Note su “Suca” – Angelo Rendo

[Note a “Ho scritto Suca sulla sabbia” (3 maggio 2016).]

Il sapere è signacolo da apporre sfrangiato su curriculum; a quel che potrebbe essere detto in sei righe si arriva a dedicare una tesi di laurea. Su Suca ho scritto brevemente più di un anno e mezzo fa sei righe estemporanee. Una studentessa palermitana una tesi.

Già nel titolo (“S-word. Segni urbani e writing”) si è arpionati dall’eufemismo, la parola nascosta e blindata nell’accademia; e, ulteriore spia – che è meglio bene dire invece che dir per come è – ne è la codifica (800A): la S che, trapassata da un tratto obliquo, diventa 8, la U, chiusa in alto, 0, la C, con le estremità ricongiunte, 0, la A che tale rimane.

Il fatto è che non siamo nessuno per svuotare un significante; se ciò avviene è perché Suca oggi passa per la bocca di chi non deve passare. Perde la sua intrinseca dimora. Anche i pellegrini se ne possono riempire la bocca, ormai. Ma non tutti possono pronunciarlo. Io, per esempio, comprendo in quali occasioni potrebbe affiorare, ma sono convinto non mi sarà mai possibile usarlo. Il vero Suca è da custodire più che da abbandonare alla serialità della ripetizione. Troppo soft e quasi quasi caduto nel “dire figo”.

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