Oscura e luminosa (Akrai – Palazzolo Acreide) – Angelo Rendo

Akrai è temibile. Un misto di eleganza, ordine e terribilità gorgonica mostra nelle sue membra sparse. Strapiombi, vertigine e vento.

La prima subcolonia siracusana – fondata nel 664 a.C. sul pianoro del monte Acremonte a 800 metri di altezza – è inospitale, vigila e non contempla il forestiero. Che stia giusto il tempo di sentirne la fierezza, poi via, lo straniero.

Così andavo pensando, finito il giro del sito (di tutto rispetto, ben tenuto, curato).

Entriamo; di fianco alla biglietteria il primo scavo, la plateia, che taglia da est a ovest il sito (alla luce ve ne sono 250 metri per 4 metri di larghezza), a est della plateia il bouleuterion, quindi il teatro, dietro di esso le due latomie dell’Intagliata e dell’Intagliatella. Tombe greche, romane, cristiane e abitazioni bizantine. Un bassorilievo votivo figurato della prima metà del I sec. a.C. con una scena di sacrificio a sinistra e un banchetto di eroi a destra nell’Intagliatella e lungo le pareti tanti incavi votivi, la cui funzione un tempo doveva essere quella di contenere delle tavolette celebrative del defunto.

Ma è l’Intagliata, di epoca ellenistica (regno di Ierone II, 275-215 a.C.) – successiva alla più antica Intagliatella – come ellenistici sono il teatro e il bouleuterion, la ferita più profonda dell’intera area. Rimaneggiata in età paleocristiana, presenta ipogei e sepolture ad arcosolio polisomo e tombe a baldacchino chiuse da transenne traforate.

E’ una ferita, l’intagliata. Abbiamo praticato il luogo provvisti del medicamento assoluto: quel silenzio cavato dalla pietra viva, l’anima dei 35 km quadrati acrensi, la vena che, partendosi dalla catacomba più a nord dell’Intagliata, irrora le rovine del tempio di Afrodite, il cuneo del VI sec. a.C., del quale rimangono i blocchi squadrati del basamento, essendo i resti disseminati negli edifici tardobarocchi di Palazzolo Acreide.

A 700 metri d’altitudine – ci trovavamo ad ovest rispetto alla città attuale – c’è Palazzolo: città iblea, a tratti Modica Alta a tratti la Ragusa superiore che scivola verso Ibla.

Alle 14 apre il museo archeologico Judica, inaugurato a dicembre dell’anno scorso; è l’una, abbiamo un’ora da dedicare a un pranzo veloce, scegliamo l’antica pasticceria Corsino, qualità buona, ma la rosticceria è catanese. Le paste dolci non trascendono la fama che le precede, solido artigianato ma senza invenzione.

Risaliamo lungo via Italia, sono le 13:55, il museo è già aperto. Il grande blocco con l’iscrizione Kaibel 217 fa bella mostra di sè all’entrata. L’iscrizione, risalente all’età ellenistica, riporta gli affitti di themelia (posti) per una panegyris (festa) locale. Gli “ambulanti” hanno questi nomi: Teodoro, Filonida, Dion, Zopiro, Filocle, Similo, Aristogeto, Damocrate, Filisto, Aristodamo, Apollonio ecc.
Compiamo un tour virtuale della Akrai del III sec. a.C.; i posti assegnati vanno dal tempio di Afrodite al boschetto delle pernici, dalla porta selinuntina alle mammelle di Lamias, dal ruscello ai lavatoi. Doveva trattarsi di una festa di grande importanza, gestita con metodica precisione. Nome, figlio di, e in alcuni casi la presenza del demotico, ad indicare il demo di appartenenza, come in questo caso: “A Filonida, figlio di Silonida di Marfiano [un posto] sotto il tempio di Kore”.

La visita inizia al primo piano. Sette sono le sale, dal corinzio antico all’età ellenistica e romana. Le prime due, riguardanti il periodo arcaico (corinzio antico, medio e tardo, dalla fine del VII sec. a.C. alla seconda metà del VI a.C.), sono le più ricche e belle, non c’è stanchezza, tutto appare irrisorio, la facilità del gesto versus l’ornamento.

Il museo è ricco, soprattutto, di ceramica greca e di stipi ritrovate in fosse e, per l’appunto, di una nota affettuosa sono meritevoli Bes e Bese, divinità egizie, qui presenti; ricordo di averne vista una collezione importante al “Paolo Orsi” di Siracusa; queste statuette proteggono le madri, i bambini, le partorienti; un soggetto preferito della coroplastica greca sin dall’età arcaica, insomma, e che fra i Greci di Sicilia penetra per intercessione del mondo fenicio. La deformità del dio, la sua aria minacciosa tengono lontani gli spiriti maligni.

In Sicilia, è un ricordo di infanzia, non so se tuttora se ne vendano, ma credo di sì, nelle bancarelle, ma anche a casa di mia nonna, si trovava il souvenir di Turiddu, ‘u mafiusu, e Mara, ‘a mafiusa (nomi presi a prestito, rispettivamente, dal Verga di “Cavalleria rusticana” e “Jeli il pastore”); l’iconografia è simile a quella dei Bes, l’inserto eclatante nella coppia emancipata moderna è rappresentato dalle due lupare, una per l’uomo, un’altra per la donna; e direi che anche iconologicamente la funzione apotropaica sia stata mantenuta: demoni state lontani. In un visibilio di mortaretti che mescolano il male col bene. Con un lieve cedimento dovuto alla vecchiaia del mondo e al perduto senso dell’onore.

Usciti dal museo, si riprende la salita, fino a che non si raggiunge l’agorà moderna: Piazza del Popolo con la chiesa di San Sebastiano, che cede poi il passo all’elegante Corso Vittorio Emanuele; la macchina è posteggiata nella parallela al Corso.

Montiamo su, salutiamo fuggevolmente – come se ci sentissimo in torto – piazza San Paolo e prendiamo la via del ritorno: la Palazzolo – Giarratana via Mandrevecchie, strada pericolante e franata in un punto. Profonda plaga iblea.

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