IL COZZO – Angelo Rendo

Nun ti fari battiri u cuozzu. U pani nun m’u manciu rô cuozzu.

Queste due belle espressioni del siciliano – al quale mi appello nei ritagli di tempo, dato che ogni tempo è un ritaglio, e di ritaglio in ritaglio si fa una vita – onorano il cozzo.

A Scicli, e altrove, fra l’altro, Cozzo è un toponimo – teniamo ad esempio a un Cozzo Pilato, il cui significato balla, come una scorciatadicollo, fra collo e occipizio – e si mostra sempre pelato, brullo, calvo: da qualsiasi parte lo si guardi non ha una faccia, questa collinetta, e il resto del suo corpo è sprofondato nell’argilla.

È una parte delicata ed esposta, inviolabile, il cozzo. Sede di virtù avite, è un’altra faccia, ombrosa, imperscrutabile, intima e, al tempo stesso, senza occhi, nuda.

Dal cozzo non si mangia, e credere di poterla dare a bere alle spalle è un difetto: una turpe feritoia dell’anima che, celebrandosi, s’annienta.

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