**XLIII POESIE PER 43 ANNI** – Angelo Rendo

I
Non esiste al mondo cosa
vera passa verità,
solo muto e franto
stare.

II
L’inizio non ha sembianza
si chiude nella fine.

III
Andammo per le tre cime
conseguimmo fondi e lunghe
vie.

IV
Seduta su una sedia rideva
era il giorno della fine.

V
Dal colpo di dado si nota
che l’atto non pesa l’assenza.

VI
Frequentemente l’occhio si macula
per arrivare salvo al giro.

VII
Camminavano per non sapersi dire
quale fosse il giorno l’ora
e l’eterno sorriso.

VIII
Di lato muovono le tende
attente che non si rompano.

IX
La vista arriva lontano
mare mare del sano avvenire.

X
Palme, oleandri e gigli
fra gli idranti e le cortine.

XI
Nascono miti segnature
strette e scarpe grosse.

XII
Pensano che la strada sia corta
i numeri primi e le sorti ultime.

XIII
La committenza è babba qualunque sia
il segnale
confida nella platea.

XIV
Spingiamo questo carretto sento dire
vale la pioggia non il muro.

XV
Poi scricchiolii e stente luci
per arrivare ai limoni.

XVI
Tutte le liste scelgono di rimanere
sole nell’abbraccio che l’uno serve
all’altro come lo zero all’uno.

XVII
Dove siamo arrivati non si chiede
silenziosamente al guidatore
vicini.

XVIII
Probabile l’esperimento sia stato
invalidato dalla specie che calcola.

XIX
Due o più spine non danno al cuore
piacere sconforto o mali
da rimediare al mercato.

XX
Nero o bianco tralucono dalle imposte serene.

XXI
Vedere rischia di divenire.

XXII
O gatto che qui vuoi entrare
come cane che assalta la piovra.

XXIII
Non ci siamo detti che tutto
mentre l’ora batteva la stessa ora.

XXIV
È tardi per pensare che
presto arriverà un coglione.

XXV
Vanno sempre in due ma non parlano né per me né per te.

XXVI
L’amore è un falso riflesso
fra forme che non si riconoscono.

XXVII
Siamo a metà e non ci siamo.

XXVIII
Nascono così i romanzi:
una cosa che voglio evitare.

XXIX
Presi per noia non se ne vanno
ristanno per commuovere.

XXX
Gli insipienti giurano il vero
non si può onorare la giustizia
con il vero.

XXXI
Mi disse guai a te ma sbagliò
il tempo.

XXXII
Masse di intelletti impuri
che vergano con la vergogna
la carta dell’onore.

XXXIII
A voler randomizzare le emozioni
salgono le nebbie muoiono i periti.

XXXIV
Scadono gli efferati attacchi
in minime ipotesi di pernacchie
e risa.

XXXV
La coordinazione rimpolpa
la serie ostinata di vuoti.

XXXVI
Compari, luoghi di mezzeseghe
animati da lunghi e meticolosi
pensieri.

XXXVII
Può darsi che poco resti
o molto resista del nostro
poco o tanto meglio.

XXXVIII
Sfacciati hanno visto il buio
credendo di aver fatto un affare.

XXXIX
Ogni simulazione che imperli la fronte
non è pace, ma guerra a stento
trattenuta.

XL
Il fiore della pelle i lucori avidi
dell’imprevisto.

XLI
Di quel che non si sa
dicasi di più, non sia
che si sfogli la larga
attesa in petali di oro.

XLII
Prima dell’accelerazione
il positrone rinculò
ridente.

XLIII
Avremmo finito non fosse
per la vita tombe prepari
chi legge.

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