Accidenti! – Angelo Rendo

Non esiste verità che non sia rozza. Vediamo quanto cresca senza freno, s’arrampichi sugli alti fusti, cada dall’alto all’improvviso stillando veleno.

Per fortuna.

Essa non piace agli uomini, i quali, non riconoscendole credito, se la vendono, convinti la poesia sia un accidente.

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Unicorni catanesi – Angelo Rendo

Come un forsennato, seguito da un fido stuolo di congiunti, il capofamiglia si avventa sulle bestie favolose, salta loro in groppa e grida rivolto alle figlie V’e stoccu, nun m’interessa, v’e stoccu. Non c’è verso di convincerlo a mollare la presa e scendere dall’unicorno, che, persa coda e perso corno, rinuncia al genere e ritorna a Catania.

LA STORIA AL MACELLO (“Historiae”, Ex Macello presso Parco Forza, Ispica)

[Salgo al Parco Forza da Ispica est, nel punto in cui la Cava d’Ispica s’interrompe per lasciar posto alla fine. Un paio di chilometri di tornanti stretti e sinuosi, quindi l’Ex Macello. Entro e non vedo nessuno, solo le opere in mostra. Svolgo la visita canonicamente, partendo dalla prima sala a sinistra. Le note brevi sotto, prese in flagranza, non seguono un ordine, ma la forza del luogo.]

Didascalico ma potente, scenografico nel suo macello di massi uomini e maiali, gli uni che coprono gli altri che a loro volta coprono i primi. I tumuli di Piero Rub.

Esili cornici sul Golgota senza carne, e lembi di carne come ipotesi d’opera nei dirimpettai quadrucoli sparatrappati in Francesco Rinzivillo.

Giovanni Blanco che sfinisce la sua opera magnificando gli animali prima della macellazione, non guardandoli negli occhi; anche l’uomo è stato macellato, di lui solo gli abiti.

Non vi sono nomi nel video di Daniele Cascone, e gli stessi volti hanno in sorte pietruzze. Scomparsi i volti, non rimane che il macello disidentitario.

In Francesco Lauretta v’è una tripartizione armonica dello spazio nella tela, il cavaliere è in accordo col cavallo, lo vediamo procedere nonostante tutto, nonostante la minaccia delle fiamme sotto, nel blu cobalto chiaro annichilente delle bombole a gas, che io stesso gli ho prestato.
Si pena e si sorride nel mentre si continua a perdere, sangue e ragione.

Gli scolatoi al centro, il luogo della strage e dell’origine – testimonia Aldo Taranto mimando l’ara sacrificale – inizio e fine della storia.

DA QUI AL RITORNO DELL’ETERNITÀ – Angelo Rendo

So di aver acquistato un libro una manciata di anni fa, ne ricordo a stento il titolo; l’autore, invece, che è disonorevole sia finito dentro questa scia luminosa e momentanea, lo ricordo benissimo. È tutto quel che posso dire, ora che è ritornato in sé. Mi piange il cuore a saperlo rinchiuso nella memoria, non la mia. Potrei andarlo a visitare, come potrà fare chiunque si trovi in possesso di un dispositivo. È un sempredesto che annulla l’alea delle lapidi, della loro resistenza. Ha un’anima immortale, indistruttibile; vaga e vagherà da qui al ritorno dell’eternità. Tutto è fermo, senza fiato.

UN INCHINO – Angelo Rendo

Arriva suonando il clacson, si ferma davanti alla porta, grida scomposto Un’e reci*! Sono di spalle, mi giro, lo guardo come non lo vedessi e gli chiedo “Quantu? Una ‘i ‘nchilu??”, trasformando in domanda l’esclamazione, senza dubbio disturbata, Una ‘i ‘nchilu, che camuffa e deturpa il ben più cerimonioso Un inchino, e stabilisce un nesso fra il chilo, il poco peso tributato ad una persona al posto dell’inchino, e il chino, il pieno. Contro il vuoto che avanza. Ribadisce No, una ‘i reci.

*Una bombola da 10 kg

Credits: Dario Vanasia mi ha sciolto ogni dubbio sull’origine della paronomasia (un’e ‘nchilu/un inchino); per ciò lo ringrazio.

Ansia da telefono – Angelo Rendo

Non me lo leva nessuno dalla testa che l’operatore del call center di oggi abbia di proposito prolungato la mia attesa al telefono con musichetta per oltre dieci minuti – trascorsi i quali io ho interrotto la chiamata – per il semplice motivo che non ce la faceva a riprendere, era piegato in due, dopo avermi sentito ruttare ore rotundo – quei rutti che malauguratamente scappano quando si è sovrappensiero, sapete -. Non ce l’avrebbe mai potuto fare a rimettersi in cuffia. Musichette per me, rutto per lui, o loro. Non mi aveva ancora lasciato del tutto, che io m’ero già messo a mio agio, scordandomi dell’ansia da telefono.