Perché? – Angelo Rendo

È da qualche anno che me ne chiedo il perché – e di regola subito dopo che mi capita – poi passa, mestamente, e non sono più incredulo. Tutte le volte una mortificazione – nel momento del distacco della mia guancia dall’altra che fronteggio (ché solo la guanciata ahimè rimane) – sento, e sento che mi cade la faccia, tuttavia non arrossisco e tengo botta tanto è il principio di fede, e la sua fine.

Eppure la lavo, ve lo assicuro, e nemmeno vi venga in testa che sia sporca, o sudata, in tal caso mi premurerei io per primo a scusarmi per il fatto che proprio non ve la posso dare.

Che forse è troppo formale, consunto, datato, freddo, artificioso questo gesto? Fa cadere prima ancora le braccia, e dunque ancora pensi a porgerla, Angelo Rendo, sveglia!? O forse che è diventato un atto troppo intimo, o lo è sempre stato, e io non c’ho mai fatto caso? O è da tonni palamiti? Insomma, io la do sempre, e continuerò a farlo, non mi stanco, ma sono nove su dieci le donne che me la rifiutano, la stretta di mano, gli uomini, gaudenti e babbalucchi, invece, apprezzano, e si slanciano

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TOTEM E BACCALA – Angelo Rendo

 

L’allestimento scenografico della Convention dei riformisti del Pd, riuniti in questi giorni a Montecatini – con quel retropalco e quel palchetto oratori (e quelle altre quattro poltroncine per altrettanti pesci guizzanti da inscatolare) che sembrano mimare le mitiche confezioni dei bastoncini a base di merluzzo Capitan Findus da 18 e 12 rispettivamente – non pare a voi mostrare stilemi controriformistici?

MOPINO – Angelo Rendo

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A Donnalucata, nella chiesa di nuova costruzione dedicata a San Giorgio Martire, un leggio mostra chiaro e tondo come la divinità abbia direzione e luogo proprî, mentre all’ufficio umano sia giustamente destinato il reparto della retroguardia.

Per una pia visione, la freccia più grande si dirige in ogni luogo, a ben vedere, ruota; in basso ci si nasconde.

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“Chi ci cali manichi, sbotaccilli! Ci n’è putienza ri cauru!! – una bizzocca impertinente così comandava ad Adriana – ligia a sistemarmi le vesti, prima di entrare in chiesa, ieri – come se quel tonno palamito non fosse in sé, nel saio, non fossi io, ma chissà dove. Buonasera, signora.

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Ci tenevo tanto a che il mio nipotino da grande potesse appellarmi ‘mopinu’, ovvero ‘padrino mio’, che prendesse in prestito quella forma sincopata e sincratica – che tanto mi piace – in uso nel versante occidentale della provincia ragusana (non ad oriente, ché è ‘ma parrinu’) e me la rivolgesse con insolenza. Lo farà, contravvenendo alla fede, la quale dice che c’è un solo Dio, e non è ‘tapino’.

VIA ANGELO RENDO snc – Angelo Rendo

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Resiste da sei anni questa scritta. In una casa di campagna di via Angelo Rendo senza numero. Per chi non lo sapesse, e si trovasse a venire dal mare, da Donnalucata, per esempio, direzione Scicli, appena oltrepassato il bivio di Contrada Cerasella, la via Angelo Rendo è la prima a destra, all’inizio della “‘Cchianata ri Gianisi”, ricadente in quella che un tempo era detta Contrada Scalamarina – Livia. Per chi lo sa, e siamo in quattro, faccia di non saperlo, dimenticarlo. Conta l’interno, la pennellata che graffia quel muro rosso voracemente, lambendo minacciosa una canina crepa dell’intonaco. Finiranno entrambe, mentre le strade sono infinite.

Culottes – Angelo Rendo

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Per la Festa di San Salvatore al Villaggio Jungi di Scicli, in periferia, si è optato, stavolta, per una illuminazione “a culottes”.

In centro, a Pasqua, se ben ricordiamo, si erano preferite luci “a perizoma”.

La castigatezza, prerogativa del centro, è finita in periferia. Il centro si pensa possa sopportare l’essenzialità. Può tutto il centro.

I DOLCINI DI MARCO – Angelo Rendo

[Le opere pittoriche di Marco quotidianamente mi passano davanti agli occhi, spesso mi afferrano, e capita che io inizi a tastarle, girarvi intorno, chiamarle all’amicizia.]

Cosa ce ne facciamo di questa pittura, se non la liberiamo dai rumori che la infestano, cosa di questo atto dell’inermità, se non gli chiediamo sapore?

I dolcini di Marco Bettio non consolano, non fanno venire l’acquolina, fanno sangue. Quel sangue depurato dalla carnalità, quel sangue che regola le nostre pause, le nostre accensioni, la nostra calma, il nostro raziocinio.

Potreste chiedervi perché un pittore così sfacciato, e certo non si sbaglierà a notare quanto la pennellata di Marco trasmetta il nitore criptico dell’intelligenza, l’inconsolabile forma a cui la carne destina il pensiero.

FICHI E FEDE – Angelo Rendo

C’è l’ordine interiore, che prescinde dalla fede, ed è senza voce, come vi è la pedanteria, col suo tratto isterico, che non può dissociarsi dalla fede e oltre seguitare. Vi è una fede che non può non essere, poiché non passa, né avanza, come l’uomo quando è fermo al bar, o in chiesa; e ci sono sapere e visione del peccato. E solo, nel peccato, potrai riconoscere l’animale, mentre il sapere attenta all’uomo di fede, che pecca, ché passo passo ripete quel che si è già disfatto e scompare. E dà forma al governo, mentre mondo i fichi.

IL FANTASMA IN PRIMA LINEA – Angelo Rendo

Non ho mai pensato di essere incorporeo, o che tale rendessi me e chi a me si accompagnasse. E continuo a non pensarlo, sebbene ieri sia successo, e due volte, a distanza di nemmeno un’ora, di dover fare i conti con l’apparizione del mio fantasma, il mio sostituto gentile, me in carne ed ossa essendo presente.

Mentre provavo delle scarpe, una ragazza con un bambino in braccio ha interrotto la nostra, di noi umani, naturale inclinazione alla gravità. Ho finito di sentirmi, lei entrando fra me e il negoziante con somma disinvoltura, e rubandomi il posto senza dire un frustulo di Posso chiederle una cortesia, le rubo dieci minuti, potrebbe favorirmi la sua presenza?

Subito dopo, fermatici in una rosticceria, abbiam passato almeno cinque lunghi minuti di prima linea, fiduciosi e babbei, scambiati ex opere operato con un altro tonfo sordo da retroguardia.
Non fosse stato per il fantasma, bravo a riprendersi le sue carni sulla soglia del locale per abbandonarla, nessuno avrebbe osato chiedersi se qualcuno fosse mai entrato quella sera a chiedere una scaccia.

IL BOMBOLARO – Angelo Rendo

Rimango sempre, e ora innesto, anzichennò, uno degli avverbi più odiosi a leggersi – ovvero stramaledettamente – nel corpo candido e asserragliato di queste righe, stramaledettamente, ripeto, ferito dalla mancanza di galateo al telefono.
Buonasera, una informazione… Ma lei è quello delle bombole? Sì. Va bene, allora avvicino.
Io non sono quello. Io sono il bombolaro. E non sono vicino, ma lontano.

Parlo in dialetto – Angelo Rendo

Non mi sono mai concesso di parlare l’italiano, nel mio paese, Scicli, o nei centri vicini, o nella mia isola. Mio, mia, miei per modo dire, ché più avanzi meno possiedi.

Quasi sempre sono qui. E quasi sempre parlo in dialetto, mentre punteggio in una lingua senza nomi, senza inflessioni, una lingua assente, che non ricordo di aver mai conosciuto prima del suo affioramento ma che, in tutta evidenza, invece, è pronta all’uso, una volta abbandonato il consorzio umano.

È il motivo per cui mi sento estraneo alle lingue d’occorrenza e consortili, appunto. Di esse beneficiano professionisti, alti e borghesi od estimatori degli uni e degli altri. Che nell’ordine mimetico sguazzano, per non cadere preda.