Terzo ed ultimo frammento dal “Barthes” – di Luigi Grazioli

[Qui la prima parte; qui la seconda.]

(…) Barthes ha ragione. Lo ammetto volentieri. Credevo mi scocciasse. E invece no. Guarda un po’ come sono fatto. Riesco ancora a sorprendermi, a volte. Non sono ancora morto. Non del tutto. Un po’? Vada per un po’. Barthes ha ragione. Puoi farci tutte le considerazioni teoriche che ti pare. Puoi esemplificare, strumentalizzare in funzione di questo o quello. Puoi farci tutti i discorsi che vuoi. Ma si finisce sempre per abbandonarsi al sollievo realistico. L’oggetto rispecchiato è lì. L’immagine è la sua impronta. Se ne sta lì, per conto suo. E tu non ci sei. Se ne frega di te. E questo attrae. Pacifica. Consola. Oppure colpisce, commuove, indigna e terrorizza. Ma consola. Va’ che è strano! Il tremendo che consola. Meglio non andare a vedere perché. Non indagare. Non smuovere le acque. C’è tutta una parte di me che sono contentissimo di evitare. Preferisco non conoscermi. Ignorarmi. Già non ho una grande idea di me, figurarsi se mi conoscessi del tutto! Potrei accettarmi? Non credo. Finirei per farlo comunque? Non voglio. Ma potrebbe migliorarmi! Sì, domani. Per certe cose una buona rimozione resta la soluzione migliore. Altro che scoperchiare il vaso! Sigillarlo e buttarlo via! Ma è la nostra natura! E allora? Deve essere per forza buona? Via anche quella! Se non va bene, si cambia. Nessuna pietà. Alla peggio, si ignora. Legittima difesa. Resta la cosa. L’artificiosità del taglio dell’immagine? La costruzione interna? L’adozione consapevole o meno di schemi iconografici? Il loro ribaltamento o la loro variazione? Bello! Interessante! Ma poi basta. C’è la figura, il gesto, il bimbo, il morto. La madre! La cosa madre. Il processo di produzione pratico, tecnico e sociale? Le implicazioni economiche e politiche? Messe tra parentesi. Felicemente trascurate. Cancellate! Le intenzioni artistiche? ma non facciamo ridere! Aspetta che mi appoggio alla poltrona che mi fa male la schiena. Cos’è ‘sta storia della fotografia come arte? C’è la cosa, il mondo. Uno strumento che lo riprende. Un occhio, uno solo, una mano o due, strumenti dello strumento. Un corpo che si sposta per il mondo perché la macchina lo vuole. Che guarda il mondo come la macchina ha insegnato a vedere. E come le cose hanno richiesto a lei. Comandato, più che richiesto. Così, ecco. Guarda! Imperativo categorico. Dimentichiamo l’occhio e la mano. Tra parentesi anche loro. Stiamo solo facendo “come se”? E allora? Tanto lo facciamo in ogni caso. In un modo o nell’altro. Resta la figura. La cosa. La luce. Il paesaggio. Molto bene!

Tra parentesi. E’ il titolo del saggio su La camera chiara, e Roland Barthes di Roland Barthes, che avevo pensato di scrivere in un primo momento. L’avevo pensato e divulgato prima del libro di Bolaño, e ci avevo già rinunciato quando questo è uscito. Mi piace ancora come titolo, però. L’idea era una lettura del libro sulla fotografia usando solo, o prevalentemente, ciò che è detto nelle parentesi. Le castronerie che uno si mette in testa! Perché Barthes ne fa largo uso. Di parentesi, sia chiaro. Anch’io, nel mio piccolo. Qui non ne ho messa nemmeno una di proposito. Ce n’era una e l’ho tolta. Nel quinto paragrafo. Indovinare quale. E’ vero che molte frasi potrebbero starci benissimo. Ma non ce le ho messe. Sarò un testone! Non voglio che si capisca cosa è principale e cosa secondario. Cosa detto sul serio e cosa per ridere. Magari quelle dette sul serio sono proprio quelle che fanno più ridere. Forse non dico niente sul serio. Forse tutto. Per esempio qui. Qui cosa? Forse fa ridere tutto, ma non nel senso che volevo io. E sia. Mi ero letto sull’argomento anche dei saggi di Luca Cignetti, che me li ha gentilmente inviati. Lo ringrazio di cuore. Sono una lettura molto  stimolante. Uno dice, saggi sulle parentesi e sulle proposizioni parentetiche, ma dai! E invece no. Provare per credere. Avevo preso appunti, classificato, ritagliato e combinato. Il solito bricolage. E poi mi esce ‘sta roba! Magari un giorno lo scrivo. Magari in parte lo sto scrivendo qui, come posso. Senza accorgermene. O quasi. In modo indiretto. Parlando direttamente. Direttamente! Figurarsi! Cambiando di continuo la focalizzazione. Avanti. Chissà perché mi viene in mente un’altra cosuccia che mi ero appuntato qualche mese fa. La metto qui, come tra parentesi. E’ a proposito di “avanti!”. Poi riprendo. Eccola.

“Riassunto della propria vita.

In 3 parole: Niente da dire.

In 2 parole: Dire niente.

In 1 parola: Niente.

In 1 parola, versione remix: Dire.”

Sa un po’ di Beckett, adesso che la rileggo. Non ci posso fare niente. E’ la pura verità. La verità! Mi vien da ridere. Tiro in ballo volentieri Beckett perché non ne parla più nessuno o quasi. Non è più di moda, se mai lo è stato. Sì, una volta sì. Ma per il teatro. Quanto alla prosa, sono più quelli che ce l’hanno con lui. Quel cane di Beckett! Bravo, come no? Ma non si fa così! Dove sono finite le buone maniere? Non puoi metterli tutti col culo per terra. Imbrattargli l’innocenza. Sverginarli così apertamente. Meglio dimenticare. Fare come se non ci fosse mai stato. Alé a raccontare come se niente fosse! Il mondo lo reclama. Il mondo! Il referente! Chiusa la parentesi. Avanti! Mi vien da ridere.

Eh, ma anche andare avanti non è così semplice. A volte mi scatta la molla e via! Altre, non so da che parte girarmi. Avessi un ragionamento da costruire, sarebbe diverso. Fossi capace di seguirne i fili. Il fatto è che in fondo di Barthes, insisto, mi importa meno di quanto vorrei. E sì che ci metto tutta la mia buona volontà. Di sicuro è un buon interlocutore. Bontà mia. Su questo non ci piove. Fossi io alla sua altezza. Ma sarebbe meglio, ovunque io sia, se non fossi d’accordo su così tante cose. Preferirei uno con cui fare a pugni. Prendiamo l’inizio di Roland Barthes di Roland Barthes. Il primo frammento. Vale per il “direttamente”, stavolta. “In ciò che scrive vi sono due testi. Il testo I è reattivo, mosso dall’indignazione, dalle paure, dalle riposte intenzioni, dalle piccole paranoie, dalle difese, dalle scenate. Il testo 2 è attivo, mosso dal piacere. Ma scrivendolo, correggendolo e piegandosi alla finzione dello Stile, il testo I diventa anch’esso attivo; da quel momento perde la sua pelle reattiva, che non sussiste se non a macchie…” Dopo “macchie” ci sarebbe una parentesi. Solo che io qui non posso metterla. Ne va dell’onore. Nella parentesi c’è scritto: in piccole parentesi. Niente male davvero. Sottoscrivo. Ma una volta sottoscritto, finisce lì. Dovrei continuare? Cosa? Come? Aggiungo? No. Aggiungere in certi casi fa solo danni. Allora si deve deviare, se si vuole continuare. Non lo faccio apposta. Cause di forza maggiore. Ma in quale direzione? Non troppo differente, ma nemmeno troppo simile. Se troppo vicino, si ripete. Guai! Se troppo lontano, si rischia che non c’entri. Almeno in apparenza. Preferisco. Inoltre è divertente. Saggiare qua e là. Fare qualche piccolo errore. Anche grande. Esageriamo! Errare! Ariosto. Oppure aprire una parentesi. Mettermi io, tra parentesi, per esempio. Che è sempre una buona idea. Peccato che la rispetto di rado. Va bene, mi metto tra parentesi. Ma nella parentesi ci sono. Sono fuori e dentro. Dentro la parentesi, ma anche dentro il testo da cui, mettendomi tra parentesi, mi chiamo fuori. Fingo di chiamarmi fuori. E da lì guardo, rido, commento, piango, e scalcio. Tutto, tranne stare fermo. Scalcio come in un ventre. Lo diceva anche mia mamma. Vivo nel testo e del testo come in un ventre che mi ha generato e di cui mi nutro mentre lo sto deformando. Poi me ne andrò. Forse. Ma lo avrò trasformato per sempre anche quando sembrerà tornare esattamente come prima. Come un testo da cui sono state espulse le parentesi. Cancellate. Rimosse. Sradicate. Evirate! E esso resterà in me quando mi sarò disfatto delle parentesi che mi avvolgevano. Quando crederò di vivere fuori parentesi. Amen. Continua a leggere

L’assassinio del mio albero (frammento dal “Barthes”) – di Luigi Grazioli

Chiudo la parentesi e ne apro un’altra. C’entra di meno, ma per me è importante. Barthes mi capirà. Ha le spalle larghe e io ne approfitto. Faccio il monello. Il monello triste però, stavolta. Ho una piccola confessione da fare. Amo un albero. In realtà sono due. Due pioppi che crescendo hanno fuso i tronchi tanto da essere ormai un unico grande albero un po’ divaricato, con una sola, imponente chioma. Sta in fondo al prato accanto a casa mia, davanti alla cascina con il bar di cui ho parlato in un racconto. Ogni volta che esco lo vedo sullo sfondo e ogni volta sono felice di vederlo. Anche se prendo la direzione opposta, sapere che è lì è una delle consolazioni della mia vita. Quando faccio il giro dell’isolato, me lo trovo di fronte, inquadrato da due pinetti in fondo alla via come guardie d’onore. Quando torno a casa lo vedo da lontano e resta nella visuale fino all’ultima curva. Se esco a fumare, resto lì a fissarlo, a parlarci insieme. Gli ho fatto molte foto nel tempo, come a uno di famiglia. Un fratello. Un padre. Un figlio no. Non per fare delle belle foto. Perché lo amo. Il giorno dopo aver terminato la divagazione sul viaggetto a Reggio, nella quale tra l’altro parlavo proprio degli alberi, lo hanno tagliato. Sono uscito di casa e non l’ho visto. Al suo posto c’erano un camion e un’escavatrice. E operai e due o tre che stavano a guardare come se niente fosse. Il cuore ha preso a battere di corsa. Ho fermato l’auto. Volevo scendere, ma avevo una cosa urgente da fare. Ho scattato due foto alla scena e sono ripartito. Un’ora dopo, al ritorno, ho parcheggiato davanti casa e mi sono precipitato a vedere. Il camion era sparito. C’era solo l’escavatrice che aveva già riempito l’enorme buca delle radici. Due uomini stavano lì a controllare il lavoro. Il padrone del terreno e un mio vicino. Ho fatto delle foto al prato e allo spazio ormai vuoto davanti alla cascina. Poi mi sono avvicinato e ho fotografato la terra che ha riempito la buca, il suo perimetro. Per farlo sono entrato nel prato, con i due che mi osservavano con sospetto, anche se mi conoscono bene. Ho chiesto come mai. Il mio vicino, che non c’entra niente, a meno che abbia rilevato la legna, ha detto che era tutto marcio. Poi il padrone del terreno ha parlato della pericolosità dell’albero per i fili della luce. Ha detto che tempo fa hanno già speso 6000 euro per farlo potare un po’, che l’Enel non voleva assumersene il carico, che rischiava di crollare. A me sembrava sanissimo. Le foglie bellissime, il tronco, all’esterno, perfetto, i rami robusti e senza segni di malattia. Era dentro, hanno detto, e sotto. Le radici erano tutto un verminaio. L’interno del tronco poltiglia. Sarà. Poi ho sentito altre versioni. Che il padrone temeva che il pezzo di terreno fosse espropriato proprio a causa dell’albero. Che l’aveva già venduto. Che ci avrebbe rimesso trecento metri quadri. Trecento. Come i soldati di Salamina. Ho pensato che il verminaio era dentro di loro. Che erano loro. La buca che non c’è più l’ho dentro io invece, e ci sono sprofondato. Era lì da sempre, il mio albero, già grande trentatre anni fa, quando mi sono sposato e sono venuto a abitare qui. Non avevo dubbi che mi sarebbe sopravvissuto, che sarei andato a sedermi alla sua ombra anche da vecchio e poi magari a girovagare tra i suoi rami da morto. Appollaiato a guardarmi attorno, nascosto tra le foglie. Continuando a parlarci del più e del meno, come fanno i morti. Dovrò cercare un altro rifugio. Se qualcuno ne resta. Amen.

“Le volte che ho letto Barthes” di Luigi Grazioli

Ho letto Le plaisir du texte in una piccola libreria di Rue Cujas nel febbraio del 1974. Non male come inizio. Ero a Parigi da due o tre settimane, per preparare la tesi. C’ero arrivato senza prenotazioni e senza conoscere nessuno. Avevo solo l’indirizzo dell’amica di un’amica, che sono andato a cercare appena sceso dal treno per farmi dare qualche suggerimento, o forse per non sentirmi sperduto. Ma non credo: ero spavaldo, allora, e non sentivo il bisogno di raccattare umanità. Era domenica mattina, abbastanza presto probabilmente per gli standard metropolitani, e il quartiere dove abitava la ragazza era deserto. L’unica persona che c’era in giro, la prima che ho visto per le strade di Parigi, la stazione e il metrò non contano, è stato un clochard che frugava in una poubelle. L’incontro con la capitale dei miei sogni è stato un cliché. Mi sono sorpreso: che la realtà imiti la finzione, per me era solo una vaghezza teorica, allora. Ho riaggiustato la visuale immediatamente. Del resto Parigi per me non era mai stata altro che un luogo immaginario. E tale è rimasta, nonostante il tempo in cui ci ho vissuto e le volte che ci sono tornato. Certi quartieri li conoscevo così bene che davo indicazioni ai turisti. Una soddisfazione! Mi accontento di poco, io. C’ho una morale ascetica, in fondo. Di un ascetismo tenue, vago, per niente atletico. Sempre ascetismo, comunque. O così mi piace pensare. Non so perché racconto queste cose. Alcune le ho già scritte e odio ripetermi quando scrivo. Quando parlo è un altro paio di maniche: ma anche allora, per quanto cambi l’interlocutore, ad ogni ripetizione mi ritrovo umiliato. Eppure mi ripeto. Sarà che sto invecchiando? Sia quel che sia, la letteratura che indulge alla memoria non mi piace lo stesso. Va be’, avanti. Concediamoci questa debolezza. Non imparerò mai a essere indulgente con me stesso. Non è il caso di vantarsene, comunque. Per tirare un’ora decente sono entrato in un bar a prendere un caffelatte con un croissant. Prima delusione. Il croissant era caldo ma non buono. Unto, molle, elastico come un chewing-gum. Il caffelatte già me lo aspettavo schifoso, e quindi l’ho bevuto con piacere. C’era le tele accesa, e parlavano, ricordo, del Loto. Non sapevo cosa fosse e l’ho guardata per un po’ senza ascoltare. Che razza di trasmissioni fanno alla domenica mattina in Francia! Nel frattempo ho fumato la seconda Gitanes maïs che mi ero affrettato a comprare in un bar della stazione dove avevo trangugiato un primo caffelatte, dopo la notte in treno senza viveri e bibite. Ho anche sfogliato un giornale. Quando mi sono deciso a suonare alla porta della ragazza c’era un po’ più di gente per strada, saranno state le dieci e mezza, tardissimo per le mie abitudini, ma alla porta è comparso un tizio in pigiama, tutto assonnato, che mi ha guardato con la faccia stranita. Una figura uguale uguale l’avevo già fatta qualche anno prima alla porta di Ugo Carrega. Non mi è servita a niente, a quanto pare. Va detto che allora erano le 8 e mezza! Il giovanotto in pigiama era il compagno della ragazza. Quasi subito è arrivata anche lei, pure in pigiama, e mi hanno invitato a fare colazione con loro. Praticamente era la terza, ma ho accettato per non essere scortese. Già ero in imbarazzo per i pigiami! Quasi quasi toglievo dalla valigia il mio. Volevo limitarmi a un altro caffè. Abbastanza buono questo. Per la contentezza mi sono preso anche una fetta di pane con la marmellata. Il pane era fresco. Come poteva essere fresco se erano ancora a letto? Un mistero. L’avevano comprato all’alba, prima di rientrate a casa? Lo spediscono per posta pneumatica? La ragazza mi ha dato alcune indicazioni che non mi sono servite a nulla e mi ha invitato a tornare a trovarli, o lì, o alla libreria che il suo compagno, un libanese druso, gestiva assieme a un bretone nel quartiere latino. Mi sono arrangiato per conto mio e sono stato un paio di settimane da solo, senza parlare con nessuno, a studiare, a girare la città e i musei e a andare al cinema. Quando ho deciso che era ora di parlare con qualcuno sono andato alla libreria. C’era solo il libanese, un bel ragazzo, gentile, che mi ha invitato a sedere da qualche parte in attesa che la ragazza arrivasse. Lei non era granché, invece. Come dice mia moglie, i bei ragazzi stanno quasi sempre con racchie. Io non sono d’accordo. E’ lei che vede racchie dappertutto. Io no. Io le racchie non le vedo proprio. Forse non ce ne sono. Forse c’è solo carne. Carne in attesa. Ho scordato i nomi di entrambi. Ho spulciato gli scaffali e quando mi è capitato in mano il libretto di Barthes ho cominciato a sfogliarlo, poi mi sono seduto in un angolino vicino alla stufa, come da piccolo con i fumetti nell’officina di mio papà, e l’ho letto tutto. Nelle pause scambiavo qualche parola con il libanese. Tra l’altro mi ha parlato della sua intenzione di tornare in patria, dove la situazione stava peggiorando e una guerra era più che probabile. Davvero? Più che probabile: inevitabile! Non ero molto al corrente. Una guerra! Esattamente quello che è avvenuto. Le guerre avvengono. I verbi mentono. I verbi? Che dire degli aggettivi allora? Mi è tornato in mente, lui, non quando la guerra civile è effettivamente esplosa, ma al ritorno dei miei genitori dalla loro prima crociera, per le nozze d’argento, quando mi hanno raccontato che la loro nave è stata l’ultima a approdare a Beirut proprio a causa del conflitto. Come si distende la sintassi, appena scatta la memoria! Ci dev’essere qualcosa, nel ricordare, che lo esige. A meno che non sia il contrario. La sintassi che presiede al ricordare! Che lo scioglie e costringe. Un nodo! Un groppo. Un’armatura! E allora via, tagliare! Spezzare. Se possibile. La zona turistica era ancora sicura però, hanno detto. Ho tremato per la loro incolumità retrospettivamente. Loro invece si erano divertiti e hanno sempre ricordato Beirut come una città bellissima e piena di vita. Allegra. Solo quello e nient’altro. Lo erano anche loro, a quei tempi. Felici, erano. La loro prima crociera! Il primo vero lusso, la prima vacanza senza figli. Ancora giovani e sani. Mi viene un tuffo al cuore a pensarci. Amen. Così, bellissima e piena di vita, sembra che sia tornata, la città, con tutto quello che è successo poi. Quella guerra e altre e tutto il resto. Sarà vero? Riuscirà a durare? Riusciranno a dimenticare? Chi è lontano lo ha già fatto. D’altronde anch’io ricordo solo scemenze.

Tornando a Barthes, sarà stato il posto, il momento, la circostanza che per la prima volta leggevo in tutta calma in una libreria senza che nessuno avesse da ridire, il calduccio, l’impaginazione e i caratteri, la carta, tutta roba che conta!, boh, fatto sta che Le plaisir du texte è stato una rivelazione. Avevo letto altri suoi libri, in italiano prevalentemente, già dal liceo. Ricordo Miti d’oggi pappato tutto in classe, durante le lezioni, e poco dopo Il grado zero, entrambi in edizione Lerici mi pare, e mentre il primo non mi aveva molto colpito, ovviamente perché ero troppo acerbo, dal secondo avevo imparato molto di più, anche se a proposito di scrittura avevo un altro riferimento, Derrida, sul quale avevo già deciso di fare la tesi ancora prima di iscrivermi all’università. Anche cose come queste avvengono. Le fissazioni che si hanno a quell’età! Bizzarre. Marchiate a fuoco! Poi restano solo le cicatrici. Il marchio. Vero cuoio. O magari no. In fondo, ma restano. Non le smuove più niente e nessuno. Accipicchia! Per cui Barthes mi sembrava sorpassato. I riferimenti orientano e accecano. Cercavo solo ciò che volevo trovare, o gli immediati paraggi. Solo ciò che mi importava, che mi premeva già prima cioè. Il resto quasi non lo vedevo, a parte quando leggevo poesia e narrativa. Un po’ come Barthes guardava le fotografie. Così è stato anche per gli Elementi di semiologia, che però devo aver letto all’università. Un ripasso, mi è sembrato. Nessun’altra traccia, se non che ero d’accordo sulla tesi di fondo. Bontà mia. Tutti i linguaggi in subordine e relazione a quello verbale, e così il loro studio. Ben detto! Anche queste sono cose che ti segnano. Vizi d’origine. La radice! Marcita quella, marcisce tutto il resto. Op!, e sei fregato per sempre. E così è stato per me. Pazienza. Mi ha fregato ben altro, poi. Di nuovo pazienza. Per Kafka, se non sbaglio, la pazienza è la virtù più grande. Per altri no. Io mi sono ritrovato a esercitarla tutta la vita. Ma con che risultati non saprei. E’ una citazione di Ornella Vanoni. Ci mancava anche questa! Ancora pazienza.

Ma io non dovevo scrivere di Barthes? Non importa. Avanti. Le plaisir du texte è stato la rivelazione di ciò che già sapevo, ma era bello sentirselo confermare in modo così autorevole e convincente. Ciò che già praticavo e credevo di sapere. Potenza degli equivoci! Ciò che ho creduto di sapere già, mentre leggevo quel libro. Qualcosa che autorizzava le mie debolezze. Non cerco altro. La debolezza, il piacere, di leggere tutto quello che mi andava e come mi andava. L’ho detto che era una fregatura. Borges d’altronde sosteneva di essere più orgoglioso dei libri che aveva letto che di quelli che aveva scritto. E bravo Borges! Però lui di libri ne ha scritti di niente male. E’ stato più o meno ai tempi di Miti d’oggi che ho letto Finzioni per la prima volta. Quella sì che è stata una vera rivelazione! La moda di Borges non era ancora esplosa. Che colpo è stato! Un diretto allo stomaco! Di quelli così forti che capisci subito, anche se sei un ragazzo, che devi tenertene alla larga. Pericolo di morte! Come con Kafka e Beckett. Leggere tutto ma non imitare! La civetteria è insopportabile negli uomini, anche in quelli grandi. Nelle donne dipende. Dipende se la sfoggiano per me, o in generale. Se per me, non mi disturba affatto. Ma può essere incantevole anche vista da lontano. O da molto vicino, o da lontano, tertium non datur. In entrambi i casi in modo esclusivo però. In un caso perché ne sono il destinatario, o il bersaglio, nell’altro perché non lo sono. Dovrei stare zitto, perché io per primo mi affanno a affascinare, quando posso. Le contraddizioni della vita. Resta una debolezza. Tuttavia, quando mi riesce, vedo che gli altri sono contenti. Allora non è del tutto mal, forse. Perché la debolezza diventa la loro. Niente scuse però. Resta anche mia. Vaffanculo.

A volte penso che l’educazione cattolica mi abbia fatto anche bene. Poi passa. C’è questo miscuglio di indulgenza e intransigenza che ritrovo, a volte, anche in Barthes. Intransigente nel suo lavoro e, immagino, grandemente indulgente con coloro che amava. Come potrebbe essere altrimenti? E tuttavia bisognerebbe essere intransigenti anche con loro. Io mi amo? Non ne sono sicuro, a giudicare dall’intransigenza che ho nei miei confronti. Vuol dire che non me lo merito. Gli altri li amo anche senza merito, di solito. L’amore è gratis. Mi piace amare. Con me no, invece. Sarò un cretino! Ma anche l’intransigenza ce l’ho tenue, vaga. Mi fa difetto l’accanimento. Per uno che si occupa di certe cose, è grave. La perseveranza non basta. Barthes invece questo accanimento l’aveva. Secondo me però gli faceva difetto l’abbandono. Secondo me, si abbandonava solo nel privato. E non tanto nemmeno lì. Nel privato più privato, diciamo. Ma in modo molto garbato. Per cenni impercettibili, con dolcezza rattenuta, che capiva solo chi poteva capire. Chi era come lui. Con quella reticenza discreta che ritrovo anche nei suoi scritti quando si avvicina a ciò che veramente importa. Toh, come il sottoscritto e sua mamma. Cribbio, sono proprio in vena di confessioni! Basta però. Per ora. Barthes aveva questo accanimento, questo metodo. Gli dicevano: scrivi di questo, e lui zac!, lo faceva. Scriveva solo su ordinazione, pare. Ma di cose che lo interessavano, sia chiaro. Poteva permetterselo. Se l’era guadagnato. Scrivere su ordinazione, o su invito di amici è una buona cosa. Così uno si costringe a parlare anche quando crede di non avere niente da dire. E’ quasi un verso di Eluard. E magari non ce l’ha sul serio. Se non che, scrivendo, qualcosa ti viene prima o poi. E impari quello che ti importa sul serio. Magari ci vuole tempo, ma se non sei del tutto stupido, prima o poi lo impari. Barthes secondo me l’ha imparato tardi. Non perché era stupido, ma perché non lo era abbastanza. Perché era troppo intelligente e ci teneva a esserlo. Anch’io voglio sempre essere intelligente, ma non essendolo molto, o quanto meno non nella misura in cui vorrei, come Dio per esempio, mi ammanto spesso di stupidità. Me ne incappuccio, direbbero i maligni. Dico e scrivo stupidaggini. Come qui? Non mi importa. Una volta mi sarebbe importato, ora non più. Credo che sia una delle grandi conquiste della mia vita. Un po’ tardiva, ma ce l’ho fatta. Champagne per tutti!

[Luigi Grazioli è nato nel 1951 a Fara Gera d’Adda (Bg), dove vive. Ha pubblicato i racconti “Cosa dicono i morti “(Campanotto 1991) e “Racconti immobili” (Greco&Greco 1997), e il romanzo “Lampi orizzontali “(Greco&Greco 2003, finalista al premio Bergamo). E’ del 2008 il libro di racconti, uscito per Effigie, “Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi”.  Collabora a quotidiani e riviste, dal 1999 dirige la nuova serie della rivista «Nuova Prosa» della Greco&Greco editori.]

Continua a leggere