Eels, “Wonderful, glorious” – Stefano Ferreri

Forse è stata quella sua barba oltraggiosa a rendermelo irresistibile. Non una di quelle moquette di una settimana che contribuiscono a conferire la tipica aria vissuta a tanti cantanti bellocci, né l’oculata peluria radical chic di certi tipi alla Francesco Bianconi, ma proprio una mostruosa maschera ferina. Gli Eels li conoscevo e apprezzavo da sempre, cioè da ‘Beautiful Freak’, ma per promuovere al rango di personaggio epico Mark Oliver Everett aka Mr.E si rivelò determinante quel che il nostro fece con il quarto disco del suo gruppo di scoppiati, ‘Souljacker’, registrando canzoni scontrosissime e presentando il proprio lavoro con strategia promozionale volutamente suicida, look a metà strada tra un talebano e Unabomber, per un quadretto non proprio rassicurante all’indomani dell’undici settembre. Ci voleva un bel coraggio o una buona dose di follia. Mark queste qualità le ha sempre coltivate entrambe, ed è certo che gli attacchi dello staff di George W. Bush (allora in corsa per la prima presidenza, era il 2000) quando uscì ‘Daisies of the Galaxy’, citato come esempio di turpitudine gratuita e subdola (data la copertina con soggetti infantili), non gli andarono proprio giù. Era un disco toccante e delicatissimo quello, non la provocazione di un cialtrone tra i tanti da bollare con il “Parental Advisory” e censurare nei passaggi televisivi.

La vita sa essere divertente, ma non del genere “da sganasciarsi”. Mr. E lo sa bene, avendo messo a referto in pochi anni una sfilza di lutti da fare spavento. Li ha raccontati nel suo lavoro più straziante, ‘Electro-shock Blues’, per poi tornarci su con mente più lucida e meno disperata nel suo ultimo disco davvero memorabile, la monumentale autobiografia musicata di ‘Blinking Lights and Other Revelations’. Da allora ad oggi, tantissima acqua sotto i ponti ma nulla di veramente importante da dire. Nel commentare il suo ritorno dopo una lunga pausa con ‘Hombre Lobo’mi ero spinto per la parziale delusione ad azzardare una teoria sui limiti del songwriting di questo autore particolarissimo, tratteggiandone il ritratto come quello di un artista condannato alla ripetizione sfibrante dei propri cliché. I due capitoli successivi della sua discografia – ‘End Times’ e‘Tomorrow Morning’, passaggi di fatto insignificanti – sembrano purtroppo avermi dato ragione. Questo non significa che gli Eels non meritino attenzione e rispetto. Dal vivo la creatura di Everett è sempre estremamente godibile (e tornerà anzi a metà aprile con l’ennesima data unica a Milano) e poi sì, come ho già avuto modo di scrivere, lo scorbutico con barba e occhiali tondi avrà anche solo tre canzoni riproposte ad oltranza con variazioni infinitesime, ma sempre di belle canzoni si tratta. Forse è proprio questo aspetto a dividere nei giudizi sul gruppo di stanza in California: da un lato una critica da sempre ferocissima nello stroncarne ogni velleità (tranne il leggendario Scaruffi, che li venera), dall’altro un corposo zoccolo di affezionati – me compreso – che anche nei momenti meno ispirati  non hanno mai smesso di sostenere Mark.

        

La buona notizia, parlando di questo benedetto decimo LP a nome Eels, ‘Wonderful, Glorious’, è che di una parziale inversione di tendenza si tratta. Dopo il sorprendente pop-rock dell’ormai remoto esordio, dopo la gelida bellezza di quel seguito così doloroso, dopo le meraviglie elettroacustiche, la sgargiante follia Beck-iana e la stringatezza easy listening dei diretti successori, la ricerca stilistica si era arrestata bruscamente. Senza rinunciare alle idee e alle emozioni, nello splendido doppio album di famiglia di ‘Blinking Lights’, oppure adagiandosi in triti taglia e cuci senza un briciolo di vera anima. Dopo sette lunghissimi anni il circolo vizioso della creatività di Mr. E pare finalmente spezzarsi. Intendiamoci: non siamo dalle parti dei primi meravigliosi lavori perché Mark non ha più nulla di nuovo da inventare, e quelli restano riferimenti troppo proibitivi anche quando gli stimoli possono sembrare quelli giusti. L’assemblaggio però funziona discretamente e anche nei suoi estremi ‘Wonderful, Glorious’ dimostra di possedere una fisionomia abbastanza ben definita. L’impressione immediata, ai primissimi ascolti, è di ritrovarsi a respirare un clima espressivo alquanto vario ma orientato con decisione al minimalismo. Era uno degli aspetti chiave di ‘Souljacker’, disco straordinario e – non mi stancherò mai di ripeterlo – colpevolmente sottostimato. Lo scarno e grezzissimo fuzz blues dell’iniziale ‘Bombs Away’ già lo dice con decisione, e il discorso è ribadito più avanti con appena qualche ombra nostalgica in più (‘New Alphabet’) o con un fare rock caciarone possibilmente anche più a fuoco (‘Stick Together’). La scura perla upbeat di ‘Open My Present’ (con un sottile esotismo tra le sue reminescenze) e il boogie infettivo e flemmatico della vischiosa (per via degli sbaffi di synth) ‘You’re My Present’ accentuano ulteriormente i debiti dietro questa precisa impronta.

Anche grazie al suo fragoroso arsenale percussivo riemerge un tono burbero che è tra le specialità della casa, magari con inclinazione sonora all’autismo (‘Peach Blossom’) ma addolcita in extremis dalle tipiche melodie di marca Eels, appena in tempo per scongiurare il macchiettismo tranchant à la Dr. Jekyll e Mr. Hyde di ‘Hombre Lobo’. Ci sono poi episodi più intensi e toccanti della media (‘A True Original’‘The Turnaround’,‘Accident Prone’) che ricordano in maniera sufficientemente vivida i quadretti tristi ma limpidi che ingentilivano la seconda facciata di ‘Electro-shock Blues’, un sottogenere che a Mr.E è sempre riuscito particolarmente bene. Anche in questa veste intimista e di taglio confidenziale, Everett predilige l’uso parco degli arrangiamenti e una scrittura essenziale, arrivando a esibire in ‘On The Ropes’ uno dei  suoi tòpoi in assoluto più classici, stilizzato ma sincero e senza eclatanti forzature. Non troppo distante quanto a sonorità e umori, ‘I Am Building a Shrine’ riavvicina la magia senza tempo di ‘Daisies of the Galaxy’, offrendosi però dietro uno schermo deformato da tutti gli istinti un po’ lugubri già più volte praticati nei dischi successivi a quello. Non mancano infine gli esperimenti ludici, saltellanti, sfaccettati e felicemente anthemici (‘Kinda Fuzzy’) o la franchezza ben definita à la ‘Shootenanny!’ (ma con un velo di inquietudine in più, almeno nella notevole title-track).

Non certo un capolavoro, quindi, ma un compendio abbastanza riuscito di tanti dei luoghi comuni Eels, riproposti per una volta con un certo cuore e non solo come stanchi esercizi di stile. Quanto basta, tutto sommato, per rallegrarci nella certezza che potremo ancora contare su questo bislacco genio pop-rock.

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I R.E.M: la storia – Stefano Ferreri

<<D’ora in poi dovremo fare a meno degli R.E.M. E al di là dell’eleganza della loro uscita di scena e del riconoscimento di quanto, tutto sommato, quest’uscita di scena potesse essere considerata addirittura opportuna, un po’ di magone, a molti di noi, rimarrà per un bel po’. Ed è già chiaro cosa non potremo evitare di fare. Staremo dietro a Buck e alle sue mille collaborazioni, ovviamente, seguiremo Mills tra i suoi tributi ai Big Star e i suoi progetti solisti, e cercheremo di capire se quel cinquantenne eccentrico e barbuto che Michael Stipe è diventato avrà la voglia di sottrarre un po’ del suo tempo alle sue fotografie e alle sue sculture e alla sua invidiabile vita da intellettuale newyorkese per farci sentire ancora quella voce che un qualche dio benevolo un giorno ha deciso chissà perché di mettergli in gola, perché la adoperasse nel modo sbalorditivo in cui è riuscito ad adoperarla in questi trent’anni passati a incidere i nostri nervi e le nostre carni cantando alcune delle canzoni più grandiose che ci sia mai capitato di ascoltare>>.

E’ passato ormai quasi un anno. Il magone citato su Ondarock da Giovanni Dozzini in questa bella recensione di ‘Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage’ , l’antologia definitiva del gruppo di Athens, rimane e rimarrà chissà per quanto. La consapevolezza che di una bella storia si sia trattato è però consolazione sufficiente. Un concetto che già avevo espresso a caldo e che ora mi sento di ribadire, nell’intro a questa personalissima (e senz’altro discutibile) classifica degli album del gruppo che spero possa essere solo la prima scritta per questo blog.

 17. Collapse Into Now  (2011 – 4,5)

Dopo averli visti dal vivo per la quinta ed ultima volta, settembre 2008, capii che i R.E.M. erano finiti. Una percezione dettata dalla stanchezza, che mi parve evidente nonostante l’impegno realmente ammirevole, e che forse era un po’ anche mia. Avrebbe dovuto finire con quel grande tour la loro avventura, sarebbe stato perfetto. Il problema di ‘Collapse Into Now’, in fondo, sta tutto in questo ritardo non più giustificabile. Nessuno avrebbe preteso la reinvenzione della ruota a questo punto, nessuno gli avrebbe chiesto un’urgenza di cui si erano perse le tracce ormai da parecchio tempo. Una chiusura più decorosa sarebbe stata sufficiente, in pratica un addio in silenzio, ma per troppo amore verso i fan hanno commesso un ultimo passo falso, uno dei pochi peraltro. Pur con tutta la buona volontà, mi tocca ammettere che ad oggi non riesco a riconoscere‘Collapse Into Now’ come un loro album. L’ho ascoltato pochissimo e dubito, soprattutto, che lo ascolterò ancora in futuro, non posso farci niente. Il songwriting è appannato come non mai, la produzione magniloquente ma dozzinale, il sound inutilmente muscolare e Stipe spesso poco convinto e poco convincente. La band fa quello che può con il mestiere, in un ambito di riferimento (sbrigativo pop-rock mainstream da stadio) francamente avvilente per chi ha amato fino allo stremo le ballate introspettive ed il jangle-pop degli anni d’oro. Encomiabile il vecchio Buck, l’unico a tenere su la baracca per quanto possibile, anche se l’inflazione di pezzi veloci e rombanti non riesce a silenziare un vuoto di idee generalizzato e disarmante, ben reso dalla (oggettivamente bruttissima) copertina. Il fatto che ‘Überlin’ sia l’episodio migliore, dice praticamente tutto. Continua a leggere

Sun Kil Moon, “Among the leaves” – di Stefano Ferreri

Sunshine in Chicago makes me feel pretty sad
My band played here a lot in the ’90s when we had
lots of female fans, and fuck, they all were cute
Now I just sign posters for guys in tennis shoes.

Il blocchetto degli appunti riporta in cima il suo nome e la scrittura è quella.
Non lo riconosceresti altrimenti, tra titoli chilometrici ed una copertina insignificante, da quaderno di brutta. Il desiderio di anonimato ti sorprende, come la rinuncia alla bellezza impagabile di quelle sue istantanee sgranate ma illuminanti. Anche le storie che porta in dote, in fondo, sono umili e dimesse. Non più la morte giovane e beffarda di un pugilatore orientale caro agli dei. Non il baratro esistenziale del più romantico degli assassini seriali, né gli sprofondi di un nihilismo sempre a tutto campo e sempre a pieno fuoco. Al contrario, un’antologia di sincere annotazioni accatastate alla meglio, private, lontane anni luce dalla ferocia universale e dagli amorosi sensi feriti dei pittori della casa rossa.
E’ un cantautore estremamente intimo e confidenziale quello che si lascia sbirciare dalla finestra di ‘Admiral Fell Promises’, lasciata aperta questa volta per un salutare cambio d’aria. Canta e suona per se stesso senza curarsi delle orecchie curiose, giù in cortile. Il tono è insolitamente solare e fresco, pur nell’assoluta parsimonia degli arrangiamenti, quasi casalingo visto il clima di serena tregua dalle angosce cristallizzate del cantastorie tormentato. Che nemmeno sarebbe lo stesso senza quel felice acume autobiografico, pasta spalmabile a base di ironia finissima ed equilibrio molto faticosamente conquistato. “Non volevo lasciar assopire me stesso, o altri, con la quintessenza dell’ennesimo Mark Kozelek”, ha raccontato lui con l’impeccabile amarezza del suo miglior sorriso. Ecco quindi la più grande serata di tutta una vita, confessata con la ritrosia patetica del vero campione di auto-deprezzamento. Ecco il mal di schiena tiranno che reclama non meno di otto ore di sonno, ed i molesti quarantenni in scarpe di tela al posto delle carinissime groupie di un tempo. Non la diresti la stessa penna di chi andava predicando il suicidio come un vangelo ed implorava al padreterno la benedizione di una pioggia senza fine. Ma oggi quei capelli sono sempre più corti e sempre più radi. Ha fatto capolino un po’ di pancia, chissà quando, e lo “straordinariamente talentuoso ma non così attraente uomo di mezza età” si è scoperto fragile all’improvviso, pur con lo stesso sguardo severo all’apparenza che indossava venti anni fa. Niente più voglia di stravolgere gli AC/DC per renderli interessanti, o i Modest Mouse, per un tributo da indirizzare prima del tempo.

La sua voce sacrale entra nelle pagine di questo notes come la fiamma di un cerino in un buio cosmico, nell’alone gli svolazzi in slow motion della chitarra colibrì. Il nylon delle corde tradisce l’impulso di un songwriting finalmente sgravato dai calcoli e dalle cure maniacali, non più spagnoleggiante, ancora non elettrico. E ridotto alla sostanza espressiva e melodica, avvicina il grado zero del suo stile come ai tempi di ‘Down Colorful Hill’ – rigore, pulizia, pause ed illuminazioni – ma senza più quel canto invariabilmente distaccato e di sublime rassegnazione. Nella dedica all’amico artigiano ormai scomparso, lo scopri capace di una dolente e più corposa umanità rispetto al velo di insondabile ed oscura malinconia che rese la pelle d’oca di quei primi, sconcertanti dischi. Anche con la musica ridotta ad un trasparente accessorio di sfondo, anche nella frugalità affettuosa e fragile del suo incedere, Mark sa essere incredibilmente intenso ed evocativo. Il sole uccide la luna, sembrerebbe vero. Rarefatto e gentile in una doppia, elegiaca ninnananna, travestito da affilato desert folker oppure narcotico ed inesorabile in un filler di cordiale brutalità. E poi, bestemmia a parte, il mood intimo e vanamente giovanilista del Thurston Moore acustico, ancor più del solito Neil Young sulla spiaggia desolata, dei Simon e dei Garfunkel destati da un lungo viaggio mesmerico o di tutte le altre eroiche figurine dei bei tempi che furono, John Denver e Cat Stevens in testa.
Ti soffermi a fissarlo, più che ascoltarlo, e credi di aver riconosciuto il nuovo standard: meno etereo e più concreto rispetto alla norma quasi mistica delle sue esibizioni in questa o quella chiesa, più voracemente attratto dalle fascinazioni spicciole e un po’ crude del quotidiano, dagli umori altalenanti e dalle miserie belle del vivere marginale. Il respiro è corto, lontano il piacere fine a se stesso delle speculazioni sui massimi sistemi. Una considerazione esatta e bugiarda nel contempo, perché a tratti si riaffaccia l’angusto miniaturista con le ossessive orlature d’inquietudine del mai accreditato Nick Drake, con il broncio di ritorno e quel tono sempre così poco incline alle false speranze. I monotoni ed irresistibili cerchi di accordi descrivono come meglio non si potrebbe la routine di un amore giovane esposto ai rigori dell’inverno dei ricordi, mentre l’amore adulto, l’ispirazione, è pura fatica di Sisifo. Un cambio d’abito via l’altro e si convalida il rifiuto di tutti i filtri di coesione e di sintesi, mostrando a chi ascolta i tanti volti di un autore difettoso, non facile, mai accomodante. Sopravvivono così le impressioni seppiate, la grana sovraesposta degli scatti migliori e quelle vecchie montagne russe dimenticate, miracolosa architettura di ferro e legno ed insieme luogo d’elezione per un maestro di contemplazione nostalgica. Chi ha particolarmente amato la sua seconda stagione sarà saziato dall’unica sortita dell’elettrica in ‘King Fish’, ritorno agli spettri della grande autostrada, con quell’inclinazione tra il torvo e l’estatico che è autentica epica kozelekiana. A tutti gli altri basterà perdersi nel lungo brivido di franchezza della spoglia, luminosissima ‘Black Kite’, ultimo e più indecifrabile bozzetto sul taccuino.
Tutta la meraviglia dei Red House Painters abbandonata e confusa dentro sfumature ormai indefinite, senza più nemmeno l’urgenza di colmare il silenzio tra una nota e l’altra.

Stefano Ferreri

LIGHTSHIPS – ELECTRIC CABLES – di Stefano Ferreri

E’ bastato poco più di un anno. Un pugno di mesi dedicati a quei progetti che nemmeno ricordavano di aver mai cullato, ed il circolo degli eterni goliardi ha idealmente chiuso i battenti.
Idealmente, come dire per scherzo. Come un semplice azzardo di chiaroscuri semantici o un ardito proclama vergato in politichese. Ad un’occhiata fugace i Teenage Fanclub sembreranno infatti ancora immobili al loro posto. Tre campanelle sempre affiancate sul tavolino, ma senza più palline in pancia da scovare. La gioiosa truffa del pop si frammenta nelle collateralità autografe dei suoi prestigiatori e trasloca su marciapiedi diversi. Nulla cambia eppure tutto sarà diverso adesso che anche l’affabile Gerard Love è uscito di casa. Appena il tempo e lo spazio di una passeggiata, sembra giustificarsi lui, ma gli si crede solo per ricambiare la cortesia infinita di questi anni. Dopo il catchy sbalestrato dell’accoppiata Norman Blake & Euros Childs nei Jonny, dopo i buoni propositi da chioccia per Raymond McGinley negli Snowgoose, anche per il più bonario bassista dell’universo è arrivato il momento del fatidico passo avanti. Un esordio senza i compagni concretizzatosi oggi che l’anagrafe scozzese gli attribuisce quarantacinque sorprendenti primavere, e che nemmeno ci sarebbe stato senza le gentili pressioni di qualche cultore entusiasta alla Domino, accolte alla fine dal Nostro previo arrocco in copertura dietro le tranquillizzanti maschere di un alias romantico e di una spensierata conventicola di amici.

Negli ultimi tempi si era limitato a giocare con i pastelli colorati, pardòn, con i Pastels, sui piccoli palchi di qualche club europeo. Un incontro di anime affini tradotto presto in complicità, anche nella predilezione per i tenui cromatismi o le armonie vaghe e nondimeno insinuanti. In linea con i propri cangianti paesaggi emotivi e quasi in omaggio al cognome che porta, il sempreverde Gerard ha scelto di battezzare questa sua nuova incarnazione con uno di quegli album che i soloni della critica non tarderebbero a definire “atmosferico” oppure “languido”, ostentando intrepidi tutta la sfrenata fantasia di cui sono capaci. Non sarebbero nemmeno lontani dal vero, per una volta. Love ha cura di sceneggiare un’unica, rilassata dissolvenza. Dipinge con taglio impressionista e sfuggente, con una pacatezza che rasenta il patologico, e le pennellate si fondono davvero in scenari di grazia morbida, sospesa, trasognata. Fin troppo compassati nella coercizione di quella sua maniera discreta, con la linea melodica basica scandita dalle tastiere che tende per sua natura all’ordito ipocalorico. Così è l’indie-pop di Love al netto della scoppiettante verve e dei calembour dello zio Norman, l’incontenibile guitto delle Alcoholiday e delle Neil Jung. Diafano, remissivo, non adulterato. Ma anche finemente lavorato a cesello: decori spiccioli di fiati, pennate in tremolo ed agili orlature di pedal steel. La coerenza dello stile lascia ammirati. La sobrietà è padrona cortese e non invalida all’ascolto tutte le suggestioni della più bella voce dei Fannies, quella dolcezza riservata del falsetto che in oltre vent’anni di carriera non ha mai prestato il fianco alle lusinghe deteriori della nausea. Allo stesso modo anche la scrittura non rinuncia a gratificare i più pazienti lasciandosi riconoscere, per quanto dilatata in chiave elegiaca, ininterrotta fascinazione alla moviola.

Pur senza il barbaglio radiofonico o gli affondi populistici delle ‘Don’t Look Back’ e delle ‘Sparky’s Dream’, le nuove canzoni si mantengono in un loro fragile ma miracoloso equilibrio, flemmatiche come vini da decantazione e insieme amabilmente frizzantine. Vigna e vignaio sono sempre gli stessi mentre la fermentazione si è fatta più lenta, pur non escludendo in corso d’opera l’appagante e passeggero diletto di un’illusione. A tratti la magistrale disinvoltura easy del ragazzo dagli occhi di ghiaccio riaffiora infatti con le brezze leggere del periodo ‘Howdy!’, attenta al dettaglio ma con l’intatta premura dell’immediatezza. Lui che cantava l’urgenza di una ferma direzione sembra aver trovato finalmente la quadra, ben calibrata tra l’incanto argenteo del presente in solitaria e la squillante vitalità fuzzata dei fasti dorati con il gruppo. Oro ed argento, nuance estreme in quella che è anche un’eccellente riflessione sulle qualità luministiche della musica. Inatteso maestro del soft focus, puntuale nel rendere con il flou dei contorni il chiarore vaporoso del mattino o il sole pallido ma affettuoso dei ricordi, Gerard svela in ‘Electric Cables’ un talento sinestetico tutt’altro che comune. Il congedo di ‘Sunlight To The Dawn’, va da sé, ne è una brillante testimonianza oltre che la più riuscita concessione ai propri trascorsi. Indugia appena sulla bellezza di ieri conservando lo sguardo impassibile e sereno del contemplativo, come riassaporare i polverosi fotogrammi di un Super 8 in un clima di distesa evasione, senza particolari nostalgie. E’ però ‘Photosyntesis’, il titolo che meglio racconta la pace adulta e silenziosa del nuovo Love. Purezza imperturbabile della trasformazione. Chimica onesta. Luce filtrata che si fa linfa. Quiete laboriosa e indifferente agli stupidi crucci del mondo.
E tutto questo nell’arco di una sola, frugale passeggiata nel parco dietro casa.

Stefano Ferreri

Mark Lanegan Band, “Blues Funeral” (4AD, 2012) – di Stefano Ferreri

Mark l’ha fatto ancora. Difficile dire come ci sia riuscito, così tanto tempo dopo l’ultima volta e sull’onda di un azzardo insolitamente confezionato, ma quel che conta davvero è il risultato, qualcosa che rasenta il miracolo. Un nuovo disco di Lanegan e solo di Lanegan, nonostante il dettaglio della parola “band” sulla copertina, è già di per sé un evento. Dopo ‘Bubblegum’ ed il relativo tour, il tenebroso rocker statunitense confessò in più di un’intervista che un seguito sarebbe arrivato a strettissimo giro di posta, che molte idee erano già state abbozzate e, insomma, si sentiva ben disposto a battere il ferro ancora caldo fatti salvi eventuali intoppi di percorso. Non so se sia corretto considerare Isobel Campbell uno di tali inconvenienti, visto che due dei tre album realizzati nel frattempo con lei da Mark mi sono anche piaciuti, né saprei dire se il volume delle numerose collaborazioni / ospitate imbastite dal Nostro come i grani di un rosario sia davvero la causa unica di un così cospicuo ritardo. Sia come sia, restano gli otto lunghissimi anni tra la precedente fatica solista e questo nuovo ‘Blues Funeral’, un intervallo di tempo siderale ed in fondo non giustificabile. L’impressione – dopo un’adeguata razione di ascolti – è che comunque ne sia valsa la pena, indipendentemente dalle legittime recriminazioni sul conto dell’eroe navigato della Seattle che fu. Basterebbe da solo l’atteggiamento, sfrontato ed intelligente, con cui le nuove canzoni si presentano: illudendo. Promettendo una rivoluzione che sa tanto di specchietto per le allodole (i critici, che in linea di massima non sembrano aver troppo apprezzato) e rimane di fatto tutta sulla carta. All’innegabile dirottamento dell’orizzonte sonoro non corrisponde infatti un analogo cambio d’abito mentale, e il disco va quindi articolandosi come una profonda e puntuale riflessione sul passato dell’artista. Si riparte, inevitabilmente, da dove ci si era fermati ai tempi di ‘Bubblegum’, con una ‘Gravedigger’s Song’ che puzza di fuliggine e pistoni né più né meno della vecchia ‘Metamphetamine Blues’. Proprio quell’animo rock torbido e siderurgico riesce ad imporsi sui foschi artifici formali approntati per il nuovo lavoro quasi fosse un istinto insopprimibile, con meno sfumature rispetto alle precedenti e più ortodosse produzioni  ma fondamentalmente con tutto ciò che serve al posto giusto. Non si potrebbe spiegare altrimenti il tono aggressivo e pestone oltreché squillante dietro l’irresistibile pastrocchio di ‘Quiver Syndrome’, ibrido impossibile (e felicemente pacchiano) tra gli Screaming Trees galoppanti di ‘Uncle Anesthesia’ ed i Dandy Warhols più esuberanti e pop. La dark-wave (o cold-wave, che dir si voglia) si ritaglia un ruolo da protagonista come eloquente in uno dei pezzi di punta, ‘Grey Goes Black’, ma è innegabile che i cupi pastelli colorati ed i synth abbiano su la stessa identica polvere che ammantava le chitarre elettracustiche delle ‘Field  Songs’.

Un po’ a sorpresa per chi temeva da lui il passo falso (che non arriva), Mark convince proprio per l’abilità con cui ha saputo piegare la forma alla sostanza evitando di svilire lo stile nella maniera, lasciandogli seguire al contrario la propria più intima natura di cantautore. In pochi avrebbero saputo rendere tanto autentica e naturale una sterzata espressiva rilevante come questa, senza cadere nel ridicolo o quantomeno in una sgradevole sensazione di artefatto. Ancora capace di un romanticismo d’altri tempi, Lanegan si è rivelato inappuntabile nel non sacrificare classicità ed epos alle sirene di un suono oggi di moda , riuscendo nell’impresa di conciliare questi suoi tratti peculiari con l’estetica nuova, elegante e funerea, che da smalto ad un pugno di irresistibili murder ballads. Nondimeno il Nostro ha voluto conservare – in linea con il titolo scelto – quell’impronta blues che è da sempre nel suo bagaglio d’artista, per quanto oggi trasfigurata da questo make-up sonoro tetro e modernista. Le atmosfere agri di un passato non troppo distante, ricontestualizzate da sottili sporcature o da inserti volutamente incoerenti (‘Deep Black Vanishing Train’), un finale degno dell’epica ruvida di ‘Whiskey For The Holy Ghost’, perfino gli spifferi di un’inquietudine che chiama in causa i migliori fantasmi dell’era grunge (Cobain il riferimento scontato in ‘Leviathan’): a uscire realmente esaltata da questo spericolato viaggio a ritroso è la protagonista di sempre, quella voce allucinante e catramosa. Che satura gli interstizi armonici di un nuovo, magico esorcismo metropolitano (‘St. Louis Elegy’), o si lascia incorniciare da un contesto sonoro alieno ma mai sopra le righe, anzi, sempre impeccabilmente al suo servizio: tastiere liquide, elettronica retrò a manciate, drum machine inesorabili (‘Harborview Hospital’, che sembra una di quelle vecchie pellicole del cinema muto colorate ad acquerello). Se i singoli episodi convincono, è il disco nel suo complesso a funzionare come affresco coerente ed ammaliante: quel che ci si aspetta da un Mark Lanegan in buono stato di forma quale è a tutti gli effetti l’autore di ‘Blues Funeral’ , album capace di commuovere, affascinare e spiazzare (‘Ode To Sad Disco’,  tutto un programma) assumendosi tutti i rischi del caso senza commettere ingenuità o passi falsi. Quando si parla di fuoriclasse…

Translations – audiolibro di poesia per iPhone/iPod/iPad

Audio libro di poesie: 25 testi da Paul Muldoon, John Koethe, Philip Gross, Gerard Manley Hopkins sono tradotti in italiano da Giuseppe Cornacchia, che inoltre legge le sue stesse versioni. I testi originali in lingua non sono riportati.

http://itunes.apple.com/it/app/translations/id499090484?ls=1&mt=8

Nota a margine: scaduto il biennio di vincolo, ho sciolto il contratto con Lampi di Stampa e ritirato dal mercato il mio “Tutte le Poesie (1994-2004)”, ISBN 9788848810210, recuperando i pieni diritti sul mio materiale. Ho adesso in programma la realizzazione di un volume unico, omnicomprensivo (poesie, racconti, teatro, noterelle saggistiche e critiche), in formato elettronico.

Low – C’mon – di Stefano Ferreri

Arte e confusione, nient’altro che cuore. L’autoritratto dei Low, versione duemilaundici, suona anche come una delle più belle descrizioni della loro musica di oggi e di ieri. Il celeberrimo Piero Scaruffi ha provato a raccontarla in maniera meno folgorante ma ugualmente valida, riconoscendo nel loro stile l’equivalente rock dell’haiku giapponese, del mantra tibetano, dell’aforisma greco. Abiti sonori intessuti con la stessa estatica compostezza delle poesie nipponiche – così potenti nel loro olimpico equilibrio – per quanto non estranei alle lacerazioni dell’angoscia ed al dolore. Seguendo il filo dell’accostamento, viene quasi naturale considerare Alan Sparhawk e Mimi Parker sarti più talentuosi di tanti apprezzati guru della metrica come Michael Stipe, che dei componimenti haiku hanno fatto una specie di personale ossessione. Eppure, a cercarla bene, anche nella sterminata discografia dei R.E.M. è possibile intercettare almeno una grande canzone per cui valga l’asserto del discusso critico musicale. Una di quelle in ombra, penalizzate magari dalla convivenza gomito a gomito con il più populista di tutti i loro pezzi killer. Ecco, sinceramente si può dubitare che dietro l’ironia di questa identità vi sia qualcosa più del semplice caso, ma appare comunque preziosa la coincidenza affidata al titolo del brano in questione, Low per l’appunto. Anche il testo è curiosamente opportuno, in linea figurata. Certi passaggi sembrano rivelare con qualche anno d’anticipo alcuni segreti del credo slowcore, dell’arte della band di Duluth ed in particolare di questo suo nono LP: “Moving in a still frame”, movimento nella cornice di un fotogramma fisso, l’essere evocativi anche dietro le dinamiche rallentate del sostanziale; “I skipped the part about love”, il medesimo pudore nel trattare le fiammate affettive che ora torna in un episodio come ‘$20’, vero inno all’amore incondizionato e disinteressato, quello che non ha bisogno di legende o sottotitoli per essere raccontato. Alcune canzoni sembrano burro, altre ostentano la fragranza dei dolci fatti in casa ed il solo fine è il bene di chi ascolta. ‘C’mon’ non impiega molto per palesare un potenziale archetipico ed una concretezza semplicemente clamorosi. Ogni dettaglio è cruciale nella sua franchezza, nulla è superfluo o, a giochi fatti, accessorio. Nulla va sprecato. Non una nota, non un watt, mentre la bussola indica sempre e comunque la direzione del cuore. Banale la poetica dei coniugi Sparhawk non è mai stata – è pacifico – ma qui la sintesi di emotività e linearità comunicativa raggiunge esiti davvero notevoli. A livello musicale l’approdo è una identica essenziale significanza. I Low risultano eclatanti e trascinanti senza mai forzare: nella lentezza, negli scarti melodici infinitesimi, nell’accennare contrasti di luce destinati a farsi via via sempre più perentori. Nel giusto contesto il fascino ipnotico di queste nuove creature può seriamente causare assuefazione: lo lasciano intendere l’energia trattenuta a stento di ‘Majesty/Magic’ e soprattutto il placido incedere di ‘Witches’, elegia spain-iana in cui il cantato di Alan gioca di mimesi con quello di Josh Haden, uno spirito affine. Dopo certi automatismi pop di ‘Great Destroyer’, forse non troppo bene assortiti con la radicata indole introspettiva del gruppo, dopo l’autismo minimalista e la disperata claustrofobia sentimentale di ‘Drums and Guns’, ‘C’mon’ potrebbe dare l’erronea impressione del passo del gambero, ma la verità è un’altra. “We need to figure out how to get through the next moment, together, as human beings”: una supplica laica, non certo da mormoni infervorati, l’appello capace di conferire un tono definitivo ai propositi umanitaristi dei Low. Il disco è una proiezione di questo spirito, assemblata nella stessa chiesa sconsacrata in cui Tom Herbers e Tchad Blake aiutarono a rendere l’urgenza di ‘Trust’. Stavolta la rifinitura è avvenuta a Los Angeles per mano di Matt Beckley, uno sin qui abituato al futile pop milionario delle Katy Perry, delle Avril Lavigne e, sì, delle Paris Hilton. Idea vincente. Quello di ‘C’mon’ è davvero un prodigio esteso al popolare, Easy Listening che si fa adulto svelando una sua terrena solennità. Non sono i paradossi che sembrano. Per una band a proposito della quale si è spesso tirato in ballo l’appellativo “aulico”, ha senso parlare di una nuova e più tangibile epica (ed etica, anche), una moderna classicità forse meno bruciante rispetto ai capolavori riconosciuti, meno sanguinante, ma più matura. Sentimento del tempo e Sehnsucht sono sempre incendiari. In più si impone un’atmosfera di pacificazione diffusa, dopo le asprezze del passato remoto e la presa di posizione politica ed antimilitarista del lavoro precedente: il clima si fa estatico, fiero, anche in momenti più drammatici come ‘Done’, anche quando la malinconia parrebbe destinata a tracimare. Soprattutto non c’è più spazio per la rassegnazione, specie in un finale (‘Something’s Turning Over’) che suona come ultima chiamata al Carpe Diem e svela corrispondenze impressionanti con la freschezza autunnale degli Yo La Tengo più appagati, come se dopo un lungo percorso anche questa coppia di rocker avesse trovato il proprio little corner of the world. “Andiamo!”, dicono loro, cadenzando la riscossa con il lungo memorabile refrain in crescendo di ‘Nothing But Heart’. Meno irrisolti, meno problematici, meno cupi di un tempo, ma con uno sguardo forse mai tanto lucido ed esatto. Netto come il primato della sintesi nella scelta delle parole, soppesate una ad una per mettere ordine nel proprio irriducibile garbuglio interiore. Arte e confusione possono convivere in fin dei conti, ma solo grazie al cuore.

Il gigante – di Stefano Ferreri

[Proponiamo due vecchi pezzi dedicati a Vic Chesnutt, a quasi due anni dalla scomparsa.]

9 marzo 2009

Vic Chesnutt è forse il mio massimo eroe in ambito musicale. Il termine eroe non ha neanche troppo senso, in realtà ho smesso di avere eroi da quando ero in tenera età e mi cullavano la vita certe figure forti, soprattutto all’interno della famiglia. OK, gli eroi non esistono, ricominciamo il discorso. Vic Chesnutt è un grandissimo personaggio, forse quello che preferisco in ambito musicale. Banalizzare il senso dei propri argomenti parlando un po’ a sproposito di eroismo mi porta fuori strada. L’eroismo non è certo del ragazzino che si ubriaca e si schianta con la macchina. C’è la pena nei suoi confronti, che passa sopra tutto il resto. Ma l’eroismo è quanto di più fuori luogo. Ci sarebbe la rabbia per chi getta alle ortiche la propria vita e potrebbe fare lo stesso di quella altrui, il ché è anche peggio. Certo a diciotto anni si può sbagliare. E’ umano farlo ed è umano riconoscerlo. La parabola di Vic, dalla caduta alla riscossa, non è altro in fondo che un grande racconto di umanità. E ha dentro talmente tanto di questa materia che ci si può confondere parlando di eroismo. Vic Chesnutt non è un eroe ma una specie di gigante. Un piccolo grande uomo ed un piccolo grande cantastorie, senza eguali.

Per me ha rappresentato un tassello fondamentale. A sedici anni ascoltavo quasi esclusivamente dischi mainstream pubblicati dalle major e lanciati nella programmazione della MTV (americana) in heavy rotation. Dischi che oggi non ascolto praticamente mai ma dei quali non mi vergogno: Pearl Jam, Soundgarden, Nirvana, Radiohead, R.E.M., Smashing Pumpkins, Soul Asylum, tanto per citare i migliori. Di alternativo nulla eccetto un piccolo gracchiante folksinger di Athens. Come sempre all’epoca, mi bastò leggere da qualche parte di questo menestrello vicino di casa della mia band preferita, prodotto nelle prime incerte uscite discografiche addirittura da Michael Stipe (non Peter Buck, come sarebbe stato logico). Mi imbattei in tutti i primi dischi di Chesnutt da ‘Rock & Folk’, che all’epoca non stava ancora in via Bogino bensì in via Viotti. Facevo quinta ginnasio, spendevo tutti i soldi in dischi, anche se i soldi erano veramente pochi, diciamo buoni per un paio di CD al mese. Per questo motivo quella volta decisi di acquistare il primo album di quel cantante misterioso e quello nuovo nuovo, ‘Is The Actor Happy?’, anche perché avevo letto che Stipe cantava in un brano. Costavano una bella cifra come da tradizione di quel negozio di sanguisughe e non me ne capacitai: non riuscivo a capire perché dischi di etichette e artisti sconosciuti costassero anche più dei nomi miliardari sulle label colossali. Mi consolò il bel cartonato di ‘Is The Actor Happy?’. Nel ’95 confezioni non in plastica erano davvero una novità assoluta, soprattutto in Italia. Avevo letto che Vic aveva voluto espressamente che il nuovo disco non avesse i soliti case di plastica come personale risposta alla fragilità: “Cadono e si rompono e io ne so qualcosa di cosa significa essere rotti”.

Entusiasta degli ascolti di quella musica così diversa da quella che mandavo a memoria in quegli anni da adolescente convenzionale (ma non troppo), tornai da ‘Rock & Folk’ neanche un paio di settimane dopo pronto a fare miei anche ‘West of Rome’ e ‘Drunk’. Non li trovai più, qualcuno mi aveva preceduto. Li ordinai e tornai il mese seguente, invano. Riprovai ancora e ancora ma non arrivavano. Intanto uscì ‘About To Choke’, che per fortuna riuscii a trovare. Anche ‘The Salesman & Bernadette’, acquistato addirittura da ‘Ricordi’. Ma quei dischi, stramaledizione, non mi sono mai arrivati. I commessi di ‘Rock & Folk’ mi spiegarono un giorno che la miserabile etichetta di Chesnutt aveva chiuso i battenti e i dischi non si trovavano nemmeno di importazione, che avrei dovuto attendere una ristampa. E così fu, ma nel 2004 o 2005, praticamente dieci anni dopo il primo tentativo. Avrei detto che di Chesnutt non si sarebbe più sentito parlare e invece ogni tanto lui si è fatto vivo di nuovo. Il penultimo passaggio, ‘North Star Deserter’,  è qualcosa di memorabile. Sarò di parte ma credo sia uno dei migliori dischi usciti negli ultimi dieci anni. Uno dei pochi che resteranno e diventeranno ‘classici’. Nell’intervista che gli ho fatto, solo via mail ma comunque emozionante, Vic è stato di poche parole, stringatissimo ma gentile, simpatico anche. Ha annunciato un paio di nuovi dischi già pronti, uno dei quali con Guy Picciotto e i Silver Mt. Zion, di nuovo. Fantastico! Nell’attesa (enorme) di vederlo finalmente dal vivo, questa è davvero una grandissima notizia. Grande come lui.

26 dicembre 2009

Vic Chesnutt ci ha lasciati. Senza troppo clamore, con un’overdose di rilassanti muscolari, farmaci che lui assumeva regolarmente da più di venticinque anni per lenire i dolori del suo scorrere disastrato. Nei testi delle sue canzoni aveva scritto spesso del suicidio. Amava evocare la morte come per esorcizzarla, sin dai tempi di‘Little’, il primo di una lunghissima serie di album mandati in stampa come autentici stralci di vita, prima che d’arte. La musica e la letteratura, scoperte solo dopo l’incidente che stravolse la sua esistenza, si erano subito imposte come la linfa, il motore del suo stoico resistere: al dolore, alla sfortuna, anche alle tentazioni di una comoda via di uscita. Negli ultimi tempi Vic aveva intensificato gli sforzi come se presagisse di non riuscir più a trattenere questa “compagna di tutta una vita” dal regalargli finalmente il riposo sognato. Gli ultimi due lavori, usciti entrambi solo qualche mese fa, sembrano tradire una sorta di stanchezza nella lotta, ma lo fanno paradossalmente con un’autenticità nello sguardo, un acume ed un’intensità che sono in fondo la miglior testimonianza di quel che è stato Vic in questi lunghi anni di malattia: un uomo vero, forte come una quercia, un combattente. Questo scavando fino all’osso, nell’essenzialità della sua poetica, della sua stessa filosofia di vita: in termini di sincerità, di confessione dal taglio fieramente crudo, spontaneo, veritiero. Una scelta evidente sul piano dei testi, la cui schiettezza (‘Coward’‘Flirted With You All My Life’) risulta una naturale evoluzione degli slanci metaforici che appesantivano di ingenuità le prime incerte liriche, quelle in cui il disagio e l’ossessione di sé – quasi il crogiolarsi dell’artista nei panni del derelitto sventurato – avevano anche senza volerlo il sapore della posa e della maniera. Con gli anni Chesnutt ha saputo inquadrarsi e raccontarsi servendosi di filtri sempre meglio calibrati e più straordinari, trattenendosi in una dimensione distante ma emotivamente viscerale, evitando con elegante ironia le facili tentazioni del patetico ma colpendo al cuore l’ascoltatore più libero dai pregiudizi. In questo era riuscito molto presto a cantare se stesso ed il mondo attorno a lui come un universo coeso, sempre strettamente legato, una simbiosi entusiasmante oltre che la sublimazione di un punto di vista originalissimo anche in termini letterari, con una fusione spesso incredibile di registri teneri e caustici. L’umanità di Vic era l’umanità delle sue canzoni, due piani mai tanto indisgiuntibili come in questo caso, con una perfetta coincidenza tra la persona ed il personaggio, il creativo e l’oggetto delle sue crepuscolari affabulazioni, sempre ben visibile sullo sfondo. Anche la musica ha assecondato questa sua esigenza di verità, questa volontà di mettersi definitivamente a nudo. L’incontro con le sottili deflagrazioni rumoristiche di Guy Picciotto e del collettivo canadese dei Silver Mt. Zion andava necessariamente replicato per conferire ai pezzi di ‘At The Cut’ quella vitalità inquieta e nervosa che è la migliore colonna sonora per le sorprendenti parole racchiuse nell’album. Per ‘Skitter On Take-Off’ Vic ha preferito l’espediente di una sobrietà solipsistica, come non si riscontrava dai tempi del suo acerbo e meraviglioso esordio. Dopo averlo anticipato in più di un indizio, Chesnutt deve essersi sentito pronto per lasciare. E lo ha fatto. Il problema ora è mio, e di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di amarlo o conoscerlo. Lo ha scritto con efficacia Kristin Hersh, cantante dei Throwing Muses che con lui avevano diviso il palco in un tour europeo di una quindicina di anni fa. Era un’amica, di fatto ha dato lei l’annuncio della scomparsa di Vic e, per quanto anche lei sentisse come nell’aria questo gesto estremo, ha raccontato in una bella intervista a caldo su Entertainment Weekly che no, non era affatto pronta per pensare a lui come un tassello del proprio passato. Il difficile è proprio questo. Per me quindici anni con le canzoni di Vic, il mio personale passepartout per l’universo musicale indipendente, ed ora mi sento improvvisamente molto più solo. Un amico importante che se ne va, sfiorato appena nella vita reale in uno scambio di mail per un’intervista, poco più di un’ora di concerto, meno di cinque minuti di chiacchiere, l’autografo su un pugno di dischi ed un abbraccio. Sembra poco in effetti, ma lui è stato sempre con me per circa metà della mia vita. Mi ha appassionato, divertito, commosso, insegnato. Ora, come la Hersh, non riesco a mettere su i suoi dischi. Faccio fatica anche solo a pensare alla musica che ha scritto. Come la Hersh ho sempre identificato le canzoni di ‘The Salesman & Bernadette’ con un certo clima natalizio, con un certo calore, candore domestico. Ma come posso riascoltarlo ora che Vic ha scelto proprio il giorno di Natale per farsi da parte? Sembra ridicolo da spiegare alle persone normali che non vivono di musica come me, che non ne fanno una malattia, che non si circondano di antieroi quasi immaginari compilando una personale micro-mitologia pocket da universo parallelo, traendo spunti infiniti per rendere almeno un tantino più preziosa la propria routine. Sembra assurdo spiegare che sento terribilmente un vuoto dentro, per quella parte di me che se n’é andata per sempre insieme ad un piccolo e miserevole cantautore paraplegico, ma è così, davvero. Se questo aspetto è fondamentale e non mi permetterà per un po’ – già lo so – di riaccostarmi a quei pezzi ora così inavvicinabili, se è triste l’idea di un Chesnutt che ci lascia in una fase di febbrile impulso creativo, resta comunque la soddisfazione di averlo visto suonare dal vivo, di averlo conosciuto per quanto marginalmente, di averne respirato la forza ed il carattere e di aver incrociato con lui sguardi e sorrisi, almeno una volta. Questo fino alla prossima, che ci sarà presto o tardi, ne sono certo.

Le stanze in affitto di Fred l’antidivo – di Stefano Ferreri

Non potevo proprio lasciarlo passare inosservato, come la quasi totalità delle uscite non recensite altrove, questo ritorno in pista dopo cinque anni del vecchio Fred M. Cornog. Eh sì. Non soltanto perché si tratta di un album rimarchevole, diciamo ben sopra la sconfortante media attuale, ma anche e soprattutto perché il suo autore rientra agilmente nel novero dei piccoli grandi misconosciuti artisti americani che negli anni novanta erano spuntati come funghi nel sottobosco alternativo ed ora sono quasi in via di estinzione, rassegnati all’anonimato, travolti dai loro stessi eccessi, bruciati e riciclati o molto semplicemente morti. Cornog non è morto, no, e veste anzi come pochi altri i panni dell’autentico sopravvissuto, del miracolato se preferite. Nel suo passato c’é stato di tutto: partito come semplice impiegato con l’hobby del fai da te musicale, delle canzoni apparentemente senza pretese registrate sul suo ministudio Tascam 388, il cantante che all’epoca non aveva ancora moniker d’alcun tipo perse il proprio lavoro e scivolò a rotta di collo in un baratro di alcolismo, dipendenza dalle più svariate droghe e vagabondaggio, finendo a mendicare nella stazione ferroviaria della città degli Yo La Tengo, Hoboken. L’incontro con la collega Barbara Powers, destinata a divenire sua compagna di vita, è stata la vera svolta di un’esistenza che pareva già indirizzata verso un epilogo miserabile. Ripulito, guarito, riequilibrato, Cornog ha trovato uno studio decente in cui sfogare la sua vera passione, una piccola etichetta a gestione familiare (Hell Gate) oltre ad uno pseudonimo artistico che da lì in poi ha sempre accompagnato le sue sporadiche ma preziosissime uscite discografiche. La sfilza delle cassette e dei sette pollici licenziati in pochi mesi a cavallo tra anni ’80 e ’90, in un frangente tanto convulso quanto stimolante, ha fatto breccia presso la mitica Sarah Records, la crema per l’indie-pop mondiale in quel periodo, assicurandogli una visibilità insperata ed un contratto attraverso il quale pubblicare finalmente un EP (il meraviglioso ‘Goodbye California’, 1993) con tutti i crismi. L’apprezzamento di un estimatore importante come Kurt Wagner, leader dei Lambchop e personalità chiave alla Merge Records, è valso come lasciapassare per la tranquillità artistica, con un contratto da lì in poi puntualmente rinnovato ed una “casa” solidissima grazie alla quale costruisi una carriera indipendente ricca di soddisfazioni per quanto sempre e comunque anomala. Non è un forzato del music business o dello star system il vecchio Fred, tutt’altro: scrive e registra solo quando avverte il prurito giusto, non porta mai in tour le proprie canzoni e per mantenersi si accontenta del proprio onesto impiego da commesso in un grosso store di bricolage, dedicando il tempo libero alla moglie ed alla figlioletta di otto anni. Praticamente un alieno nella sua sconcertante ed ordinaria umanità. Forse il segreto della sua magia risiede proprio in questo basso profilo che ha filtrato come per principio ogni sregolatezza, privilegiando solo il genio espresso sempre limpidamente e con la parsimonia di chi preferisce nel frattempo anche vivere una vita fatta di affetti, buon senso, concretezza.

Come detto è trascorso un lustro abbondante dall’ultima uscita, il non proprio indimenticabile ‘What Are You On?’, mentre il capolavoro ‘The Gasoline Age’ ha passato da un pezzo i dieci anni di vecchiaia e l’esordio sulla lunga distanza (‘Shining Hours in a Can’) si avvicina ai venti. Il progetto East River Pipe non ha comunque stravolto le peculiarità di una cifra espressiva sempre molto personale, recuperando anzi qualche punto in termini di incisività del songwriting. ‘We Live in Rented Rooms’ è l’ennesimo disco casalingo della sua produzione anche se lo spirito che lo anima è ben diverso dal pauperismo modaiolo ed insincero (ed anche un po’ sciatto, diciamolo) di tanto lo-fi oggi in circolazione. Anzi, a suo modo Fred Cornog si conferma un cultore appasionato e devoto del pop più raccolto, una prerogativa estetica che il Nostro ha ribadito con ostinata fermezza negli anni. Lo sguardo è rimasto quello di sempre, affettuosamente rivolto alla quotidiana e logorante lotta di resistenza di un’America minore, di eterni perdenti (‘Bring On The Loser’, cantava qualche anno fa nello splendido‘Poor Fricky’), derelitti e piccoli criminali. Se possibile si è anche affinato. Come il buon vino, East River Pipe migliora in questo con la maturità, imponendosi come specchio sempre più fedele di un’ampia realtà da molti ritenuta scomoda o comunque non meritevole di riguardo. Ed il nuovo East River Pipe non perde molto tempo per presentarsi. ‘Backroom Deals’ è perfetta come biglietto da visita e testimonianza di un’intera poetica: tra indole sorniona ed assoluto disincanto (“The whole world is made on backroom deals”), dolcezze chitarristiche e tenero nihilismo, il primo nome a venire in mente è quello del burbero delicatissimo per antonomasia nel medesimo contesto, quel Mark Oliver Everett che nei panni di Mr. E ha dato forma negli stessi anni ad una trama esistenziale ed artistica non troppo distante. A cercarle bene tra le pieghe di ‘Payback Time’ o ‘When You Were Doing Cocaine’ , non è difficile reperire tracce del dignitosissimo candore cantautoriale di Mr. Cornog e della sua estrema autenticità. La prima è una strepitosa nenia polverosa “da reduce” a base di chitarre serenamente fiammanti ma senza scorie lancinanti, angosciosa virulenza o tentazioni enfatiche. La seconda è un voce e piano vellutato, notturno, in cui le riflessioni di Fred riescono dirette e spregiudicate senza smentire comunque la serenità di fondo, quella matura consapevolezza di un artista cui non servono espedienti drammatici o forzature per arrivare al cuore di chi ascolta.

Non nasconde la propria fragilità l’atipico indie-pop all’americana di Cornog, ritagliandosi un’aura di intimismo nostalgico che non ha nulla di affettato e nella sua essenzialità può ricordare il Lennon domestico degli ultimi anni (‘Summer Boy’). Anche nella pulizia rigorosa, nelle frequenti mitigate del piano, nella fede(ltà) incrollabile verso le care vecchie tonalità pastello (‘I Don’t Care About Your Blue Wings’), il cantautore del New Jersey è abilissimo nell’evitare la comoda ipocrisia del melenso e punta al meglio su un modernariato indispensabile, a livello formale, per preservare le canzoni dall’eccessiva obsolescenza già percepibile in sede di scrittura. Soprattutto si apprezza una discreta varietà di soluzioni, sufficiente a caratterizzare in maniera diversa i dieci brani che compongono l’album, senza impedire solo per questo uno sviluppo coerente al disco stesso nel suo insieme. Se la già citata ‘Payback Time’ rivela affinità curiose con i Mercury Rev (innocui) di‘Secret Migration’‘Three Ships’ ricorda la lenta malinconia di Alun Woodward (voce maschile dei Delgados), ‘Conman’rispolvera certi atmosferici voce e chitarra del Wayne Coyne estatico e meno briccone degli ultimi dischi dei Flaming Lips (un titolo per tutti, ‘My Cosmic Autumn Rebellion’) mentre la languida e narcotica ‘Tommy Made a Movie’ mostra più di un’analogia con l’ultimo Destroyer nell’analogo recupero di stilemi pop anni ’80 (ma con più calore). Nel calderone c’é spazio anche per altre reminescenze, più orientate comunque verso la tipicità del marchio East River Pipe (ormai si può a ragione parlare di marchio, considerato lo spessore di una cifra espressiva tra le più riconoscibili dell’indie made in U.S.A.). Difficile non tornare con la mente all’artista che forse più di tutti gli altri ha palesato una chiara affinità nei confronti della creatura musicale di Mr. Cornog, perdendosi nell’incanto, nelle dilatazioni, nel cantato filtrato e nella bellissima coda infiammata di ‘Cold Ground’: Mark Linkous alias Sparklehorse, un grande che con Fred aveva in comune la spiccata sensibilità e molto altro ancora. Volendo ritrovare però solo e soltanto East River Pipe tra i più diretti rimandi, il consiglio è di affidarsi a quello che può facilmente essere considerato il suo nuovo classico: ‘The Flames Are coming Back’ – le fiamme stanno tornando – ironico riferimento al proprio turbolento passato a tempesta ormai trascorsa e felicemente archiviata. Il refrain rompe i consueti indugi introspettivi per dar voce al bisogno di apertura di un autore che, ancora una volta, si conferma solare, comunicativo e toccante come pochi altri in circolazione.

Il vecchio Bob (un omaggio a Robert Pollard e al suo nuovo disco) – di Stefano Ferreri

Se non c’è notizia dietro ogni nuovo album di Robert Pollard, perché perdere tempo a parlarne? Giusta osservazione. Allora, Robert Pollard non fa notizia, mettiamola così, sembra un dato di fatto. Perché scrivere allora qualcosa del suo nuovo album – nuovo finché non uscirà il prossimo, ovviamente, diciamo tra cinque o sei mesi – ‘Space City Kicks’, quando ho lasciato andar via senza mai citarli i suoi quattordici predecessori, o quelli pubblicati a nome Boston Spaceships, o Takeovers, o chissà che altro. Beh, in primo luogo perché mi sembra giusto finalmente spendere due parole per lui. Assurdo aver tirato su il mio blog venticinque mesi fa senza aver mai neanche nominato uno degli autori fondamentali con i quali sono cresciuto negli anni ’90. Un artista più attuale e attivo che mai, oltretutto. Bene, allora approfitto di questa nuova uscita per dire che i Guided By Voices mancano come l’aria nell’asfittica scena del rock indipendente. Ogni anno perdiamo un sacco di tempo a celebrare questi o quegli emergenti, nuove sensazioni, nuove vie alla musica alternativa, nuovi rimescolamenti stilistici per lo più inutili e già decotti al battesimo del fuoco, l’ennesima replica warholiana di repliche warholiane precedenti. A far difetto però non è tanto – o non solo – la qualità sul piano formale. A mancare, non mi stancherò mai di ripeterlo, è quell’urgenza, il sanguinamento nei suoni e nelle parole, la dinamite di una musica che non nasca con le ganasce delle pianificazioni a tavolino, del prodotto di marketing, dell’immancabile strizzatina d’occhio all’ascoltatore. Sembra uno di quei luoghi comuni che io per primo ho sempre cercato di negare e combattere, eppure le classiche buttate giù per gli ultimi due/tre anni non lasciano molto spazio ad una diversa verità: il livello si è abbassato inesorabilmente, già solo un confronto tra gli ultimi due decenni si risolverebbe con esiti impietosi e la tendenza sembra ancora più marcata con gli sconfortanti mesi che ci siamo appena lasciati alle spalle. Giusto parlare dei Guided By Voices e della loro assenza pesante, giusto farlo oggi che Pollard ha licenziato forse il suo album solista più guidedbyvoicesiano e si appresta a riesumare la vecchia band per una serie di concerti americani. Ebbene, con il vecchio Bob tutto è più complesso. Leggi: infarcito, discontinuo, smodato, imprevedibile. E d’altro canto con il vecchio Bob tutto è molto più semplice: lineare (nella discontinuità), riconoscibile, sempre identico a se stesso. Pollard è davvero uno di quelli che non cambiano mai, e grazie al cielo. Mai una virata verso il noise-pop paraculo oggi così di moda (anche se – è certo – ai tempi poteva essere un compagno di banco dei Jesus & Mary Chain); mai un dischetto con le stimmate weird o il rancidume tipico di casa Woodsist, per quanto i pischelli lanciati dalla label newyorkese siano tutti andati a lezione dal maestro elementare (no, non è uno scherzo) di Dayton, Ohio; nessuna inappropriata svolta folk, o country, o dark-wave, o synth-pop, nessuna canzone inquinata dalla solita stramaledetta elettronica. Nient’altro che vecchio rock strascicato, tagliente, rombante, di tanto in tanto confezionato nella carta colorata di qualche squisita primizia pop o dilatato in fugaci miniature post. Ecco, “dilatato” in realtà non è proprio il termine più adatto a fotografare la sua musica. Se c’é un elemento che più di altri ha rappresentato la grande specificità pollardiana nel microcosmo indipendente è stata la sua propensione al frammento, una vera e propria arte in un certo senso. Impressioni più che canzoni, senza riguardo per i canoni delle case discografiche ma con il placet rinnovato della Matador, la sua casa negli anni d’oro.

Questo nuovo disco ha ridestato in me il piacere assoluto provato quasi immancabilmente al cospetto dei Guided By Voices. Dentro gli ingredienti sono proprio gli stessi, ovviamente con meno brillantezza rispetto a capolavori come ‘Alien Lanes’ o ‘Bee Thousand’ ma con intatta la fragranza sincera della musica scritta e suonata con passione, senza ragionarci troppo su. Un giorno forse scriverò un pezzo apposta per la band, magari anche presto se la momentanea reunion si trasformasse in qualcosa di più serio. Per ora posso limitarmi a dire che il primo loro disco acquistato a scatola chiusa è stato ‘Under The Bushes, Under The Stars’, ed è stata per quella mia versione ancora minorenne una mezza folgorazione. L’incontro con quel che aveva un senso definire indie-rock, prima che le etichette fuorvianti della promozione interessata sputtanassero anche quella definizione. In quell’album vive l’essenza artistica di Pollard, una spinta che si intuisce abbastanza nettamente anche nel recente ‘Space City Kicks’ (meno che nei GBV ma comunque più che in tanti altri lavori realizzati da solo, il che è incoraggiante). A lasciare il segno sono certe sgommate di pop-rock schematico e molto alla mano, in questo caso particolarmente ben riuscite: pezzi limpidi e trottanti come ‘Touch Me in the Right Place At the Right Time’, ‘Something Strawberry’, ‘Stay Away’ e soprattutto ‘I Wanna Be Your Man in the Moon’ – sofficemente rock, ruvidamente easy – canzoni che il vecchio Bob non ha mai smesso di scrivere e che a me hanno ricordato quasi subito l’immediatezza compatta di ‘Mag Earwhig!’. Ecco, avrei voluto scrivere “del capitolo più accomodante e curato della sua discografia”, poi stamattina ci ho dato una ripassata e…beh…non l’ho trovato certo meno incendiario degli altri episodi. Il ché in un certo senso andrebbe a ridimensionare proprio ‘Space City Kicks’, cosa che non ho intenzione di certificare. Il nuovo Pollard, come il vecchio, è gradevolmente arruffato e sbilenco (‘Sex She Said’), gronda riverberi e non lesina sulle bordate di sano nichilismo, sempre e comunque rispettando il verbo bozzettistico della vecchia formazione. Dall’uomo che ha sconfitto anche Nick Saloman a.k.a. Bevis Frond alle olimpiadi dell’incontinenza e della sovraesposizione discografica, era lecito attendersi non solo LP a scadenza fissa ogni cinque mesi, ma anche opere stipate all’inverosimile di brani. Non fa eccezione questo titolo più recente anche se, fermandosi a 18, forse è addirittura sotto media. Per il resto tutto quanto coincide con l’impronta sonora che Bob ha sempre regalato di sé: tornano a fare capolino la bassa fedeltà rumorista (‘Picture a Star’, l’iper-pollardiana ‘Spill The Blues’), l’amarezza gentile in salsa elettracustica (‘Woman To Fly’: il genere è ‘Not On War’, per chi la conoscesse), incubi sonori tutti laminature e cambi di ritmo (‘Children Ships’) e addirittura motivetti unplugged con il dono della sintesi (‘Into It’). Già, il dono della sintesi. Beh, nel vecchio Bob questa è sempre stata una preziosa certezza e guai a parlare di riempitivi anche se di rado si va sopra ai due minuti di lunghezza. Pure dei mini-segmenti come questi sono abbastanza se riescono a tradursi in veri e propri inni al disincanto: anche a questo giro ce ne sono diversi, dalla superba (autobiografica?) ‘Follow a Loser’ alla deriva decadente di ‘Tired Life’, ritratto impeccabile del rocker indifferente che non nasconde se stesso né la propria ostinata riluttanza al compromesso. Il vecchio Bob, appunto.