Resistere alla creazione (intorno a ‘Odiare la poesia’, Ben Lerner, Sellerio) – Angelo Rendo

La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Nel 2004 “La medietà” si chiudeva con una appendice di tre poesie, ‘Darsi la corda: contro la poesia’:

Ed essi che non l’ebbero, ed essi
che mai l’ebbero, non l’ebbero
conosciuta che fu, si ruppero
in branchi cadevano, capelli,
bianchi, di luce che terra dal nero
prendevano e prendevano, annusavano

tirare: sommo impiego fu
un farsi continuo di occhi,

come il miraggio ruppe il ritmo,
lo riconsacrò, il ritmo, venne
compiuta la stasi: la fuce.

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Distinguevano viscere, e creazioni
in astuzia, modo chiuso
qua, partono subito

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fuochi dell’aperta campagna, alluminio
di due stagioni far apparire l’età
come presente come dato altrimenti
la possibilità, che è pesante, si carica
dell’indocile, spinta, chiedere
fluidità al Padrone, quello grande

sua misura, mio rispetto.
mia misura, suo rispetto.

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POESIE (1994-2004)

TRADUZIONI

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Visto che siamo comunque buoni e comprensivi, vi re-linkiamo il post contenente il .pdf gratuito de “La superpotenza”, che raccoglie le stesse poesie e traduzioni piu’ gli scritti brevi (2005-2012) di Angelo Rendo. Riguardatevi il trailer, se non siete convinti:

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Tutta roba buona… accorrete, accorrete… leggete e diffondete sotto gli ombrelloni!

La medietà a buon mercato

Angelo Rendo, La medietà, Nuova Editrice Magenta, Varese 2004, pp. 143, euro 13.

[Vendo ultime copie de “La medietà”; chi volesse acquistarne una, può scrivere al seguente indirizzo mail: angelorendo@gmail.com

Prezzo: 9 euro, spese di spedizione incluse]

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Sotto, il risvolto di copertina e  le due recensioni al testo e la parte conclusiva di un saggio: la prima, apparsa su “Atelier” (marzo 2005), a firma di Stefano Guglielmin, ora contenuta in “Senza riparo. Poesia e finitezza”, La Vita Felice, Milano 2009; la seconda, ad opera di Giampiero Marano, pubblicata su “Poesia” (giugno 2005); la terza in Il regime della visibilità e la “poesia-problema” (L’Ulisse, Absolute Poetry, Nazione Indiana), sempre per mano di Marano.

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La poesia di Angelo Rendo, non è una poesia facile, né una poesia generazionale, ma un percorso autonomo. Il testo, corto, denso, sconvolgente per la grande intuizione dei significati poetici, proviene da un habitat dove l’io preme verso il suo annullamento, si estrania nell’oggettività pura della parola, diventa fondo, essenza, enigma.

E questa è la vera, sorprendente scoperta che farete in questo libro. Unica, ineffabile, a volte indecifrabile, la poesia di Angelo è solo apparentemente decentrata, in realtà vi è un arbitro sempre vigile e attento, al centro della pagina, dove la tentazione biografica è l’agguato mortale, inevitabile, per l’ossatura di un discorso poetico nuovo e riconoscibile.

La parola coincide con il frutto nelle sue forme biologiche fino a comprenderne il gusto tra buccia e polpa, o nella dolce velenosità del seme.

Del resto, l’ambiguità del titolo rimarca questa oscillazione tra la condizione di chi sta nel mezzo e chi continuamente deve scegliere tra l’esperienza della tradizione letteraria e l’innovazione della parola duttile, che si fa scavo “nell’estasi dormiente /…/ e non senti / e forse tiene un rosario in mano / la giustezza che c’aprirà”.

Dunque parola nuova, radicale, metafisica che agita il mare della poesia contemporanea, con l’autorevolezza di chi sa portare agli estremi della ricerca gli strumenti della versificazione.

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Raramente un’opera prima sa fondere l’urgenza biografica nel solido di una scrittura essenziale, smussata intorno alla forma-periodo e venuta a galla perfettamente asciutta dopo aver attraversato il diluvio dell’interiorità. La medietà, in effetti, mostra l’impossibilità della confessione in senso rousseauiano, quel raccontare di sé per rigenerarsi attraverso l’opera, che fu la scommessa (perduta) del filosofo ginevrino; Angelo Rendo, al contrario, mostra la degenerazione dell’identità colta sulla superficie alchemica della lingua e lo fa da spettatore disincantato, che ripercorre il vissuto di un io “sanusanu”, ossia ingenuo, vittima d’un mondo inattendibile. Questo io-terza-persona, a cui Rendo presta la voce, grida il proprio desiderio di “parola chiara”, trasparente a sé e agli altri, pur sapendo che “angelo è il suo contrario” (p.34) e quindi scrive “fuori/ dalla significazione” (p.129), abbondando in ellissi e reticenze, e vive dominato dall’olfatto (senso animale per eccellenza) che si fa “vista” (p.30), “sigillo” capace di inglobare, mutandola in carne, l’identità. Tutto questo gioco di rimandi tra io narrante, autore e scrittura ricorda l’idea lacaniana della forza autre del linguaggio, che si dà al soggetto (similmente all’es gibt heideggeriano) decentrandolo, collocandolo a lato del suo stesso progetto poetico. E ciò inevitabilmente, giacché, appunto, la lingua si parla, parla sé in un’eccedenza che mai collima con l’identità del parlante. Preso, ma non irretito, in questo vortice senza centro, il poeta lascia i suoi fluidi alla lingua e poi li condensa, li cesella, per nascondere il malessere che traspare; ma anche, al tempo stesso, si vieta che la censura diventi assoluta, rimarcando, all’io sciolto nel suo monologo, una vaga inadeguatezza sostenuta però con orgoglio, a ribadire l’autenticità del sentire. In questo movimento prismatico – nel quale trovano fra l’altro collocazione sia l’esperienza amorosa, decostruita dall’interno al punto da essere quasi irriconoscibile (cfr. il capitolo “Il fatto interno”) e sia la prosaicità quotidiana (“apro il frigo e freddo contro/ il petto dentro c’è, il cuore/ e, con le spighe, il grano e/ la saponata, dopodiché, sul viso:/ è mattino e devo/ andare a lavorare.”, p.85) – si gioca la poesia di Angelo Rendo, la cui eticità si mostra anzitutto nell’uso di verbi ruvidi, dal forte impatto materico, e sintagmi che rinviano alla fatica e al dolore “dell’aperta campagna”, come recita l’ultima poesia del libro, secondo gli stilemi della migliore letteratura siciliana, da Verga a Sciascia a D’Arrigo. Alcuni esempi: “un volo scaricato”, “la linfa avvitata alle spalle”, “sarai remato”, “svitai l’osso del collo”, fino all’incipit “io: mi deturpo papà” (p.87), che apre la più profonda lacerazione del libro, quasi una confessione alla Rousseau subito glissata, per pudore, verso l’idioletto, in un versificare dove l’io parlante e l’io parlato s’intrecciano per spiazzare il lettore e distoglierlo da quella piaga personale, che tuttavia non scompare nei testi successivi, mescolandosi invece a considerazioni fattuali (“e tutto fugge sul più bello/ via via e lascialo stare”, p.91), ad incomprensioni amorose (“mi suona la carica e scappa/ si fascia la testa dipinge/ le labbra mi cadono/ lo scopo resta, ai piedi”, p.92), fino a fondersi con l’impossibilità dell’anamnesi (e dunque, appunto, della confessione): “se fosse inenarrabile l’atto”, si chiede l’autore, tentando quasi di giustificare filosoficamente le incompiutezze precedenti, e comunicando invece al lettore quella “medietà ansiosa” che attraversa il libro sin dai primi versi, nei quali l’umana salvezza è cercata circuendo “i sensi”, così da sottometterli alla ragione (p.11).

Un libro dunque complesso, questo di Angelo Rendo, stratificato, che tiene insieme scontrosità e apertura, diffidenza per i saperi costituiti ma anche desiderio di rifondarli, in una miscela esplosiva che diventa cifra stilistica ed etica nel contempo, esercizio della finitezza che si mette in gioco fino in fondo.

Stefano Guglielmin

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Da tempo alcuni fra i più lucidi esponenti della “generazione dell’Ottantanove” (cioè quella dei poeti nati negli anni Settanta, formatasi nell’epoca del crollo del comunismo e forse dell’esaurimento dell’intero ciclo moderno, a cui ha potuto assistere letteralmente in presa diretta) lavorano a una coerente, profonda ricerca che ha ormai anche un nome antico e suggestivo: trobar clus. Mi riferisco in particolare ad autori come Sannelli e Giovenale, nei cui testi appare evidente la volontà di sottrarsi all’egemonia della poesia “chiara” che, affermatasi (a partire dagli anni Ottanta, e dopo lunga incubazione) con il legittimo desiderio di rivalutare la dimensione del tempo e della comunità, non ha mantenuto nessun equilibrio dinamico tra la parola e la res ma si è pericolosamente sbilanciata a favore dell’ultima di queste entrambe indispensabili polarità. Alla promessa di conciliazione implicita nel trobar clus si rifà anche, come già evidenzia il titolo, La medietà dell’esordiente Angelo Rendo, siciliano del ‘76. Nella poesia-problema di Rendo il forte richiamo alla tradizione non si presenta tanto come accidente della forma (ciò che a volte avviene nella poesia degli anni Novanta) quanto nei termini di una realtà sostanziale: e allora l’espressione più riconoscibile di tale rapporto è l’etica, lo stile antagonista che si oppone al mito della leggibilità, all’annullamento della polisemia, alla trasparenza che ignora il conflitto, la tragedia. Questa responsabilità investe l’autore integralmente, chiamandolo addirittura per nome («ci vuole una parola chiara / ed angelo è il suo contrario»), gli impone di scegliere e di schierarsi contro la compiutezza, ben disciplinata ma priva di fughe prospettiche, così caratteristica della parola-immagine: «resto a turbinare fuori / dalla significazione, mi sconsolo / lucido quel che c’è da lucidare / chiamo il fresco a riposare / il pesce a puzzarmi / negli interstizi, fra i denti»». La pars construens viene invece rappresentata dal fluire, ancora piuttosto acerbo nonostante l’auspicabile anelito alla forma («leccare il seme, farsi / pianta»), di un’energia che veicola la tragica «decisione di non essere indulgenti» cara a Milo De Angelis: «perché non sondiamo l’eroe, / il governo esploso?», si chiede infatti Rendo. A una così impegnativa interrogazione corrisponde non un movimento di esplorazione/aggressione indirizzato verso l’esterno ma il tentativo di sondare l’altro e l’interiore, di scoprire dentro sé «come il tuo corpo contiene tuo / fratello, accucciato nell’estasi / dormiente, che ti fa scavo e / non senti…» (immagine di derivazione sapienziale che, a parte l’evidente diversità di registro, può essere utilmente confrontata con un testo di Magrelli da Nature e venature: «Una scissura, / la stessa che riga le forme / stampate nella plastica, / divide me in due versanti (…) Anche in certe condanne / il vivo veniva legato a un cadavere») – un proposito, questo, che conduce la poesia di Rendo fino alle soglie del silenzio in un tempo sospeso e circolare, «fermo fermo». Ne deriva un’occupazione dello spazio letterario coraggiosamente apodittica e antinarrativa («dal volere, trarre, del sapere / l’annuire: un gesto e tramonto»), sempre in bilico tra il nulla e la rappresentazione, quindi del tutto analoga sotto questo aspetto alla dialettica visionaria “moto”-“quiete” tipica di Dino Campana: «come il miraggio ruppe il ritmo, / lo riconsacrò, il ritmo, venne / compiuta la stasi», scrive Rendo, rievocando peraltro gli “spazi metrici” sonori di Amelia Rosselli. Proprio per questa via, attraverso la riscoperta della musica della parola non parafrasabile, la gaia arte della medietà può dire di sì alla poesia, alla vita: «che si possa / che simile sapere / sciolga ritmi, / emicicli in testa».

Giampiero Marano

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6. Angelo Rendo

La medietà (34), opera prima di Angelo Rendo, chiama espressamente in causa la responsabilità antagonista del trobar clus: «ci vuole una parola chiara / ed angelo è il suo contrario». Contro i miti dell’alta definizione e della comunicazione, contro la perspicuità disciplinata e senza sbavature della parola-immagine, Rendo si affida a un’eresia promiscua e da sempre incompiuta: «resto a turbinare fuori / dalla significazione, mi sconsolo / lucido quel che c’è da lucidare / chiamo il fresco a riposare / il pesce a puzzarmi / negli interstizi, fra i denti». Mentre i codici comportamentali della cultura contemporanea impongono il volo a bassa quota, un’energia d’urto che ricorda per certi effetti dirompenti l’”esordire” di Antonio Moresco chiede alla poesia l’assunzione di un ruolo tragico, autoriale, generativo e non neutralmente testimoniale: «perché non sondiamo l’eroe, / il governo esploso?» (35). L’aggressività e gli eccessi intemperanti del gai saber («bastare», cioè rimanere giudiziosamente entro i confini prestabiliti dai poteri politico-culturali, «sarebbe come credersi in empio / disegno») trovano completamento nell’interferenza di un vedere metafisico (ma nell’accezione non dualistica conferita al termine da Artaud) che consente a Rendo di raggiungere appunto la medietà: allora è proprio in questa chiave che possono essere letti i riferimenti al doppio che ci abita osservandoci in silenzio («come il tuo corpo contiene tuo / fratello, accucciato nell’estasi / dormiente, che ti fa scavo e / non senti…»), all’illusorietà del tempo fluente in uno spazio «fermo fermo», alla sola parmenidea realtà della stasi «compiuta».

Giampiero Marano