Il gigante – di Stefano Ferreri

[Proponiamo due vecchi pezzi dedicati a Vic Chesnutt, a quasi due anni dalla scomparsa.]

9 marzo 2009

Vic Chesnutt è forse il mio massimo eroe in ambito musicale. Il termine eroe non ha neanche troppo senso, in realtà ho smesso di avere eroi da quando ero in tenera età e mi cullavano la vita certe figure forti, soprattutto all’interno della famiglia. OK, gli eroi non esistono, ricominciamo il discorso. Vic Chesnutt è un grandissimo personaggio, forse quello che preferisco in ambito musicale. Banalizzare il senso dei propri argomenti parlando un po’ a sproposito di eroismo mi porta fuori strada. L’eroismo non è certo del ragazzino che si ubriaca e si schianta con la macchina. C’è la pena nei suoi confronti, che passa sopra tutto il resto. Ma l’eroismo è quanto di più fuori luogo. Ci sarebbe la rabbia per chi getta alle ortiche la propria vita e potrebbe fare lo stesso di quella altrui, il ché è anche peggio. Certo a diciotto anni si può sbagliare. E’ umano farlo ed è umano riconoscerlo. La parabola di Vic, dalla caduta alla riscossa, non è altro in fondo che un grande racconto di umanità. E ha dentro talmente tanto di questa materia che ci si può confondere parlando di eroismo. Vic Chesnutt non è un eroe ma una specie di gigante. Un piccolo grande uomo ed un piccolo grande cantastorie, senza eguali.

Per me ha rappresentato un tassello fondamentale. A sedici anni ascoltavo quasi esclusivamente dischi mainstream pubblicati dalle major e lanciati nella programmazione della MTV (americana) in heavy rotation. Dischi che oggi non ascolto praticamente mai ma dei quali non mi vergogno: Pearl Jam, Soundgarden, Nirvana, Radiohead, R.E.M., Smashing Pumpkins, Soul Asylum, tanto per citare i migliori. Di alternativo nulla eccetto un piccolo gracchiante folksinger di Athens. Come sempre all’epoca, mi bastò leggere da qualche parte di questo menestrello vicino di casa della mia band preferita, prodotto nelle prime incerte uscite discografiche addirittura da Michael Stipe (non Peter Buck, come sarebbe stato logico). Mi imbattei in tutti i primi dischi di Chesnutt da ‘Rock & Folk’, che all’epoca non stava ancora in via Bogino bensì in via Viotti. Facevo quinta ginnasio, spendevo tutti i soldi in dischi, anche se i soldi erano veramente pochi, diciamo buoni per un paio di CD al mese. Per questo motivo quella volta decisi di acquistare il primo album di quel cantante misterioso e quello nuovo nuovo, ‘Is The Actor Happy?’, anche perché avevo letto che Stipe cantava in un brano. Costavano una bella cifra come da tradizione di quel negozio di sanguisughe e non me ne capacitai: non riuscivo a capire perché dischi di etichette e artisti sconosciuti costassero anche più dei nomi miliardari sulle label colossali. Mi consolò il bel cartonato di ‘Is The Actor Happy?’. Nel ’95 confezioni non in plastica erano davvero una novità assoluta, soprattutto in Italia. Avevo letto che Vic aveva voluto espressamente che il nuovo disco non avesse i soliti case di plastica come personale risposta alla fragilità: “Cadono e si rompono e io ne so qualcosa di cosa significa essere rotti”.

Entusiasta degli ascolti di quella musica così diversa da quella che mandavo a memoria in quegli anni da adolescente convenzionale (ma non troppo), tornai da ‘Rock & Folk’ neanche un paio di settimane dopo pronto a fare miei anche ‘West of Rome’ e ‘Drunk’. Non li trovai più, qualcuno mi aveva preceduto. Li ordinai e tornai il mese seguente, invano. Riprovai ancora e ancora ma non arrivavano. Intanto uscì ‘About To Choke’, che per fortuna riuscii a trovare. Anche ‘The Salesman & Bernadette’, acquistato addirittura da ‘Ricordi’. Ma quei dischi, stramaledizione, non mi sono mai arrivati. I commessi di ‘Rock & Folk’ mi spiegarono un giorno che la miserabile etichetta di Chesnutt aveva chiuso i battenti e i dischi non si trovavano nemmeno di importazione, che avrei dovuto attendere una ristampa. E così fu, ma nel 2004 o 2005, praticamente dieci anni dopo il primo tentativo. Avrei detto che di Chesnutt non si sarebbe più sentito parlare e invece ogni tanto lui si è fatto vivo di nuovo. Il penultimo passaggio, ‘North Star Deserter’,  è qualcosa di memorabile. Sarò di parte ma credo sia uno dei migliori dischi usciti negli ultimi dieci anni. Uno dei pochi che resteranno e diventeranno ‘classici’. Nell’intervista che gli ho fatto, solo via mail ma comunque emozionante, Vic è stato di poche parole, stringatissimo ma gentile, simpatico anche. Ha annunciato un paio di nuovi dischi già pronti, uno dei quali con Guy Picciotto e i Silver Mt. Zion, di nuovo. Fantastico! Nell’attesa (enorme) di vederlo finalmente dal vivo, questa è davvero una grandissima notizia. Grande come lui.

26 dicembre 2009

Vic Chesnutt ci ha lasciati. Senza troppo clamore, con un’overdose di rilassanti muscolari, farmaci che lui assumeva regolarmente da più di venticinque anni per lenire i dolori del suo scorrere disastrato. Nei testi delle sue canzoni aveva scritto spesso del suicidio. Amava evocare la morte come per esorcizzarla, sin dai tempi di‘Little’, il primo di una lunghissima serie di album mandati in stampa come autentici stralci di vita, prima che d’arte. La musica e la letteratura, scoperte solo dopo l’incidente che stravolse la sua esistenza, si erano subito imposte come la linfa, il motore del suo stoico resistere: al dolore, alla sfortuna, anche alle tentazioni di una comoda via di uscita. Negli ultimi tempi Vic aveva intensificato gli sforzi come se presagisse di non riuscir più a trattenere questa “compagna di tutta una vita” dal regalargli finalmente il riposo sognato. Gli ultimi due lavori, usciti entrambi solo qualche mese fa, sembrano tradire una sorta di stanchezza nella lotta, ma lo fanno paradossalmente con un’autenticità nello sguardo, un acume ed un’intensità che sono in fondo la miglior testimonianza di quel che è stato Vic in questi lunghi anni di malattia: un uomo vero, forte come una quercia, un combattente. Questo scavando fino all’osso, nell’essenzialità della sua poetica, della sua stessa filosofia di vita: in termini di sincerità, di confessione dal taglio fieramente crudo, spontaneo, veritiero. Una scelta evidente sul piano dei testi, la cui schiettezza (‘Coward’‘Flirted With You All My Life’) risulta una naturale evoluzione degli slanci metaforici che appesantivano di ingenuità le prime incerte liriche, quelle in cui il disagio e l’ossessione di sé – quasi il crogiolarsi dell’artista nei panni del derelitto sventurato – avevano anche senza volerlo il sapore della posa e della maniera. Con gli anni Chesnutt ha saputo inquadrarsi e raccontarsi servendosi di filtri sempre meglio calibrati e più straordinari, trattenendosi in una dimensione distante ma emotivamente viscerale, evitando con elegante ironia le facili tentazioni del patetico ma colpendo al cuore l’ascoltatore più libero dai pregiudizi. In questo era riuscito molto presto a cantare se stesso ed il mondo attorno a lui come un universo coeso, sempre strettamente legato, una simbiosi entusiasmante oltre che la sublimazione di un punto di vista originalissimo anche in termini letterari, con una fusione spesso incredibile di registri teneri e caustici. L’umanità di Vic era l’umanità delle sue canzoni, due piani mai tanto indisgiuntibili come in questo caso, con una perfetta coincidenza tra la persona ed il personaggio, il creativo e l’oggetto delle sue crepuscolari affabulazioni, sempre ben visibile sullo sfondo. Anche la musica ha assecondato questa sua esigenza di verità, questa volontà di mettersi definitivamente a nudo. L’incontro con le sottili deflagrazioni rumoristiche di Guy Picciotto e del collettivo canadese dei Silver Mt. Zion andava necessariamente replicato per conferire ai pezzi di ‘At The Cut’ quella vitalità inquieta e nervosa che è la migliore colonna sonora per le sorprendenti parole racchiuse nell’album. Per ‘Skitter On Take-Off’ Vic ha preferito l’espediente di una sobrietà solipsistica, come non si riscontrava dai tempi del suo acerbo e meraviglioso esordio. Dopo averlo anticipato in più di un indizio, Chesnutt deve essersi sentito pronto per lasciare. E lo ha fatto. Il problema ora è mio, e di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di amarlo o conoscerlo. Lo ha scritto con efficacia Kristin Hersh, cantante dei Throwing Muses che con lui avevano diviso il palco in un tour europeo di una quindicina di anni fa. Era un’amica, di fatto ha dato lei l’annuncio della scomparsa di Vic e, per quanto anche lei sentisse come nell’aria questo gesto estremo, ha raccontato in una bella intervista a caldo su Entertainment Weekly che no, non era affatto pronta per pensare a lui come un tassello del proprio passato. Il difficile è proprio questo. Per me quindici anni con le canzoni di Vic, il mio personale passepartout per l’universo musicale indipendente, ed ora mi sento improvvisamente molto più solo. Un amico importante che se ne va, sfiorato appena nella vita reale in uno scambio di mail per un’intervista, poco più di un’ora di concerto, meno di cinque minuti di chiacchiere, l’autografo su un pugno di dischi ed un abbraccio. Sembra poco in effetti, ma lui è stato sempre con me per circa metà della mia vita. Mi ha appassionato, divertito, commosso, insegnato. Ora, come la Hersh, non riesco a mettere su i suoi dischi. Faccio fatica anche solo a pensare alla musica che ha scritto. Come la Hersh ho sempre identificato le canzoni di ‘The Salesman & Bernadette’ con un certo clima natalizio, con un certo calore, candore domestico. Ma come posso riascoltarlo ora che Vic ha scelto proprio il giorno di Natale per farsi da parte? Sembra ridicolo da spiegare alle persone normali che non vivono di musica come me, che non ne fanno una malattia, che non si circondano di antieroi quasi immaginari compilando una personale micro-mitologia pocket da universo parallelo, traendo spunti infiniti per rendere almeno un tantino più preziosa la propria routine. Sembra assurdo spiegare che sento terribilmente un vuoto dentro, per quella parte di me che se n’é andata per sempre insieme ad un piccolo e miserevole cantautore paraplegico, ma è così, davvero. Se questo aspetto è fondamentale e non mi permetterà per un po’ – già lo so – di riaccostarmi a quei pezzi ora così inavvicinabili, se è triste l’idea di un Chesnutt che ci lascia in una fase di febbrile impulso creativo, resta comunque la soddisfazione di averlo visto suonare dal vivo, di averlo conosciuto per quanto marginalmente, di averne respirato la forza ed il carattere e di aver incrociato con lui sguardi e sorrisi, almeno una volta. Questo fino alla prossima, che ci sarà presto o tardi, ne sono certo.

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Sparklehorse, un mondo triste e meraviglioso – di Stefano Ferreri


E’ un mondo triste e meraviglioso quello che ci ha regalato Mark Linkous e ce lo ha portato via così presto. Un mondo che lo ha accolto in silenzio e che in silenzio lo saluta, nell’indifferenza sovrana e sconfortante dei tantissimi che gli Sparklehorse non li sentiranno mai nemmeno nominare. Gli Sparklehorse che erano lui, e lui soltanto. Un colpo al cuore, come Elliott Smith, a scrivere la parola fine nella parabola di un artista vero. Le prove generali Linkous le aveva fatte diversi anni fa con il valium: rischiò grosso, ma se la cavò con un arresto cardiaco, svariate operazioni e sei mesi di sedia a rotelle. Aveva esordito da pochissimo e il suo nome si era fatto strada rapidamente tra i colleghi affermati, quelli attentissimi alle novità e con la coccarda mecenatesca appuntata in bella mostra sulla giubba. I Radiohead di ‘OK Computer’ lo vollero fortemente per il tour della consacrazione, altri lo avrebbero richiesto in seguito. L’album con cui si presentò non poteva passare inosservato, dopo tutto. ‘Vivadixiesubmarinetransmissionplot’ – così, tutto d’un fiato – oggi sembra lontano secoli, eppure è così incredibilmente attuale. Ascolti i nomi nuovi di zecca del variegato sottobosco nordamericano e ce lo ritrovi senza un motivo legittimo, imitato con scaltra perizia ma senza un briciolo di sentimento. Impressione non esaltante a quasi quindici anni di distanza, ma preziosa nel confermare che quel disco, quel sound e quel songwriting hanno lasciato un segno indelebile. Piaccia o meno, quel primo LP – pubblicato come piccola foglia di fico da una major del calibro della EMI – è diventato in breve tempo un classico con tutti i crismi, uno di quei lavori che pochi notano e che pure fotografano con straordinaria lucidità le coordinate di una certa scena musicale in un dato momento. Canzoni come ‘Homecoming Queen’, ‘Heart of Darkness’ o ‘Hammering The Cramps’ si sono rivelate formidabili nel consegnare ad un pubblico che li cercava un cantore nuovo ed uno stile nuovo. L’anima tormentata e complessa di Linkous si offriva subito nella sua duplice natura e per alcuni, tra cui il sottoscritto, si trattò di un’autentica folgorazione. La dolce malinconia dei brani elettracustici  si spartiva quei pochi ma fenomenali minuti con le lacerazioni elettriche più viscerali, allineando con stupefacente coerenza emotiva le tessere di un mosaico policromo, l’intima confessione di un vero sognatore. A rendere tutto più memorabile avrebbero pensato poche ma geniali scelte adottate come amalgama in un flusso sonoro ininterrotto ma ricco di irregolarità: il condimento del balocco formale, gli sbuffi, le interferenze, le distorsioni, la bassa tecnologia, le vocine sussurrate o filtrate, in poche parole lo ‘Sparklehorse style’. Intercettato dalla mia curiosità onnivora di quasi diciottenne, il primo Sparklehorse mi è entrato subito nel cuore e non ne è mai più uscito. Lo ascolto con parsimonia ma con piacere intatto e riesce a rapirmi oggi come le primissime volte: ha contribuito in maniera significativa a modellare il mio gusto, ad apprezzare la musica sincera e di (apparentemente) basso profilo, orientandomi prima di tanti altri dischi fondamentali verso l’universo degli indipendenti. E’ un capolavoro, pezzi come ‘Someday I Will Treat You Good’, ‘Weird sisters’ e ‘Saturday’ sono una benedizione e non mi stancheranno mai, anche se nel ’97 stancarono lui e lo schiantarono in un buco nero pauroso. Ripresosi come per miracolo dallo sventurato crollo che chiuse quel primo momento di effimero successo, Linkous ha continuato a scrivere canzoni magnifiche. In ‘Good Morning Spider’ ha saputo raccontare la propria debolezza con spietata e disarmante poesia, accentuando i contrasti espressivi abbozzati con la prima prova e lasciando stupiti per l’abilità nell’andare a bersaglio con apparente distacco, puntualmente, tra la delicatezza di una ‘Painbirds’, la verve abrasiva di una ‘Pig’ e la schiettezza micidiale di una ‘Sick of Goodbyes’.

Ancora più evidente rispetto all’esordio, un talento pop cristallino nella scrittura – il miracoloso segno di Linkous – ma anche una tendenza, romantica e masochistica nel contempo, a svilire certe ottime intuizioni, a mantenere un atteggiamento modesto sino al paradosso come per non tradire se stesso. La sporcatura formale applicata a ‘Chaos of the Galaxy/Happy Man’, con incurante e quasi irritante menefreghismo, rappresenta Linkous e gli Sparklehorse meglio di tanti inutili giri di parole: avevi una canzone vincente ma non poteva essere davvero tua, quindi l’hai ammazzata con buona pace dei discografici e della EMI. ‘It’s a Wonderful Life’ è stato presentato tre anni più tardi come uno strepitoso esercizio di stile, con ospitate sontuose (P.J. Harvey, Tom Waits, John Parish) ed una cura eccellente sul suono (merito di Dave Fridmann), che ha però in parte disinnescato l’impatto scabro e diretto dei vecchi pezzi di Mark. Un disco che non ha saputo appassionarmi come i suoi predecessori, ma che ha pur sempre dentro perle come ‘Apple Bed’, ‘Piano Fire’ e ‘Gold Day’. Se il rischio di scivolare in una forma di lussuoso manierismo era scongiurato dall’intelligenza stessa e dalla sensibilità vera del cantautore, resta innegabile come proprio le migliori armi a sua disposizione gli si siano rivolte contro sotto la maschera impietosa e recidiva della depressione. Vittima di se stesso e della propria inguaribile infelicità, Linkous è rimasto fermo al palo per anni, incapace di tornare a comporre musica. Nel 2003 lo vidi per la prima volta, di spalla ai R.E.M. a Padova, palesemente fuori contesto: invernale nel caldo asfissiante di quel luglio padano, poco a suo agio con un pubblico assai poco sensibile e rispettoso, chiuso come in una corazza di autistico distacco, suonò come un automa pochi pezzi con una ferocia fredda, assolutamente inedita, mentre dalle prime file gli tiravano preservativi a mo’ di palloncini e lo sfottevano. Provai pena. Non lo sapevo ma quello era un Linkous che, nuovamente, rischiava l’affondamento. Grazie a Danger Mouse ne sarebbe venuto fuori ancora una volta, offrendo ai suoi fan un ultimo disco non abbastanza apprezzato ma che io trovai estremamente incoraggiante. ‘Dreamt for Light years in the Belly of a Mountain’ aveva dentro tutto ciò che ancora speravo di poter ricevere da lui: pezzi rock tirati, ballate oblique e narcotiche, ombre affascinanti in quantità industriale (che brividi ‘Knives of summertime’). Passò anche in città a presentarlo e lo show al 211, con Fennesz come spalla, fu la conferma di un promettente ritorno in campo: clima raccolto, totale partecipazione sua e di un pubblico ammirevole, bellissime suggestioni nei sussurri della sua voce, nelle immagini proiettate sullo sfondo, nel recupero di tanti pezzi favolosi dall’album d’esordio. La collaborazione rinnovata con il progetto ‘Dark Night of the Soul’, l’anno passato, sembrava inserirsi perfettamente in quest’ottica di lento ma luminoso ritorno alla vita, artisticamente (e non) intesa. Pareva prefigurare in tutto e per tutto un nuovo segmento positivo nella sua carriera, ma le cose sono andate diversamente. Nonostante le inquietudini del suo passato mi fossero ben note, il suicidio di Linkous è stato un fulmine a ciel sereno. Un po’ come quello di Chesnutt nel Natale scorso, ma senza quel disperato bisogno di moltiplicare gli sforzi ed accelerare i tempi per svuotare i cassetti della propria creatività degli ultimi, preziosissimi, rimasugli. Senza quell’impressione di necessario testamento, di lascito consapevole, di testimonianza. Anche per questo la morte di Mark e dei suoi Sparklehorse fa veramente male e non lascia consolazione, a differenza dei suoi brani, anche dei più dolenti. Non lascia uno straccio di spegazione, plausibile o meno, che alleggerisca il peso di una realtà incomprensibile per noi che siamo rimasti come bambini a bocca aperta. Stamattina, dopo aver letto la notizia che ha rotto nel peggiore dei modi un esilio dalla rete durato quasi due giorni, ho tirato fuori l’ipod e ho lavorato con la compagnia delle sue canzoni. Con Chesnutt non ne ero stato capace, e ancora aspetto di potermi rimettere ad ascoltarlo senza soffrirne. Ascoltare gli Sparklehorse oggi è stato sì triste, ma non doloroso. Mi ha trasmesso una certa carica positiva. Poi, arrivato a ‘Little Fat Baby’, ho avvertito una vera fitta: l’aveva dedicata a Vic, si era ispirato a ‘Myrtle’ per raccontare la “grazia sgraziata” del collega ed amico.

Non sono passati neanche dieci anni ma sembra trascorsa un’eternità.

Coward – Vic Chesnutt (12 nov. 1964 – 25 dic. 2009)

“Coward” è tratta da “At the cut” (2009), sotto la traduzione italiana della canzone:

COWARD

trad. Stefano Ferreri

Il coraggio del codardo è  in assoluto

il più straordinario di tutti.

Un gatto terrorizzato ti graffierà

se lo costringi in un angolo.

Ma io, io, io, io

sono un codardo.

Il coraggio nasce dalla disperazione

e dall’impotenza.

Nella paura i cani remissivi

possono attaccare,

essere davvero molto

molto pericolosi.

Ma io, io, io, io

sono un vigliacco.

Io, io, io, io, io

sono un codardo.