“Sul bordo della poesia”, intorno a ‘Storia d’amore’ di Daniele Mencarelli – Angelo Rendo

schermata202016-01-1320alle2002-59-21

Parevano premere delle personae in “Bambino Gesù” (2010) di Daniele Mencarelli; ciò che presumevo è venuto via via materializzandosi. Ben si può dire che – dopo, appunto, “Bambino Gesù” del 2010 e “figlio” del 2013, entrambi pubblicati per nottetempo – “Storia d’amore” (2015), apparso nella collana pordenonelegge di Lietocolle, rappresenti la chiusura di una trilogia. La lingua di Mencarelli si trattiene a fatica sul bordo spesso della poesia.

Non sono però sicuro che questa raccontata sia una storia d’amore. Ci sono la ferocia, la rabbia, il lutto della carnalità. Ci sono le slogature della riluttanza a raccogliere un più alto grado d’amore, che qui è nascosto nel maiuscolo di quel “Lui”, è vero. Ma l’intreccio dei piani risulta pretestuoso. La vita è sempre dopo, mai prima; la volontà di riannodare le fila è compito del romanzo, laddove la poesia invece trema, sonda e acquista forza e sapere nella perdita.

Mencarelli intende raccontare una storia, ma la corteggia troppo; e il ritorno ad un evento assai andato gli comprime la voce al punto da caricarla oltremodo, ridurla a replica di un dire che nei precedenti libri subiva la necessità di un tempo tutto incarnato e in sé risolto, mentre ora il rischio è quello di attestarsi nei pressi della forma-canzone.

Nascosto dalla sigaretta
cerco qualcosa sul tuo viso,
magari saperlo cosa di preciso,
intero passo ogni lineamento
ogni tratto da orecchio a orecchio
da fronte a mento passando per la bocca
fino al collo liscio e giù alle spalle,
ma quello che di te non so
nulla di più riesco a sapere,
mentre tu con le tue amiche
a discutere di storia da studiare
di antichi da conoscere a memoria
neanche fossero tra noi ora,
tanto ti è cara la questione
che vibrano le labbra e il viso
da dolcezza a fiamma viva
forza celeste dentro l’iride.
Mi distrae una tosse acre
un sapore plastico alla gola,
il filtro della sigaretta non si fuma.

Il fuoco minimo di una sigaretta: uno schermo. Il pensiero poetico è preda di una carne dopata, ogni sintagma fortemente interiorizzato e digerito, dal sapore dolciastro. Come se la voce-esca venisse a tal punto portata all’indietro da giungere dentro lo specchio lenta e solo a fatica trovasse il mare.

E’ sempre l’animo creaturale a fare Mencarelli, seppure in minore stavolta, con ricorrenze talora lancinanti, salmi nascosti in invisibili bolle di nero, come in questo caso:

Scendi dal bus carnaio
e una voce da dentro esplode
punta dritto all’azzurro altissimo
al cielo che diventa spazio
voce che urla una parola sola
parola sentita parola toccata
Grazie ripetuto Grazie
in eterno allo sfinimento Grazie,
ma chi per la tua carne bionda
per l’incendio che fai scoppiare
fino al mare lontano una linea
chi ringrazio per il tuo nome
per la dolce voce luminosa
per il viso amato tuo viso
chi posso inginocchiato ringraziare?
Tuo padre autista brav’uomo
piccolo di fronte stempiata?
O tua madre donna di scuola
maestra di classi d’asilo?
Perché sento più grande di loro
gigante il mio grazie?
Ma chi o cosa è così grande?
E se fosse niente da ringraziare
come si ringrazia il niente?

La terzultima delle sette sezioni di cui si compone il libro è la più flagrante; iniziamo a sentire il riso, perciò deflagra in più alta unione il risicato passo indietro sul quale Mencarelli ha tentato di fondare il poemetto.

Non è il mio inferno
quel regno di pena e fiamme
minaccia ai bambini sul più bello,
il mio demonio è una mattina
scolorata dal cielo alle persone
tu di chilometri lontana
in gita con la scuola per l’Italia,
io scarpa senza la gemella
buttato da una parte sconto il tempo.
Non è teatrale il mio demonio
non è mostruoso non ama il fuoco
lui gioca a svuotare le promesse
ad alitare il suo comandamento
tutto il suo verbo in un solo ritornello
tre parole piantate in mezzo agli occhi:
Non rimane niente, non rimane niente,
di questo tempo di tutti i tempi
di tutte le madri le mani dei padri
del tuo viso inciso nei giorni
non rimarrà che il niente,
siamo un urlo nello spazio
per caso viventi per caso amanti
disordine è il padre da onorare.
Questa è la terra dell’inferno
questo niente da tramandare
niente da difendere niente da sperare,
ti prego fai presto, torna,
senza di te sono meno di un disperso,
io senza il tuo neo come mi oriento?

La donna-stampella, la cui ombra si proietta alta lungo la Scala.

Hai dato nomi al magma
incendiato il nulla con la luce
nell’acqua sorgiva dei Tuoi mari
ti sei specchiato e quel che hai visto
vive sul suo viso di ragazza,
il sangue assaporato dal suo dito
è del Tuo colore la Tua razza,
lei è Tua figlia prediletta
lei è la Tua terra migliore,
come ogni umano a ben vedere.
Questo noi siamo, questo noi valiamo.

E così la poesia di Mencarelli si radica a terra, fronteggia Montale, per poi, inaspettatamente, nella penultima sezione, mettere le ali, gigioneggiare, sognare, premere sul basso ininterrotto popular fino a che non piomba la lettera dell’amata, Anna: la ferita si richiude, il poeta scompare.

“Istinto d’animale e anima”, intorno a “Figlio” di Daniele Mencarelli – Angelo Rendo

L’editoria italiana è ripiegata nel proprio corpo di carta, l’anima immateriale è più uno strumento per la pubblicità che il palesamento della rivoluzione del cont®atto – fin qui standard – fra vivi. Chi cura le collane è interessato al grido di pietra dell’autore vecchio e noto, tutto carta e distintivo. Allo scrittore anfibio non resta che animarsi e di soppiatto (e)rodere la carta. Noi gli tendiamo la zampa. Cani che parlano, figli che abbaiano. Cyberdeità:

Agosto di un giorno senza fine
mare di Puglia alle finestre
un cane spelato senza coda
vaga per qualche resto,
tu lo scruti e c’è mancanza
vuoto da colmare con un suono
parola che sgorga dalla bocca
attesa come tua seconda nascita,
«cane», «cane» ripeti sul nostro pianto
sull’abbraccio della gioia che conosce
solo chi ha conosciuto massacro,
falla sentire al mondo la tua voce
l’oro del suo squillo incerto,
ammutolisci il male ricevuto
tutti gli spergiuri sul tuo destino,
nostro verbo fatto figlio
parlaci di un nuovo tempo. (p. 27)

“Figlio” (edizioninottetempo) è il nuovo libro di Daniele Mencarelli, dopo il capolavoro “Bambino Gesù” (edizioninottetempo). Due padri, due madri, due figli, e al centro tre nonnati, in cinquantadue poesie di ispirazione cristiana, tessere di un poema, che è giusto non svelare.

Mencarelli è un poeta creaturale, la cui lingua è ammantata da bende stilnovistico-dantesche in linea col tema dell’opera: l’origine. La scrittura è innalzata su un altare, data in dono come offerta votiva, affinché la preghiera possa ritualmente compiersi. La carne del testo è, infatti, infarcita di una miriade di dativi – non basta l’omissione dell’articolo a desacralizzare la vivezza dell’afflato, per quanto l’articolo zero renda quantificabile e determinato il peso della parola-spoglia, attacchi il tessuto connettivo divorandolo e semplifichi il tempo poematico, per quanto lo blocchi e azzeri, lasciando nuda la parola e menomata – è una forte marca, la datività, intrinseca a una scelta; e non vale vedere un vezzo o il rischio effetto telegramma, poi, nell’articolo che manca.

Il padre apre la porta e protegge “dal freddo soffio dei sorrisi”, garante, dà fiato; la madre chiude la porta, dopo aver dato forma all’inconcepibile; i figli, “venuti come argine/per dare freno e direzione/a questa corsa senza pace”, riaprono la porta.

La paternità non è solo forza fisica, ma anche e soprattutto visione; ritornare al paterno con foga mostra l’intenzione di rifondare non un ruolo, ma di ricondurre il concetto al dato teologico: Dio Padre. Se manca il padre, corruzione. Il padre attende, vigile, a guardia alta, a estrema difesa della madre, “predatore in cerca di obbedienza”.

Un libro travagliato, “Figlio”, fatto di stacchi, strappi, rotture spazio-temporali, improvvisi squilli lirici, pastoni, fiati sospesi e stupore e metri claudicanti:

Traffico alla gola
cielo mangiato dalla notte
oltre non sai vedere,
vorrebbero le parole non dette
farsi preghiera da inizio a fine
ma ti fermi sempre al Padre
non più mio né nostro
in questo sfinito ricominciare,
quello che sai fare
è perderti alla prima luce di stella
rivelata ora che il giorno muore,
a lei dura la voce si offre
la vita del padre al posto del figlio,
tortura ogni grammo di tessuto
donami tutto il male che riesci
ma salvalo e io sarò salvo.
Ti sveglia muta sorpresa
invano tenti di capire
chi ti ha portato sotto casa. (p. 24)

Rispetto a “Bambino Gesù” minore è la memorabilità delle poesie; più farragine: l’ostacolo rappresentato dall’impossibilità di distanziarsi dal soggetto in questione, il figlio; la disgrazia è sempre lì lì ad incombere, per ciò lapidaria la nominazione, fissa pietra, e grezza, spigolosa, spesso. Pare che ogni tentativo di concepimento sia destinato a fallire, il piede del male ha occhi dai quali ci si fa guardare, e preme:

Il nero dei pensieri
mangia l’asfalto della strada
dà materia a scene sfigurate,
ne toglie al ferro d’autotreno
sul punto d’ingoiarti.
Un sole piantato nell’azzurro
non si concede alla sera,
tu vorresti già la notte,
cancellare un altro giorno
dal mucchio dell’attesa,
prendere di petto il tempo
e accartocciarlo a modo
fargli sputare con la forza
tutti i secondi che mancano. (p. 58)

Quella dell’origine, del male dell’inizio è tema d’elezione mencarelliano. Uno schermo sottilissimo, impalpabile, una placenta rotta, le cui acque tracimano dal senso. Poesia che non si astrae, ma rimane terrena:

[…]
Che non si dia nome
a ciò che non si tocca,
ancora vibra la rasoiata
della volontà del Signore. (p. 65)

“La mondanità del dolore” – Note a “Bambino Gesù” di Daniele Mencarelli

[Acquista il libro]

[Rassegna Stampa]

Sei anni fa di Daniele Mencarelli scrissi – per quanto la sua pronuncia rimandasse già ad una dimora ben esplicitata  – di trovarlo “irsuto”, al fondo, nel bollore più inspiegato che s’addensa in parola, ma certo “soluto” nel tratto segreto, laddove ruvidezza e ragione si prendono per mano.

Mi sembrava di osservare un mosaico luminoso e trasognato, al punto da riferire ai versi una primogenitura placentare. Era chiaro il garbo, il prudente e continuo giungere nei dipressi di una scaturigine nullificante e nell’empatia comandata si finiva per non avere più occhi.

Dicevo, a suo tempo, della consapevolezza dell’autore, del moto riflettente i morsi subiti dal reale e del quotidiano ciclico ritornare di una coscienza vigile.

Continuo a credere che la bava di questa poesia attenda ad una manifestazione più ampia, in vista di personae.

*

Nel febbraio 2010, a distanza di sei anni dalle parole sopra, Daniele esce per Nottetempo con la raccolta “Bambino Gesù”.

L’opera è divisa in tre sezioni: “Bambino Gesù ospedale pediatrico”, “In marcia”, “Guardia alta”.

Dal nucleo infuocato iniziale (l’ospedale) attraverso la terra di mezzo e transizionale (la strada) per giungere alla memoria prima e identitaria (l’origine).

Schegge liriche a forma d’ariete aprono le tre sezioni. E’ il caso, ad esempio, della “corsivata” poesia d’apertura, una salmodia lancinante, o della prima della seconda sezione; la prima della terza, invece, è più smussata, in linea con la parabola descritta dal libro.

La voragine – poesia, che ha il centro focale nel volto bucato di un infante [p. 32-33], restituisce un autore mondano, il quale, chiamato al dovere della vita, cannibalizza eroicamente il dolore, vincendo la scommessa sulla sua indicibilità o meglio sull’inopportunità che esso venga nominato – come se la poesia potesse risolversi in terrena e laica scienza e non altrimenti nell’albero della vita.

Tra spettri, discese ed ascensioni si consuma il giorno del poeta:

Gli ascensori dell’ospedale

grigi d’acciaio scuro vanno

in perenne salita e discesa,

i nostri, quelli di servizio,

ammaccati, soffocano di più ancora.

Tanti di noi lì dentro

si lasciano andare, a battute,

spesso pure a sacre arie,

tra le risate si consuma il breve viaggio.

Ieri scesi al piano più basso

una lettiga c’ha tagliato la strada,

adagiato c’era un lenzuolo bianco,

riempito da un corpo minuto

le gambe il bacino il piccolo cranio,

restammo immobili ci fissavamo,

non ci riuscì di togliere via

dalle labbra dagli occhi il riso.

[p. 19]

I tagli, i punti dati all’oralità e la necessità di comporre scene nelle quali ciò che si tace è il personaggio principale:

Una mattina come tutte le altre

sole e piccioni freschi in cielo,

“prima o poi doveva capitarti,”

così gli altri operai mi dissero.

Non ho ricordi ad aiutarmi

tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,

gli arnesi riposti nelle vetrate

l’odore pungente della formalina.

Ancora pago quell’attimo

quell’unico attimo d’innata curiosità,

ricordo barattoli e niente altro,

più che altro niente voglio raccontarti,

se non lo specchio al lato della stanza

che rifletteva uno frenetico a spazzare

a finire il prima possibile il suo dovere,

sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.

[p. 21]

La vita che cade sulla morte [p. 23].

Vogliamo dire: una poesia bene detta, la cui memorabilità, il piglio aperto dipendono dal rude contatto con la pelle arsa del mondo.

Ogni “carico” filosofico è tolto di mezzo, la potenza vive intera nel dettato. La segreta forza demolitrice è sapientemente controllata [p. 29].

*

Con la seconda sezione,“In marcia”, si entra nel dominio del lutto. Leggiamo la prima e la seconda poesia, quest’ultima dedicata a Giovanna Sicari [p. 41, p. 42]. A questo giro la lontananza temporale spinge alla dissimulazione, eternando il vissuto in una logica ferrea perché universale.

[…]

Non sono invincibili gli uomini

si sdraiano lungo strade buie

smettono di vivere come fosse naturale.

[p. 43]

Scorriamo anche sulla morte, solo un essente stuporoso può salvarsi [p. 45].

In questa seconda sezione, la parola di Mencarelli è senza dubbio meno compromessa, ma più fluida sul nastro:

Ore passate a singhiozzo

cantilena di gas frizione freno

mani a memoria tra cambio e volante,

così estenuante il mio ritorno

che per stanchezza non più distinguere

tra la vista degli occhi e il parabrezza

dove la carne termina

e inizia invece la meccanica,

corpo di nervi ed elettronica

fusione di articolazioni e ingranaggi,

mostro sbattuto un metro avanti

un metro in meno da casa distante.

[p. 49]

La morte viene mascherata dalla vita:

Davvero sei bellissima

si capisce dai capelli dalle linee

del tuo viso in faccia al cielo illuminato

dagli occhi che ancora sembrano guardare.

Noi non facciamo altro che spiarti

in questo incrocio qualsiasi voluto sulla terra,

tu sei la regina al centro della scena

rottami sparsi con cura tutto intorno.

Poterli raccontare tutti gli uomini

e donne e bambini fissati al tuo cospetto,

al casco strappato come corazza di cartone,

alla tua posa così scomposta

da non essere più umana.

[p. 51]

L’atmosfera cortazariana si fonde in una musica crudele ed impattante, ma cordiale:

[…]

quel volo invece ti accompagna, incastrato

nel minimo spazio tra palpebra e pupilla.

[p. 55]

Chi cade, cade per sé, e la vita impietosa continua.

*

La terza sezione, “Guardia alta”, serve a riconoscersi – come dicevamo – la tensione scema. Il “sé piccolo” ritorna e si prende il meritato nonché conseguente spazio. La funzione memoriale, il sapersi “bianc[o] come allora”, battono il ferro ardente sull’incudine acché non scivoli via il segno.

La sezione traballa, accoglie il tremore intrinseco alla scelta.

“Quanto è duro vegliare il mio vagone[…]”

[p. 90]

*

Il capolavoro di Mencarelli, un’opera destinata a resistere al tempo, per grazia, autenticità. Una voce misurata tra terrore e pacata accettazione dell’esistenza.

[Angelo Rendo, aprile 2010, www.nabanassar.wordpress , diritti riservati]