Viaggio in Salento – di Stefano Ferreri

I miei ultimi viaggi in Salento non sono state vacanze, sono state ricerche. Ritorni a casa, esplorazioni di un piano forse insondabile che è logico chiamare origini. Anni e anni di ferie ad oltranza, spensierate quanto prive di vera consapevolezza, non mi hanno mai permesso di andare al di là di una generica superficie umana e culturale, di un folklorismo buono al più per il turista occasionale e senza legami nei confronti di una terra sempre vampirizzata ed in fondo mal vissuta. Mancavo da tre anni, ma devo ammettere che quest’assenza è stata degnamente ripagata. Mi ha accolto un clima benevolo in tutti i sensi, senza il fastidio di una fugace velatura al sole, senza il classico tormento dell’afa africana, ad anni luce di distanza – ma questo era scontato – dall’avvelenante frenesia universale della grande città. E poi il mare, che quest’anno ha rasentato la perfezione: sempre placido, sempre cristallino, senza meduse, senza inconvenienti di sorta. Una tavola azzurra adagiata sugli scogli alti della litoranea neretina. Con buona pace di chi ama le spiagge (e non parlo degli immondezzai liguri o romagnoli), io ho accuratamente evitato di addentrarmici, se si eccettua una puntata in quel di Torre Colimena, provincia di Taranto, pianificata però con intenti da “fine contemplativo”, spendendo buona parte del tempo nella visita ad un’enorme salina e nella passeggiata in un villaggio di pescatori che sembra fermo a cinquant’anni fa (e mi ha ricordato remoti angoli della Grecia meno devastata dal turismo). A parte il piacere inarrivabile del godersi il mare, l’intenzione fondamentale – direi quasi l’imperativo – è stata quella di fare miei svariati frammenti di autenticità salentina, in qualsiasi ambito mi si presentassero, a patto di evitare come la peste quella convenzionalità farlocca che l’industria turistica ha costruito pezzo dopo pezzo in oltre quindici anni di scellerata campagna promozionale, propinando agli ignari villeggianti un prodotto più che un territorio, un luogo comune invece che un luogo reale, un macchiettismo da cartolina che non è meno preconfezionato delle orecchiette vendute in pacco regalo direttamente con i cocci di ceramica decorata. Bandite le false facilitazioni per non finire subito fuori strada, bandita la falsa veracità bastarda che di originale non conserva più nulla, nemmeno l’involucro. Rispetto agli anni passati ho provato a vivere maggiormente il posto addentrandomi nei paesi, quelli fuori dagli itinerari scontati e dagli opuscoli dei settimanali, quelli dell’interno. Non che non l’avessi mai fatto ma questa volta si è trattato di una scelta fortemente voluta più che di una collezione di coincidenze. Per poter tradurre in qualcosa di concreto questo mio desiderio ho puntato ad un affinamento emotivo, direi quasi spirituale, provando ad immergermi nello spirito del posto, nella sua anima più primitiva e resistente alle contaminazioni unilaterali, quelle che impoveriscono anziché arricchire, per catturarne almeno qualche bagliore di riflesso. Musica e feste di tradizione popolare sono stati i miei campi di battaglia, un po’ come in passato ma con molto più costrutto. Posso allora lasciare la testimonianza di un evento fragoroso cui ho avuto la fortuna di presenziare, la lunga notte dedicata a San Rocco, tra il 15 ed il 16 Agosto, in quel di Torrepaduli, frazione di Ruffano. Di ciò di cui ero in cerca qui si è colta l’essenza in tutta la sua asprezza, resa dal suono regolare, ossessivo ed ipnotico, di centinaia di tamburelli suonati fino alle prime luci dell’alba dai vecchi come dai bambini, scandendo un ritmo di frastornante follia per accompagnare danze e rituali di corteggiamento che da secoli si rinnovano immutati. Grandi cerchi occasionali di suonatori, le ronde (quelle buone), creatisi dal nulla per dare sfogo a nuovi cerimoniali danzanti, simulando il gioco della vita con la giusta miscela di seduzione e morte, in linea con i precetti della cultura greca e nella forma attualmente più pura di tarantismo. Dare un suono alle pulsioni elementari per esorcizzarne la potenza distruttiva, chiuderle in una rappresentazione che è forse troppo difficile da raccontare. Un po’ come la danza delle spade (la pizzica scherma, un tempo non mimata ma eseguita con veri coltelli) che ha preso vita intorno alle tre di notte con analoga spontaneità nel piazzale antistante il santuario, ancora più curiosa, animata ed indescrivibile: una via di mezzo tra un ballo ritmato ed un gioco, con la competizione però lasciata da parte in nome di un fenomenale spirito di fratellanza tra i partecipanti. Da un secolo sentivo parlare di queste cose e di Torrepaduli, finalmente ne sono stato testimone. Non c’è dubbio che l’impatto sia forte ed è innegabile come la più genuina radice di queste usanze si sia mantenuta, almeno nelle linee generali. Spiace invece constatare come l’evento non sia sfuggito alle logiche ed al richiamo della massa, pur limitati in sostanza ad una dimensione localistica (pochi gli accenti non salentini uditi), con decine di migliaia di presenze (sciami di “mazzari” del posto e orde di alternativi da strapazzo le categorie più odiose, le stesse che infestano l’ormai prescindibile concertine di Melpignano) ed un mostruoso carrozzone commerciale a base di porchettari, venditori di ciarpame religioso (con punte kitsch sublimi ed una varietà di articoli strabordante, va detto) e giostrai di tutte le fogge. Ancora una volta la pubblicità che fa solo danni, per una manifestazione oggi meno affascinante di come doveva apparire solo pochi anni fa ma, va beh, si prende l’intero lotto e amen. Considerando il buio assoluto nelle distese di ulivi attorno a Ruffano, con la possibilità di ammirare il cielo stellato come in poche altre parti d’Italia, è facile ammettere che i pro siano ancora largamente superiori ai contro.
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