Apocatastasi di Palermo – Angelo Rendo

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Apò

Mi seguivo, a Palermo, seguivo me che andavo. Ogni passo, due occhi. Non ce ne vogliono tanti, di occhi, per Palermo. Dimenticate il nefando, il crimine. E prendete la gentilezza, la signorilità, e lo scempio, mirate le prime due, sciolte per le strade, visibili, e fate fuoco sul secondo, brace della brace dei secoli dei secoli.

Per esempio all’OVS, per una manciata di minuti, sono uscito fuori binario. Ho seguito, alla giusta distanza, un padre e una figlia, cinquantenne, ritardata, che temeva la scala mobile e non voleva salire. Il padre il marito, l’uomo della sollecitudine, un cardinale. E la nostra piccola mente ferma sotto i colpi della sordità, del suono fesso del limite.

Quattro Canti, Corso Vittorio Emanuele, Via Maqueda, Via Roma, Via Cavour, via Ruggero Settimo, Corso Calatafimi.
Il palcoscenico, e le viscere cotte, il cervello di bragia innominate per troppa fame. Il rovello, l’assillo, la forza e la forza che ti preda: Palermo.

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Catà

Nel museo di Casa Professa (Chiesa del Gesù) – al quale si accede dall’abside – nella prima sala, in fondo, sulla parete di destra leggo una lapide, il cui testo riporto sotto (in latino, e in italiano). E rido. Padre La Nuza, come vedrete, ne è il protagonista, e il mattatore.

L’instancabile e carismatico gesuita di Licata (1591-1656) ha predicato in lungo e in largo per la Sicilia, al punto da giungere persino a Scicli, scopro. A Scicli, secondo quanto riferisce l’agiografo Padre Frazzetta nell’opera a lui dedicata nel 1708, il gesuita licatese praticò un esorcismo, servendosi della sua cintola per discacciare il Maligno dimorante nel corpo di una donna. La legatura della sua santa cinta strozzerà la voce della resistenza demoniaca, la seconda voce, la più tenace.

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ANNO CIRCITER MDCL, HUIUS AULAE CONCAMERATIONE VIX PERFECTA, V. P. ALOYSIUS LANUZA S. J., STRUCTORES UNA ACCUMBENTES NACTUS, ET AD FREQUENTEM CONFESSIONEM, QUOD ARTEM INOPINIS LAPSIBUS OBNOXIAM EXERCERENT, ADHORTATUS, APPOSITUM ACETUM, CRUCIS SIGNO, IN OPTIMUM VINUM CONVERTIT.
PAUCAS POST HORAS PHILIPPUS CARTAFAUSA, QUI EX ILLIS PRIMUS VINUM GUSTAVERAT, EX LIGNEO PONTE LAPSUS INOPINA MORTE PEREMPTUS EST.
EX PROCES: PAN: A. MDCLXVII

“INTORNO AL 1650, APPENA FINITA LA VOLTA DI QUESTA SALA, IL V. P. LUIGI LA NUZA DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, ESSENDOSI IMBATTUTO NEGLI OPERAI, PRONTI A SEDERSI A TAVOLA TUTTI INSIEME, LI ESORTÒ A CONFESSARSI SPESSO, POICHÉ ESERCITAVANO UN LAVORO PASSIBILE DI CADUTE IMPREVISTE, QUINDI FECE IL SEGNO DELLA CROCE, E MUTÒ L’ACETO, CHE ERA SOPRA LA TAVOLA, IN OTTIMO VINO. POCHE ORE DOPO FILIPPO CARTAFAUSA, IL PRIMO AD AVER ASSAGGIATO IL VINO, MORÌ CADENDO DA UN PONTEGGIO DI LEGNO. DAL PROCESSO: PALERMO: A. 1667.”

***

VITA E VIRTÙ DEL VENERABILE SERVO DI DIO PADRE LUIGI LA NUZA COMPOSTA DA PADRE MICHELE FRAZZETTA (1708)

[…] Predicando nella città di Scicli, una donna invasata, nel più bel silenzio della predica, disse ad alta voce: “Qua sei venuto La Nuza?” E avrebbe detto di più, se il servo di Dio, col dito sulle labbra, non gliel’avesse vietato. Tacque per allora a suo malgrado lo spirito, finita però la predica, quasi libero dal divieto, s’appalesò con istrida d’arrabbiato: ma condotta la donna dai Sacerdoti all’altare della Beatissima vergine, quivi a forza di scongiuri, fu costretto l’infame ospite a diloggiare. Ma egli disse: “Non mai partirò se non me lo comanderà il La Nuza”: il che riferito al Padre, che stava orando, gli mandò la sua cintola, con cui cintasi l’energumena, restò prosciolta per sempre, di quel fiero carnefice, che la tormentava. Il nemico poi, dalle tante vittorie affatto avvilito, non più ardiva di combatterlo alla scoperta, ma mutata faccia, tutto ossequioso lo riveriva: onde egli soleva dire ad un suo compagno: “Il demonio con una mano mi fa delle riverenze; e con l’altra mi batte, e mi toglie le anime già convertite.”

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Stasi

Dopo tutto, non c’è potere bifido che possa intervenire e forzare la nostra più luminosa essenza. Che Serpotta coi suoi putti e le sue Virtù, i pupari coi loro pupi, i Cappuccini con le loro mummie onorino la norma alla quale in pochi rispondiamo, ognuno col proprio abito, e che solo la morte violi per non essere altro che una postilla – una immancabile nota del dopo che tiene lontano il rampantismo, e che dissocia la conoscenza dalla volgarità dell’arroganza – ecco, questo raccoglimento brutalizza già in vita chi in lei non vede. “La fissità porta a maggior gloria” risuona nella Cappella Palatina. E del mondo nootropico in cui viviamo non resta che quel nerd seduto all’angolo di via Bara all’Olivella che si fa una canna. Gracchia di boot e cola nello scolatoio delle catacombe dei Cappuccini nel tripudio generale di una giornata del FAI.

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