Letteratura e fermezza – Angelo Rendo

[Sono fermo. Fermo ai tempi in cui la pizzeria si chiamava pizzeria, l’osteria osteria, il laboratorio di analisi cliniche laboratorio di analisi cliniche con l’aggiunta del cognome del conduttore.]

La letteratura cade – e hai voglia a cercarne il corpo – quando la lettera non cade sul foglio, ma macchia un punto già oscuro, quando il mimetismo – naturalmente pop – la inghiotte, quando il discorso stretto della legge e della separatezza la perde di vista. Le applicazioni le tolgono profondità e costituzione. Quando perde il suo codice, l’infilatura stretta della ragione, per dove passa il calcolo, cade.
Ma alla fine dei conti non è in pericolo la letteratura; se non per se stessa, da un’altra parte è. Passione e responsabilità sono basti per l’individuo, la massa non combatte guerre, se non per perderle, di ritorno a casa, mentre chi scrive dimidia la mediazione.

La letteratura è una scienza, un blocco unico, per nulla si effonde in discorsi analitici. I criteri interpretativi sono valoriali e illusivi: criteri legislativi, di ordinamento. Perché mancano le scritture del caso? Quando il campo energetico individuale stenta, nascono i sovradiscorsi, gli sforzi. La vanità.

Come sia e sia, tutto nella scrittura si risolve. Tutto si risolve.

Dentro la libreria, nei pressi di Piazza Navona, c’erano delle commesse, tre, chiacchierone e vanitose; era tutto un dire questo l’hai letto e quest’altro, io ho Siti sul comodino e se lo dice Cortellessa; si davano molto tono, si pompavano, e disturbavano.
I due titoli del caso, dunque, non potevano che essere “Nello sciame. Visioni del digitale” di Byung-Chul Han, edizioni Nottetempo, libri poco curati nella veste grafica e cari nel prezzo, impaginati in maniera sciatta al punto da sembrare oggetti da rilegatoria, tesine e “Letteratura come utopia” di Ingeborg Bachmann.
Fin dove arrivano le scritture che si muovono per opposizioni, afferendo più a una critica del gusto che a una sentita epochè, volevo vedere.
Da una parte la verità, selettiva, esclusiva, implicita, che impegna il negativo, dall’altra l’informazione, cumulativa, additiva, esplicita, che tiene al positivo.
Il filosofo coreano delimita il campo di analisi conducendo una battaglia di retroguardia, affidandosi a una bibliografia minima, datata e scontata: McLuhan, Barthes, Linder, Le Bon, Hardt-Negri, Von Gehlen, Heidegger, Sartre, Lacan, Bredekamp, Arendt, Flusser, Schmitt, Hegel, Foucalt, Benjamin. Quel campo risulta patentemente massificato, rappresentazionale: un campo di apocalissi vestite.
La forma del pamphlet è appetibile, sfiziosa, persuasiva. Per professionisti della cultura, senza dubbio. Non appena lo apro e affondo il naso al centro, sento gli stilemi della castrazione.
“La società della sorveglianza digitale […] sviluppa tratti totalitari: ci consegna alla programmazione psicopolitica e al controllo.”
Byung-Chul Han scaglia i suoi modelli previsionali in preda ad un’ansia di nominazione, e di rimozione del caos; il suo orientamento filosofico è troppo schiacciato sul presente e dello sciame è l’ape regina.

Quando uno scrittore non si vede più, si dice che è stato abbandonato, o che si è ritirato.
Si crede, cioè, ci sia un campo, che qualcuno lo lavori. E che qualcuno, nullafacente, lo abbandoni. Bene. Chi lo solca, non osa abbandonare; chi lo scava di notte a notte, prepara le fosse per chi lo lascerà. Chi non lo sente e non lo vede, fa un altro lavoro.
Scrivo tutto ciò a margine di quella lunga linea che, partendo dal basso, finisce nel ghigno temperamentale e collettivo e mostruoso dell’intellettuale, poco poco più a destra o a sinistra dal punto da cui è partita.
Dio ci liberi dalle scuole di scrittura, dai generi, dalle interpretazioni del vivente, dal passo lento della sera.

Non ci vuole niente
quel poco che basta
a se stessi.

Ogni grande interno
spoglia e niente
dice.

A me non interessava affatto tenere a mente l’altro; una forza indissociabile dal pensiero mi riempiva. E se si crede che l’estensione del giusto e del bello a campi di memoria indifferenziata debba avere la meglio su questo torrido pianeta nero, di certo si tratta di errore.

Sempre meno e sempre tu
al più che io possa.

Le lamentazioni, quelle grasse
e cucite pance teoriche.

Franzen è uno scrittore rabbioso e saputo e bacchettone, troppo preoccupato di cosa gli altri pensino di lui. E pensa a Bloom e teme Pynchon e ammira il padre ma vuole superarlo. Sta col metro sempre aperto da adolescente; quando scrive di Updike e della sua [di Updike] scrittura regolare come una cacata quotidiana, vado in bagno.

Per quale motivo la finitezza ci spinge a far piccolo tutto ciò che ci è prossimo, finanche questo mozzicone di sigaretta vicino al mio piede?

Quando leggo teatro mi accade che tutte le voci si mescolino e non importi più chi parla. Parlo io.

È chiuso da un coperchio, che nella parte interna ha uno specchio, in una bara chi dà consigli o pratica poetiche.

Al fondo c’è la gaffe.

Quando ti vedo, scritto sul muretto blu – si sganascia la mente e si nasconde il cuore – per non saper che dire o a quanto minimo lustro sia destinato sul muretto che presto si sbianca, arrossisco.

Eppure, potremmo violare le fonti allegramente, prendere spunto da vecchie pagine – o essere esautorati dal classico a ciondoloni sulle orecchie, sorretto da due dita puntate dall’una e dall’altra parte… un libro a destra, uno a sinistra… cera contro l’incantamento – e procedere diritti in equilibrio, saltando da tavolo a sedia a muretto e niente sentire all’infuori di quella musica cilestrina, che aggiunge carico a chi non si fa beffe di lei, mentre l’asso canta e solitario carica.

Torniamo sempre. Solo alcuni – dalla mente plagiaria – che aguzzano l’ingegno per meglio tornire l’inganno, non tornano. Aver l’impressione di scrivere per altra voce, e per altra in effetti star scrivendo, dopo la correzione; e scrivere della scalfittura della diseguaglianza. Come quell’uomo che ricorre alla fuga nei cunicoli, perde i suoi liquami e ne fa verità, mangiando lei e tutti i suoi parenti.

Tutto ciò che è corretto è scritto. Perso il contatto, tutto fila liscio. Dimentichiamo di aver scritto e chi ha scritto. Chi ha scritto è chi non ha parlato e chi non ha parlato non ha mai scritto. È detto che chi ha dimenticato sia volato via; ma la mente che sta appresso al detto è falsa più di quanto sia stato corretto all’inizio fare. L’inizio è volontà. E sull’accento vi è posto. L’inizio.

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Appunti dal buon senso senza senso (18) – Angelo Rendo

Del documentario “Senza scrittori“, andato in onda su Rai 5 ieri sera, non mi è rimasto nulla, fuorché l’ estintore carrellato da 50 kg trascinato da Cortellessa in apertura.

Non parla l’estintore, lo metti in posizione ed è fedele, so bene. Se lo si conduce in posti inadatti all’espletamento del servizio, quello per vergogna si fa tutto rosso, non parla. Irragionevole qualcuno lo strattoni: è la sua fortuna.

 Il resto delle comparse festeggiano strette in un obitorio.

“Che è un po’ quello…” e un po’ quest’altro!

«Se c’è una cosa che ci hanno insegnato i situazionisti già negli anni Cinquanta, prima di tutti Guy Debord, è che anziché contrapporsi frontalmente all’egemonia dell’avversario si può mimare la sua strumentazione, criticare scendendo sullo stesso terreno. Che è un po’ quello che fa Saviano. In una società culturale in cui lo scrittore diventa un personaggio, colui che appare, Saviano si è posto al di fuori di una dimensione puramente letteraria, ha adottato una specie di guerriglia semiologica per validare qualcosa che si contrappone alla società dello spettacolo usando proprio la fama, la visibilità, la presenza come armi. Una pratica che le arti visive hanno scoperto da un po’, basta pensare a Cattelan. Certo può essere un gioco pericoloso che presta il fianco ad accuse di cinismo, ma ha un senso».

[Parole di Andrea Cortellessa tratte dall’articolo «Come Don Chisciotte». La missione dei critici per spiegare il presente. Il dibattito dopo il saggio di Ferroni di CRISTINA TAGLIETTI, “Corriere della Sera”, 30 aprile 2010.]

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La luce è luce per tutti ed ogni mattina si alza. Ma quando si realizza che il giorno di oggi dovrebbe essere uguale al giorno di ieri, si allontana.

L’entranza indiscriminata ha eliminato ogni forma estesa e sotterranea di apparire. Non altro può significare “mimare la strumentazione”: la necessità mimetica della condivisione dello spazio. Concedersi il mezzo altrui con la soggiacente intenzione di prevalere e dettare l’agenda del Galateo. Evidenza vuole che in difetto di una profonda opzione alternativa si applichi la pellicola di una uniformazione interessata e spartitoria.

Per di più la “guerriglia semiologica” (validante “qualcosa [cosa? mi chiedo] che si contrappone alla società dello spettacolo usando proprio la fama, la visibilità, la presenza come armi.”) contiene l’eccipiente della schiumazza sopra il tono.

Non si comprendono più queste parole, hanno esistenza vuota e straccia e tenero-disarmante.

Si dice, inoltre, che Cattelan cinico – secondo vulgata impiegatizia – abbia un senso (uno e uno solo), insegnando la presenza del rumore e del fumo, mentre la marea nera sta inghiottendo tutto.

Nondimeno, per saltare c’è bisogno di un’asta, e del vuoto. Diversamente, polli in batteria, e scendiletto sotto.

[Angelo Rendo]

[L’immagine-logo proviene da http://www.coconutz.it/index2.htm, ringraziamo.]