Appunti dal buon senso senza senso (32) – Angelo Rendo

Una volta che si è nascosto, e tutto il giallo delle stoppie è rimasto, una rete metallica, tenuta lontana dai suoi loschi giri da alcuni paletti che corrono a perdifiato, rimane. Due, un padre e un figlio lontani, persi per il campo insieme a due pecore, a sole tramontato, pascolano. Passo lungo, ci ripenso e rigiro poco oltre l’entrata del mercato; qui, mi piazzo, scendo e scatto due foto, le frecce direzionali si prendono il flash, io nulla.

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Da “La superpotenza”, le poesie di Giuseppe Cornacchia – (VI) E Sancio disse

[Ho scritto poesie tra i venti e i trent’anni, quest’anno ne compio quaranta: e’ il momento di una prima verifica di tenuta. Presentero’ in questa rubrica i venticinque testi inseriti nel recente volume “La superpotenza” (2012, ed. ilmiolibro.it) e raccolti sotto il titolo “Dell’iris ho il tramorto”. Costituiscono, a questo momento, il corpus ufficiale della mia produzione. A voi. GiusCo]

E SANCIO DISSE

E Sancio disse: “Padrone, com’è che non prendiamo
una vacanza? Dulcinea s’è data al tennis
e noi crepiamo sotto il sole.”
“Caro Amico, nell’ordine del cosmo
solo un uomo può far tennis a quest’ora, e non io,
poiché c’è giusta causa & giusta guerra.
Che l’oasi razionale del diritto
preservi le medaglie ai sonatori
ma non voglio dividere la torta.”
È che nessuno sa starsene più in casa,
così la Marzia d’oggi in Cinqueterre
a far da ballerina nella sera.
Non si cerchi tributo in questo scritto,
ho perso la pazienza tante volte
e non mi va di profferire alcuno,
è già finito il calcio alla tv
e Bertolucci crepò ieri, ciao Attilio.
Un giorno si dirà che tal Cornacchia
vagava nell’inquieto, ma nevvero,
fu noia scandalosa a bocce ferme
reinventare il Canone eliminando l’Uomo.

© Giuseppe Cornacchia

Pubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Appunti dal buon senso senza senso (31) – Angelo Rendo

Dove stanno, cosa fanno, come parlano? E parlano bene? Fanno meglio di quanto sia possibile ad un muto stare in pari con se stesso? E perché mangiano cetrioli, mentre mondano nespole? Vanno avanti, serrano le labbra, si spàcchiano il musso, storto e schifiltoso. Chi sono e dove vanno, cosa stanno a fare là sopra, se camminano tirati per i piedi coi vomeri fuori dalla bocca?
Possono anche solo due righe stanarli, quel pensiero che più non regge e fuoriesce dai gangli, la radice che tira verso l’alto – e è giusto tamponarla da parte a parte con le dita. Come penetrare le righe? E’ la voce che si preoccupa di raccogliere la verbosa accumulazione e, dopo averla smembrata, di divorarla. Più facile esserne penetrati.
Battaglie di retroguardia, vah, ma l’uomo pubblico non è un pappamolle, non avanza legge in mano arretrando, non gli è permesso di invocare limitazioni dall’alto di una incoartabile “purezza” che altro non mostra se non il fianco coperto del privilegio. Garantismo, alla guerra preventiva pensano gli sciacalli!
Perché, eh? Perché il mare è una distesa d’acqua, la terra un aggregato di silicati e rocce, il cielo l’unico dente rimasto all’eterno, l’uomo stupido sciacallo tutto scienza che scrive – e caca e discerne – a garanzia di una guerra, inservibile pace??
Un escremento resta in un imprecisato vicolo del testo, lo sentiamo alitare prima di farsi vuoto – tendendo le orecchie al passato – mentre le sue lenti fumè brillano compiute sotto il sole:

Accanto al mio sedile accanto
seduto accanto a lei seduto:
non ha occhi, è nera
come i pantaloni di chi siede,
non parla, sta sdraiata
non puzza, eppure
non c’è differenza in quest’attimo
tra me e lei.

Da “La superpotenza”, le poesie di Giuseppe Cornacchia – (V) Venustà balneare

[Ho scritto poesie tra i venti e i trent’anni, quest’anno ne compio quaranta: e’ il momento di una prima verifica di tenuta. Presentero’ in questa rubrica i venticinque testi inseriti nel recente volume “La superpotenza” (2012, ed. ilmiolibro.it) e raccolti sotto il titolo “Dell’iris ho il tramorto”. Costituiscono, a questo momento, il corpus ufficiale della mia produzione. A voi. GiusCo]

VENUSTÀ BALNEARE

Ed ecco al mare un naufrago spogliarsi d’oli
senza lamento in flauto
nel gorgo scaracchiato in cui s’annaspa. Bea
oltraggio a riverite sponde
e farsi participio al soffio d’onda.
Se fosse l’ultima morrei due volte
a chi m’aspetta e a me
che non giacevo a questo male;
d’un sacco di mondezze -se ritorno
farò strame (e sale).
Se sono vivo chiedo a te
di questi affanni e in modo nuovo
prego un dio, pietoso, lo prego,
tra la salsedine di goccia che m’invade
più d’un attimo, un po’ di mare
un po’ di strozzo nella gola
e poca pace. Sto solo morendo
d’una fine che non avrei voluto fare.

© Giuseppe Cornacchia

Pubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

“Istinto d’animale e anima”, intorno a “Figlio” di Daniele Mencarelli – Angelo Rendo

L’editoria italiana è ripiegata nel proprio corpo di carta, l’anima immateriale è più uno strumento per la pubblicità che il palesamento della rivoluzione del cont®atto – fin qui standard – fra vivi. Chi cura le collane è interessato al grido di pietra dell’autore vecchio e noto, tutto carta e distintivo. Allo scrittore anfibio non resta che animarsi e di soppiatto (e)rodere la carta. Noi gli tendiamo la zampa. Cani che parlano, figli che abbaiano. Cyberdeità:

Agosto di un giorno senza fine
mare di Puglia alle finestre
un cane spelato senza coda
vaga per qualche resto,
tu lo scruti e c’è mancanza
vuoto da colmare con un suono
parola che sgorga dalla bocca
attesa come tua seconda nascita,
«cane», «cane» ripeti sul nostro pianto
sull’abbraccio della gioia che conosce
solo chi ha conosciuto massacro,
falla sentire al mondo la tua voce
l’oro del suo squillo incerto,
ammutolisci il male ricevuto
tutti gli spergiuri sul tuo destino,
nostro verbo fatto figlio
parlaci di un nuovo tempo. (p. 27)

“Figlio” (edizioninottetempo) è il nuovo libro di Daniele Mencarelli, dopo il capolavoro “Bambino Gesù” (edizioninottetempo). Due padri, due madri, due figli, e al centro tre nonnati, in cinquantadue poesie di ispirazione cristiana, tessere di un poema, che è giusto non svelare.

Mencarelli è un poeta creaturale, la cui lingua è ammantata da bende stilnovistico-dantesche in linea col tema dell’opera: l’origine. La scrittura è innalzata su un altare, data in dono come offerta votiva, affinché la preghiera possa ritualmente compiersi. La carne del testo è, infatti, infarcita di una miriade di dativi – non basta l’omissione dell’articolo a desacralizzare la vivezza dell’afflato, per quanto l’articolo zero renda quantificabile e determinato il peso della parola-spoglia, attacchi il tessuto connettivo divorandolo e semplifichi il tempo poematico, per quanto lo blocchi e azzeri, lasciando nuda la parola e menomata – è una forte marca, la datività, intrinseca a una scelta; e non vale vedere un vezzo o il rischio effetto telegramma, poi, nell’articolo che manca.

Il padre apre la porta e protegge “dal freddo soffio dei sorrisi”, garante, dà fiato; la madre chiude la porta, dopo aver dato forma all’inconcepibile; i figli, “venuti come argine/per dare freno e direzione/a questa corsa senza pace”, riaprono la porta.

La paternità non è solo forza fisica, ma anche e soprattutto visione; ritornare al paterno con foga mostra l’intenzione di rifondare non un ruolo, ma di ricondurre il concetto al dato teologico: Dio Padre. Se manca il padre, corruzione. Il padre attende, vigile, a guardia alta, a estrema difesa della madre, “predatore in cerca di obbedienza”.

Un libro travagliato, “Figlio”, fatto di stacchi, strappi, rotture spazio-temporali, improvvisi squilli lirici, pastoni, fiati sospesi e stupore e metri claudicanti:

Traffico alla gola
cielo mangiato dalla notte
oltre non sai vedere,
vorrebbero le parole non dette
farsi preghiera da inizio a fine
ma ti fermi sempre al Padre
non più mio né nostro
in questo sfinito ricominciare,
quello che sai fare
è perderti alla prima luce di stella
rivelata ora che il giorno muore,
a lei dura la voce si offre
la vita del padre al posto del figlio,
tortura ogni grammo di tessuto
donami tutto il male che riesci
ma salvalo e io sarò salvo.
Ti sveglia muta sorpresa
invano tenti di capire
chi ti ha portato sotto casa. (p. 24)

Rispetto a “Bambino Gesù” minore è la memorabilità delle poesie; più farragine: l’ostacolo rappresentato dall’impossibilità di distanziarsi dal soggetto in questione, il figlio; la disgrazia è sempre lì lì ad incombere, per ciò lapidaria la nominazione, fissa pietra, e grezza, spigolosa, spesso. Pare che ogni tentativo di concepimento sia destinato a fallire, il piede del male ha occhi dai quali ci si fa guardare, e preme:

Il nero dei pensieri
mangia l’asfalto della strada
dà materia a scene sfigurate,
ne toglie al ferro d’autotreno
sul punto d’ingoiarti.
Un sole piantato nell’azzurro
non si concede alla sera,
tu vorresti già la notte,
cancellare un altro giorno
dal mucchio dell’attesa,
prendere di petto il tempo
e accartocciarlo a modo
fargli sputare con la forza
tutti i secondi che mancano. (p. 58)

Quella dell’origine, del male dell’inizio è tema d’elezione mencarelliano. Uno schermo sottilissimo, impalpabile, una placenta rotta, le cui acque tracimano dal senso. Poesia che non si astrae, ma rimane terrena:

[…]
Che non si dia nome
a ciò che non si tocca,
ancora vibra la rasoiata
della volontà del Signore. (p. 65)

Da “La superpotenza”, le poesie di Giuseppe Cornacchia – (IV) Vo fora nelle strade

[Ho scritto poesie tra i venti e i trent’anni, quest’anno ne compio quaranta: e’ il momento di una prima verifica di tenuta. Presentero’ in questa rubrica i venticinque testi inseriti nel recente volume “La superpotenza” (2012, ed. ilmiolibro.it) e raccolti sotto il titolo “Dell’iris ho il tramorto”. Costituiscono, a questo momento, il corpus ufficiale della mia produzione. A voi. GiusCo]

VO FORA NELLE STRADE

Vo fora nelle strade
e non c’è più semenza inaridita
a farmi male
e pensando faccio male
giacché ognuno ha la sua vita
ed è giusto che si vada
a mo’ di trenino chiuso,
l’ultimo attaccato al primo
ognuno al suo livello.

© Giuseppe Cornacchia

Pubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Un passero solitario – Stefano Ferreri

Lawrence Arabia, “The Sparrow”

[da qui]

Crude moustache, exposed brains

it made the pretty boy look highbrow

so I gave myself the same

Una bella metafora disinnescata da un ritratto pubblicitario di Zac Efron in metropolitana.

Così Lawrence Arabia, senza filtri in una recente intervista, rinuncia ai punti di quella che si sarebbe detta una comoda allegoria del primato dell’ingegno, e insieme della finzione, nel dorato mondo dell’arte. Se pare garantito al mandarino che esista una logica più probante dietro quelle poche liriche e quella copertina, pure impenetrabile al momento, resta fuori di dubbio che una nuova metamorfosi sia effettivamente in atto nel retropalco del maliardo cantautore neozelandese. E non certo per esaltare un’arguzia già di suo più che rimarchevole, come lui vorrebbe farci intendere.

Malcelando la propria insofferenza verso un moniker impossibile da promuovere sotto le forche caudine di Google, James Milne si rinnova nei panni dello sparviero e porta avanti il suo adorabile personaggio da romanzo con ostinata devozione, attento per una volta anche a non calcare troppo il tratto. Lo scintillante novello Peter O’Toole dell’esordio, il rigoroso lupo di mare del capitolo secondo, ed ora questo criptico gentiluomo magrittiano. Tre maschere da anomalo seduttore che confinano in un passato già remoto l’imberbe bassista dei Brunettes, il fanatico delle citazioni alla guida dei Reduction Agents ed il turnista di lusso assoldato con buona lungimiranza dai Will Sheff e dalle Feist. Fino a ieri il cantante e musicista di Christchurch rientrava in agilità nel novero di quei curiosi artisti imperfetti che esercitano il genio ad intermittenza, timidi sprazzi di colore vero ed un coniglio fuori dal cilindro solo di tanto in tanto. Un po’ la versione Kiwi di Richard Swift, di Jim Noir o Kelley Stoltz, ad ingrossare le fila degli eterni talentuosi incompiuti, condannati a reinventare con stile la solfa della tradizione pop senza mai il piacere di concedersi due passi sotto i riflettori di una ribalta che conti qualcosa. Il Lawrence Arabia del disco eponimo sfoggiava senza imbarazzo i gradi del perfetto alfiere naïf: una sorta di dandy sofisticato ma polveroso, alieno alla grazia autentica, adepto di un’insolita maniera noir e con qualche debito di troppo nei confronti di Bowie. Limiti marginali, considerata quell’innata e felicissima inclinazione all’easy listening poi tradotta in squisitezza armonica, hook assassini e deliziosi refrain uptempo, in gemme imperdibili quali ‘Talk About Good Times’‘Look Like a Fool’ o ‘I’ve Smoked Too Much’. Molto più, evidentemente, di un’acerba e sfuggente dichiarazione di intenti, nonostante il subisso di approssimazione ed una disarmante, cronica indolenza a rendere più pesante l’altro piatto della bilancia.

Arrivato con ogni probabilità all’ultimo appello, Milne ha saputo invertire la rotta dello sciagurato commodoro di ‘Chant Darling’, irregolare e masochista amante del frammento, del nascondino e di un crooning consumato quanto dispersivo. ‘The Sparrow’ solletica le papille con l’inatteso retrogusto di una sorpresa quanto mai gradita. Insieme un piccolo album, una grande prova di maturità e la palestra perfetta per esercitare in totale libertà le proprie intuizioni trasformiste, un po’ come era capitato con l’estemporaneo gioiellino ‘The Dance Reduction Agents’. Senza ingenuità nel tocco in questo caso, senza futili baldorie da salotto. Con la discrezione di chi è nel giusto ma non ostenta, certifica le credenziali di un’anima cangiante e piacevolmente discontinua, raffinata ma mai ruffiana, bruciante per ironia ed incline ad un romanticismo da perdente d’altri tempi, quasi si trattasse del promettente braccio destro di Neil Hannon nella sua rincorsa impossibile alla deità di Ray Davies.

Eppure splende. Dietro le tonalità cupe dei fondali, nello spazio d’ombra sotto la tavola armonica del pianoforte. Rifulge davvero la più limpida delle sue doti, la meticolosa opera di riciclo intelligente che per la critica non merita in genere molto più del marchio d’infamia di quella parola oscena – “derivativo” – ma che James ha condotto a livelli di scaltrezza ed eclettismo semplicemente impressionanti. Per giunta senza rinunciare alle cadenze sornione o ad un distacco che è pura apparenza: l’arte di addormentare il gioco per poi colpire a tradimento con quella voce malandrina, giostrando con assoluta perizia tra le più disparate direzioni melodiche. Concedere licenza di lenocinio alla propria vena decadente equivale a garantirsi un adeguato raccolto in quanto a canzoni da crepuscolo. Così discrete, anacronistiche, ideali per i titoli di coda di un film ancora tutto da girare. Dietro la macchina da presa e sotto l’impeccabile tweed di oggi batte sempre il cuore arruffato del primo Lennon solista, assecondato in viso dallo sguardo contemplativo del poeta imbelle e sognatore, fin troppo disteso per poter passare da maledetto. Il sogno questa volta fotografa le sponde di un perfetto isolamento in cui perdersi, con la certezza di poterne riemergere appena il giorno si faccia propizio. Anche nel tedio di una pedalata verso la spiaggia, sotto i non buoni auspici di un corteo di nuvole nere, quel che davvero interessa Milne è l’istantanea di una solitudine beata, l’umore cristallizzato di un attimo che è suo e suo soltanto.

Infettato e compiaciuto dal fascino fuori moda delle sue suggestioni, il ragazzo si adopera per sviare l’ascoltatore con più di un diversivo formale: annebbiandolo con il sinistro free-jazz dell’unico filler (‘Dessau Rag’), titillandolo con il minimalismo frivolo di un vestito anni ’80 (‘The 03’), dilatando la scrittura e plasmando con opportune rarefazioni strumentali un’aura space-orchestrale degna di Jason Pierce e dei suoi Spiritualized (‘Early Kneecappings’). Oppure sfoggiando il medesimo tono tra il sommerso e lo svagato del disco di divertissement condiviso pochi mesi fa con Mike Fabulous, non proprio in un nuovo sconclusionato pastiche di retro-funk, soul plastificato e pastoso modernariato seventies, ma con cadenze più languide, sinuosa architettura bossa nova ed un profluvio di fiati ad inturgidire l’atmosfera (‘The Bisexual’). Nel ventaglio di artifizi policromi l’unica costante resta la stoffa del bravo sarto, quella che fende l’aria e non nega mai il conforto della freschezza. Anche le rare volte in cui torna a farsi sentire la chitarra, stesse tonalità estatiche e finemente nostalgiche. Armato di archi, ritmiche pencolanti ed un falsetto da antologia, Lawrence Arabia modella in pochi passi una posa strabiliante dello struggimento, tralasciando le caricature del vagheggino estenuato per concentrare ogni attenzione sul ritorno in Nuova Zelanda trasmesso dal suo specchio. ‘The Sparrow’ racconta proprio di questo precipitoso viaggio verso casa, in valigia gli incantesimi barocchi di Scott Walker, l’approccio pop cameristico di tanta musica britannica fine anni sessanta e l’investitura a figliol prodigo del Canterbury sound. Una fuga da Londra che ai più smaliziati ricorderà quella non meno repentina di Harry Nilsson e che, a ben vedere, riporta tutti gli indizi proprio sull’indimenticabile autore di ‘Aerial Ballett’ e ‘Nilsson Schmilsson’. Glabro ed incravattato o rustico nel suo bel trench. Se sotto i boccoli biondi Milne non era mai riuscito a smarcarsi dall’impressionante somiglianza con il suo vero maestro, per non tradirsi se scoperto alla fonte non poteva che ricorrere ad un ultimo, estremo camuffamento. Pennello, colore bianco, un tocco di marketing esistenziale.

Con quel poco di fortuna in più, l’avrebbe anche fatta franca.