LIGHTSHIPS – ELECTRIC CABLES – di Stefano Ferreri

E’ bastato poco più di un anno. Un pugno di mesi dedicati a quei progetti che nemmeno ricordavano di aver mai cullato, ed il circolo degli eterni goliardi ha idealmente chiuso i battenti.
Idealmente, come dire per scherzo. Come un semplice azzardo di chiaroscuri semantici o un ardito proclama vergato in politichese. Ad un’occhiata fugace i Teenage Fanclub sembreranno infatti ancora immobili al loro posto. Tre campanelle sempre affiancate sul tavolino, ma senza più palline in pancia da scovare. La gioiosa truffa del pop si frammenta nelle collateralità autografe dei suoi prestigiatori e trasloca su marciapiedi diversi. Nulla cambia eppure tutto sarà diverso adesso che anche l’affabile Gerard Love è uscito di casa. Appena il tempo e lo spazio di una passeggiata, sembra giustificarsi lui, ma gli si crede solo per ricambiare la cortesia infinita di questi anni. Dopo il catchy sbalestrato dell’accoppiata Norman Blake & Euros Childs nei Jonny, dopo i buoni propositi da chioccia per Raymond McGinley negli Snowgoose, anche per il più bonario bassista dell’universo è arrivato il momento del fatidico passo avanti. Un esordio senza i compagni concretizzatosi oggi che l’anagrafe scozzese gli attribuisce quarantacinque sorprendenti primavere, e che nemmeno ci sarebbe stato senza le gentili pressioni di qualche cultore entusiasta alla Domino, accolte alla fine dal Nostro previo arrocco in copertura dietro le tranquillizzanti maschere di un alias romantico e di una spensierata conventicola di amici.

Negli ultimi tempi si era limitato a giocare con i pastelli colorati, pardòn, con i Pastels, sui piccoli palchi di qualche club europeo. Un incontro di anime affini tradotto presto in complicità, anche nella predilezione per i tenui cromatismi o le armonie vaghe e nondimeno insinuanti. In linea con i propri cangianti paesaggi emotivi e quasi in omaggio al cognome che porta, il sempreverde Gerard ha scelto di battezzare questa sua nuova incarnazione con uno di quegli album che i soloni della critica non tarderebbero a definire “atmosferico” oppure “languido”, ostentando intrepidi tutta la sfrenata fantasia di cui sono capaci. Non sarebbero nemmeno lontani dal vero, per una volta. Love ha cura di sceneggiare un’unica, rilassata dissolvenza. Dipinge con taglio impressionista e sfuggente, con una pacatezza che rasenta il patologico, e le pennellate si fondono davvero in scenari di grazia morbida, sospesa, trasognata. Fin troppo compassati nella coercizione di quella sua maniera discreta, con la linea melodica basica scandita dalle tastiere che tende per sua natura all’ordito ipocalorico. Così è l’indie-pop di Love al netto della scoppiettante verve e dei calembour dello zio Norman, l’incontenibile guitto delle Alcoholiday e delle Neil Jung. Diafano, remissivo, non adulterato. Ma anche finemente lavorato a cesello: decori spiccioli di fiati, pennate in tremolo ed agili orlature di pedal steel. La coerenza dello stile lascia ammirati. La sobrietà è padrona cortese e non invalida all’ascolto tutte le suggestioni della più bella voce dei Fannies, quella dolcezza riservata del falsetto che in oltre vent’anni di carriera non ha mai prestato il fianco alle lusinghe deteriori della nausea. Allo stesso modo anche la scrittura non rinuncia a gratificare i più pazienti lasciandosi riconoscere, per quanto dilatata in chiave elegiaca, ininterrotta fascinazione alla moviola.

Pur senza il barbaglio radiofonico o gli affondi populistici delle ‘Don’t Look Back’ e delle ‘Sparky’s Dream’, le nuove canzoni si mantengono in un loro fragile ma miracoloso equilibrio, flemmatiche come vini da decantazione e insieme amabilmente frizzantine. Vigna e vignaio sono sempre gli stessi mentre la fermentazione si è fatta più lenta, pur non escludendo in corso d’opera l’appagante e passeggero diletto di un’illusione. A tratti la magistrale disinvoltura easy del ragazzo dagli occhi di ghiaccio riaffiora infatti con le brezze leggere del periodo ‘Howdy!’, attenta al dettaglio ma con l’intatta premura dell’immediatezza. Lui che cantava l’urgenza di una ferma direzione sembra aver trovato finalmente la quadra, ben calibrata tra l’incanto argenteo del presente in solitaria e la squillante vitalità fuzzata dei fasti dorati con il gruppo. Oro ed argento, nuance estreme in quella che è anche un’eccellente riflessione sulle qualità luministiche della musica. Inatteso maestro del soft focus, puntuale nel rendere con il flou dei contorni il chiarore vaporoso del mattino o il sole pallido ma affettuoso dei ricordi, Gerard svela in ‘Electric Cables’ un talento sinestetico tutt’altro che comune. Il congedo di ‘Sunlight To The Dawn’, va da sé, ne è una brillante testimonianza oltre che la più riuscita concessione ai propri trascorsi. Indugia appena sulla bellezza di ieri conservando lo sguardo impassibile e sereno del contemplativo, come riassaporare i polverosi fotogrammi di un Super 8 in un clima di distesa evasione, senza particolari nostalgie. E’ però ‘Photosyntesis’, il titolo che meglio racconta la pace adulta e silenziosa del nuovo Love. Purezza imperturbabile della trasformazione. Chimica onesta. Luce filtrata che si fa linfa. Quiete laboriosa e indifferente agli stupidi crucci del mondo.
E tutto questo nell’arco di una sola, frugale passeggiata nel parco dietro casa.

Stefano Ferreri

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...