Di dei e nullità (Selinunte e Gibellina) – Angelo Rendo

Ciò che al cuore si appresta non è dicibile dagli occhi, né visibile alla bocca; il poetico in avanscoperta qui alligna; quel poetico che, col tanto dirsi, svapora e toglie di mezzo le parole e lascia lo spettatore. Solo, così come dev’essere.

Siamo in provincia di Trapani, a 230 km da casa, a Selinunte, subcolonia di Megara Hyblea (SR), fondata nel 650 a.C., estremo avamposto occidentale dei Greci di Sicilia.

Selinunte si trova all’interno di un parco archeologico di 1800 km quadrati, grandioso e stupefacente, senza eguali in Sicilia; ad est, sulla collina orientale tre sono i templi (E, F, G): l’assolutezza dello stile dorico rasciugato in tre opere monumentali, custodi di un metro segreto; la sproporzione dello zelo – del te lo faccio vedere io prima che muoia – rispetto al buio della fine.

Seguendo, poi, la direzione ovest, e scendendo verso il fiume Cottone, col porto interrato, quindi iniziando la risalita attraverso un sentiero di tre chilometri circa, si giunge al promontorio dell’Acropoli.

All’entrata ci imbattiamo in un muraglione a gradoni alto 11 metri. Realizzato intorno al 550 a.C., su di esso insisteva una grande stoà. E’ il tratto meglio conservato delle mura arcaiche e ci introduce nell’acropoli, dove quattro sono i templi (A, C, D, O); il lato lungo del tempio C, come già era avvenuto per il tempio E della collina orientale, ha subito l’anastilosi e svetta con moderazione fra i ruderi circostanti; proseguendo sempre verso ovest il fiume Selino col porto interrato e a un chilometro circa il santuario della Malophoros. A nord dell’Acropoli la città antica d’impianto ippodameo con l’agorà.

La Sicilia Occidentale ha meno parole e parla poco, Agrigento fa da cerniera, Licata e Gela sono ancora Sicilia Orientale, lutulente; da Sciacca a Selinunte, invece, vai liscio fra filari di viti e uliveti, entri senza accorgertene, come se una terra molle e mite si aprisse e ti inghiottisse.

E questo è il Belice, nel quale iniziamo a spingerci a mezzogiorno, nel sudest della provincia di Trapani: Gibellina Nuova e Gibellina Vecchia. Il tristemente famoso Belice del terremoto del 14 gennaio del 1968. 370 furono i morti (150 solo a Gibellina), 1.000 i feriti, 70000 gli sfollati.

Gibellina Nuova è una vergogna, un fallimento, una città di deportati, il capriccio di una turpe immaginazione. Tanti gli artisti che negli anni Settanta e Ottanta hanno partecipato all’affondamento di una comunità. Chi vuole può fare una ricerca. I progressisti illuminati, gli elitisti hanno costruito una città ridicola, atta ad accogliere ventimila abitanti. I gibellinesi sono cinquemila.

Una tomba definitiva per il Belice, ancor più lugubre del Cretto di Burri. Vi è stato un movimento autoritario e azzerante, calato dall’alto, di magnifiche sorti e progressive. Uno sghiribizzo. Gibellina, come Poggioreale, come Salaparuta, come Montevago, sono divenute città del Nord Europa, disanimate.

Da Gibellina Nuova a Gibellina Vecchia si percorrono 18 km lungo la provinciale che collega Castelvetrano ad Alcamo. La carreggiata è invasa dal fango per circa cinque chilometri. I terreni sono gessosi e friabili, le piogge copiose aprono canali sui colli. Il manto stradale è costellato di buche e cede sul ciglio laddove il fango pesa ristagnando.

Una croce nuda in memoria delle vittime e alle spalle il cimitero di Gibellina d’improvviso, poi la discesa verso la Gibellina sepolta. Dobbiamo ancora arrivare e già tratteniamo il fiato senza volerlo, facciamo silenzio, si rompe il ritmo. Arriviamo al cretto, increduli ci arrampichiamo un po’, ma non siamo capre, né ci viene in mente di salire sugli isolati che lo compongono. 86.000 mq di cemento armato, completato e inaugurato la settimana scorsa, il grosso del cretto risale agli anni che vanno dal 1984 al 1989. Le vie/fenditure che lo solcano sono larghe 2-3 metri e alte 1 metro e 60, ricalcano l’impianto urbanistico di Gibellina Vecchia. La struttura armata è in più parti scoppiata, una voragine si apre su un isolato e lascia vedere il solaio di una casa sepolta, bolle di cemento annerito premono, erbacce, crepe. Che la natura si riprenda questo vilipendio ad un popolo, lo ingoi in un ultimo sussulto rigenerativo.

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