La breccia – Denis Montebello [trad. Angelo Rendo]

{Testo originale:
http://cotojest.over-blog.com/2017/11/la-breche.html

Denis Montebello è nato a Épinal nel 1951. I suoi libri sono pubblicati da Fayard e Le Temps qu’il fait.

Ringrazio Denis Montebello per aver gentilmente concesso testo e foto.}

Se la breccia non è né il varco accidentale né l’apertura praticata nelle mura dagli assalitori, è un conglomerato, un blocco, come quello trovato quindici anni fa nell’angolo di un giardino, dove i precedenti proprietari o gli abitanti di passaggio gettavano tutto quello che non volevano più o che avrebbero bruciato.


Il luogo era stato scelto bene, sul dirupo, in basso, in una nicchia carsica, al riparo dal vento. C’era una ragione che non mi sfuggiva: collocare lì il fuoco, in corrispondenza delle prime abitazioni; non lontano dalla casa, né troppo vicino. A pochi metri dal forno per il pane, e dal nuovissimo caminetto a parete.
La logica, seppur così ovvia, non mancava di sorprendermi. Il permanere delle attività, la vocazione di certi luoghi. Si getta sempre nello stesso posto, per dare spazio al tempo. Si garantisce una viuzza per gli uomini, per gli animali: la si tiene libera. Il resto si brucia. Sempre nello stesso posto. E quando ci si dimentica di bruciarlo, è qui che si accumula. I resti. E la cava prende piede. Farà di te un rigattiere. Un archeologo o un artista.

Nell’attesa dormi sul letto di un fiume. Dentro la pietra, con tutti questi fossili, in fondo al mare. Vivi nel Bajociano. Tra le ammoniti. Sei sul cammino per Saint Jacques, con le conchiglie. Con questo “grosso millepiedi fossile” che ti ha mostrato qual era il cammino. Che passava più volte al giorno, “per camminare sulle gambe”.

Ecco la breccia che abbiamo trovato quindici anni fa, pulendo il giardino, fra gli scarti accumulatisi. In quella che ora sembra una cava: una discarica. Non è difficile riconoscere cementati da calcite e stalattiti: mikado. Le stalattiti, che scendono dall’alto, sono cadute giù. E le stalagmiti, che invece risalgono dal basso, sono in via di formazione, e sono le due mammelle che si rizzano. Se torniamo a questo blocco, vedremo ancora tre selci, delle bifacciali. Dentro la breccia. Questa è, dunque, una grotta in miniatura. La parte superiore costituita dalle stalattiti cadute, il fondo dalle stalagmiti in formazione e il terreno occupato dai primi abitanti, gli ospiti del riparo sotto roccia, che sorgeva laddove adesso si trova la casa, dove i proprietari o gli inquilini successivi accendono i loro fuochi, quando non lo dimenticano.

Penso, auscultando questa breccia, al doganiere o all’addestratore di cani che avevamo visto per caso sotto il salice piangente, dietro il cartello “Vendesi”. Ci aveva fatto visitare la casa che aveva appena finito di ristrutturare, e poi il giardino, tappezzato di piccoli ciclamini. Era la bella stagione. L’ultima delle Giornate del Patrimonio, stavamo tornando da Bougon dove avevamo rivisto i tumuli e da La Mothe-Saint-Héray dove avevamo comprato delle focacce. Il proprietario si era mostrato particolarmente sincero, non aveva nascosto i vincoli (la tegola romana, il colore delle imposte), l’impossibilità di fare una piscina. “Siamo nella zona archeologica!”. E, per rafforzare le sue parole, brandiva un’ascia levigata che aveva trovato nel giardino. Senza precisare il luogo del ritrovamento. Se vicino alla grotta dove aveva la cantina, o mentre scavava una fossa. Per nascondercelo, e frenare il nostro entusiasmo, ma naturalmente non fece che rafforzarlo. Non indugiammo a lungo.

Penso anche, davanti a questa breccia, a Pierre Bergounioux. Alle sue maschere Senufo. Alla sua maniera di trasformare la lama di ferro di una zappa in volto umano, o di realizzare una copia di una maschera “Songhaï kifwébé”, con occhi e viso tubolari. Una copia di un reliquiario Bakota, con volto lamellato. Vedo la sua “sepoltura neolitica”: un vago scheletro su un rettangolo di ferro. Lo vedo che incolla su un truciolato i pacchetti di Gauloises che conservava senza motivo. Che fissa i pacchetti in un telaio realizzato per questo scopo. Galliche, questo collage, dà l’idea del formarsi dell’identità. E nel modo che le è proprio. Sono pezzi che sceglie per la loro somiglianza, e che poi salda insieme per ottenere copie di maschere.

Questa breccia è opera della natura. Che sa benissimo imitare l’arte, quando vuole. Quando non si è attenti. Ne sa tanto quanto, di più a volte, per sorprenderci. Questa breccia – trovata accidentalmente – la vedo come un blocco. Non come una immagine. È troppo omogenea per essere una immagine. È un blocco di tempo. Una terra che si lascia abitare dai più nomadi, e offre loro una residenza per farli viaggiare. Ecco perché noi decidiamo. E così velocemente.
Questa breccia che è un blocco, e persino un sol, è, suo malgrado, uno spazio vuoto. Non solo perché si entra con esso nel carsico ma anche perché esso apre davanti a noi e sotto i nostri piedi (quando inciampiamo in esso per caso) ciò che Buffon chiama “il buio abisso del tempo”.

Questa concrezione – o compressione – è opera della natura, ma conserva anche la traccia dei primi abitatori. Con le stalattiti “mikado” e le due mammelle rizzate, questo blocco ricorda i “frammenti di un discorso amoroso”. Ecco il titolo che darei volentieri a questa scultura. L’unico intervento che mi vorrei concedere. Io che non forgio, non saldo, non riesco nemmeno a cucire insieme i testi che io stesso tesso. E, beninteso, non avrei il coraggio di firmare un’opera che non è mia.

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