Non voglio essere qui – Luigi Grazioli

[Il racconto che proponiamo è apparso sul monografico dedicato dalla rivista “Riga” (diretta da Marco Belpoliti ed Elio Grazioli) ad Antonio Delfini nel 1994, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Palazzi.]

Il becchino se la prende comoda. È un uomo allegro e paradossale che per stupire i visitatori, se sta facendo uno spuntino, non disdegna di catturare qualche insetto di stagione e di alloggiarlo tra la pancetta e il panino, che poi morde e mastica con gusto spropositato, condendo con amenità cloacali l’esibizione, gratuita peraltro. In privato pare che sia peggio: si sforza di fare il buon padre di famiglia. Infatti i suoi figli, per far dimenticare di chi lo sono, sono tutti i primi della classe. Adesso, mentre lavora col suo assistente, un succubo giulivo raccattato dalla pubblica amministrazione nel parentado di qualche consigliere comunale, fatica a reprimere una canzonetta i cui resti affiorano di tanto in tanto alle sue labbra contornate di sudore. Poco discosto l’ufficiale sanitario discute dell’ennesima figuraccia della nazionale di basket col maresciallo dei carabinieri, che continua a togliersi e a rimettersi il cappello sotto il sole, mattutino sì, ma di luglio. Inutile dire che non capiscono un’acca. Per questo, e perché non possono alzare la voce e azzuffarsi, infarciscono le loro scempiaggini di termini tecnici in ragione inversa all’effettiva comprensione: è l’ultima risorsa dei cretini. Di quelli educati, beninteso.
Qua e là i rari visitatori (il solito gruppetto di vedove che, eleganti, splendenti di una seconda, ben più felice giovinezza, si danno appuntamento al cimitero, a due a due o a tre a tre, per poi chiudere la mattinata in qualche bar; un ragazzo che smette di piangere non appena ci vede; due gemelli adulti che stanno portando dei fiori appassiti all’angolo della spazzatura) ci squadrano da lontano, indecisi se far prevalere la curiosità o la discrezione. L’oggetto della curiosità sono io, che vivo in città da più di vent’anni e, pur tornando spesso a casa di mia madre, non mi faccio vedere molto in giro. Forse qualcuno mi riconosce, o deduce chi io sia dalla tomba davanti a cui mi trovo.
Io non voglio essere qui. Mi hanno detto che la mia presenza era necessaria, che almeno un famigliare doveva assistere all’esumazione, e dietro le insistenze adeguatamente spruzzate di lacrime e preghiere di mia madre e mia sorella, che adoro, preferibilmente da lontano, sono venuto io; ma non volevo venire, e adesso che sono qui, ancora non voglio. Mia madre e mia sorella sovrintendono alla tomba chiusa, io all’apertura; loro alla normalità, al rito attossicato dal vizio pressoché quotidiano di mezzo secolo ormai, io all’effrazione. Così è stabilito, e io mi adeguo come meglio posso, costante nell’incostanza, schiacciato dalla leggerezza dell’assenza di vincoli evidenti che ha finito per appesantire anche i miei lineamenti una volta belli e questo corpo, che porto in giro come un pacco postale lasciatomi in deposito da qualcuno che poi non si è fatto più vedere, un povero corpo che non ha mai danzato.
Mentre becchino e aiutante si godono un po’ di fresco nella tomba della mia famiglia prima di estrarre la cassa dal suo alloggiamento e di metterla su due cavalletti previamente calati fino al pavimento, penso alla donna che avrei dovuto incontrare questa sera se non avessi rinviato l’appuntamento, e penso anche che avrei potuto rispettarlo, se avessi voluto, tanto le pratiche non dureranno a lungo; ma adesso non vorrei essere nemmeno con lei. Non voglio essere da nessuna parte. Mi sento, come mi capita spesso, ma con più forza, quasi che tutto (tutto cosa?) si fosse concentrato nelle mie membra aumentandone la densità senza lasciare spazio a pensieri o emozioni, come uno che si muove incessantemente tra nessun posto e nessun altro e non fa assolutamente nulla se non non essere da nessuna parte, o quanto meno volerlo.
Sto in silenzio e guardo il sudore tra i peli che coprono persino le spalle al becchino, che adesso si è tolto la maglietta e sfoggia una canottiera traforata di un bel colore arancione: sta passando due cavi sotto la bara e nelle quattro maniglie laterali e ne getta le cime all’aiutante che è già risalito. Poi con un salto si aggrappa al bordo marmoreo della tomba e risale anche lui tirandosi su a forza di braccia senza usare la scaletta appoggiata alla parete. Qualche vedova e i gemelli hanno fatto alcuni passi nella nostra direzione ma si tengono ancora a prudente distanza. Allungano colli da fenicotteri e ne assumono con disinvoltura le espressioni. Si vede che ci sono portati. Meglio guardare il collo dei due uomini che stanno estraendo la bara con movimenti rallentati e sincronizzati, per non farla cadere e scoperchiare prima del tempo.
Scommetto che al becchino non dispiacerebbe (e forse nemmeno a me), ma la professionalità prima di tutto. Si volge verso di me come a chiedermi di dare una mano nel momento decisivo, quello del passaggio dal vuoto della tomba al cemento antistante, ma io fingo di non accorgermene e sto a guardare come se la cava. Voglio proprio vedere se ti viene ancora da cantarellare, adesso. La bara si piega di lato, ma prima che scivoli giù i due uomini riescono ad afferrare le maniglie alle estremità e la issano con delicatezza, nonostante il peso, fino al carrello che aspetta sul vialetto, evitando la sosta sul cemento. Il becchino mi lancia un’occhiata, ma io mi sono già voltato verso il medico e il maresciallo che hanno da poco deciso di concedere una pausa alle rispettive intelligenze. I curiosi hanno preso coraggio e ora sono a una decina di metri. I loro grugni stanno cercando espressioni più consone alla circostanza. Ci riescono benissimo: ora sono passati alla classe degli scifozoi. Posso vedere i muri del cimitero attraverso di loro, pur ammirandone la forma cardinalizia, decorativa come la danza macabra sul muro d’ingresso. Più si avvicinano allo stato minerale, meno gli uomini sono repellenti.
Seguo la bara fino alla camera mortuaria, dove verranno tolte le viti e il coperchio verrà alzato. Non credo che ci saranno saldature da dissigillare; non ho chiesto, non voglio sapere. Devo riconoscere la salma di mio padre che non ho conosciuto. Io almeno una scusa buona ce l’ho: è morto che ero ancora in fasce. Un sollievo, in fondo; col tornaconto di un periodico rimpianto che mi fa sentire più buono. Lo posso amare da lontano, senza lo scoglio della realtà, anche se a volte ascrivo la mia debolezza al fatto di non aver dovuto lottare con lui. Ma no! Non faccio altro da tutta la vita, come se fosse mia la colpa che lui si è tolto di mezzo prima. Non c’è scampo. Penso ai figli del becchino. Mi rifiuto di pensare a quelli dei due ufficiali.
Di mio padre ho visto solo qualche fotografia, e per lo più di sfuggita, perché le mie due donne, quando le sorprendevo assorte nel loro passatempo preferito, sfogliare l’album di famiglia, si sono sempre affrettate a nasconderlo per evitare i miei sarcasmi, quando non le mie sfuriate. Sono cattivo. Meno di quanto vorrei tuttavia. Adoro la perfidia, ma poiché sono affetto dalla terzana di una coscienza che inclina a imbrattarsi quando meno dovrebbe (press’a poco sempre), ne faccio un uso strettamente privato, riservandola quasi con tenerezza ai miei famigliari, come un privilegio di cui purtroppo di rado si dimostrano all’altezza. A scanso di equivoci, quindi, ho sempre interrotto le loro storie. Non sopporto l’elegia, disprezzo il tormento; e se della sua assenza, di mio padre intendo, mi sono cibato per tutti i miei cinquant’anni, ho almeno la consolazione che è stata totale. E adesso dovrei vedere quel che resta di lui, come una vendetta postuma e l’incarnazione, si fa per dire, dei rimproveri taciuti di mia madre e di quella poverina di mia sorella. Anche per me è venuto il momento di pagare il fio (loro parlano così; non rinunciano al tono, loro; non si sminuiscono come faccio io, che nascondo persino i miei titoli). Dovrei specchiarmi nella sua polvere, raccogliere commosso i brandelli del suo vestito funebre, misurare i frammenti delle sue ossa, al più qualche ciocca di peluria, fibre di cartilagini, centimetri quadri di pelle rinsecchita. Infine di mio padre non avrò conosciuto nemmeno il cadavere che per tutta la vita, secondo le regole, mi avrebbe abitato e eroso. Di questa giornata non potrò ricordare che i volti delle persone che mi accompagnano, i loro gesti, il sudore dei loro crani e le loro parole senza sordina. Ben mi sta.
Si sta bene nella fresca penombra della camera ardente, anche se preferirei che accendessero la luce, perché già che ci sono, quello che c’è da vedere lo voglio vedere chiaro. Senza accorgermi accendo una sigaretta: è un miracolo che abbia resistito tanto. Gli altri, incapaci di imitarmi, mi guardano storto, ma io non la spengo. Essendo la camera spoglia, deposito la cenere nella mia sinistra piegata a coppa, quasi rattrappita, come quelle che popolano, come un marchio troppo evidente, infinite foto di guerra. Giunto al filtro, apro la porta e la getto assieme alla cicca ancora accesa trai sassi. Il capannello dei curiosi mi spia da lontano. Alzo la testa nella loro direzione anch’io, quel tanto che basta per sostenere la loro riprovazione ma non per decifrare eventuali nuove metamorfosi. Non li voglio vedere. Voglio che si sappiano visti mentre mi guarda-no, ma non voglio vederli. Penso alle ascelle delle vedove, alle ascelle senza le vedove, poi all’odore senza le ascelle. E poi ancora all’odore che esalerà dalla bara aperta.
Ma quando rientro il coperchio è già stato tolto e di odore non ce n’è. Non c’è nemmeno profumo, per fortuna. Sento esclamazioni di meraviglia che sfuggono dalle bocche aperte dei tre uomini e dello scimunito (o dell’uomo e dei tre scimuniti; o dei quattro scimuniti e basta). Li vedo agitarsi, e l’aiutante che quasi mi travolge correndo verso la porta. Mi volto e chiudo a chiave.
Quindi mi dirigo alla bara, mentre i tre rimasti, ora in un silenzio assoluto, mi fissano con sguardo sospeso, in attesa delle mie reazioni. Non ne vedranno, non voglio dargli nessuna soddisfazione.
Il cadavere dell’uomo nella bara è intatto. Ha i capelli, i baffi e il pizzetto ben pettinati, i vestiti senza una piega, le scarpe lucide con le punte dei piedi un po’ divaricate. Due anelli gli stringono leggermente gli anulari delle mani intrecciate sul ventre. Solo la pelle ha una sfumatura grigia di troppo, ma forse è colpa della penombra. E un uomo di trent’anni, ma come gli uomini di trent’anni di una volta, che sembravano un po’ più vecchi della loro età. Potrebbe essere mio figlio; ed è come tale che lo guardo. Mio padre è mio figlio, l’ipotetico figlio che non ho voluto, e per questo non mi interessa. Sono meno curioso che se lo avessi trovato sbriciolato. Mi irrita questo suo fare il fenomeno anche da morto, secondo l’esecrabile abitudine dei padri morti giovani. Ma io non voglio irritarmi.
Piego la testa e chiudo gli occhi per respingere l’ira. Gli altri lo interpretano come una richiesta di restare solo e scivolano via ansiosi di non arrivare secondi a divulgare il portento. Hanno per lo meno l’accortezza di accostare la porta. Mi giro e la richiudo a chiave. Il movimento improvviso mi distoglie per un attimo dal controllo dell’ira, che ne approfitta per imboccare qualche scappatoia laterale e farmi perdere le sue tracce. La ritrovo troppo tardi, quando ormai ha potuto defluire in vasi secondari sconosciuti e da lì diffonder-si fino a quelli periferici, nutrendosi per strada con tutto quello che incrociava e trasformandosi in furore. Sento il furore strisciare e corrodermi come una cancrena che mi fa marcire dall’interno; i vestiti si afflosciano su di me impregnati del liquame che mi abbandona, le ossa si sfarinano, i tendini si sfilacciano, i denti cadono e il cervello trova infine la sua esatta dimensione: esattamente niente.
Intanto fuori si devono essere radunati tutti i visitatori del cimitero, forse se ne sono aggiunti altri, senza dubbio avranno già telefonato a mia madre e mia sorella. Li sento vociare, chiamarmi. Qualcuno batte i pugni sulla porta. Scorgo in un angolo un tavolino con tutti i documenti da compilare, senza accendere la lampada individuo lo spazio per le mie firme, cerco una biro nella tasca interna della giacca, ne esce una rossa, va bene lo stesso, firmo diligente-mente tutte le copie. Per me, possono scrivere quel che gli pare. Firmare mi fa bene. Quando ho finito, posso dirigermi verso la porta e andarmene.
La apro con uno scatto secco e senza dire una parola mi fermo davanti alla folla che si accalca fuori. Guardo quelli più vicini, non rispondo a domande né a saluti, aspetto che mi facciano spazio per passare. Le voci si abbassano, ma non cessano; qualcuno comincia a spostarsi, poi altri, finché si apre un varco sufficientemente ampio. Non voglio sfiorare nessuno. Aspetto ancora e infine mi dirigo verso la mia macchina. Non passerò da casa, non aspetterò le mie donne. Ne intravedo da lontano le sagome in fondo al viale d’ingresso, ma il motore ha già preso velocità. Passo loro accanto, le saluto e faccio segno con la mano che telefonerò. Ma non voglio farlo. Telefonerò invece per tentare di ricombinare l’appuntamento. E perché non dovrei riuscirci? Cosa vuoi che abbia da fare quella là? E comunque ho un sacco di cose da fare anch’io.

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Elio Grazioli su Francesco Lauretta

[Inizia settembre, Cornacchia ritorna sui suoi passi e resta dormiente in Nabanassar; il teologo Vito Mancuso, invece, si illumina tutto ad un tratto e lascia Segrate; noi pubblichiamo il testo integrale di Elio Grazioli su Francesco Lauretta, per gentile concessione. A. R.]

 


 

‘Ex stasis’

Questo è lo stato dell’arte oggi, per Francesco Lauretta: stiamo per chiudere, affrettatevi ad uscire! I visitatori lo trovano detto esplicitamente alla fine del percorso della mostra, scritto al neon: “Uscite, uscite, stiamo chiudendo!”.

Altri artisti della sua generazione sembrano condividere e lanciare un messaggio simile: la festa è finita, è come se fossimo arrivati in ritardo, quando la stanza è ormai in disordine e sono rimasti solo gli ultimi ospiti malinconici; qualcuno forse guarda la televisione, qualcuno ancora discute di qualcosa, parlando o troppo sommessamente o, al contrario, alzando la voce, probabilmente perché non ricorda più da dove era partito; un paio di persone scambiano sornione battute d’intesa sulla porta, rinnovando promesse che si sono scambiate durante la serata.

Anche in letteratura e in musica si respira spesso un’aria del genere. Francesco me ne segnala appena può, e io mi affretto a leggerla e a sentirla, sicuro della sua acutezza, perché sono un po’ il suo testo e la sua colonna sonora. È un punto anzi che credo vada sottolineato, non solo perché contestualizza la sua opera e la sua sensibilità, ma perché mi pare indispensabile per distinguere la sua pittura da altra che si continua a fare, più formalistica o euforica o incosciente. Qui si tratta di altro, innanzitutto di una tonalità completamente diversa, di un’intelligenza tesa e concentrata che, invece che accanirsi sulla novità o sull’icona, si guarda intorno, nella stanza della festa agli sgoccioli, e riflette con fare poetico su ciò che vede. Guarda non con distacco ma sì un poco da fuori, come uno appunto arrivato a cose ampiamente avanzate e che vive l’imbarazzo di inserirsi nei discorsi altrui. Questo gli permette di pensare e di dire altro, nel momento in cui si inserisce. È l’importanza di questo che non è solo un “tono”, un “atteggiamento”. Quest’arte, letteratura, musica, carica di senso tutto quanto ha a disposizione, che usa con grande senso di responsabilità, non con specificità né con presunzione di rispecchiamento, bensì con penetrazione e partecipazione, cercando aspetti inediti dei temi che affronta, facendo risuonare metafore diverse, cercando timbri nuovi, rispondenti alla visione delle cose.

Certo la visione non è per niente ottimistica, questo è evidente. Ma non è introvertita, anzi è un appello, non un retorica speranza, ma una ricerca vera e appassionata. Il tono di malinconia non deriva né dalla rinuncia né dalla costernazione critica, piuttosto dall’amarezza per lo spettacolo – in tutti i sensi! – che si staglia davanti agli occhi e per il timore della rassegnazione altrui. La situazione, vorrei dire, è un po’ quella che Walter Benjamin ha chiamato della “obsolescenza”: nel momento in cui qualcosa – qui un medium, come si usa dire oggi – ma non solo, la condizione generale stessa –, sembra o è alla fine del suo percorso storico, perché sostituito da un altro più avanzato, dicevamo, ha una sorta di colpo di coda e finisce con il prefigurare qualcosa che va addirittura al di là, oltre ciò che lo sostituisce. Benjamin ha esemplificato questa idea ricordando il diorama, sostituito dalla fotografia e che però prefigurava in realtà già il cinema. Lauretta sembra cercare nella pittura questa possibilità, la prefigurazione di qualcosa che vada al di là di ciò che la sta per molti aspetti sostituendo. Ma, dicevo, non solo per quel che riguarda il medium, per la pittura, ma anche per la sensibilità e per i contenuti.

Ciò  che qui importa soprattutto è che questo modo di intendere guarda avanti invece che indietro, non è nostalgico ma proteso nella ricerca. D’altro canto questa pittura di Lauretta non si riallaccia a quella che fa i conti con la fotografia, ma è fotografica e iperrealistica nel senso piuttosto di Jean Baudrillard, cioè della sparizione non del mondo che ritrae ma di noi nel mondo, immagine squillante della realtà che fa a meno di noi. Ha questo senso il finire della festa, Baudrillard direbbe dell’“orgia”, di cui si diceva sopra. Ma, Baudrillard a parte, l’iperrealtà di Lauretta è altra cosa ancora, che tiene enigmaticamente insieme passato e futuro, veramente con un “suono” diverso e inconfondibile. Per spiegarlo in qualche modo mi viene in mente l’idea di Roland Barthes di “futuro anteriore”, di immagine di memoria in cui vediamo già ciò che avverrà in seguito, come nel volto del bambino l’adulto che sarà, ma in maniera più estraniante, cioè più nella direzione di quell’“impazzire per la pietà” e quell’“estasi fotografica” che Barthes descrive subito dopo. Ogni immagine dovrebbe catturarci al punto da turbarci, non come un ricordo di qualcosa che abbiamo vissuto ma piuttosto come un déjà-vu, ritorno di qualcosa che non abbiamo vissuto e che ci si presenta come presagio di qualcosa che verrà. La “follia”, l’“estasi” sono allora la manifestazione commossa di fronte a questa smagliatura nel tempo, a questo nodo di passato e futuro.

Io credo che questo effetto i dipinti di Lauretta lo ottengano attraverso il particolare contrasto che li caratterizza tra la lusinga iperreale della figurazione, del colore, dell’immagine ben decifrabile, e qualcosa che ogni volta è strano, fuori fase – potrei azzardare il gioco di parole: qualcosa che torna (nel senso che ho detto, quando non addirittura del rimosso) proprio perché non torna (nel conto della normalità) –, una distorsione della figura, un’acidità dei colori, un dettaglio, una sovradeterminazione, una metafora; ma anche, appunto, tra la seduzione della pittura e qualcosa che la disturba, la distrae, un neon, un oggetto, una particolare installazione, talvolta perfino un essere vivente…

Torniamo dunque alla nostra mostra: a ricevere i visitatori c’è dunque significativamente una gabbia, vuota. Doveva contenere un gallo da combattimento, di quelli sgargianti nei colori delle sue penne e aggressivi, cresciuti per la lotta: metafora efficace dell’artista, e forse anche della pittura stessa. Ma ora dov’è? Il doppio senso del titolo aiuta a comprendere: Ex stasis, assenza e estasi insieme, stasi e movimento insieme.

Intanto resta una gabbia, metafora non meno efficace, che, come sappiamo già per averlo anticipato, cortocircuiterà, illuminandosi così di luce diversa, con la scritta del neon finale: “Uscite, uscite…”. A chi si rivolge infatti quell’ingiunzione? Resta, dicevo, la gabbia come un oggetto, una scultura, molto disegnato, dalle forme geometriche e pulite che fanno un po’ il verso a uno stile che non appartiene a Lauretta, il minimalismo, che contrasta e “stona”, stride, con il resto della mostra. È un ulteriore modo per evidenziare il vuoto lasciato dal gallo. Ma ecco poi lì accanto, in pittura, qualcosa che lo può richiamare, ma ormai trasformato in pollo arrosto: destino crudele. Succulento pollo arrosto, con tanto di contorno di patate, ma i colori insospettiscono, il pollo ha riflessi inquietanti, le patate hanno toni verdi da putrefazione. Ah, la carne è debole e caduca! la morte sempre in agguato! L’estasi è solo dello spirito. Il titolo del quadro, Come una forma di pane, è al solito estremamente allusivo, volendo tenere insieme gli opposti: il rimando al pane introduce un che di festa, di semplicità e di veridicità, ma anche di rito, cui rimanda forse il doppio senso della parola “forma”.

Il quadro centrale, il quadro grande della mostra è appunto uno di quelli con una processione tipica delle feste religiose siciliane, come Lauretta ne ha già dipinte in altre occasioni. Questa volta però il momento fissato – fotograficamente, nel senso indicato sopra – è quello del cedimento, del crollo di alcuni portatori che rovinano sotto il peso del baldacchino che sta per cadergli addosso: una festa che finisce male, una caduta che è immagine dei nostri tempi. Come un vaso rotto, dice il titolo, e poiché la scena è inequivocabile, a me piace riportare allora la metafora al medium: è la pittura che è qui come un vaso rotto, non un medium rivendicato per la sua integrità, ma a sua volta in fase di caduta, di obsolescenza, dicevamo.

Ma anche la caduta più rovinosa, la rottura più incombente, non sono assolute. Per citare ancora Benjamin, e coniugarlo anche stavolta a Barthes, raccogliamo il loro monito: ogni immagine andrebbe considerata nel modo di un ricordo che si presenta improvvisamente nel momento del pericolo. O per dirla in altro modo, si ricordi che “apocalisse”, oltre a indicare la massima tragedia finale, significa anche rivelazione – apo-kalypsis –, svelamento.

E’ forse quello a cui allude il ritratto che costituisce l’altro quadro della stanza, una sorta di centro eccentrico dell’esposizione: grottesco ma lucente, dal titolo luminoso e illuminante: Lo splendore portato come un mantello. È un volto che evoca una storia, una vita, un’umanità che potremmo dire d’altri momenti, se non d’altri tempi. È una persona ora scomparsa, una persona cara a Lauretta, ma che resta anonima per noi, cioè propriamente il volto della storia che resta sconosciuta, anonima, dimenticata, la storia dei vinti, come si diceva una volta, dei senza storia. A restituirgli una individualità, una peculiarità, paradossalmente è la deformazione cui il volto viene sottoposto, la smorfia che assume e che lo rende diverso e riconoscibile.

Se egli è  l’individuo, l’indivisibile, la visione di un cimitero di lapidi segnate con soli numeri chiude la mostra appena prima che la scritta al neon ci ingiunga di uscire al più presto. Questi sono, come dice il titolo, I precipitati, quelli caduti sotto il baldacchino, quelli rimasti senza nome. È un’immagine desolante ma avvincente al tempo stesso, fatta di pietre e di fiori, di anonimato e di poesia. È il cimitero di Ispica, il paese natale di Lauretta: nascita e morte dunque cooptate insieme nell’immagine. È tutto un omaggio accorato e amaro alla sua terra di origine questa mostra.

Dunque, infine, si chiude, ma che cosa veramente? Il cimitero? la storia? la mostra? la pittura? Decida ciascuno, ma in ogni caso ci si affretti, non si indugi. (Vedete, anche quest’ultima “opera”, apparentemente ingiuntiva e allarmista, contiene invece un invito, una chiamata e un incitamento: Forza, uscite, non lasciatevi chiudere dentro, non lasciatevi sopraffare).

Elio Grazioli


FRANCESCO LAURETTA, Guarda avanti, e tutto ciò che ami svanirà, 7 agosto – 3 ottobre 2010, LAVERONICA Arte Contemporanea, Modica

Laveronica arte contemporanea è lieta di presentare dal 7 Agosto al 3 Ottobre “Guarda avanti, e tutto ciò che ami svanirà”, mostra personale di Francesco Lauretta, a cura di Elio Grazioli.
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Questo è lo stato dell’arte oggi, per Francesco Lauretta, che la pittura restituisce meglio di qualsiasi altro medium: stiamo per chiudere, affrettatevi ad uscire! I visitatori lo troveranno detto esplicitamente alla fine della mostra, al neon: “Uscite, uscite, stiamo chiudendo!”. Intanto, a riceverli ci sarà una gabbia, vuota. Doveva contenere un gallo da combattimento, di quelli sgargianti nei colori delle sue penne e aggressivi, cresciuti per la lotta: bella metafora dell’artista e dell’uso della pittura. Ma ora dov’è? Il doppio senso del titolo aiuta a comprendere: Ex stasis, assenza e estasi insieme, stasi e movimento insieme. Eccolo infatti lì accanto, in pittura, il gallo assente, ma ormai trasformato in pollo arrosto, non senza gustoso contorno di patate al forno. Ah, la carne è debole e caduca, nello stesso tempo in cui è succulenta e invitante! Ah, la morte è sempre in agguato! L’estasi è solo dello spirito. La morte incombe in questa mostra, ma la tonalità dell’arte di Lauretta è insieme allusiva e seducente, triste e impavida, assertiva ma aperta, decisa ma malinconica, non forza lo spettatore ma lo interroga, poeticamente, avvolgendolo, quasi raccontandogli una storia. Il quadro centrale, il quadro grande della mostra è uno di quelli con una processione tipica delle feste religiose siciliane, come Lauretta ne ha già dipinte, ma questa volta il momento fissato – fotograficamente – è quello del cedimento, del crollo di alcuni portatori che rovinano sotto il peso del baldacchino che sta per cadergli addosso. Una festa che finisce male, una caduta che è immagine dei nostri tempi. L’apocalisse, com’è noto, è anche rivelazione – apo-calipsis –, svelamento. È forse quello a cui allude il ritratto che costituisce l’altro quadro della stanza, una sorta di centro eccentrico dell’esposizione: grottesco ma lucente,dal titolo illuminante: Lo splendore portato come un mantello. Una visione di un cimitero di lapidi segnate con soli numeri chiude la mostra prima che la scritta al neon ci ingiunga di uscire al più presto. Si chiude dunque, ma che cosa veramente? La pittura, dicevamo, esprime meglio di qualsiasi altro medium questo stato delle cose, perché non lo rappresenta solamente ma lo è intrinsecamente.
Affrettatevi, si chiude.
Elio Grazioli
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Francesco Lauretta
“Guarda avanti, e tutto ciò che ami svanirà”
a cura di Elio Grazioli
dal 7 agosto al 3 ottobre 2010
Inaugurazione: sabato 7 agosto ore 21.00
Orario galleria: dal martedì alla domenica
15:00 – 22:30. Fuori orario su appuntamento
via Grimaldi 55 – Modica (RG)
cell. +39 3392429308
Ufficio Stampa:
Rosa Carnevale
+39 339 1746312