Clinica dei Balcani – Angelo Rendo

A tarda sera usciti dall’autostrada a Rosolini, di ritorno da Lubiana – mentre tagliavamo Rosolini lungo il suo margine occidentale per tornare a Scicli dalle contrade modicane di Trebalate e Rocciola, e proprio quando i pensieri iniziavano a inurbarsi – un cartello segnaletico a freccia, incastrato a un palo nell’angolo di una via, scivolato quasi al suolo, rompeva fiaba e incantesimo: “La clinica del tubo (impianti elettrici)”.

Chi non parla è uno spettro. E la felicità è connaturata alla parola, quandanche tardi a riconoscersi, come tarda la bellezza esaurita di Venezia – pronta ad affondare e riemergere nel sogno – ma si riconosce.

Più vai indietro, più trovi il tempo, e paesaggi urbani, grazia naturale, lindore, opacità non esibita consustanziale al destino del patimento. E potrebbe darsi che Lubiana condivida queste forme di razionalismo ermetico col trapasso del confine, che altro, se non la mano tesa di un amico?

La compostezza del clamore, l’eleganza del fugace, inserti di mutevolezza ben digerita. Poi la cristallina violenza del cielo di Zagabria, i vetri rotti e qualche edificio sordo, che solo la sfrenatezza di un pittore in lutto avrebbe potuto ridurre a massima concentrazione, nascosta nella trasparenza del vetro. Un becco di uccello piegato sul seme invisibile.

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