VERTIGINE E MALINCONIA – Angelo Rendo

A Enna e a Piazza Armerina, una delle presenze più vere e rassicuranti è l’onoranza funebre: tutto un pullulare di manifesti mortuari giganti e di negozi di onoranze per le vie del centro. Molti vecchi, molti affari.
Gli addetti alle pompe funebri, inevitabilmente, saranno gli ultimi a lasciare questi paesi ormai persi, spopolati.

Qui la morte fa la sua bella figura, è invadente, non la si lascia tra parentesi, come altrove, e usualmente; i muri ne sono tappezzati; lei entra in ogni luogo, cova ogni pietra.

Enna e Piazza Armerina non hanno più senso, città incastellate e chiuse. Non servono a questi tempi, si preparano ad essere risucchiate negli inferi plutoniani. Per quanto Persefone abbia tentato l’irruzione nelle sfere celesti, Plutone detiene l’ombelico della terra e, senza requie, lo ripulisce della lanugine che lo attassa, lì, poco più in basso, a Pergusa.

Nelle poche parole degli indigeni la stanchezza e la malinconia, il buio e la vertigine. Guardiani di pietre destinate a crollare, una dopo l’altra.

Posti dell’altro mondo, è vero, di una Sicilia continentale, lombarda. Alta, irraggiungibile, boscosa e verdeggiante. Di una razionalità fredda che cozza contro l’idiozia di ogni uomo che non è più uomo per l’uomo.
Così, è la lapide – apposta nel 1960 sulla facciata di una tetra e disabitata casa, su per la salita che conduce al termine ultimo di Enna, il Castello di Lombardia – a farci contemporanei di Cicerone (che ivi sembra aver dimorato nel 70 a.C., ai tempi del processo contro Verre), e a riscattare Enna dal turbine che la fiata, lei, città di tracotante bellezza. Dimentica e altera.

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