neo-avanguardia inattuale vs incalcolabile vastità del mare

[Su Nazione Indiana in questo Marzo 2013 si e’ tornato a parlare di poesia sperimentale vs poesia lirica. Ne e’ sortito soprattutto un duello in punta di verso fra Gilda Policastro e Natalia Castaldi, seguito da un contributo teorico di Lorenzo Carlucci. Una buona occasione per fare il punto dei lavori, dei saperi e delle inclinazioni. GiusCo]

Penso che un punto di incontro fra l’approccio teorico dell’una parte e quello pratico-condiviso dell’altra possano essere alcuni testi di Gabriele Frasca: erudito e consapevole, ma anche talentuoso e scorrevole. Presentare e discuterne alcuni potrebbe forse aiutare l’avvicinamento. Rimangono di base, a mio avviso, forti differenze di postura e di aspettative: piu’ orientate al mestiere e ai titoli gerarchici nell’ala a supporto di Policastro, piu’ orientate alla comunanza su base solidale e resistente in quella a supporto di Castaldi. Resta inteso che in questo esatto momento storico, tecnologico e sociale in Italia, i due approcci si equivalgono e che dunque possiamo permetterci di avvicinare i testi senza remore da parruccheria (ostilita’ pregresse, snobismi, ecc.).

Se tutti condividiamo la “sintassi del linguaggio” [livello 1] italiano, le differenze saranno in “strutture concettuali” piu’ grandi [livello 2] (idiomi, ma anche algoritmi e strutture dati) e nei processi [livello 2a] implementativi per raggiungere un determinato obiettivo. I “pattern” [livello 3] alzano il livello di astrazione su cui si progetta e si discutera’ quindi delle scelte progettuali. Il Gruppo 63 ha avuto il merito di astrarre la poesia italiana al livello 2, quel che in seguito l’informatica (negli anni ’90) ed ora i linguaggi applicati delle scienze dure (chimica, imaging applicato alle neuroscienze, genomica, ecc.) hanno portato al livello 3 per uso industriale e dunque ingegneristico. Detto banalmente: dalla “poesia” [livello 1, diciamo la lirica nell’Italia pre anni ’60], passando per la “poesia procedurale” [livello 2, diciamo Sanguineti e le rigatterie epigonali a lui seguite] fino alla “poesia della progettazione” [unico esempio contemporaneo per me significativo: il flarf, oltre ai generatori automatici di poesia tipo quello di Roberto Uberti qualche anno fa].

Qualche anno fa guardavo gli studi sugli invarianti universali del linguaggio umano del Prof. Nigel Fabb (http://www.strath.ac.uk/humanities/courses/english/staff/fabbnigelprof/), ma la dimostrazione della loro fondatezza o meno e’ in mano al neuroimaging, che per adesso non se ne occupa direttamente (http://www.poetryfoundation.org/poetrymagazine/article/240250). Un’altra via puo’ essere impostata teoreticamente applicando alla poesia il lavoro del Prof. Hartry Field (http://philosophy.fas.nyu.edu/object/hartryfield) e questa e’ la strada che mi intriga di piu’ ma carmina non dant panem, dunque se ne occupera’ qualcuno dei triennalini aggiornati di Lettere o qualche dottorando di impostazione filosofica. In Italia abbiamo il gagliardissimo Umberto Eco (per esempio qui http://www.umbertoeco.it/CV/Combinatoria%20della%20creativita.pdf), ma non credo possa applicarsi alla poesia se non come mitopoiesi invece che forma propria del linguaggio.

Insomma, molto si puo’ fare. Chi ne ha voglia?

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