DI UN FANTASMA – Angelo Rendo

Ero dentro la tabaccheria – un poco discosto dalla cassa, al centro, fra il banco e la porta d’uscita; alle mie spalle la bacheca coi settimanali, alla mia destra stretto il cane – quando entra un signore.
Chiede un pacchetto di sigarette da dieci, che la ragazza gli porge insieme al resto di un euro. L’uomo artiglia male il primo, il secondo se lo lascia scivolare. In terra l’uno e l’altro. Non ci fa punto caso, intento a strampolare come un ubriaco, o una scimmia. Quasi le mani gli strisciano in terra, e il busto vacilla, la testa ondeggia. Arriva appena in tempo ad avvinghiarsi alla ringhiera all’uscita, pensoso. Non so se avvicinarmi o meno, rientrerà a riprendere il proprio, mi convinco. No. Indugia al palo. Mi calo, recupero pacchetto ed euro, esco e glieli porgo. Ah, bi, grazie. Rientro. Ma poi, preoccupato, volendo sincerarmi stia bene, ritorno da lui per chiederglielo. Sì, tutto bene, risponde. Me ne vado, e, mentre mi dirigo verso la macchina, mi accorgo che il proprietario della tabaccheria lo invita caldamente a sedersi.
Era un fantasma. Terribile ed inetto, vecchio che è stato giovane, senza un lavoro, senza un amore. Oppresso da tutte le parti, bastonato, finito.

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