La voce – Francesco Lauretta

Pietro Di Lorenzo Busacca, benefattore (Scicli), foto Santo Abbattista
Pietro Di Lorenzo Busacca, benefattore (Scicli), foto Santo Abbattista

Turiddu, ecculu qua, a piazza, u Cianu u ciamamu nui, ci dumannu pirchì s’inniu a Santa Maria Maggiore a fari a missa. Iddu ma spiega, seraficu. Stavu taliannu a televisioni, i sira e già eru co pigiama quannu na vuci na testa mi ciamau: Turiddu, Turiddu chi fai caintra a chiesa tinnaghiri, a missa a fari. Prima rimasi a ucca aperta, ma qu’è ca mi chiama, cu è chistu, astura? E allura, ancora: Turiddu, ancora scavusu sii, susiti, curri a chiesa ca a missa a celebrari, avanti! Scantatu mi susì e di cursa ma fici, senza scarpi trasii a chiesa e u parrinu stava cirimuniannu, a genti c’era, magari a ma soru. Allura mentri ci fu un po’ ri confusioni rittu all’altari minnì e a muttuna spustai o parrinu ca nun mi vulia lassari stari u microfunu. E mentri facia sti cosi a vuci mi parrava forti: Bravu, accussì a fari, avanti uora parra dall’altari. Ma mancu rissi, Prigamu tutti, na scucciata di coddu m’arruau ca a testa mi fici girari, a ma suoru era: Pazzu, sì pazzu, chi stai faciennu? E mi pigghiarru. A Busacca mi purtarru, o manicomiu di Scicli.  Ora sugnu sotto cura, imbottito sugnu. E io, Ma scusami, non ti vergognavi?, perché sei voluto andare, non sentivi che non era normale fare una cosa del genere? E mi guarda: Avrei volutu a viriri a tia. Ch’è ca putia affari, cià via ddiri No, o Signuri?

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La vernice – Francesco Lauretta

Amo andare ai vernissage, sì, alle mostre. Ieri ce n’è stata una in un villaggio nei pressi di Santa Croce. Ho preso due amici e siamo andati. Guidavo io, naturalmente. Due giovani, un artista e un curatore che la prossima settimana andrà a Copenaghen –l’altro a Berlino. Io ormai ho smesso di fare l’artista, amen mi son detto. Però ogni tanto mi piace andare alle inaugurazioni. E così ieri, è stato magnifico. Quando vado alle inaugurazioni non vedo le opere, non le vedo mai, non mi interessano. Semmai le ascolto vuoi perché c’è qualche video in mostra o una installazione sonora. E spesso i cosiddetti tappeti sonori sono monotoni, inutili, altre volte utili e per diversi motivi che non elenco. Ma neanche per questo vado alle mostre. Ieri, per esempio, appena giunti nello spazio espositivo, una villa che all’esterno sembrava tutt’altro, un sanatorio con quell’ingresso a mezzaluna con una croce rossa, abbiamo pensato a un luogo di malati, ad un piccolo ospedale, ridendo. Così, appena alzata la pianta del piede sinistro per superare il gradino d’accesso al cortile della villa, sentivo una voce registrata, peraltro brutta e poco convincente allo scopo, che incitava, credo ad un battaglione immaginario, di caricare, puntare, mirare e sparare, fare fuoco verso non so dove e chi. Sentivo la raffica dei colpi, finta, dopodiché s’alzava una serie di inni tipici che accompagnano l’immaginario del potere dittatoriale. Che fastidio!, quasi inciampavo su una N di terra fresca che copriva l’immacolata ghiaia bianchiccia e croccante dell’ingresso, poi una Z, una I, un 0-12. Quindi non ho più visto gli amici. Mi lasciano fare. E nelle inaugurazioni non conosco nessuno. Avrò tre quattro conoscenze, mi salutano – li sento almeno- appena e con imbarazzo, e li comprendo anche perché non sapremmo cosa dirci, raccontarci poi. A stento ci si scambia un convenevole e innocuo Sto bene, grazie, cosicché giriamo i tacchi e ci allontaniamo con garbo. Non vedo le opere semplicemente perché guardo sempre per terra. E per terra sento che in quei posti c’è il segno civile e colto di questo mondo, non sui muri, non nell’aria a meno che, e purtroppo succede spesso, per terra non giaccia  qualcosa, una installazione, generalmente una scultura -così le chiamano- realizzata coi materiali più disperati: pietra, carta, buccia di banana, perfino un calzino unto. Ultimamente vanno di gran carriera questi interventi da queste parti. Mi sono indifferenti ma danno fastidio perché inciampano nella mia attenzione, sulla mia vera passione e ricerca. La cultura è sui piedi, mi dico spesso, di chi visita le mostre d’arte contemporanea, sulle scarpe. Il gioco divertente è scoprire, ed inseguire poi, chi di cultura non sa niente, o male, e, lo giuro, a ogni vernissage, c’è sempre qualcuno –pochi a dir il vero- che s’introduce circospetto nell’ambiente. Ieri, per esempio, ne ho individuati due… Anzi, uno è mezzo, un uomo e una donna. Torno a quel “mezzo” perché la scarpa rossa, laccata, poteva o sosteneva a metà l’orrore del tacco a spillo, alto ma palmato che finiva a toccare il suolo su un anellino dorato. Dalle 18 circa e fino alle 23 ho così segnato sul mio taccuino: 43 paia di Camper. 59 All Star Converse. 48 Dr Martens. 38 Blundstone. 11 Adidas Gazelle. 3 Adidas London e 73 paia di scarpe non meglio identificate ma di straordinaria bellezza. A metà serata ricordo che qualcuno ha apprezzato le mie London e le All Star di un artista che s’era appena fermato a bere con noi un bicchiere di rosso. Questi ha puntualizzato come le sue Converse fossero originali, di colore bordeaux, invidiabili aggiungo io. A fine serata ho preso il foglietto del comunicato stampa e la cartolina d’invito. The Wall (archives): istruzioni per l’uso. Mi piace fare così. Quando sono a casa leggo e immagino cosa non ho visto.

Scrittura d’artista: Francesco Lauretta su “Nuova Prosa” 55

[Pubblichiamo tre dei ventidue “Racconti funesti” di Francesco Lauretta, apparsi su “Nuova Prosa” 55, nella sezione “Scrittura d’artista”.]

F. Lauretta, “Dall’increazione”

8. Allegoria e malinconia.

Era fantastico, non potete capire adesso, quando, giovanissimi, con Salvo andavamo a santa Maria Maggiore per andare a vedere gli affreschi di Olivio Sozzi. Passavamo ore intere col naso all’insù incantati da tanta bellezza e con timore –eravamo sempre dentro la casa di Dio-. E’ noto che in sagrestia c’è la mummia del sommo pittore siciliano, visibile sempre purché il cancelletto d’ingresso sia aperto. E una mattina andammo come al solito e quella volta ci fermammo proprio all’ingresso della cella dove è in vetrina il piccolo corpo di quello che fu Sozzi. Sopra l’ingresso una tela enorme c’era e commentavamo questa pala perché delusi delle forme, e sicuro doveva essere un quadro minore di Sozzi altrimenti erano inspiegabili quei corpi deformi, non perfetti come quelli affrescati nella cupola e nei soffitti della chiesa mariana e, come un soffio prima e poi un Ooooh, ascoltammo. Fu in un battito di ciglia che mi trovai all’ingresso della chiesa mentre Salvo se ne stava impalato davanti all’ingresso della cella. Hai sentito?, mi disse con gli occhi sbarrati e luccicanti di ceruleo, spaventato a morte. Hai sentito anche tu?, tremante come una foglia io.

9. La vita postuma.

Chiamammo mio fratello maggiore perché la mamma non dava segnali di vita da giorni. Stava stesa sul letto e ogni giorno pareva l’ultimo. Era giunta la sua ora. Era un mercoledì ed eravamo tutti nella sua camera, io, le mie due sorelle con i rispettivi mariti. Ogni tanto i ragazzini entravano curiosi ed eccitati dopodiché sparivano sghignazzando facendo andare fuori di testa le donne. Ed ecco che arrivò Giovanni dall’Emilia, elegante, affannato e confuso entrò quasi inciampando in camera. Le due sorelle lo abbracciarono e baciarono scontrandosi tant’è che credetti che qualcuno si fosse fatto male. La mamma, come sta la mamma? E a quelle parole assistemmo a un prodigio. In quel momento la mamma s’alzò di busto e guardandoci tutti, ispezionando la stanza con occhi folli, ci fece il segno dell’ombrello, tiè-tiè-tiè, disse, credevate che stessi morendo? E schiantò che pareva morta di cent’anni.

12. Speranza e morte della bellezza.

Mi piegai per prendere un pomodoro, uno dei tanti che galleggiavano sul campo a perdita d’occhio. Era talmente bollente che dovetti buttarlo in fretta nella cesta per non scottarmi le mani. Fischiettavo Intensamente Mosaique di Ivan Fedele e mi proiettavo nella cappella di Notre Dame del XII e XIII secolo quando componevano i primi organa. Chissà come dormivano i pittori e se ce n’erano! E mentre, un pomodoro mi scoppiò tra le mani e una nuvola di moscerini bianchi mi coprì gli occhi. Così sorprendentemente imbiancato interruppi il mio brano: un protettore dovrei dipingere! Un Parnaso, un poeta laureato. Dove sono i miei protettori?

E’ uscito “Nuova Prosa”, n. 55

Nuova prosa n. 55
Nuova Prosa n. 55

[Copertina del  fresco di stampa n. 55 di “Nuova Prosa” , semestrale di critica letteraria e narrativa, diretto da Luigi Grazioli, Greco & Greco editori, Milano. Cliccando sulla copertina l’indice ravvicinato; fra i 12, Francesco Lauretta, Angelo Orlando Meloni e Angelo Rendo.

Per chi fosse interessato ad acquistarlo online, ecco la mail: info@grecoegrecoeditori.it]

E’ in rete ‘doppiozero’!

[E’ online da ieri “doppiozero”, un luogo trasversale a radici fascicolate, a cura di Marco Belpoliti e Stefano Chiodi. Sotto le istruzioni per l’uso, tratte direttamente dal sito.

Potete leggere un pezzo di Luigi Grazioli, di Ivan Baio con Angelo Orlando Meloni, del sottoscritto e di Francesco Lauretta. A. R.]

doppiozero: istruzioni per l’uso

Tutte le esperienze di produzione e informazione culturale si stanno ormai affacciando in rete e l’utopia di un sapere diffuso, accessibile a tutti, sembra non esser mai stata così vicina a realizzarsi. Un anno fa ci siamo messi intorno a un tavolo con quest’idea in testa: trovare un modo nuovo per produrre e pubblicare (nel senso di rendere pubblica) cultura in rete con uno sguardo più lungo e più lento, capace di interpretare la contemporaneità, di mostrarla come un campo dove non conta solo il libro, l’immagine o il personaggio del momento ma in cui risuona la memoria e germoglia il futuro. Stimolare riflessioni, discussioni, partecipazione: questi i nostri punti di partenza. E soprattutto, formulare nuove domande e cercare nuove risposte per sollevare la temperatura culturale del nostro paese, per cercare di capire chi siamo e dove andiamo.

E così eccoci qui, con qualcosa che è allo stesso tempo un esperimento, un passo avanti e una prova: una versione beta, come si dice sul web. Che tradotto significa: ciò che vedete è solo una piccola parte di quello che abbiamo in mente.

doppiozero esplora la contemporaneità attraverso dossierrubricheinterviste, immagini, saggi: si spinge all’indietro, alle radici della nostra identità nazionale, studia il paesaggio urbano, raccoglie testi dimenticati e ne sollecita di nuovi, invita a viaggiare nel tempo e nello spazio. E lo fa pubblicando testi brevi e interi libri, blog d’autore e polemiche, fedele alla sua  impostazione non profit, perché la cultura sia davvero uno spazio di sperimentazione, di rischio, di condivisione.

doppiozero è un progetto editoriale, un luogo di incontro, una biblioteca e un archivio. Un luogo dove fare scoperte, approfondire questioni, incontrare scrittori, artisti, critici, poeti. Dove costruire insieme una comunità di lettori. Speriamo ci seguiate in questa avventura.

“L’immagine che resta” – Francesco Lauretta alla Ermanno Tedeschi Gallery (8 feb – 29 mar)

Senza titolo, 2010, olio su tela, cm 150x120
Senza titolo, 2010, olio su tela, cm 150x120

Il comunicato stampa:

Mi piacerebbe fare una mostra che lasci ricordare, affacciare su un mondo remoto, arcaico ma senza sentimentalismi e allo stesso tempo ci ponga nella condizione di riflettere sul nostro tempo incerto. Mi piacerebbe scrivere racconti brevi, tanti, uno al giorno che raccontino le difficoltà di vita e di morte, e che poi scivolassero come allegorie per riflettere la pittura giunta nel mio tempo come briciola dorata lasciata dentro una teca. Potere osservare lo sguardo, dritto negli occhi di un animale, una pecora, pecore come fossero umani gli occhi incomprensibili. Mi piacerebbe impastare i colori con violenza e con violenza stracciare le foto col colore febbrile, che differentemente dai grigi –o cachi- toni nordici e mediatici tipici di molta della pittura today riflettano l’ambiguo,un collasso pittorico, perché la pittura ha bisogno di nuovo d’ossa, d’una verticale eretta, di vertebra, incandescenza contro. Perché dopo anni, poco più d’un lustro scopro che di ri-costruzione, ricordo, riproduzione e redenzione ha bisogno questo medium maltrattato, di ingegneria. Mi piacerebbe far sentire in chi guarda l’aldilà della pittura, e la pittura figurativa deve andare al di là delle interpretazioni convenzionali, e gli elementi reali si impongono più nettamente allo sguardo dell’osservatore quanto più si estinguono nel mondo. Ecco che dipingendo in chiusura e ritocco, nella ciarla, sotto pompa sfarzosa dell’allegoria, mi piacerebbe suggerire, con poesia, alla pittura: prendi le tue tombe e va’ .


“L’allegoria è la capacità di dare espressione al mondo non nella sua pienezza e nella sua perfezione, ma nel suo andare in rovina e frammentarsi”. W. Benjamin

[Quello che noi vediamo nelle scene di Lauretta, fatte di mille particolari che si scoprono a poco a poco, è l’immagine nell’immagine; per questo si può parlare di meta- pittura, ovvero dell’uso del linguaggio pittorico come mezzo concettuale di riflessione sulla pittura stessa: le opere di Lauretta entrano ed escono dall’ipotetica “cornice” e intercettano segnali futuri.]

Francesco Lauretta – ‘L’infanzia assoluta’ (1 ottobre – 13 novembre)

 

Francesco Lauretta, Gli anni luce, 2010, olio su tela, cm 140 x 96, dettaglio

 


intervento audio di Diego Dall’Osto
testo di Cristina Grazioli

1 ottobre – 13 novembre 2010
inaugurazione: giovedì 30 settembre 2010, ore 18.00 – 24.00


Giovedì 30 settembre 2010 inaugura alla galleria DAC un progetto speciale di Francesco Lauretta intitolato “L’infanzia assoluta”. Partendo dall’idea di una mostra personale negli spazi genovesi, l’artista (nato a Ispica nel 1964, vive e lavora a Firenze) ha sviluppato un progetto site specific articolato e in collaborazione con due figure di spicco della cultura contemporanea, il compositore Diego Dall’Osto e la storica del teatro Cristina Grazioli.
La mostra personale si presenta dunque come una grande installazione ambientale che coinvolge tutte le sale della galleria: solamente due grandi dipinti dell’artista siciliano e un intervento sonoro di Diego Dall’Osto appositamente realizzato per l’occasione.
I due oli di Lauretta, uno per stanza, sono come squarci colorati nell’intonaco bianco della galleria. Gli anni luce, collocato in un angolo della sala, come fosse riposto in una nicchia, rappresenta un bambino intento a realizzare una decorazione votiva, i colori sono scuri, la luce ferma e distesa; Vis(t)i senza ossa, al centro della parete di fronte all’ingresso dell’altra stanza, appare invece come un’ampia finestra, protagonista un piccolo gruppo di bambini all’angolo di una strada con una corona di pane per la festività, i colori sono radiosi, la luce chiara. Quasi uno l’opposto dell’altro, sono dipinti pieni di meraviglia, forza e certezza, immagini essenziali nella loro composizione, ricche di dettagli e allo stesso modo estremamente concise.
Delle diverse impressioni che offre un tema ampio come quello dell’infanzia, l’artista sceglie di indagare quello positivo, magico, non aggredibile. Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi (David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani).
L’infanzia quale dimensione assoluta di libertà e incanto, senza condizioni, senza eccezioni, senza tempo.
Grazie all’intervento audio di Dall’Osto la mostra diventa esperienza percettiva assoluta. Il suono si diffonde ovunque, corre sui muri, echeggia tra un ambiente e l’altro, prende corpo nello spazio espositivo, si fa volume, scultura, architettura; avvolge completamente il visitatore annullando la distanza tra esecutore e ascoltatore, tra artista e spettatore.
Il progetto, inoltre, sarà corredato da un testo di Cristina Grazioli che apporterà ulteriori stimoli di riflessione all’installazione, parole che “si poseranno sul mio progetto come la ciliegina sulla torta” – Francesco Lauretta.
La galleria DAC inaugura nell’ambito di START, opening collettivo delle gallerie d’arte moderna e contemporanea del centro di Genova (www.genovastart.com).


FRANCESCO LAURETTA
Nato a Ispica (RG) nel 1964. Vive e lavora a Firenze.
Mostre personali recenti
2010 Guarda avanti, e tutto ciò che ami svanirà, Galleria La Veronica, Modica; 2009 Lacrimogeni, Allegretti Contemporanea, Torino. 2008 Wherever, centro ricreativo di quartiere, Galleria La Veronica, Modica. 2007 Privato, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano. 2005 Non saremo noi, C/O Care Of, Milano; Finisterre, Palazzo Bricherasio, Torino; Bubble Gum, Galleria Carbone.to, Torino. 2004 Le metafisiche, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano
Mostre collettive recenti
2010 Orde di segnatori, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano. 2009 Love Me Fender, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, Bologna. 2008 XIII Biennale d’Arte Sacra Contemporanea, Museo Stauros, Santuario di S. Gabriele, Teramo; Questo mondo è fantastico. Vent’anni con Guido Carbone, Palazzo Bricherasio, Torino

DIEGO DALL’OSTO
Nato a Roma nel 1961. Vive e lavora a Barcellona.
Compositore di musica contemporanea. Suoi lavori sono stati eseguiti in rassegne e festival internazionali quali: Festival Antidogma, Torino; Musica oggi, Vicenza e Thiene; Di nuovo…, Reggio Emilia; Computer Art Festival, Padova; Ferienkurse fur Neue Musik, Darmstadt; Festival Spazio Musica, Cagliari; a Venezia la Biennale, il teatro La Fenice, Fondazione Cini; MusicaOggi, Società per la musica nuova, Praga; il Festival de musica electronica italiana, Madrid, Festival de musica electroacustica, Rosario (Argentina).Ha scritto musiche per la danza che sono state eseguite in importanti teatri (Teatro Olimpico di Vicenza, Teatro Alcione di Verona, Teatro Valle di Roma, Baadisches Staatstheater di Karlsruhe, Göteborg Opera House, Festival El Grec a Barcellona, Royal Opera House Covent Garden, Frankfurt Ballet, Lucent Teather di Amsterdam, Teatro de la Zarzuela di Madrid, Teatro di Anversa, Det Kongelige Teater Kopenhagen, Stadttheater di Berna, Aspen SantaFe Ballet – USA, North Carolina Dance Theater – USA, …)

CRISTINA GRAZIOLI
Nata a Vicenza nel 1964. Vive e lavora a Padova.
Insegna Storia del teatro e dello spettacolo al Dams dell’Università di Padova. Collabora con diverse riviste specialistiche, italiane e straniere, e dirige l’équipe di ricerca dell’archivio informatico Herla della Fondazione Umberto Artioli di Mantova. Ha curato, con lo stesso Artioli, gli Scritti sul teatro di Rilke (Milano 1995), Il sistema dei ruoli nel teatro tedesco del Settecento di B. Diebold (Firenze 2002) e I Gonzaga e l’Impero. Itinerari dello spettacolo (Firenze 2005). È autrice di Lo specchio grottesco. Marionette e automi nel teatro tedesco del primo ’900 (Padova 1999).


DAC De Simoni Arte Contemporanea
piazzetta Barisone 2r, Genova
tel. +39 010 859 22 83

Elio Grazioli su Francesco Lauretta

[Inizia settembre, Cornacchia ritorna sui suoi passi e resta dormiente in Nabanassar; il teologo Vito Mancuso, invece, si illumina tutto ad un tratto e lascia Segrate; noi pubblichiamo il testo integrale di Elio Grazioli su Francesco Lauretta, per gentile concessione. A. R.]

 


 

‘Ex stasis’

Questo è lo stato dell’arte oggi, per Francesco Lauretta: stiamo per chiudere, affrettatevi ad uscire! I visitatori lo trovano detto esplicitamente alla fine del percorso della mostra, scritto al neon: “Uscite, uscite, stiamo chiudendo!”.

Altri artisti della sua generazione sembrano condividere e lanciare un messaggio simile: la festa è finita, è come se fossimo arrivati in ritardo, quando la stanza è ormai in disordine e sono rimasti solo gli ultimi ospiti malinconici; qualcuno forse guarda la televisione, qualcuno ancora discute di qualcosa, parlando o troppo sommessamente o, al contrario, alzando la voce, probabilmente perché non ricorda più da dove era partito; un paio di persone scambiano sornione battute d’intesa sulla porta, rinnovando promesse che si sono scambiate durante la serata.

Anche in letteratura e in musica si respira spesso un’aria del genere. Francesco me ne segnala appena può, e io mi affretto a leggerla e a sentirla, sicuro della sua acutezza, perché sono un po’ il suo testo e la sua colonna sonora. È un punto anzi che credo vada sottolineato, non solo perché contestualizza la sua opera e la sua sensibilità, ma perché mi pare indispensabile per distinguere la sua pittura da altra che si continua a fare, più formalistica o euforica o incosciente. Qui si tratta di altro, innanzitutto di una tonalità completamente diversa, di un’intelligenza tesa e concentrata che, invece che accanirsi sulla novità o sull’icona, si guarda intorno, nella stanza della festa agli sgoccioli, e riflette con fare poetico su ciò che vede. Guarda non con distacco ma sì un poco da fuori, come uno appunto arrivato a cose ampiamente avanzate e che vive l’imbarazzo di inserirsi nei discorsi altrui. Questo gli permette di pensare e di dire altro, nel momento in cui si inserisce. È l’importanza di questo che non è solo un “tono”, un “atteggiamento”. Quest’arte, letteratura, musica, carica di senso tutto quanto ha a disposizione, che usa con grande senso di responsabilità, non con specificità né con presunzione di rispecchiamento, bensì con penetrazione e partecipazione, cercando aspetti inediti dei temi che affronta, facendo risuonare metafore diverse, cercando timbri nuovi, rispondenti alla visione delle cose.

Certo la visione non è per niente ottimistica, questo è evidente. Ma non è introvertita, anzi è un appello, non un retorica speranza, ma una ricerca vera e appassionata. Il tono di malinconia non deriva né dalla rinuncia né dalla costernazione critica, piuttosto dall’amarezza per lo spettacolo – in tutti i sensi! – che si staglia davanti agli occhi e per il timore della rassegnazione altrui. La situazione, vorrei dire, è un po’ quella che Walter Benjamin ha chiamato della “obsolescenza”: nel momento in cui qualcosa – qui un medium, come si usa dire oggi – ma non solo, la condizione generale stessa –, sembra o è alla fine del suo percorso storico, perché sostituito da un altro più avanzato, dicevamo, ha una sorta di colpo di coda e finisce con il prefigurare qualcosa che va addirittura al di là, oltre ciò che lo sostituisce. Benjamin ha esemplificato questa idea ricordando il diorama, sostituito dalla fotografia e che però prefigurava in realtà già il cinema. Lauretta sembra cercare nella pittura questa possibilità, la prefigurazione di qualcosa che vada al di là di ciò che la sta per molti aspetti sostituendo. Ma, dicevo, non solo per quel che riguarda il medium, per la pittura, ma anche per la sensibilità e per i contenuti.

Ciò  che qui importa soprattutto è che questo modo di intendere guarda avanti invece che indietro, non è nostalgico ma proteso nella ricerca. D’altro canto questa pittura di Lauretta non si riallaccia a quella che fa i conti con la fotografia, ma è fotografica e iperrealistica nel senso piuttosto di Jean Baudrillard, cioè della sparizione non del mondo che ritrae ma di noi nel mondo, immagine squillante della realtà che fa a meno di noi. Ha questo senso il finire della festa, Baudrillard direbbe dell’“orgia”, di cui si diceva sopra. Ma, Baudrillard a parte, l’iperrealtà di Lauretta è altra cosa ancora, che tiene enigmaticamente insieme passato e futuro, veramente con un “suono” diverso e inconfondibile. Per spiegarlo in qualche modo mi viene in mente l’idea di Roland Barthes di “futuro anteriore”, di immagine di memoria in cui vediamo già ciò che avverrà in seguito, come nel volto del bambino l’adulto che sarà, ma in maniera più estraniante, cioè più nella direzione di quell’“impazzire per la pietà” e quell’“estasi fotografica” che Barthes descrive subito dopo. Ogni immagine dovrebbe catturarci al punto da turbarci, non come un ricordo di qualcosa che abbiamo vissuto ma piuttosto come un déjà-vu, ritorno di qualcosa che non abbiamo vissuto e che ci si presenta come presagio di qualcosa che verrà. La “follia”, l’“estasi” sono allora la manifestazione commossa di fronte a questa smagliatura nel tempo, a questo nodo di passato e futuro.

Io credo che questo effetto i dipinti di Lauretta lo ottengano attraverso il particolare contrasto che li caratterizza tra la lusinga iperreale della figurazione, del colore, dell’immagine ben decifrabile, e qualcosa che ogni volta è strano, fuori fase – potrei azzardare il gioco di parole: qualcosa che torna (nel senso che ho detto, quando non addirittura del rimosso) proprio perché non torna (nel conto della normalità) –, una distorsione della figura, un’acidità dei colori, un dettaglio, una sovradeterminazione, una metafora; ma anche, appunto, tra la seduzione della pittura e qualcosa che la disturba, la distrae, un neon, un oggetto, una particolare installazione, talvolta perfino un essere vivente…

Torniamo dunque alla nostra mostra: a ricevere i visitatori c’è dunque significativamente una gabbia, vuota. Doveva contenere un gallo da combattimento, di quelli sgargianti nei colori delle sue penne e aggressivi, cresciuti per la lotta: metafora efficace dell’artista, e forse anche della pittura stessa. Ma ora dov’è? Il doppio senso del titolo aiuta a comprendere: Ex stasis, assenza e estasi insieme, stasi e movimento insieme.

Intanto resta una gabbia, metafora non meno efficace, che, come sappiamo già per averlo anticipato, cortocircuiterà, illuminandosi così di luce diversa, con la scritta del neon finale: “Uscite, uscite…”. A chi si rivolge infatti quell’ingiunzione? Resta, dicevo, la gabbia come un oggetto, una scultura, molto disegnato, dalle forme geometriche e pulite che fanno un po’ il verso a uno stile che non appartiene a Lauretta, il minimalismo, che contrasta e “stona”, stride, con il resto della mostra. È un ulteriore modo per evidenziare il vuoto lasciato dal gallo. Ma ecco poi lì accanto, in pittura, qualcosa che lo può richiamare, ma ormai trasformato in pollo arrosto: destino crudele. Succulento pollo arrosto, con tanto di contorno di patate, ma i colori insospettiscono, il pollo ha riflessi inquietanti, le patate hanno toni verdi da putrefazione. Ah, la carne è debole e caduca! la morte sempre in agguato! L’estasi è solo dello spirito. Il titolo del quadro, Come una forma di pane, è al solito estremamente allusivo, volendo tenere insieme gli opposti: il rimando al pane introduce un che di festa, di semplicità e di veridicità, ma anche di rito, cui rimanda forse il doppio senso della parola “forma”.

Il quadro centrale, il quadro grande della mostra è appunto uno di quelli con una processione tipica delle feste religiose siciliane, come Lauretta ne ha già dipinte in altre occasioni. Questa volta però il momento fissato – fotograficamente, nel senso indicato sopra – è quello del cedimento, del crollo di alcuni portatori che rovinano sotto il peso del baldacchino che sta per cadergli addosso: una festa che finisce male, una caduta che è immagine dei nostri tempi. Come un vaso rotto, dice il titolo, e poiché la scena è inequivocabile, a me piace riportare allora la metafora al medium: è la pittura che è qui come un vaso rotto, non un medium rivendicato per la sua integrità, ma a sua volta in fase di caduta, di obsolescenza, dicevamo.

Ma anche la caduta più rovinosa, la rottura più incombente, non sono assolute. Per citare ancora Benjamin, e coniugarlo anche stavolta a Barthes, raccogliamo il loro monito: ogni immagine andrebbe considerata nel modo di un ricordo che si presenta improvvisamente nel momento del pericolo. O per dirla in altro modo, si ricordi che “apocalisse”, oltre a indicare la massima tragedia finale, significa anche rivelazione – apo-kalypsis –, svelamento.

E’ forse quello a cui allude il ritratto che costituisce l’altro quadro della stanza, una sorta di centro eccentrico dell’esposizione: grottesco ma lucente, dal titolo luminoso e illuminante: Lo splendore portato come un mantello. È un volto che evoca una storia, una vita, un’umanità che potremmo dire d’altri momenti, se non d’altri tempi. È una persona ora scomparsa, una persona cara a Lauretta, ma che resta anonima per noi, cioè propriamente il volto della storia che resta sconosciuta, anonima, dimenticata, la storia dei vinti, come si diceva una volta, dei senza storia. A restituirgli una individualità, una peculiarità, paradossalmente è la deformazione cui il volto viene sottoposto, la smorfia che assume e che lo rende diverso e riconoscibile.

Se egli è  l’individuo, l’indivisibile, la visione di un cimitero di lapidi segnate con soli numeri chiude la mostra appena prima che la scritta al neon ci ingiunga di uscire al più presto. Questi sono, come dice il titolo, I precipitati, quelli caduti sotto il baldacchino, quelli rimasti senza nome. È un’immagine desolante ma avvincente al tempo stesso, fatta di pietre e di fiori, di anonimato e di poesia. È il cimitero di Ispica, il paese natale di Lauretta: nascita e morte dunque cooptate insieme nell’immagine. È tutto un omaggio accorato e amaro alla sua terra di origine questa mostra.

Dunque, infine, si chiude, ma che cosa veramente? Il cimitero? la storia? la mostra? la pittura? Decida ciascuno, ma in ogni caso ci si affretti, non si indugi. (Vedete, anche quest’ultima “opera”, apparentemente ingiuntiva e allarmista, contiene invece un invito, una chiamata e un incitamento: Forza, uscite, non lasciatevi chiudere dentro, non lasciatevi sopraffare).

Elio Grazioli