Porto Ulisse, o della finitudine

Il mare di Porto Ulisse è effettivamente un mare da naufraghi: dolce, irruento; avvolgente, di razionalità apollinea. Non c’è nessuno – se non pochi cafoni come noi, come tutti noi umani – a bagnarsi, a opporvi resistenza. E quei pochi che affollano quest’ultimo lembo di costa ragusana d’Oriente, nei giorni dell’immediato ferragosto, entrano sicuri, e posteggiano le loro macchine direttamente sulla spiaggia. Ci riconosciamo, e ci scambiamo occhiate, ammollate fra il truce e il beffardo. Fra la spiaggia e il pantano.
I tempi non sono mai andati, tantomeno sono bei. Sono sempre qua. Sono come sono. E il futuro che incombe è un impedimento all’espressione della debolezza umana.

DUE MARI – Angelo Rendo

A Marzamemi e a Portopalo di Capo Passero il mare è voluto bene. Gli uomini gli si stringono attorno con ogni mezzo. Lo cullano, e ne prendono il colore, sempre vivo, eterno; e salsa è l’aria. È il mar Ionio, addomesticato e colonizzato.
Le marine siciliane del Mediterraneo, dalla Marza fino a Gela, invece, sembrano nemmeno vederlo il mare. Non lo trattengono, non lo avvolgono; sono terre che non si bagnano, che né avanzano né si lasciano invadere.
Pigro fa il suo lavoro, qui, il mare, la sua parte, ma mare non è. E odore non ha.
È una distesa immota, liscia davanti a coste erose, sabbiose, lenta, non guarda né è guardata.
I mediterranei lo temono, amico nemico e grande, troppo aperto mare, Mediterraneo, che babbo pare.