LETTERA ALL’EPIDEMIA – Angelo Rendo

La società non si invera nell’eros, e nemmeno v’è profondità che possa perdersi nel rito, bisognerà vedere quanto larga la visione che informa gli officianti.
Proprio la parola-schermo, il logos imperante – che è anima del dispositivo – proietta su un palcoscenico e fa meta- di tutto, sperimentalismo e riscrittura.
Quale palcoscenico – che benedizione! – Siamo fuori dalla socialità, dalla sua scontatezza, e colui che parla tra di noi è il primo, e l’ultimo, agapico e senza nome.
Lontani dalle falsi luci, l’inganno annidandosi al livello certificato dal ruolo sociale.
Ma non si dà pienezza senza il capovolgimento del fronte: desacralizzare il flusso metastatico-evolutivo, impietrirlo.

Si è spento, allenterà la presa finché io stesso non lo risveglierò.
Non basta misurare la distanza fra due individui, il caso di luce fioca ammanta il male senza che nessuno possa.

Non credere che la parte più segreta e generativa sia fatta d’intenzione o che sull’intenzione possa darsi il dispiegamento delle forze alate.

Così il cervello è stato deregolamentato, e finito negli ingranaggi iposonici. E nell’andirivieni tecnofilosofico le forme si slabbrano, si spargono, e riorientano verso la nullificazione dell’esperienza.

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