LA STORIA AL MACELLO (“Historiae”, Ex Macello presso Parco Forza, Ispica)

[Salgo al Parco Forza da Ispica est, nel punto in cui la Cava d’Ispica s’interrompe per lasciar posto alla fine. Un paio di chilometri di tornanti stretti e sinuosi, quindi l’Ex Macello. Entro e non vedo nessuno, solo le opere in mostra. Svolgo la visita canonicamente, partendo dalla prima sala a sinistra. Le note brevi sotto, prese in flagranza, non seguono un ordine, ma la forza del luogo.]

Didascalico ma potente, scenografico nel suo macello di massi uomini e maiali, gli uni che coprono gli altri che a loro volta coprono i primi. I tumuli di Piero Rub.

Esili cornici sul Golgota senza carne, e lembi di carne come ipotesi d’opera nei dirimpettai quadrucoli sparatrappati in Francesco Rinzivillo.

Giovanni Blanco che sfinisce la sua opera magnificando gli animali prima della macellazione, non guardandoli negli occhi; anche l’uomo è stato macellato, di lui solo gli abiti.

Non vi sono nomi nel video di Daniele Cascone, e gli stessi volti hanno in sorte pietruzze. Scomparsi i volti, non rimane che il macello disidentitario.

In Francesco Lauretta v’è una tripartizione armonica dello spazio nella tela, il cavaliere è in accordo col cavallo, lo vediamo procedere nonostante tutto, nonostante la minaccia delle fiamme sotto, nel blu cobalto chiaro annichilente delle bombole a gas, che io stesso gli ho prestato.
Si pena e si sorride nel mentre si continua a perdere, sangue e ragione.

Gli scolatoi al centro, il luogo della strage e dell’origine – testimonia Aldo Taranto mimando l’ara sacrificale – inizio e fine della storia.

SHAKESPEARE, SONETTO 76, trad. Angelo Rendo

Perché il mio verso è sempre lo stesso,
niente variazioni o cambi di passo?
Perché sono fuori dal tempo 
il nuovo non vedo lo strano?
Perché scrivo tutto d’un pezzo, lo stesso
E al noto stretto mi tengo,
che ogni parola quasi dice il mio nome,
dove è nata e da dove proviene?

Dolce amore, sempre di te io scrivo,
tu e l’amore il mio argomento;
non posso che mettere abiti nuovi
alle vecchie parole, questo il mio meglio,
spendendo quel che ho già speso:
come il sole è ogni giorno nuovo e vecchio,
così il mio amore è un disco incantato e rotto.

°

Why is my verse so barren of new pride,
So far from variation or quick change?
Why with the time do I not glance aside
To new-found methods and to compounds strange?
Why write I still all one, ever the same,
And keep invention in a noted weed,
That every word doth almost tell my name,
Showing their birth and where they did proceed?
O, know, sweet love, I always write of you,
And you and love are still my argument;
So all my best is dressing old words new,
Spending again what is already spent:
For as the sun is daily new and old,
So is my love still telling what is told.

La tuttunità di Coccia – Angelo Rendo

In questa conferenza, tenuta nel novembre scorso al Teatro Parenti di Milano, il filosofo Emanuele Coccia, professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, sostiene che ogni essere vivente ha una natura planetaria, errante, e che ogni specie è da sempre alla deriva. Continenti, piante, animali, terre, uomini non fanno altro che continuare a migrare, e rompersi, morire, mescolarsi, rinascere. “Non smetteremo mai diessere il mondo. Siamo il sesso del mondo” – dice.
L’eloquio è pieno di garbo; e la natura di Coccia, aperta e planetaria, testimonia di queste evoluzioni nella carriera sua stessa: un perito agrario che, con ‘Metafisica delle piante’, ha tentato di “riscattare i cinque anni di sofferenza mostruosa” passati all’istituto tecnico, così racconta. Ma i conti, se restiamo a ciò che lui stesso sostiene, non si chiudono mai. Non ci è concesso sfuggire a nulla, nemmeno a quel che ci si è guadagnato, o perso.
Io, però, sono di parte, difendo una scuola ahinoi bistrattata, sottovalutata: mio padre è stato un insegnante tecnico-pratico all’istituto tecnico agrario, mio fratello un alunno.

La vile terra produce grandi spiriti. Nonostante le pillole di Kurzweil, o i beveroni, in agguato.

 

AMICO – Angelo Rendo

Non mi era mai capitato, men che meno al lavoro, di dover tenere a bada uno scalmanato appellandolo AMICO.
AMICO, per favore, intanto abbassa la voce e smettila di gridare. Ma quale amico, tu non sei mio amico.
Amico – mi accorgo dopo – non è il miglior modo per placare l’animo. Ecco come traduce subitaneamente la testa in stato di alterazione che lo riceve e capta: TESTA DI CAZZO, finiscila di tormentarmi, e smamma, miserabile. Non sono la tua mamma. Non distribuisco paghette a minchia piena.

PUZZA – Angelo Rendo

Masino passa una volta a settimana dal rifornimento, e mi porta sempre qualcosa: tenerezze, fagiolini o cipollette, per lo più. Oggi è un po’ giù, si siede sullo scalone, e si abbandona. Gli noto l’orribile doppio taglio in testa e il pesante e assai gonfio sacco – che sporge dallo scooter, pieno di tenerume – premere contro le ginocchia di lui seduto.

Sono dovuto uscire di casa, di corsa, perché sentivo puzza di morte ovunque, mi dice sereno; ero in cucina e sentivo puzza, in bagno puzza, in camera da letto puzza. Puzza di morte. Tutti questi giovani morti in questi giorni. Allora, meno male, ho preso la medicina e sono uscito, all’aria aperta. Ma io lo so il perché, è stato l’anno scorso che questa puzza ha iniziato a venirmi appresso, quando mi sono abbassato per baciare un mio amico morto, che faceva puzza. E la puzza mi durò nel naso per una settimana. Ma forse io la sento anche senza vederla ormai; la vedo senza sentirla. Meno male che prendo la medicina.

LA FORMA DELLO SCARACCHIO – Angelo Rendo

Non c’è niente di peggio, per un’anima sospirosa, che sperare nell’insperabile. Quell’uomo, prostrato, e gorgogliante, la sbrigherà, questo speriamo tutti nel quartiere deserto, nel più breve tempo possibile, e senza ulteriori richiami, la pratica?
Non è mai bello, infatti – a meno che non sia tu a farlo, sì tu che mi stai scrivendo sopra, proprio tu che insisti a dire l’indicibile, io posso solo fare largo – sentire più e più volte tirar di gola. Gèttalo quel pesceduovo, per favore.

TEMPI CATAFRATTI – Angelo Rendo

Fino all’ottobre scorso ero solito segnare nell’occhiello del libro appena comprato il luogo, la data e l’ora dell’acquisto. Il luogo e la data e l’ora di nascita al mio tatto e al mio intelletto del libro. Così esso risultava, classico o di recente pubblicazione che fosse, per sempre giovane, o quanto meno in pari col mio tempo interiore di lettore eterno che invecchia.

Da otto mesi ho perso questa abitudine, noto, subendo ahimè il tempo esteriore della regalità e della pincopallineria; l’una e l’altra ammorbanti i tempi catafratti odierni, che odiano gli aruspici e le fredde e difformi forme del reale, irragionevolmente in contatto con la pancia del Paese, nell’illusione qualcuno li senta. O le.

I BAMBINI DI VITTORIA – Angelo Rendo

Per quale ragione l’AGCOM (Autorità garante della concorrenza e del mercato) lascia che giornalmente, ora dopo ora, televisioni e stampa su internet acquisiscano filmati di videosorveglianza riguardanti eventi scabrosi o tragici e famelicamente li diano in pasto a spettatori ignari di come assistere a simili visioni solletichi gli istinti più bassi e incontrovertibilmente riconduca l’essere umano a sciacallo?

Come fate, o governanti, a perpetrare l’orrore rigenerandone i fantasmi?
Questo pensavo e penso, fermo, immobile, davanti al video esploso dei bambini di Vittoria falciati, e rifalciati da chi lo ha diffuso e visto.