La tuttunità di Coccia – Angelo Rendo

In questa conferenza, tenuta nel novembre scorso al Teatro Parenti di Milano, il filosofo Emanuele Coccia, professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, sostiene che ogni essere vivente ha una natura planetaria, errante, e che ogni specie è da sempre alla deriva. Continenti, piante, animali, terre, uomini non fanno altro che continuare a migrare, e rompersi, morire, mescolarsi, rinascere. “Non smetteremo mai diessere il mondo. Siamo il sesso del mondo” – dice.
L’eloquio è pieno di garbo; e la natura di Coccia, aperta e planetaria, testimonia di queste evoluzioni nella carriera sua stessa: un perito agrario che, con ‘Metafisica delle piante’, ha tentato di “riscattare i cinque anni di sofferenza mostruosa” passati all’istituto tecnico, così racconta. Ma i conti, se restiamo a ciò che lui stesso sostiene, non si chiudono mai. Non ci è concesso sfuggire a nulla, nemmeno a quel che ci si è guadagnato, o perso.
Io, però, sono di parte, difendo una scuola ahinoi bistrattata, sottovalutata: mio padre è stato un insegnante tecnico-pratico all’istituto tecnico agrario, mio fratello un alunno.

La vile terra produce grandi spiriti. Nonostante le pillole di Kurzweil, o i beveroni, in agguato.

 

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