Feste di popolo – Angelo Rendo

Le città a basso carico d’umanità – l’umanità ispessita, severa, boriosa da capoluogo di provincia – non accolgono o, se accolgono, disseminano le loro patologie vittimarie lungo l’asse della paranoia. Capita, ad esempio, che il bigottismo sinistro sia assai sensibile alla diversità e pietisca il concittadino.
Che nei piccoli centri si sappia l’uno il nome dell’altro e ci si riconosca fino alla terza generazione pare cosa molesta. Ma la storia della generazione non è manipolabile a proprio uso e consumo, una linea familiare ha un suo portato, e su di esso si gioca l’harmonia mundi.
Così avere a noia le feste di popolo, spesso incarnate in idoli, che sintetizzano e ritualizzano il soffio vitale, significa volersi fare indagatori dell’ovvio, la cui sostanza non sarà mai nelle polle illuministiche dell’ateismo, freddo e baro Narciso, ma ridiventerà qualcosa nel faccia a faccia con la differenza.

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