Inno omerico ad Ermes, IV, 1-183 [trad. Angelo Rendo]

Il testo greco: http:// http://www.perseus.tufts.edu/hopper/text?doc=Perseus%3atext%3a1999.01.0137%3ahymn%3d4

***

Canta Ermes, Musa, di Zeus e Maia,
il signore di Cillene e dell’Arcadia ricca di pecore,
il supremo messaggero degli dei, il figlio di Maia, dico,
– la venerabile ninfa dai bei capelli -, e di Zeus,
lei che i beati fuggiva, dimorando
nell’antro tutto ombra; qui, il Cronide
alla ninfa era solito unirsi

a notte profonda,

– mentre il sonno abbracciava Era dalle bianche braccia -,
di nascosto dagli dei e dagli uomini.

Ma quando Zeus compì il suo piano,
– e per lei il decimo mese passò nel cielo -,
da solo fece luce e illustre fu l’opera:
ella generò un figlio astuto, ingannatore,
ladro, guida di buoi, padrone dei sogni,
spia notturna, custode di porte,
presto famoso fra gl’immortali.

Nato all’aurora, a mezzogiorno suonava la lira,
a sera rubava i buoi di Apollo arciere,
il quarto del mese generato da Maia padrona.

Ermes da poco alla luce
non rimase a lungo nella culla,
ma si alzò e andò in cerca dei buoi di Apollo,
oltrepassando la soglia dell’antro. Là
trovò una tartaruga, e gioia lo prese.

Per primo creò una tartaruga sonora.
Se la trovò sulla porta del cortile,
brucava erba, e lenta muoveva.
Il veloce di mente la vide, rise e disse:
“Che fortuna! Salve, carissima,
ti si batte quando si danza, sai?
Compagna di banchetto, felice bestiolina:
chi ti porta qui, bel giocattolino?
Hai un guscio variopinto, tartarughina;
ti prenderò, bella mia, e porterò a casa; mi servirai,
e non ti disprezzerò; tu gioverai a me prima che ad altri.

A casa meglio stare che fuori fra i pericoli.

Mi terrai lontano dal tristo maleficio, da viva;
se invece tu morissi, ah come canteresti!”.

Sollevatala, subito andò
verso casa, in mano l’amabile gingillo.
Poi, premendo con bulino di ferro,
la perforò nel molle.

Come quando fulmineo un pensiero penetra
il cuore di un uomo assai afflitto,
o quando lampi emettono gli occhi,
così il luminoso Ermes meditava
parola e azione.

Tagliò con garbo delle canne e le ficcò
nel guscio della tartaruga entrando dal dorso.
Poi, l’ingegnoso, tese intorno una pelle di bue
e vi fissò due bracci, uniti da un ponte,
e tirò sette corde sinfoniche di pecora.
E quando finì, in mano il bel giocattolino,
provò col plettro una per una le corde:
risuonò acutissimo; e il dio cantava

– dolcemente improvvisando, come i giovani
durante la festa gareggiano chiodo a chiodo –

di Zeus e di Maia dalle belle scarpe,
come un tempo si accoppiavano,
e così illuminava la sua nobile stirpe;
in subbuglio le ancelle
e la splendida dimora della ninfa,
e i tripodi della casa e i perenni lebèti.

E mentre cantava, già altro meditava.

Depose nella culla la curva lira;
e, smanioso di carne, schizzò
dalla stanza profumata, per stare

di vedetta, macchinando un inganno profondo,
come i ladri nella notte nera.

Il sole entrò sotto terra,
nell’Oceano con cavalli e carri.

Ed Ermes di corsa
giungeva ai monti della Pieria,
dove i buoi degli dei avevano la stalla
e pascolavano nei prati inviolati.

Ermes, dall’occhio acuto e rapido,
ne rubò cinquanta.

Li spingeva ubriachi attraverso il terreno sabbioso,
cancellava le loro orme: memore dell’arte dell’inganno;
gli zoccoli invertiti, davanti dietro, dietro davanti:
lui frontale.

E subito, sulla sabbia del mare, si mise ad intrecciare
con i giunchi sandali che non si possono dire,
incomprensibili, cose meravigliose:
univa tamerici e rami di mirto.

Poi legò insieme un fascio di quella verzura,
senza fare danno strinse ai piedi i sandali leggeri
con le foglie, che egli stesso, la gloria, aveva spiccato,
per nascondere il ritorno dalla Pieria,
come chi si affretta per un lungo viaggio,
contando su se stesso, unicamente.

Ma un vecchio dalla sua vigna fiorente lo vide
che correva verso la pianura, attraverso
Onchesto adagiata sull’erba;
per primo Ermes gli si rivolse:
“Vecchio incrocchiato che zappi,
certo molto vino avrai a fine raccolta:
ma, anche se hai visto, non hai visto, se hai udito,
niente hai sentito; stai zitto, il tuo è sicuro”.

Così parlò. E spinse i buoi testa grossa.

Per quanti monti ombrosi, e quante vallate tonanti
e campi fioriti si avanzò la testa gloriosa.

Nera soccorrevole era passata la divina notte
quasi tutta; presto l’alba maestra;
da poco in cielo la luna,
figlia di Pallante megalomane,

quando Ermes al fiume Alfeo sospinse i buoi,
che freschi giunsero alla stalla
e agli abbeveratoi dinanzi a uno splendido prato.
Là, fece pascere i buoi, poi tutti nella stalla,
– mangiavano trifoglio e cipero umido -,
raccolse molta legna e impastò le mani nel fuoco.
Prese un bel ramo di alloro e lo fece girare
                                        in un ramo di melograno,
tenendolo fra le mani: ne scaturiva un soffio caldo.

Ermes per primo mandò nel sopramondo fuoco e mezzi
                                                                 per accenderlo.

Raccolse molta legna secca e compatta e la custodì in un fosso
                                                                                   sotterraneo.
Lampeggiò la fiamma, lanciando lontano la folata del fuoco,
                                                                 che forte bruciava.

E mentre Efesto accendeva il fuoco,
egli trascinò fuori due buoi mugghianti,
vicino alla fiamma – aveva grande forza -:
li gettò entrambi a terra, sul dorso, ansanti;
poi, piegatosi, li girò, e toccò loro il tempo.

Aggiungeva un lavoro a un altro, tagliando le carni
                                                       pingui di grasso,
e dopo averle infilzate insieme al dorso negli spiedi di legno,
le arrostiva col nero sangue spurgato dalle viscere.

Queste cose rimasero lì.

Invece, tese le pelli su un’aspra roccia,
dove tuttora giacciono. Dopo
Ermes lieto poggiò le belle carni
su una pietra larga e levigata
e tagliò dodici parti assegnandole
                                          a sorte:
rese ciascuna un dono perfetto.
Allora Ermes voleva per sé le sacre carni:
l’odore lo tormentava – ed era un immortale -;
tuttavia non le mangiò, e quanto le desiderava.
Ma conservò nella stalla e appese alte grasso e carni,
trofeo del furto recente;
poi, elevato un cumulo di legna secca,
gettò nel fuoco zampe e teste.
E compiuta ogni cosa come conveniva,
buttò i sandali nell’Alfeo,
fece morire la brace, coprì di sabbia la cenere nera.

Per tutta la notte, la luna in alto splendette.

Subito dopo raggiunse le cime luminose di Cillene,
all’alba: nessun dio, nessun uomo
nel lungo cammino né cani.

Ermes, curvandosi, entrò dalla serratura
come brezza, come nebbia.
Difilato giunse nell’intimo della grotta,
a passo lieve, senza far rumore.
E subito saltò nella culla,
con le spalle fasciate da bimbino,
con una coperta sulle ginocchia,
nella sinistra la tartarughina.

Ma il piccoletto era un dio – non sfuggì alla madre, la dea:

“Ma cosa fai, diavolino, da dove arrivi, a quest’ora, spudorato?
Credo proprio che fra non molto
in catene passerai per quella porta passerai
per le mani di Apollo finirai
fra pochissimo di fare il furfante per le valli.
Torna indietro! Tuo padre ha generato un aborto
per uomini e dei”.

Ermes di fino:
“Mamma, perché vorresti spaventarmi,
                          non sono un bambino,
che nulla sa di monellerie, non sono timoroso,
né temo i rimbrotti della mammina!
Piuttosto mi impossesserò dell’arte migliore,
pensando a me e a te per sempre;
né noi due soli fra gli dei sopporteremo
            – senza offerte, senza preghiere –
di restare qui, come tu comandi.
Meglio essere per sempre uniti agli immortali
– ricco, ricchissimo, sfamato – che poltrire a casa,
– che dico – in questa grotta buia; e, quanto all’onore,
avrò gli stessi diritti di Apollo.
E se mio padre non me li concederà, io stesso,
                                                        io proprio io
proverò – e ci riesco – ad essere il capo degli ingannatori.
E se Apollo mi cercherà, altro guaio
e più grande lo aspetta.
Infatti, andrò a Pito e penetrerò nel suo grande santuario;
di là molti e bellissimi tripodi e lebèti
ruberò, e oro, e molto ferro infuocato
e molti abiti; vedrai…”.

Così parlavano Ermes e la madre.

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