Paradigma per intellettuali: tanti siano gli alterati, pochi i lucidi – Angelo Rendo

[Considerati i disgrafemi di cui è contesto il pezzo di Christian Raimo nella prima versione, che riporto sotto, in parte, perché è sparita – mi avvedo ora che ce n’è un’altra, e definitiva – concludo che lo avrà scritto in uno stato di picco intellettivo, o dopo una seduta dall’analista, e che, per via di un maledetto lapsus, abbia scambiato lucidità con minorità. L’uso prepotente di avverbi, del resto, la dice lunga sul manicheismo: scartare, dividere, noi/loro, separare, lucidità versus razionalità. Il tiro – che manca del bersaglio – viene aggiustato di continuo. I detentori del verbo ‘temporizzato’ lavorano così. Si alterano e trafilano il discorso senza raggiungere una sintesi coerente.

“[…] la lucidità è una conquista. […] La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.”.

Si andrà in guerra per la lucidità. Auguriamoci di essere lucidi. Mah. Tanti gli stressati, pochi i lucidi: un paradigma per intellettuali. Fra i primi si annoverano gli intellettuali, appunto, fra i secondi tutti gli altri, ovvero i classisti contro le masse e il lumpenproletariat.

Ma la lucidità non è nient’altro che la punta estrema dell’intelligenza, il vertice della razionalità, la vetta della phronesis. Quella parte più esposta alla luce. Cioè tutto.]

L’EPOCA DELLA LUCIDITÀ COME BENE POSIZIONALE – Christian Raimo

“La maggior parte di persone che conosco o che non conosco e con cui vengo a contatto solo occasionalmente – compreso me probabilmente – è alterata: molti sono tremendamente stanchi, stressatissimi, in crisi profonda, prendono psicofarmaci regolarmente, sono rincoglioniti, portano avanti malattie cronicizzate che ne minano la vigilanza, hanno accessi di rabbia improvvisa, sono in burn-out, credono ai complotti, hanno attacchi di panico, sono dipendenti dai social network, sono ipocondriaci, sono workaholic, vivono una depressione mascherata o plateale da anni, sono pesantemente insonni, hanno paura di addormentarsi al volante, manifestazioni malattie psicosomatiche, eccetera. Per la maggior parte di loro, la lucidità è una conquista. Che può essere raggiunta almeno momentaneamente con un’ora di sonno in più, con un doppio caffè, con una Red bull, con un’ora di yoga a settimana, con una seduta dallo psicanalista, con una call su skype con il coach, con una lunga telefonata di consigli con un amico, con un bagno rilassante, con venti minuti di meditazione che porti alla mindfulness, con una lettura attenta di una pagina di wikihow su internet (addirittura di una pagina su come migliorare la lucidità mentale), eccetera. Ottenere, anche momentaneamente, anche parzialmente, questa lucidità vuol dire rimettersi un passo avanti rispetto a chi è invece alterato, stanco, nevrotizzato, delirante, ossia tarato su uno standard psichico deficitario che però è talmente diffuso da essere considerabile una norma. La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.
Se fino a qualche tempo fa, mi rendevo conto, quello che era inconsapevolmente richiesto dalla pervasività del Capitalismo era di essere performanti, ossia competitivi, ossia di dare il doppio di quello che davano gli altri, di dimostrarsi i migliori sempre, oggi lo status da ottenere non è un surplus rispetto a uno zero celsius che è quello del normale agire sociale – la performance, appunto, l’etica prestazionale. Oggi nella temperatura che è lo zero kelvin dell’alterazione cognitiva, il traguardo è ritornare a una lucidità che la maggior parte delle persone ha perduto, e che costituisce un bene relativo, posizionale, appunto nella scarsità generale che si è creata.
Essere lucidi è diverso da essere razionale. È una dimensione sociale. Nessuno pensa di sé, se non proprio in momenti di carente lucidità, “Io sono lucido”. La lucidità è un carattere che ci viene attribuito da qualcun altro. Carlo Fruttero raccontava, quando in vecchiaia chiunque lo incontrasse parlava poi di lui dicendo: “Ho visto Fruttero, sempre lucidissimo…”. Allo stesso modo cerchiamo di rintracciare in continuazione discorsi lucidi, brani di discorsi lucidi, parabole politiche lucide, o anche discorsi privati lucidi, chiacchiere famigliari che mostrino la lucidità.
Se essere razionali comporta una scelta e un’etica quindi (una phronesis direbbe Aristotele), essere lucidi no: si può essere lucidi e coglioni, lucidi e stronzi (magari non volendo), essere lucidi e razzisti o sessisti o fascisti, lucidi e persino assassini. La lucidità la bassa risoluzione dell’intelligenza, per usare un termine di Massimo Mantellini. Non richiede comprensione del passato e del futuro, non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
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La lucidità è la bassa risoluzione dell’intelligenza. Non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
[…]
Per questo la lucidità deve essere visto come una sirena di Ulisse tra i valori che proviamo a evocare nel deserto dell’ideologia. Dona un sinistro conforto che non ci fa rendere conto di quanto siamo orfani di intelligenza e razionalità e phronesis, e – ahinoi – ci garantisce un classismo nei confronti delle masse di lumpenproletari che per condizioni materiali spesso non posso permettersi di costruire una dialettica di classe, ma soprattutto ci dà l’illusione antistorica che subire la realtà del mondo sia una scelta politica. E invece, clamorosamente, è solo una condizione di schiavismo intellettuale.”

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