minor numero sosterrà è una questione di predilezione.

Al cinema è impossibile esercitare il privilegio della sospensione. Ogni cosa scorre non vista. Bramata e deglutita.

Perdo tempo al cinema. Per me – che fondamentalmente solo leggo, e mi caccio nei vicoli dei testi – vedere un film significa consegnarsi alla noia.

Ma lunedì, avevo proprio intenzione di addormentarmi al cinema, così sono andato per “L’apparizione” del francese Giannoli (terzo di quattro film del primo dei due cicli del cineforum diretto a Scicli dal caro amico Peppe Puglisi).

Iniziato in sordina, carburato nella parte centrale – durante la quale ho sofferto per una decina di minuti di abissi ipnotici – involatosi nella terza e ultima parte, un brusco risveglio, il film è di estrema sottigliezza, coi due protagonisti principali a far la differenza.

Il regista pare assumere un atteggiamento rinunciatario sul tema più grande, quello del mistero e della fede. Ma così non è. Su un sottile filo si regge. In equilibrio.

La Chiesa è mostrata pudicamente per quel che è, una sentina di vizi, come ogni contenitore umano; e la veggente vera – che sfugge alle visioni per farsi una famiglia, sostituita dalla più cara amica che, cristicamente, al suo posto si immola, e per lei muore – avvolge l’opera in una pellicola impenetrabile.

La salvezza per lo spirito (e per la Chiesa) dovrà ricercarsi al di fuori del ‘costituito’ – sembra più volte ribadire Giannoli.

E il comico e il tragico, stretti in un mortale abbraccio, garantiscono il mio sonno, la mia veglia.

“UN VERO COMICO, UN CLASSICO”: HERMANN HESSE A NORIMBERGA – Angelo Rendo

Che importanza ha Hermann Hesse? Questo stupido e sincero umorista – ancora a mezzo servizio, come egli stesso ammette, dissimulando una pratica scrittoria di ostentata cialtroneria – non ne ha. Come ogni grande, non ne ha.

Leggendolo, lettore, non scorrerai righe di testo, ma attraverserai un fondo chiaro ed eliso, dolci rilievi, insormontabili delicatezze, creste, gole, di nuovo creste. Così, agisce, di soppiatto, diagrammatico. Le frasi si compongono senza alcun interesse, l’apparenza ne determina il paradosso. Che se canti, non senti, se gridi, cadi nel silenzio più inverecondo e un cerchio di sole estivo fa i lazzi per chi non intende. E muta il male in male come fosse opera di bene, la più calda riuscita per una mente adusa alla certezza. Che crolla e dilaga nel mare duro.

Tolomeo – Angelo Rendo

Tolomeo era maturo, cotto, finito, perso. Noto ai familiari, agli amici e ai conoscenti tutti. Dotato di grande esperienza (nel sonno), abile e profondo (nel sonno). Bello come un maestro dalla pelle tirata, di pesca, e pustolosa.
Non c’era nulla che potesse renderlo vivo, era nato per sbaglio, come tanti, come tutti. Che non fosse capace in nulla, dimostrava quanto il metodo predittivo non potesse scongiurare cosa alcuna.
In ogni sua sortita era maestro di scempiaggine. Quella degli altri. Rapaci nel tenderlo, e farne scendiletto.
Partiva per fare una cosa, e sbagliava obiettivo; viveva nel fraintendimento, garante una paternità stretta e vecchia.
Credulone, temeva qualcuno nella notte potesse soffocarlo. E in effetti fu un lontano nipote del Principe di Massaciuccoli a farlo fuori come una ciabatta cunzata, una notte.

Incontro con Alberto Angela – Angelo Rendo

Ieri pomeriggio, a Modica, per il firmacopie di ‘Cleopatra’ di Alberto Angela, presso il Liceo Classico “Campailla” preso d’assalto, c’ero anch’io.
Ve lo giuro santissimamente: prima di incrociare il suo sguardo non ero così come mi vedete in foto. Ho solo cercato un briciolo di conforto contro la timidezza, abbozzando un sorriso monastico in direzione di un non ben identificato magma visivo. Mi ha trasformato senza tanti complimenti in un australopiteco, forse forse padre di Lucy, graziandomi, se così si può dire, di una sigaretta spenta a metà.
La forza dell’abitudine, insomma, la sua; non gliene faccio una colpa. Ora sto bene.