IO E IL CINEMA – Angelo Rendo

Rarissimo io vada al cinema, poiché soffro di acuti sonni cimiteriali, in quel luogo.

È il buio, che acceca, diranno i più; un minor numero sosterrà è una questione di predilezione.

Al cinema è impossibile esercitare il privilegio della sospensione. Ogni cosa scorre non vista. Bramata e deglutita.

Perdo tempo al cinema. Per me – che fondamentalmente solo leggo, e mi caccio nei vicoli dei testi – vedere un film significa consegnarsi alla noia.

Ma lunedì, avevo proprio intenzione di addormentarmi al cinema, così sono andato per “L’apparizione” del francese Giannoli (terzo di quattro film del primo dei due cicli del cineforum diretto a Scicli dal caro amico Peppe Puglisi).

Iniziato in sordina, carburato nella parte centrale – durante la quale ho sofferto per una decina di minuti di abissi ipnotici – involatosi nella terza e ultima parte, un brusco risveglio, il film è di estrema sottigliezza, coi due protagonisti principali a far la differenza.

Il regista pare assumere un atteggiamento rinunciatario sul tema più grande, quello del mistero e della fede. Ma così non è. Su un sottile filo si regge. In equilibrio.

La Chiesa è mostrata pudicamente per quel che è, una sentina di vizi, come ogni contenitore umano; e la veggente vera – che sfugge alle visioni per farsi una famiglia, sostituita dalla più cara amica che, cristicamente, al suo posto si immola, e per lei muore – avvolge l’opera in una pellicola impenetrabile.

La salvezza per lo spirito (e per la Chiesa) dovrà ricercarsi al di fuori del ‘costituito’ – sembra più volte ribadire Giannoli.

E il comico e il tragico, stretti in un mortale abbraccio, garantiscono il mio sonno, la mia veglia.

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Militello Val di Catania – Angelo Rendo

La verità non va difesa sentenziava un colto sessantenne, avventore del bar, accanto a noi seduto con un più giovane amico, a mezzogiorno a Militello Val di Catania. E il paese ancor più si distendeva nel giorno di San Giuseppe sotto un sole benedetto. Tranquilla, ordinata la cittadina, senza belletto alcuno. Austera e retta, dalla Fontana della Zizza passando per la caelicola Santa Maria della Stella e San Nicolò di magnificente linearità fino alla chiesa di San Benedetto Abate con l’annesso monastero, sede del Municipio, autorevole e mai lezioso tardobarocco, cedevole all’impianto medievale che tuttora tiene in pugno Militello.

Per la verità è degno di nota anche il laminato di alluminio rosso scuro. Ripara le facciate di molte case, e ferisce il volto luminoso di questa perla del basso Catanese, o alto Ragusano che dir si voglia. La tiene in pugno. Ma è d’uso comune anche a Scordia e a Grammichele, mi accorgo, rivestire del più bell’abito le case (del Calatino, per dirla giusta).

Pale eoliche intimidenti, asini festanti, mandorli in fiore e aranceti a perdita d’occhio, e una comunità tutta stretta intorno al comiziante sindaco Burtone, infine, hanno aperto e chiuso la levata domenicale, rinnovellando che del centro non si fa strame.

3 C3 SUL PAVÈ – Angelo Rendo

C3, tre, tutte e tre, alle tre. Posteggiate in ordine d’età.
La prima a destra – del 2007, come le altre – è la più vecchia, la blu è la mezzana, la prima la più giovane. La mezzana è arrivata per ultima, prima sarà stata la prima, ci giurerei, quanto è vero che la più giovane tarda sempre ad arrivare, e può essere la prima o l’ultima, egualmente la più vecchia. Il vuoto al centro, poi, è destino lo riempia chi l’uno e l’altro tempo ha passato.

Uno scultore – Angelo Rendo

Nasciamo per l’immagine, per cos’altro? L’immagine è calore. Vedo una pietra, la scalpello con poca foga e, per minimi aggiustamenti, tale la lascio.
C’è di tutto sotto i nostri piedi, persino la pietra-flauto, che i giganti, abitatori di queste terre, suonavano. Andiamo a prenderla, è in macchina. Andiamo, va bene. Eccola! Appoggia le labbra al forellino – disassato rispetto al centro – e vi soffia due volte dentro, ne esce un grido. Hai visto, hai visto! Ringalluzzito, si allontana per la via, continuando a soffiarvi dentro e a far gridare la pietra. Che è amore come l’immagine, il suono, e la parola che rompe l’amore.

Tolomeo – Angelo Rendo

Tolomeo era maturo, cotto, finito, perso. Noto ai familiari, agli amici e ai conoscenti tutti. Dotato di grande esperienza (nel sonno), abile e profondo (nel sonno). Bello come un maestro dalla pelle tirata, di pesca, e pustolosa.
Non c’era nulla che potesse renderlo vivo, era nato per sbaglio, come tanti, come tutti. Che non fosse capace in nulla, dimostrava quanto il metodo predittivo non potesse scongiurare cosa alcuna.
In ogni sua sortita era maestro di scempiaggine. Quella degli altri. Rapaci nel tenderlo, e farne scendiletto.
Partiva per fare una cosa, e sbagliava obiettivo; viveva nel fraintendimento, garante una paternità stretta e vecchia.
Credulone, temeva qualcuno nella notte potesse soffocarlo. E in effetti fu un lontano nipote del Principe di Massaciuccoli a farlo fuori come una ciabatta cunzata, una notte.

Una sirena – Angelo Rendo

Mi fa cenno di no con la mano, che no, non deve rifornirsi, si mette di lato e scende, pesante, incespicando nel predellino.
Da un paio di mesi che non lo vedevo, d’estate si aggira spesso da queste parti; di lui non sapevo nemmeno il nome, è stata una punta d’ingegno a spingermi, poco prima che il nostro incontro finisse.
Non ha più nel suo malconcio camper l’impianto a gas, va a metano. È venuto a salutarmi, perché finiremo di vederci. Ma si faccia vivo, quando si troverà lungo la marina, mi raccomando.
È un viandante, ce l’ha avuta col mondo intero, da qualche anno è diventato un’autorità marziana. Veste sempre di nero, bisunto e lercio in ogni parte del corpo, le unghie ripostigli di mali e anatemi. Occhiali da sole lo coprono e una bandana al collo. Corpulento, a stento entra negli abiti, porta un cappello nero, a falde larghe da signora, di paglia.
Ma prima di diventare uomo, l’uomo è stato sirena, e l’utero il mondo intero, rimasto in sorte alla donna, quale vile memoria.

AUGURI DI NATALE (Delle due storielle, una, bisogna chiuderla!) – Angelo Rendo

Ogni anno, la vigilia di Natale, non manca mai di venirmi a trovare. Si gasa. Lo gaso. Certo, lui non me lo può dire il motivo – lo derubrichiamo fra gli atti di estrema educazione – ma è chiaro che venga per porgermi le gote rosse pregne di pino silvestre. E io, ogni anno, ricambio la gentilezza, anzi, lascio che per l’intera giornata il suo ricordo silvestre mi assedi le nari e riempia il cuore.

La seconda, non merita neanche di esser chiusa, ora che ci penso, è una maglia aperta, l’unica, di poco più di due chilometri nel tratto di costa che mi riguarda lungo quasi venti. Da Donnalucata a Plaja Grande. Un’entrata nella luce marina: scavalchi il guard rail e ti mangia il mare. Lo bevi. Una ferita benefica. Che solo accoglie. Invita ad entrare e uscire senza requie.

Del discorso ozioso – Angelo Rendo

Ciao ripeteva e poi ancora ciao ciao rivolto al cielo, al gallo e al cavallo, e ad ogni uomo naturalmente, ovunque ciao stai bene salute. Mellifluo. Salutava tutti l’ozioso, era la sua occupazione; anche quando discorreva, non faceva che tramare saluti. Educato, educatissimo. Veleno.
Non badava che al saluto, ciao buonasera grazie e cerimonie per erigere mura. Mura di male, che incerava, mancando dell’estremo dono, scassava la minchia, l’ozioso, malcerto e presuntuoso, inane scrittore di numeri conchiusi e morti.
Lo cercavano tra i vivi, ma era schiavo del perbenismo zotico e cialtronesco, figlio del popolino, ringalluzzitosi in sofismi e regalità.

Per la cruna dell’astrazione possono passare due cose: una vecchia idea, glabra o pelosa, o il nucleo di un astro duro.

Crosta – Angelo Rendo

L’anno scorso, a fine novembre, mi trovavo a Palermo.

Quel che scrivo affiora da appunti lasciati per strada, a suo tempo, scartati da un’altra vena battente. E ora riapparsi.

Dopo averla forata passo passo, Palermo, da Ballarò alla Zisa, prima di tornare nel mio alloggio, in via dei Calderai, ricordo volli sostare dentro la chiesa di San Giuseppe dei Teatini, dalla cui volta – era tardo pomeriggio, la chiesa buia – non venne che un nero di crosta. Rimasi stonato. Una ferita, pensai, e ora tutto è secco e pieno di volvoli; dallo scuro nulla sporgeva se non minerali, silicati, rocce, miniature di catene montuose.
Poi venni a sapere che tetto, volta e affreschi erano stati ricostruiti. La chiesa bombardata. E quel lutto, chiaramente, custodiva il sottosopra di ogni fedele.

L’inchino – Angelo Rendo

Prima di risalire in macchina, il giapponese – un assistente alla fotografia, in provincia per lavoro – si è inchinato verso di me, come del resto aveva già fatto all’arrivo; e mi ha tagliato la mano. Dapprima non avevo fatto caso, dopo sì, a quel potere vivifico. Invadente la stretta di mano, fanfarona. Quanto bene e dolcemente l’inchino piega invece chi lo riceve.