“La civetta nel sarcofago” (III – IV) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

III
There he saw well the foldings in the height
Of sleep, the whiteness folded into less,
Like many robings, as moving masses are,

As a moving mountain is, moving through day
And night, colored from distances, central
Where luminous agitations come to rest,

In an ever-changing, calmest unity,
The unique composure, harshest streakings joined
In a vanishing-vanished violet that wraps round

The giant body the meanings of its folds,
The weaving and the crinkling and the vex,
As on water of an afternoon in the wind

After the wind has passed. Sleep realized
Was the whiteness that is the ultimate intellect,
A diamond jubilance beyond the fire,

That gives its power to the wild-ringed eye.
Then he breathed deeply the deep atmosphere
Of sleep, the accomplished, the fulfilling air.

IV
There peace, the godolphin and fellow, estranged, estranged,
Hewn in their middle as the beam of leaves,
The prince of shither-shade and tinsel lights,

Stood flourishing the world. The brilliant height
And hollow of him by its brilliance calmed,
Its brightness burned the way good solace seethes.

This was peace after death, the brother of sleep,
The inhuman brother so much like, so near,
Yet vested in a foreign absolute,

Adorned with cryptic stones and sliding shines,
An immaculate personage in nothingness,
With the whole spirit sparkling in its cloth,

Generations of the imagination piled
In the manner of its stitchings, of its thread,
In the weaving round the wonder of its need,

And the first flowers upon it, an alphabet
By which to spell out holy doom and end,
A bee for the remembering of happiness.

Peace stood with our last blood adorned, last mind,
Damasked in the originals of green,
A thousand begettings of the broken bold.

This is that figure stationed at our end,
Always, in brilliance, fatal, final, formed
Out of our lives to keep us in our death,

To watch us in the summer of Cyclops
Underground, a king as candle by our beds
In a robe that is our glory as he guards.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

III

Lì vide bene le pieghe nell’altezza
del sonno, il bianco scomparire tra le pieghe,
come molti vestimenti, come masse che si muovono,

come si muove una montagna, e muta dal giorno
alla notte di colore alla distanza, al centro
dove i moti della luce si fermano,

in un continuo cambiamento, in una più calma unità,
la compostezza unica, le venature più aspre
congiunte in un violetto evanescente svanito

che avvolge intorno al corpo gigante i significati
delle sue pieghe, la trama, le grinze e l’agitazione
come sull’acqua di pomeriggio il vento

dopo che è passato. Il sonno fatto
era bianco come l’intelletto ultimo,
un giubilo di diamanti al di là del fuoco,

che dà la sua potenza al feroce occhio cerchiato.
Allora respirò a fondo l’atmosfera profonda
del sonno, l’aria compiuta e che compie.

IV

Lì la pace, cavallo e cavaliere, estraniati, estraniati,
tagliati al centro come la nervatura delle foglie,
il principe dell’ombra brividente e delle scintille

sbocciato reggeva il mondo. La sua scintillante altezza
e cavità col suo fulgore calmava,
la sua luce bruciava come il conforto che ribolle.

Questo il riposo dopo la morte, fratello del sonno.
l’inumano fratello così simile, così vicino,
eppure vestito di perfetta estraneità,

ornato di criptiche pietre e scintillii intermittenti,
immacolato personaggio del niente,
con lo spirito che brilla nel suo panno,

generazioni di immaginazione impilata
fra cucitura filo e trama
attorno alla meraviglia del suo bisogno,

e i primi fiori su di esso, un alfabeto
con cui compitare il sacro destino e la fine,
un’ape per ricordare la felicità.

Il riposo, adorno del nostro ultimo sangue, dell’ultimo
pensiero, stava, damascato dei verdi originari,
un migliaio generati da audaci vinti.

Questa è la figura ritta accanto alla nostra fine,
sempre, in scintillanza, fatale, finale, fatta
delle nostre vite per conservarci nella morte,

per guardarci nell’estate dei Ciclopi
sottoterra, un re come candela presso i nostri letti,
in una tonaca, nostra gloria mentre veglia.

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