Una favola di Kierkegaard – Angelo Rendo

Il giglio selvatico e l’uccello sono la stessa cosa. Come la terra e l’aria, e i due mondi, e la libertà apparente o il sacrificio di essere nient’altro che quel che si è.

È una favola nera per adulti bambini più che un libro d’artista per bambini questo luminosissimo oggetto da collezione, “L’avventura del giglio selvatico” di Søren Kierkegaard, tradotto da Gianni Garrera e illustrato superbamente, con ardua ed estrema sintesi, da Matteo Fato (Quodlibet, ottobre 2018).

La traduzione di Garrera – studioso di riferimento di Kierkegaard – invece, risuona all’orecchio piena di inciampi; e, nonostante cerchi di mimare la lingua raccogliticcia dei bambini, non arde nel candore; il traduttore soppesa più del dovuto la parola, che rimane sospesa, anfibia, zoppa e brutta.

Delicato, tremulo e triste giglio Kierkegaard, niente di più vero,
suo alter ego l’uccello tentatore, gradasso e stanco – senza che se ne renda conto – della sovranità che in petto gli batte.

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