Prigione e fetalità – Angelo Rendo

16422471_10211776937524095_5955625636492413016_o

Comunque lo si prenda, Robert Walser non manca mai di mostrare le sue due teste: prigione e fetalità. Non muta posizione, e, quando scompare, è lungo l’abisso delle blatte. Chiuso il libro, ci dà la corazza.

Annunci

Dieci – Angelo Rendo

È dentro questo clamore, dentro questa onda lontana. Spinge. Qualcuno non riesce a tenere la fila e si schianta contro la luce, qualcun altro contro il buio; chi, invece, la mantiene ha dalla sua i morti, chi come un missile trapassa tutti quelli che lo precedono sta sul bordo nel suo turno nel suo rigore infine.

Tenere l’intrigo separato dall’intrico è nell’ordine delle cose.

La ripetizione calibra persino la durata dei corpi. C’è uno stampo per ogni dove.

‘Come stanno le cose’ è senza dubbio una perifrasi di dominanza.

Se qualcosa scappa, prendila, se ci riesci, o dimenticala, non maledirla!

Comprimendo il tempo sullo spazio leghiamo il relativo all’assoluto.

Quel che cade non può essere in linea che con l’immaginazione. E con lei sola.

Quando stiamo per andarcene, c’è sempre una curva alle nostre spalle a trattenerci.

L’eleganza consiste nel fare in modo che il coniglio non esca dal cilindro.

E così il calore è una forma del dolore: quanto più da esso ci si allontana tanto più si fa vicino.

​In mezzo a un libro (su Dany Laferrière, “L’arte ormai perduta del dolce far niente”) – Angelo Rendo

Seduto di tre quarti innanzi al sole, con King Rok sulle gambe, distese su una sedia, e il naso affondato dentro la carta Fedrigoni Lux Cream delle edizioni 66thand2nd. Respiro e annuso, respiro e annuso. Godo. Il vero odore di libro. Raro. Che certamente Dany Laferrière (1953), scrittore haitiano-canadese – dal 2013 seggio 2 dell’Académie française –  e il suo ‘L’arte ormai perduta del dolce far niente’ meritano di diritto.

Chi entra in questo memoir caleidoscopico e di adamantina raffinatezza, pieno di orecchie, entrate ed uscite, anche di emergenza, umano cuore e fatica e intelligenza rabdomantica, resisterà alla lettura pur di non finirlo. E si sistemerà al centro. A narici frementi.

È sputato me – Angelo Rendo

Sin dall’adolescenza non ho avuto altro strumento. Qualsiasi ammennicolo entrasse, usciva subito stritolato dal principio di realtà. Ora sono cosa.

Mentre tutti si applicavano, nell’intento di migliorare la specie umana, io non mi chiedevo nulla. Il cielo mi ha sputato, la terra parato.

Sebbene il viso di norma si mostri eterno, io corro presto ai piedi. Alla scarpa. Più è fine più divento cosa.

Non parlo che con chi scrive, non con chi di continuo mi o vi strizza l’occhio. Se ha scarpe grosse, se carica a testa alta. E il piede pronto ha al calcinculo. È sputato me.

Panini trasgressivi (Ghià Lughià!) – Angelo Rendo

‘Spiriu’. Ed è come se il soggetto si fosse nascosto in un regno incredibile, tanto veloce la sparizione. Un missile. È sparito, è stato spedito, è spirato. Dove? Un soffio sopra una candelina. Un panino divorato senza pensiero. O, forsanche, ‘spiriu’ parte del nostro tempo.

L’uomo della foto  è stato un leggendario paniniere puro: Luciano, scomparso qualche anno fa. Operava a Marina di Ragusa negli anni Novanta. A lui è legato il ricordo della mia – e di tanta parte di tiratardi dell’intera provincia – tarda adolescenza, ai suoi saporitissimi panini bombalerci, ai suoi modi spicci e cordiali, alla moglie, allo ‘schiavo’ di cui non ricordo il nome – che Lughià chiamava nell’agone solo per dare un colpo di scopa alla pedana.

Ghià Lughià! 

Come non ricordare la notte in cui tirò giù dal muro alle sue spalle con uno strofinaccio per la polvere –  col quale puliva le mani tra un panino e una fetta di porchetta – e calpestò con molta nonchalance una blattina, per poi continuare il suo magnum opus… E frotte di ragazzi non l’abbiamo mai abbandonato. Non lo abbandoniamo.

Ghià Lughià!

Neonato – Angelo Rendo

Lo coglievo al petto, nel punto in cui è cucita la griffe, e subito gli cascavano una dopo l’altra le zeppe incastrate fra un mattoncino e l’altro. Sgusciavano dalla culla e gli si riannodavano alla coda. Piangeva e rideva; tremava: una testa piena di dottrina bavosa, un alito fetido per troppo calcolo. L’occhio a terra.

Un lungo e largo mantello ricopriva istanti, pensieri e terre emerse da giorni e subitaneamente riassorbite. Andava così. Una idea fissa che non garantiva più la lealtà, o il riguardo. Sarebbe stato troppo facile, troppo difficile tenersi a caldo un posto a vita. Guardavo chi mi esponeva il suo sistema come un neonato le ombre.

Perfezione – Angelo Rendo

Quando piove, come ora, e molto, e attendi che non cambi nulla, che tutto rimanga tale, nascosto fra la siepe d’oleandro, il mondo, la mescola antidiluviana delle terre e delle arie dure e rarefatte, improvviso risale lo sbadiglio lupigno uauauaua dalla caverna. E compie l’opera.

***

Perfezione

Quando piove,
come ora, e molto,
e attendi che non cambi
nulla, che tutto
rimanga tale, nascosto
fra la siepe d’oleandro, il mondo,
la mescola antidiluviana delle terre
e delle arie dure e rarefatte,

improvviso
risale lo sbadiglio
lupigno
uauauaua dalla caverna.
E compie l’opera.