Un libro per studenti medi – Angelo Rendo

dobbbiamo disobbedire

Non quel nero ribollire di Pasolini, l’inesausta volontà di saturare la ragione, ma un ordinamento interiore esposto alla gioia in Parise.

‘Dobbiamo disobbedire’, 55 paginette Adelphi, 7 euro (2,99 euro in ebook), cinquantanovesimo volume pubblicato nella “Biblioteca minima” a settembre, non lascia campo.

Dal 1974 al 1975 Parise tenne sul “Corriere della Sera” una rubrica dedicata al dialogo coi lettori. Alcuni pezzi vengono ora riproposti nella veste “minima” per le cure di Silvio Perrella, il quale aveva già presentato nel 1998 le lettere di Parise ai lettori col titolo “Verba volant” nelle edizioni Liberal Libri di Firenze.

Parise col suo incedere momentaneo, spinto dalla “forza delle cose”, scrive a un livello per nulla aderente al modo di “virtù” italica e per postura, lineamento e qualità della pelle scritturale appare assimilabile a Rodolfo Wilcock.

La “natura pedagogica e fantastica” del testo, la lampante chiarezza, che candidamente cova l’idea di uno Stato democratico nettato dall’ “invidia di classe”, rendono il pamphlet futuribile, e fruibile massimamente da studenti delle medie superiori.

Gli insegnanti  proporranno “Dobbiamo disobbedire” fra i libri consigliati, l’alta accademia potrà pure cestinarlo, ne ha il coraggio, e facoltà.

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Lettura dell’ultimo doppio numero di “Nuova Prosa” (60/61) – Angelo Rendo

Nuova Prosa 60/61

Dell’ultimo numero di “Nuova Prosa” (60/61) – clicca qui per acquistarla – la rivista diretta da Luigi Grazioli, ho consumato centonovantaquattro di trecentocinquantacinque pagine. Da Marco Codebò – un saggio su “Il sorriso dell’ignoto marinaio” di Vincenzo Consolo, diciassettesimo intervento secondo l’ordine alfabetico in copertina e all’interno – a Claudia Zunino, ventiseiesimo e ultimo scritto, il non ancora letto e il già letto altrove.

Esclusi Codebò, Facoetti (“Dialoghi con Leucò”: Cesare Pavese e il progetto della virilità) e Saletta (Il “corpo a corpo” con la parola di Pier Paolo Pasolini ed Elfriede Jelinek), tre saggi, il resto è rappresentato da recensioni per lo più dicevo già apparse su ‘doppiozero’, eccetto alcune di Giacomo Giossi e Isabella Mattazzi presentate rispettivamente su “Blow Up” e su “L’Indice”, e su “Il manifesto”, prima ancora che su ‘doppiozero’.

La rivista a garanzia delle patrie lettere – mai ci si stanchi di dirlo – ha stavolta provocato in me un attacco di pirotecnia aggettivale. Spesso condannato, l’aggettivo mi si è messo davanti timoroso e con le guance rosse, sono stato a sentirlo. Per ogni autore un botto unico.

Narrazioni

Camillo Acquilino, Baxeicò: tecnica

Gianni Agostinelli, Santo Spadoni beve succo di frutta corretto: esilarante

Giovanni De Feo, La testa sull’armadio: suggestiva

Vincenzo Estremo, La lezione prospettica della crocifissione di Masaccio: fuorifuoco

Luigi Grazioli, Luoghi chiusi: fetale

Danilo Laccetti, In lode di un colore. Piccolo omaggio flaianesco. Con ricordo altrui: estenuata

Francesco Lauretta, La vita raggiante: arraggiata

Giovanni Marchese, Fratelli per  la pelle: pretenziosa

Francesca Matteoni, L’unico momento in cui eravamo soli: sfarfallante

Eliana Petrizzi, Due di quattro: sensualerotica

Piero Pieri, Nascita di un serial killer: amareggiata

Filippo Roncaccia, Un’altra meditazione: passatista

Giacomo Verri, Le tette di Claudia Schiffer: fuoritono

La Traduzione

Julien Green, Leviatano: centrale

Massimo Manghi, Una misteriosa traversata. In margine a Léviathan di Julien Green: puntuale

Saggi e recensioni

Marco Candida, Imperial Ellis (L’antisessualità): infantile (letto perché mi è parso più vicino alle Narrazioni che ai Saggi)

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Se dovessi, in conclusione, esprimere una mia preferenza, direi Gianni AgostinelliSanto Spadoni beve succo di frutta corretto. Mi ha fatto ridere, e non di lieve sbocco o scoppio, ma legato all’inciampo, al gesto goffo dei protagonisti a cui la prosa non presta il braccio, li fa rotolare anzichenò. Mi piacerebbe proporlo ai lettori di Nabanassar come anteprima del numero nuovo, chiederò ad autore e direttore.

Ho una macchina sotto le palle – Rendo legge Siti

Sono troppi i parassiti che succhiano questo reale, così la sua triste sposa non potrà che essere la televisione, argomento inflazionato da cui cavare ultimo sangue. Nei pressi, Siti. Con l’opera capitale Troppi paradisi (2006), conclusiva di una trilogia composta da Scuola di nudo (1994) e Un dolore normale (1999). […]

Troppi paradisi è l’opera di un piccolo-borghese, che sente forte la necessità dell’autoanalisi, mettendo in scena persino la radice parentale con le sue serpi, trasmessegli. Ha voluto fare i conti. […]

L’autore nasce ritardato, lacrimoso; vorrebbe, dunque, dare luce all’occasione perduta. La ricerca della stabilità lo ha ritardato, collocato nelle retrovie. Nonostante tutto, Siti ha avuto premura di bene addentellarsi col meccanismo a lui prossimo: la letteratura del e dal dentro. Non riserva sorprese. […]

 

Walter Siti si colloca all’interno di un sistema di potere consolidato, ove tutti si conoscono. Si pubblica perché non può che essere così, facendo parte “do Sistema”. Ogni opera è rivolta a lettori che sanno già ciò che trovano. Il target è manifesto. W. S. cattura un segmento in forte emersione, come un polipo dai mille tentacoli.

Siti è l’arciitaliano, appartiene alla schiatta dei raccontatori del disastro, del naufragio. Abbacinato da un’epoca estrema, in bilico, alla fine la fa sua. A reggerlo v’è una forza rabbiosa, propria di chi è venuto fuori, solo all’inizio della vecchiaia, da una funesta compressione.

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