La ‘voce piccolina’ di Dente – Angelo Rendo

https://youtu.be/LiKMEWzLips

Dente – al cui concerto ho assistito domenica 6 agosto a Scicli, presso Villa Penna, insieme a poco più di 200 persone – non ha da strappare nulla al deserto, ha radici ben piantate nell’aldilà cosmico. La sua scrittura è ‘andata’, inestirpabile, inadeguata. Sornione come un gatto, sul palco appare disilluso, incredulo, gentile e misurato. Una furia esangue dalla erre moscia. Guarda dall’alto la folta milizia giovanilista che ammorba sopra e sotto i palchi indie italiani. Che sia di culto e che parli d’amore e faccia svenire le ragazze è discutibile. Indiscutibile è con quale grazia lo faccia.

https://youtu.be/F6mFbSGo7Fw

IN THE ELEMENT OF ANTAGONISMS – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

ANTAGONISMO

Se il mondo è senza un genio,
È perfetto. Qui, ora,

Ci chiediamo se valgano tutti
I geni o più di loro valga un uomo

Su un cavallo d’oro, animale
Evocato e miracolosamente
Manifestatosi sibilando.

Gli uccelli chiamano tutti i demoni
Al pensiero del cavaliere dei cavalieri,

Composto solo brunito,
Torre, accento antico, gelida misura.

E il robusto stivale del vento del nord sembra
Abbattersi su un corridoio assai largo, ahimé!

***

If it is a world without a genius
It is most happily contrived. Here, then,

We ask which means most, for us, all the genii
Or one man who, for us, is greater than they,

On his gold horse striding, like a conjured beast,
Miracolous in its panache and swish?

Birds twitter pandemonius around
The idea of the chevalier of chevaliers,

The well-composed in his burnished solitude,
The tower, the ancient accent, the wintry size.

And the north wind’s mighty buskin seems to fall
In an excessive corridor, alas!

Pienezza e vuoto – Angelo Rendo

È di Vittoria? Vengo da Vittoria, ma sono di Campobello di Licata. Campobello farà 8.000/10.000 ab., no? – gli chiedo. No 10.000 10.000 – mi dice. Quanto dista Campobello di Licata da Licata e da Palma di Montechiaro? Ma… meno di trenta chilometri, risponde. E di cosa si vive a Campobello? Agricoltura e bar. Ora hanno aperto il ventottesimo bar. Si chiama ‘Ventottesimo Caffè’.

E il gas dove lo fa? Ma… hanno aperto un rifornimento da poco a Ravanusa, a 4 km da Campobello, vado là, ma io abito a Parma. Ah, gli faccio, a Palma di Montechiaro, confidando che, da buon siciliano, il gasato avesse trasformato la L laterale in R vibrante e fatto cadere il monte chiaro, come si suol fare. No, abito a Parma e sono pieno di gas*.

* (Intendeva dire che a Parma la rete di distribuzione del GPL è capillare).

Resistere alla creazione (intorno a ‘Odiare la poesia’, Ben Lerner, Sellerio) – Angelo Rendo

La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Nel 2004 “La medietà” si chiudeva con una appendice di tre poesie, ‘Darsi la corda: contro la poesia’:

Ed essi che non l’ebbero, ed essi
che mai l’ebbero, non l’ebbero
conosciuta che fu, si ruppero
in branchi cadevano, capelli,
bianchi, di luce che terra dal nero
prendevano e prendevano, annusavano

tirare: sommo impiego fu
un farsi continuo di occhi,

come il miraggio ruppe il ritmo,
lo riconsacrò, il ritmo, venne
compiuta la stasi: la fuce.

**

Distinguevano viscere, e creazioni
in astuzia, modo chiuso
qua, partono subito

**

fuochi dell’aperta campagna, alluminio
di due stagioni far apparire l’età
come presente come dato altrimenti
la possibilità, che è pesante, si carica
dell’indocile, spinta, chiedere
fluidità al Padrone, quello grande

sua misura, mio rispetto.
mia misura, suo rispetto.

Poesia a lume di naso (intorno a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea) – Angelo Rendo

 

“[…] Il messaggio lontano della fogna
che, muta e pregna, vomita nel mare.” (p. 16)

È l’olfatto il senso più desto in D’Andrea, i ricordi aggallano, la storia è una congerie escrementizia. Ma dal titolo ci si aspetterebbe un passaggio. Altro, rispetto al subbuglio che, sin dagli esordi, ha caratterizzato la sua poesia. Invece ombra, questo essere a metà. Una sosta, quasi a rischiararsi e ristorarsi, credi. Ma all’ombra il poeta indugia troppo; non un transito ma una “seduta”, più mestiere che vocazione.

Una storia, la sua, che è talmente irrorata dalle più diverse tracce mnestiche da caricarsi sul dettato e ingarbugliare la forma, che quasi mai combacia con la sostanza.

È evidente che la malìa filosofemica affascini questa poesia e la sporchi, a quando una bonifica? Inoltre, la contemporaneità con tutti i suoi gingilli e le sue perfidie batte sotto, titilla il civismo poetico, ma non si scioglie nel verso, resta a mo’ di slogan.

XI

Eccidio, omofobia, femminicidio,
propaggini patriarcali,
benvenute effrazioni del dolore
sempre procrastinabili le scelte,
ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
la classe estinta in testate esiziali,
chiacchiere esorbitanti, nausea.
Ogni fatto morto, ogni effetto
estorto. Il dato certo risorto
in un battito irreperibile,
aquile bianche beccano lo zolfo
e il pietrisco dei Balcani;
silenzio d’Europa e connivenza
aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
confezionate a triplo strato
con pascoli di capre, markor, argali
a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
dei complotti. Piangevamo
il distanziamento intellettuale,
l’alibi e l’annientamento telecomandato
di ras afroasiatici.
Il seguito fu un’origine fragorosa
di acronimi e sintesi verbali,
geroglifici, emoticon, messaggi
connessi in una trama arcipelago.
Bottiglie da un territorio archiviabile,
nella presenza ridotta del respiro
umorale, degli odori coperti.
Un guizzo di tempesta, i tropici
ai poli e il boh sempiterno
sotteso a ogni risposta.
(pag. 32)

Tutto questo sferragliare viene temporaneamente interrotto da un dittico, il poeta si ferma e si guarda allo specchio. È il momento migliore del libro. La storia è incontenibile, i ricordi non possono afferrarla, le immagini non si riannodano al puro istinto.

L’identità (o trasposizione del poeta)

Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.
(p. 38)

Quindi, la sezione “Immagini, I Ricordi”: si entra nel vivo del fuoco. Presente nume Stevens. Qui c’è controllo, resa, mentre altrove è spesso imperfetta. Qui l’aria si rarefà e uno stato di sospensione fa capolino:

Temporale estivo

L’odore di terra bagnata –
chi non lo ricorda? – s’infiltra
e in queste pareti risponde
perentoriamente altra aria,
recando passati e passando
mi dice la terra e il suo spazio.

Il tempo, che sembra volersi
aprire di slancio, rallenta
e piano sorvola strutture,
futuri intuibili, quadri,
imposte, gli oggetti di vita
raccolti scompaiono e accede
il tremito nuovi di antichi
scenari, ritorno che zoppica,
infine interviene, dapprima
sul vuoto, ricorda gli odori,
sostiene se stesso e presenzia
cadute involute al presente.

Il tempo e lo spazio, membrane,
respirano passi e cadenze
ma come in un suono sospeso
che aspetta di cogliere strade,
passaggi, gli odori che passano,
ricordi di soglie che sembrano
scomparse, che sembrano eterne.

Così della terra bagnata
mi resta da dire il ricordo
che nei pochi spazi s’appressa
e scivola presto dall’ora
all’oggi, attraverso il ritorno
di questo mio essere in terra,
sia monito o sia promemoria
ripete un sentire diverso.
(p. 50)

La storia, le immagini, il racconto: il ricordo a tentare di sostenerle; ma già in “Era nel racconto” la struttura del libro sembra essere divorata dal poemetto che chiude la sezione; è come se l’esile equilibrio su cui si fonda questo ‘transito’ venisse sconvolto dalla marea montante di detriti alluvionali.

Il libro potrebbe finire, sfigurato, con questa sezione; invece se ne apre un’altra, “Zone recintate”. Poesie disperse, come quelle dell’ultima sezione (“Notturni”), delle quali si sarebbe fatto volentieri a meno.

Una poesia fatta di relazioni sconnesse, afflitta da lungaggini, “accampata nel semibuio”.

Io vorrei visitare il mondo – Angelo Rendo

La tentazione di entrare nel mondo è un atto troppo mondano. Nonostante mi sforzi a inforcare gli occhiali, non vedo nulla.

Petunia Ollister, di cui il 12 marzo per la prima volta ho letto la rubrica (#bookbreakfast) su Robinson, trae dall’antologia illustrata dal titolo “75 litri” (www.madebytuta.com) la seguente citazione: “Sono state sottoposte agli artisti queste domande: immagina di partire per un lungo viaggio dal quale forse non tornerai mai, qual è il luogo che vorresti visitare? Come organizzeresti il tuo zaino? Quali oggetti porteresti con te? E quali mappe? A chi manderesti una cartolina?”

Io vorrei visitare il mondo. Senza zaino e senza mappe, e al diavolo le cartoline.
Una delle tesi più accreditate è che vi sia somma sapienza al mondo, che sia una gemma dentro il castone.
Ma nessuno sa cosa sia il mondo e dove si trovi, nessuno di noi viventi vi è stato destinato, per quanto talora alcuni si gettino in avanti alla ricerca di qualche crepa e la intonino a Dio, senza di fatto rivolgerglisi.

Sospetto che gli instagramers siano una nuova comunità apostolica e che le loro faccende siano in mano al capitale immaginivoro. La labilità del mondo entrato in uno specchio, che riflette un surrogato di vita.

Quindici glosse per duecentosessantotto battute – Angelo Rendo

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[Le duecentosessantotto parole di “Quindici glosse per duecentosessantotto battute” sono state scritte nell’arco di nove giorni, dal 30 gennaio all’8 febbraio. Si tratta di quindici glosse a un libro. Il libro è “Le battute fulminanti di Richard Feynman”. Riunisco le due parti (“Dieci” e “Cinque”). A. R.]

È dentro questo clamore, dentro questa onda lontana. Spinge. Qualcuno non riesce a tenere la fila e si schianta contro la luce, qualcun altro contro il buio; chi, invece, la mantiene ha dalla sua i morti, chi come un missile trapassa tutti quelli che lo precedono sta sul bordo nel suo turno nel suo rigore infine.

Tenere l’intrigo separato dall’intrico è nell’ordine delle cose.

La ripetizione calibra persino la durata dei corpi. C’è uno stampo per ogni dove.

‘Come stanno le cose’ è senza dubbio una perifrasi di dominanza.

Se qualcosa scappa, prendila, se ci riesci, o dimenticala, non maledirla!

Comprimendo il tempo sullo spazio leghiamo il relativo all’assoluto.

Quel che cade non può essere in linea che con l’immaginazione. E con lei sola.

Quando stiamo per andarcene, c’è sempre una curva alle nostre spalle a trattenerci.

L’eleganza consiste nel fare in modo che il coniglio non esca dal cilindro.

E così il calore è una forma del dolore: quanto più da esso ci si allontana tanto più si fa vicino.

La rovina e, sotto, il fondo fascino e l’atomo. In una volta tutta compare la verità, a prova di bomba.

La tolleranza, se un peso la ottunde, necessiterà di un fuocherello, per essere sollevata.

C’è forse un argomento che possa governare l’astrazione?

Mi è tutto chiaro, dopo che faccio rotolare via la penna, lontano da me.

Ogni giorno, non possiamo pensare nulla di umano e vicino – fatto della nostra stessa carne, più prossimo e interno a noi di quanto lo siamo noi stessi prossimi a lui e a lui interni – se non smette di portare un nome.

​In mezzo a un libro (su Dany Laferrière, “L’arte ormai perduta del dolce far niente”) – Angelo Rendo

Seduto di tre quarti innanzi al sole, con King Rok sulle gambe, distese su una sedia, e il naso affondato dentro la carta Fedrigoni Lux Cream delle edizioni 66thand2nd. Respiro e annuso, respiro e annuso. Godo. Il vero odore di libro. Raro. Che certamente Dany Laferrière (1953), scrittore haitiano-canadese – dal 2013 seggio 2 dell’Académie française –  e il suo ‘L’arte ormai perduta del dolce far niente’ meritano di diritto.

Chi entra in questo memoir caleidoscopico e di adamantina raffinatezza, pieno di orecchie, entrate ed uscite, anche di emergenza, umano cuore e fatica e intelligenza rabdomantica, resisterà alla lettura pur di non finirlo. E si sistemerà al centro. A narici frementi.

Il tempo ascolta – Denis Montebello (trad. Angelo Rendo)

[Una prosa fintamente lirica, tanto docile quanto minacciosa, come il tempo oggi e sempre. Un sapido boccone dello scrittore francese Montebello, che ringrazio. A. R.
Il testo francese originale qui]

*

La stessa cosa o quasi in occitano, la stessa qualità del silenzio, la stessa inquietudine nell’azzurro, che sembra lì dimorare per l’eternità, nell’aria che si respira, davvero troppo pura, talmente leggera da diventar pesante, carica di minacce, come nel Poitou “un esercito di preti”, grande gregge di nuvole nere.

Credo di aver sentito o letto questo occitano. Dalla bocca o dalla penna di Jaurès. Ma è possibile che io abbia sognato il discorso o il testo in cui questo silenzio, anche se non si sente, assedia le parole e le trasforma nel loro contrario, come se l’occitano, non contento di tormentare il francese col suo sinistro silenzio, predicesse i temporali a venire. Per avvertirci e, chi lo sa, per proteggerci.

Quel che è certo è che questa mattina gli uccelli del malaugurio hanno lasciato il mio palmo. Il cielo è limpido, l’azzurro purissimo, e la tempesta, annunciata per stasera, passerà. Come i ricordi.

Lunga vita a Miko Mission! – Angelo Rendo

Se un artista è quello che è, l’uomo traballerà, e non potrà che abbandonarsi e rinascere – dopo aver tentato vanamente la carriera di interprete, tre volte a Sanremo: 1965 (“E poi verrà l’autunno”, reinterpretata da Mina), 1976 (“Signora tu”), 1987 – approdando infine al piano bar di una grossa pizzeria di un qualsiasi litorale.

Don Miko, Miko, Pier Bozzetti, Miko Mission. Sagoma di Marzullo, piemontese giramondo, anni 71, col vizietto di nasconderseli (ci dice essere del 1960), in lui ci siamo imbattuti per caso ieri sera. E pure questa volta, come a Sanremo ’87, Don Mikilino ha barato, e barato con maggior agio e ardimento, sulla sua età. 
Ecco cosa scriveva qualche anno addietro Michele Serra su “Repubblica”, citando da un Almanacco Panini Festival: “Miko, alias don Miko, all’anagrafe Pier Michele Bozzetti, si presenta una prima volta a Sanremo nel ’65 come don Miko, poi nel ’76 come Miko, nell’87 come Pier Bozzetti (nell’occasione dichiara sei anni di meno, come i calciatori sudamericani in cerca di ingaggio, ndr), infine conclude la carriera come Miko Mission”. E la conclude – aggiungo io – divenendo uno fra i più importanti esponenti della disco music italiana anni Ottanta.

Dunque, mentre noi mangiavamo, Don Miko ha cantato per due ore senza requie e tema, stonandoci la testa, accompagnato da Vanna Marchi alla tastiera, a sua custodia. E alla fine, quando gongolava fra i tavoli, uno dei miei commensali, un istrione, mio fratello, lo ha chiamato a me, inventandogli che volevo fare una foto con lui. Mi ha chiesto il nome. L’ho stretto e l’ho abbracciato. Mi è passato il mal di testa.