CITTÀ FANTASMA – Angelo Rendo

‘La mia città’ di Antonio Moresco e Giuliano Della Casa – appena uscito per Nottetempo – si legge in un quarto d’ora. È il Moresco favolista, che sigilla il proprio fantasma. Una evocazione precisa, minima e puntuale. E Della Casa che prontamente sparisce. In un punto, in un appoggio che manca e nella fredda monumentalità della sofferenza.

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Letteratura e fermezza – Angelo Rendo

[Sono fermo. Fermo ai tempi in cui la pizzeria si chiamava pizzeria, l’osteria osteria, il laboratorio di analisi cliniche laboratorio di analisi cliniche con l’aggiunta del cognome del conduttore.]

La letteratura cade – e hai voglia a cercarne il corpo – quando la lettera non cade sul foglio, ma macchia un punto già oscuro, quando il mimetismo – naturalmente pop – la inghiotte, quando il discorso stretto della legge e della separatezza la perde di vista. Le applicazioni le tolgono profondità e costituzione. Quando perde il suo codice, l’infilatura stretta della ragione, per dove passa il calcolo, cade.
Ma alla fine dei conti non è in pericolo la letteratura; se non per se stessa, da un’altra parte è. Passione e responsabilità sono basti per l’individuo, la massa non combatte guerre, se non per perderle, di ritorno a casa, mentre chi scrive dimidia la mediazione.

La letteratura è una scienza, un blocco unico, per nulla si effonde in discorsi analitici. I criteri interpretativi sono valoriali e illusivi: criteri legislativi, di ordinamento. Perché mancano le scritture del caso? Quando il campo energetico individuale stenta, nascono i sovradiscorsi, gli sforzi. La vanità.

Come sia e sia, tutto nella scrittura si risolve. Tutto si risolve.

Dentro la libreria, nei pressi di Piazza Navona, c’erano delle commesse, tre, chiacchierone e vanitose; era tutto un dire questo l’hai letto e quest’altro, io ho Siti sul comodino e se lo dice Cortellessa; si davano molto tono, si pompavano, e disturbavano.
I due titoli del caso, dunque, non potevano che essere “Nello sciame. Visioni del digitale” di Byung-Chul Han, edizioni Nottetempo, libri poco curati nella veste grafica e cari nel prezzo, impaginati in maniera sciatta al punto da sembrare oggetti da rilegatoria, tesine e “Letteratura come utopia” di Ingeborg Bachmann.
Fin dove arrivano le scritture che si muovono per opposizioni, afferendo più a una critica del gusto che a una sentita epochè, volevo vedere.
Da una parte la verità, selettiva, esclusiva, implicita, che impegna il negativo, dall’altra l’informazione, cumulativa, additiva, esplicita, che tiene al positivo.
Il filosofo coreano delimita il campo di analisi conducendo una battaglia di retroguardia, affidandosi a una bibliografia minima, datata e scontata: McLuhan, Barthes, Linder, Le Bon, Hardt-Negri, Von Gehlen, Heidegger, Sartre, Lacan, Bredekamp, Arendt, Flusser, Schmitt, Hegel, Foucalt, Benjamin. Quel campo risulta patentemente massificato, rappresentazionale: un campo di apocalissi vestite.
La forma del pamphlet è appetibile, sfiziosa, persuasiva. Per professionisti della cultura, senza dubbio. Non appena lo apro e affondo il naso al centro, sento gli stilemi della castrazione.
“La società della sorveglianza digitale […] sviluppa tratti totalitari: ci consegna alla programmazione psicopolitica e al controllo.”
Byung-Chul Han scaglia i suoi modelli previsionali in preda ad un’ansia di nominazione, e di rimozione del caos; il suo orientamento filosofico è troppo schiacciato sul presente e dello sciame è l’ape regina.

Quando uno scrittore non si vede più, si dice che è stato abbandonato, o che si è ritirato.
Si crede, cioè, ci sia un campo, che qualcuno lo lavori. E che qualcuno, nullafacente, lo abbandoni. Bene. Chi lo solca, non osa abbandonare; chi lo scava di notte a notte, prepara le fosse per chi lo lascerà. Chi non lo sente e non lo vede, fa un altro lavoro.
Scrivo tutto ciò a margine di quella lunga linea che, partendo dal basso, finisce nel ghigno temperamentale e collettivo e mostruoso dell’intellettuale, poco poco più a destra o a sinistra dal punto da cui è partita.
Dio ci liberi dalle scuole di scrittura, dai generi, dalle interpretazioni del vivente, dal passo lento della sera.

Non ci vuole niente
quel poco che basta
a se stessi.

Ogni grande interno
spoglia e niente
dice.

A me non interessava affatto tenere a mente l’altro; una forza indissociabile dal pensiero mi riempiva. E se si crede che l’estensione del giusto e del bello a campi di memoria indifferenziata debba avere la meglio su questo torrido pianeta nero, di certo si tratta di errore.

Sempre meno e sempre tu
al più che io possa.

Le lamentazioni, quelle grasse
e cucite pance teoriche.

Franzen è uno scrittore rabbioso e saputo e bacchettone, troppo preoccupato di cosa gli altri pensino di lui. E pensa a Bloom e teme Pynchon e ammira il padre ma vuole superarlo. Sta col metro sempre aperto da adolescente; quando scrive di Updike e della sua [di Updike] scrittura regolare come una cacata quotidiana, vado in bagno.

Per quale motivo la finitezza ci spinge a far piccolo tutto ciò che ci è prossimo, finanche questo mozzicone di sigaretta vicino al mio piede?

Quando leggo teatro mi accade che tutte le voci si mescolino e non importi più chi parla. Parlo io.

È chiuso da un coperchio, che nella parte interna ha uno specchio, in una bara chi dà consigli o pratica poetiche.

Al fondo c’è la gaffe.

Quando ti vedo, scritto sul muretto blu – si sganascia la mente e si nasconde il cuore – per non saper che dire o a quanto minimo lustro sia destinato sul muretto che presto si sbianca, arrossisco.

Eppure, potremmo violare le fonti allegramente, prendere spunto da vecchie pagine – o essere esautorati dal classico a ciondoloni sulle orecchie, sorretto da due dita puntate dall’una e dall’altra parte… un libro a destra, uno a sinistra… cera contro l’incantamento – e procedere diritti in equilibrio, saltando da tavolo a sedia a muretto e niente sentire all’infuori di quella musica cilestrina, che aggiunge carico a chi non si fa beffe di lei, mentre l’asso canta e solitario carica.

Torniamo sempre. Solo alcuni – dalla mente plagiaria – che aguzzano l’ingegno per meglio tornire l’inganno, non tornano. Aver l’impressione di scrivere per altra voce, e per altra in effetti star scrivendo, dopo la correzione; e scrivere della scalfittura della diseguaglianza. Come quell’uomo che ricorre alla fuga nei cunicoli, perde i suoi liquami e ne fa verità, mangiando lei e tutti i suoi parenti.

Tutto ciò che è corretto è scritto. Perso il contatto, tutto fila liscio. Dimentichiamo di aver scritto e chi ha scritto. Chi ha scritto è chi non ha parlato e chi non ha parlato non ha mai scritto. È detto che chi ha dimenticato sia volato via; ma la mente che sta appresso al detto è falsa più di quanto sia stato corretto all’inizio fare. L’inizio è volontà. E sull’accento vi è posto. L’inizio.

“Istinto d’animale e anima”, intorno a “Figlio” di Daniele Mencarelli – Angelo Rendo

L’editoria italiana è ripiegata nel proprio corpo di carta, l’anima immateriale è più uno strumento per la pubblicità che il palesamento della rivoluzione del cont®atto – fin qui standard – fra vivi. Chi cura le collane è interessato al grido di pietra dell’autore vecchio e noto, tutto carta e distintivo. Allo scrittore anfibio non resta che animarsi e di soppiatto (e)rodere la carta. Noi gli tendiamo la zampa. Cani che parlano, figli che abbaiano. Cyberdeità:

Agosto di un giorno senza fine
mare di Puglia alle finestre
un cane spelato senza coda
vaga per qualche resto,
tu lo scruti e c’è mancanza
vuoto da colmare con un suono
parola che sgorga dalla bocca
attesa come tua seconda nascita,
«cane», «cane» ripeti sul nostro pianto
sull’abbraccio della gioia che conosce
solo chi ha conosciuto massacro,
falla sentire al mondo la tua voce
l’oro del suo squillo incerto,
ammutolisci il male ricevuto
tutti gli spergiuri sul tuo destino,
nostro verbo fatto figlio
parlaci di un nuovo tempo. (p. 27)

“Figlio” (edizioninottetempo) è il nuovo libro di Daniele Mencarelli, dopo il capolavoro “Bambino Gesù” (edizioninottetempo). Due padri, due madri, due figli, e al centro tre nonnati, in cinquantadue poesie di ispirazione cristiana, tessere di un poema, che è giusto non svelare.

Mencarelli è un poeta creaturale, la cui lingua è ammantata da bende stilnovistico-dantesche in linea col tema dell’opera: l’origine. La scrittura è innalzata su un altare, data in dono come offerta votiva, affinché la preghiera possa ritualmente compiersi. La carne del testo è, infatti, infarcita di una miriade di dativi – non basta l’omissione dell’articolo a desacralizzare la vivezza dell’afflato, per quanto l’articolo zero renda quantificabile e determinato il peso della parola-spoglia, attacchi il tessuto connettivo divorandolo e semplifichi il tempo poematico, per quanto lo blocchi e azzeri, lasciando nuda la parola e menomata – è una forte marca, la datività, intrinseca a una scelta; e non vale vedere un vezzo o il rischio effetto telegramma, poi, nell’articolo che manca.

Il padre apre la porta e protegge “dal freddo soffio dei sorrisi”, garante, dà fiato; la madre chiude la porta, dopo aver dato forma all’inconcepibile; i figli, “venuti come argine/per dare freno e direzione/a questa corsa senza pace”, riaprono la porta.

La paternità non è solo forza fisica, ma anche e soprattutto visione; ritornare al paterno con foga mostra l’intenzione di rifondare non un ruolo, ma di ricondurre il concetto al dato teologico: Dio Padre. Se manca il padre, corruzione. Il padre attende, vigile, a guardia alta, a estrema difesa della madre, “predatore in cerca di obbedienza”.

Un libro travagliato, “Figlio”, fatto di stacchi, strappi, rotture spazio-temporali, improvvisi squilli lirici, pastoni, fiati sospesi e stupore e metri claudicanti:

Traffico alla gola
cielo mangiato dalla notte
oltre non sai vedere,
vorrebbero le parole non dette
farsi preghiera da inizio a fine
ma ti fermi sempre al Padre
non più mio né nostro
in questo sfinito ricominciare,
quello che sai fare
è perderti alla prima luce di stella
rivelata ora che il giorno muore,
a lei dura la voce si offre
la vita del padre al posto del figlio,
tortura ogni grammo di tessuto
donami tutto il male che riesci
ma salvalo e io sarò salvo.
Ti sveglia muta sorpresa
invano tenti di capire
chi ti ha portato sotto casa. (p. 24)

Rispetto a “Bambino Gesù” minore è la memorabilità delle poesie; più farragine: l’ostacolo rappresentato dall’impossibilità di distanziarsi dal soggetto in questione, il figlio; la disgrazia è sempre lì lì ad incombere, per ciò lapidaria la nominazione, fissa pietra, e grezza, spigolosa, spesso. Pare che ogni tentativo di concepimento sia destinato a fallire, il piede del male ha occhi dai quali ci si fa guardare, e preme:

Il nero dei pensieri
mangia l’asfalto della strada
dà materia a scene sfigurate,
ne toglie al ferro d’autotreno
sul punto d’ingoiarti.
Un sole piantato nell’azzurro
non si concede alla sera,
tu vorresti già la notte,
cancellare un altro giorno
dal mucchio dell’attesa,
prendere di petto il tempo
e accartocciarlo a modo
fargli sputare con la forza
tutti i secondi che mancano. (p. 58)

Quella dell’origine, del male dell’inizio è tema d’elezione mencarelliano. Uno schermo sottilissimo, impalpabile, una placenta rotta, le cui acque tracimano dal senso. Poesia che non si astrae, ma rimane terrena:

[…]
Che non si dia nome
a ciò che non si tocca,
ancora vibra la rasoiata
della volontà del Signore. (p. 65)

“La mondanità del dolore” – Note a “Bambino Gesù” di Daniele Mencarelli

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[Rassegna Stampa]

Sei anni fa di Daniele Mencarelli scrissi – per quanto la sua pronuncia rimandasse già ad una dimora ben esplicitata  – di trovarlo “irsuto”, al fondo, nel bollore più inspiegato che s’addensa in parola, ma certo “soluto” nel tratto segreto, laddove ruvidezza e ragione si prendono per mano.

Mi sembrava di osservare un mosaico luminoso e trasognato, al punto da riferire ai versi una primogenitura placentare. Era chiaro il garbo, il prudente e continuo giungere nei dipressi di una scaturigine nullificante e nell’empatia comandata si finiva per non avere più occhi.

Dicevo, a suo tempo, della consapevolezza dell’autore, del moto riflettente i morsi subiti dal reale e del quotidiano ciclico ritornare di una coscienza vigile.

Continuo a credere che la bava di questa poesia attenda ad una manifestazione più ampia, in vista di personae.

*

Nel febbraio 2010, a distanza di sei anni dalle parole sopra, Daniele esce per Nottetempo con la raccolta “Bambino Gesù”.

L’opera è divisa in tre sezioni: “Bambino Gesù ospedale pediatrico”, “In marcia”, “Guardia alta”.

Dal nucleo infuocato iniziale (l’ospedale) attraverso la terra di mezzo e transizionale (la strada) per giungere alla memoria prima e identitaria (l’origine).

Schegge liriche a forma d’ariete aprono le tre sezioni. E’ il caso, ad esempio, della “corsivata” poesia d’apertura, una salmodia lancinante, o della prima della seconda sezione; la prima della terza, invece, è più smussata, in linea con la parabola descritta dal libro.

La voragine – poesia, che ha il centro focale nel volto bucato di un infante [p. 32-33], restituisce un autore mondano, il quale, chiamato al dovere della vita, cannibalizza eroicamente il dolore, vincendo la scommessa sulla sua indicibilità o meglio sull’inopportunità che esso venga nominato – come se la poesia potesse risolversi in terrena e laica scienza e non altrimenti nell’albero della vita.

Tra spettri, discese ed ascensioni si consuma il giorno del poeta:

Gli ascensori dell’ospedale

grigi d’acciaio scuro vanno

in perenne salita e discesa,

i nostri, quelli di servizio,

ammaccati, soffocano di più ancora.

Tanti di noi lì dentro

si lasciano andare, a battute,

spesso pure a sacre arie,

tra le risate si consuma il breve viaggio.

Ieri scesi al piano più basso

una lettiga c’ha tagliato la strada,

adagiato c’era un lenzuolo bianco,

riempito da un corpo minuto

le gambe il bacino il piccolo cranio,

restammo immobili ci fissavamo,

non ci riuscì di togliere via

dalle labbra dagli occhi il riso.

[p. 19]

I tagli, i punti dati all’oralità e la necessità di comporre scene nelle quali ciò che si tace è il personaggio principale:

Una mattina come tutte le altre

sole e piccioni freschi in cielo,

“prima o poi doveva capitarti,”

così gli altri operai mi dissero.

Non ho ricordi ad aiutarmi

tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,

gli arnesi riposti nelle vetrate

l’odore pungente della formalina.

Ancora pago quell’attimo

quell’unico attimo d’innata curiosità,

ricordo barattoli e niente altro,

più che altro niente voglio raccontarti,

se non lo specchio al lato della stanza

che rifletteva uno frenetico a spazzare

a finire il prima possibile il suo dovere,

sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.

[p. 21]

La vita che cade sulla morte [p. 23].

Vogliamo dire: una poesia bene detta, la cui memorabilità, il piglio aperto dipendono dal rude contatto con la pelle arsa del mondo.

Ogni “carico” filosofico è tolto di mezzo, la potenza vive intera nel dettato. La segreta forza demolitrice è sapientemente controllata [p. 29].

*

Con la seconda sezione,“In marcia”, si entra nel dominio del lutto. Leggiamo la prima e la seconda poesia, quest’ultima dedicata a Giovanna Sicari [p. 41, p. 42]. A questo giro la lontananza temporale spinge alla dissimulazione, eternando il vissuto in una logica ferrea perché universale.

[…]

Non sono invincibili gli uomini

si sdraiano lungo strade buie

smettono di vivere come fosse naturale.

[p. 43]

Scorriamo anche sulla morte, solo un essente stuporoso può salvarsi [p. 45].

In questa seconda sezione, la parola di Mencarelli è senza dubbio meno compromessa, ma più fluida sul nastro:

Ore passate a singhiozzo

cantilena di gas frizione freno

mani a memoria tra cambio e volante,

così estenuante il mio ritorno

che per stanchezza non più distinguere

tra la vista degli occhi e il parabrezza

dove la carne termina

e inizia invece la meccanica,

corpo di nervi ed elettronica

fusione di articolazioni e ingranaggi,

mostro sbattuto un metro avanti

un metro in meno da casa distante.

[p. 49]

La morte viene mascherata dalla vita:

Davvero sei bellissima

si capisce dai capelli dalle linee

del tuo viso in faccia al cielo illuminato

dagli occhi che ancora sembrano guardare.

Noi non facciamo altro che spiarti

in questo incrocio qualsiasi voluto sulla terra,

tu sei la regina al centro della scena

rottami sparsi con cura tutto intorno.

Poterli raccontare tutti gli uomini

e donne e bambini fissati al tuo cospetto,

al casco strappato come corazza di cartone,

alla tua posa così scomposta

da non essere più umana.

[p. 51]

L’atmosfera cortazariana si fonde in una musica crudele ed impattante, ma cordiale:

[…]

quel volo invece ti accompagna, incastrato

nel minimo spazio tra palpebra e pupilla.

[p. 55]

Chi cade, cade per sé, e la vita impietosa continua.

*

La terza sezione, “Guardia alta”, serve a riconoscersi – come dicevamo – la tensione scema. Il “sé piccolo” ritorna e si prende il meritato nonché conseguente spazio. La funzione memoriale, il sapersi “bianc[o] come allora”, battono il ferro ardente sull’incudine acché non scivoli via il segno.

La sezione traballa, accoglie il tremore intrinseco alla scelta.

“Quanto è duro vegliare il mio vagone[…]”

[p. 90]

*

Il capolavoro di Mencarelli, un’opera destinata a resistere al tempo, per grazia, autenticità. Una voce misurata tra terrore e pacata accettazione dell’esistenza.

[Angelo Rendo, aprile 2010, www.nabanassar.wordpress , diritti riservati]