L’orgoglio – Angelo Rendo

Nel riflesso della coscienza, spesso, troviamo l’orgoglio, e troviamo la roccia. Un contenitore duale, che non scambia i due poli; ed è senza futuro.
L’orgoglio non ha una faccia pulita, e non sappiamo a chi si rivolga, pulsa. E si ripete, ignaro che nello spazio di una sillaba si perda la capacità di misura.
Malvagio come tutti i sensi interni, non esperisce che rinuncia, è mezzo in ogni forma e privo di vita.
Di colore rosso scuro, si attacca al cuore. Ruba coi suoi molteplici arti, ma non dal principio, sempre dalla fine, dal compiuto.
Lo rompono i più stabili e nulla può contro la natura, per quanto si creda concentrato e felice. Gode come un signore terricolo ma gli si è chiusa la fontanella; nonostante ciò fa la ruota e segue la luna di nascosto.
Solo se si imbatte per caso nel nodo in gola – cadendogli distrattamente la mano dalla narice – acquista sottigliezza e celeste concentrazione. Perde pienezza, e, fosco e diritto come un asparago, abbandona la strada. L’ottusità è il mistero del mondo, l’angolo illuminato. Qui passa il tempo carnalmente, godendo di sé. Mobile, vanitoso e prolisso, non c’è concetto che gli dia requie.
Poi il silenzio che avvolge nel braccio le spire del falso, le vene ininterrotte della disciplina.
E la mite irruzione del sapore che appaga e dà pace, fatto di midollo e sangue. Un pasto completo: la scrittura che preme sul brecciolino, distaccata, indifferente ad ogni enunciato residuo, che indaga il suo involucro.

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