L’altro messaggio – Lucio Klobas


 

[Questo racconto di Lucio Klobas è apparso su un vecchio numero de “Il Caffè illustrato”, non so quale.]

L’imperatore della Cina con il tempo è diventato un mio conoscente qualsiasi. Non ho mai approfittato dei nostri rapporti amichevoli per indurlo a scrivere qualcosa (neppure sul letto di morte), anche se di tanto in tanto mi affida di nascosto dei messaggi diretti a non so chi. Conoscendo le stranezze del personaggio, suppongo si tratti di messaggi generici, vaghi nella forma e nel contenuto, messaggi indeterminati, magari un po’ prolissi e pasticciati, ma pur sempre messaggi scaturiti da una volontà dominante e quindi ragionevolmente inquietanti. I destinatari cambiano sempre, alcuni (suppongo) sono scelti a caso,  altri invece sono indicati con nomi e cognomi, ma nella sostanza è la stessa cosa poiché i messaggi trasmessi sono tutti uguali. Comunque, la maggior parte di essi viene respinta al mittente con la dicitura sconosciuto, ma molti, moltissimi, tornano indietro perché i destinatari, nel frattempo, hanno cambiato indirizzo, si sono trasferiti senza lasciare indicazioni, o sono morti. Quella di mandare messaggi è sempre stata un po’ la mania degli imperatori cinesi. Quando li frequentavo con maggior assiduità dovevo subirmi lunghi racconti su messaggi e messaggi spediti in fretta e furia nei vasti possedimenti imperiali. In realtà gli imperatori confidavano molto su una presunta , diffusissima ingenuità del popolo. Con il tempo questo tipo di comunicazione epistolare diretta ha perso gran parte del suo valore promozionale, gli imperatori che si sono succeduti lo hanno capito e, pur esitando, si sono adeguati ai tempi, adesso trasmettono messaggi brevi e rassicuranti, preferiscono restare nella norma, senza esagerare. Anche a me una volta, credo verso sera, mentre stavo assorto alla finestra, è arrivato un messaggero (era ciclostilato) che diceva così: Tu che riceverai questo messaggio non cestinarlo, non stracciarlo, non farlo sparire come al solito, leggilo prima, potrebbe contenere notizie assai importanti per te, ricordatelo. Ma io non ho badato più di tanto alla raccomandazione, non mi è sembrato il caso. Purtroppo raramente gli imperatori (anche i più avveduti e moderni) sanno rinunciare alle loro secolari manie (nemmeno con la forza di volontà),perciò inviano messaggi in continuazione come se svolgessero un servizio sociale utile e insostituibile. A volte ne ricevo tre o quattro al giorno (un’alluvione di messaggi), allora guardo con ostentata negligenza il mittente, vedo che è sempre lo stesso anche se la calligrafia cambia in continuazione (il solito espediente), sicché non li apro nemmeno, li sistemo su un tavolo assieme a quelli giunti nei giorni precedenti: prima o poi farò una radicale pulizia, farò sparire ogni cosa, messaggi e non messaggi. Capita purtroppo, in certi momenti della vita, che ti giunga anche qualche messaggio scritto da megalomani che si spacciano per imperatori della Cina (della Cina antica soprattutto), gente senza scrupoli che evidentemente si è montata la testa, che si crede onnipotente (basta poco, a volte), che si è inventata una qualsiasi dinastia millenaria, che ha brigato dietro le quinte per avere uno straccio di carta intestata con le insegne del potere. Imprevisti del genere più che amareggiarti ti sconcertano, ti lasciano un greve sapore di amaro in bocca. Un giorno (parecchi anni fa, se ricordo bene), frequentando l’ultimo imperatore della Cina (il cosiddetto imperatore bambino), gli ho fatto capire, con la necessaria discrezione, che con lui si sarebbe interrotta definitivamente questa estenuante catena di messaggi imperiali più o meno oscuri che infestavano (ma la parola che ho usato non era questa) gli immensi territori del suo impero come una contagiosa malattia infettiva (il concetto finale l’avevo però opportunamente smorzato). L’imperatore bambino, che dimostrava un’intelligenza superiore alla sua età , a malincuore dovette concordare con me (lui ancora non sapeva scrivere), addirittura mi aveva dato ragione senza peraltro rinunciare (com’era ovvio) a darmi numerosi consigli (ancora consigli!) e non poche raccomandazioni di circostanza. Mi sono congedato da lui alquanto perplesso e vagamente amareggiato: i giovani imperatori sono sempre molto impulsivi, si credono Dei sulla terra e quindi infallibili. Ma capita anche di peggio, ti puoi imbattere in imperatori cinesi chiaramente ottusi, prepotenti e inaffidabili, che vogliono occupare il centro dell’attenzione con ogni mezzo, e quindi esagerano, inventano le cose, confondono le date, sbagliano i nomi )il che è seccante) fanno figuracce in pubblico terribili senza neppure chiedere scusa. Per me un imperatore della Cina che fa queste cose dovrebbe essere destituito immediatamente, oppure punito con pene pecuniarie pesanti, insopportabili. Nondimeno, gli ultimi imperatori, i più esangui e psicolabili (più numerosi di quanto non si creda) , hanno rinunciato in parte o del tutto al loro potere assoluto (così almeno tendono a far capire): i messaggeri al loro servizio portano sempre i consueti messaggi che però stavolta si possono definire, con tutto il rispetto dovuto, veri e propri depliants pubblicitari, annunci propagandistici in pieno stile destinati a far conoscere questo o quel prodotto commerciale: di fronte a una simile valanga di missive non c’è nulla da fare salvo arrendersi accettando l’evidenza. Si spera, comunque, che prima o poi finirà quell’indegna sarabanda postale il cui solo scopo è confondere le idee ai sudditi consumatori. I messaggeri, quelli veri pur legati ai rituali e alle forme della tradizione imperiale, ormai girano a vuoto per l’immenso paese, recapitano personalmente solo qualche messaggio,  ma si tratta di piccole cose che hanno solo un valore simbolico e nient’altro. L’ultimo messaggio che ho ricevuto, per esempio, non conteneva assolutamente niente, era vuoto, era un pezzo di carta senza scrittura. Probabilmente, mi sono detto, non è più l’imperatore in persona che spedisce quegli assurdi e improbabili messaggi in bianco, ma qualcuno del suo giro, forse qualche semplice e umile scrivano relegato in qualche remota stanza del palazzo imperiale, un grafomane che lavora alla luce di una candela, uno scriba che ama scrivere e subito dopo distrugge ciò che ha scritto, insomma uno che opera in silenzio nel nome dell’imperatore, che segue disegni oscuri, forse addirittura tenebrosi, uno che adora ancora la scrittura ma la teme nello stesso tempo, un fedele e irriducibile suddito dell’imperatore, uno scrivano romantico e vagamente malinconico, un servitore leale e integerrimo del proprio padrone, un servo nobile e schivo del potere. Nessuno può dire con esattezza se le cose stanno così, nessuno è in grado di capirlo, nessuno conosce la verità fino in fondo; si può solo sospettare qualcosa. Immerso nel dubbio resto seduto alla finestra quando viene la sera, e penso a quel misterioso scrivano, a quel suddito ineguagliabile che ha riempito i messaggi, veri o falsi, un po’ tutto il mondo.

(Pechino, maggio 2000)

***

Istriano di origine, Lucio Klobas è nato nel 1944. Vive a Bergamo. Ha pubblicato numerose opere di narrativa e poesia, alcune delle quali tradotte all’estero. Galleria del vento (Geiger, 1976); Crudeltà mentale (Società di Poesia, 1983); Macchinazione celeste (Garzanti, 1990), Orari contrari (Theoria, 1993), Giorni contati (Il Saggiatore, 1994); Il verme solitario (Greco & Greco, 1997); Senza scampo (Manni, 1999); Il tempo vola (Greco & Greco, 2000); Passo felpato (Greco & Greco, 2002); Mono Trilogia (Greco & Greco, 2004); Relazioni sociali (Campanotto, 2007), Antichi mestieri (Flaccovio, 2008).

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