La presenza è potenza – Angelo Rendo

Arrivammo al punto. Le ragioni politiche a che si facessero gli accordi sottobanco erano ormai inesistenti. Per forza di cose la legittimità dei concetti più usurati decadde e con essa l’alta rappresentanza che il discorso letterario avrebbe dovuto incarnare. La carne non significa.

Un vuoto istituzionale – come una bruttura da caps lock attivato maldestramente mentre il corsivo vola – che riammetteva la maggioranza degli statisti europei a servirsi di Cartesio, riconducendolo ognuno nell’alveo di una tessitura nazionalpopolare.

Ogni forma di snobismo s’invera a guisa d’artiglio felino nell’apparato in via di formazione. Risultava dunque che le lagnanze sarebbero dovute pervenire agli uffici di segreteria allo stato di bozze.

L’ufficialità è un compito a cui lo scrittore (chi?? quanta facilità!) deve ottemperare: la presenza è potenza. Del ridicolo l’ultima proposizione ha la potenza, mentre la presenza è invisibile.

Un suono ci attraversa, nemmeno una maschera lo ferma coi suoi scampoli di debolezza, nulla che scenda a patti con esso. E non sono guai le resistenze a cui il suono ci costringe, in fogli stretti e lunghi? Misuriamo e ripartiamo.

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