“La civetta nel sarcofago” (I – II) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

I
Two forms move among the dead, high sleep
Who by his highness quiets them, high peace
Upon whose shoulders even the heavens rest,

Two brothers. And a third form, she that says
Good-by in the darkness, speaking quietly there,
To those that cannot say good-by themselves.

These forms are visible to the eye that needs,
Needs out of the whole necessity of sight.
The third form speaks, because the ear repeats,

Without a voice, inventions of farewell.
These forms are not abortive figures, rocks,
Impenetrable symbols, motionless. They move

About the night. They live without our light,
In an element not the heaviness of time,
In which reality is prodigy.

There sleep the brother is the father, too,
And peace is cousin by a hundred names
And she that in the syllable between life

And death cries quickly, in a flash of voice,
Keep you, keep you, I am gone, oh keep you as
My memory, is the mother of us all,

The earthly mother and the mother of
The dead. Only the thought of those dark three
Is dark, thought of the forms of dark desire.

II
There came a day, there was a day–one day
A man walked living among the forms of thought
To see their lustre truly as it is

And in harmonious prodigy to be,
A while, conceiving his passage as into a time
That of itself stood still, perennial,

Less time than place, less place than thought of place
And, if of substance, a likeness of the earth,
That by resemblance twanged him through and through,

Releasing an abysmal melody,
A meeting, an emerging in the light,
A dazzle of remembrance and of sight.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO
I

Due forme in mezzo ai morti: l’alto sonno
che dà quiete, e l’alta pace
sulle cui spalle persino i cieli poggiano,

due fratelli. E una terza forma, che dice
addio nel buio, parlando piano
a quelli che non sanno dire addio da sé.

Queste sono forme visibili all’occhio che ha bisogno
per il fatto stesso che vede.
La terza forma pronuncia, perché l’orecchio ripete,

senza voce, parole di addio.
Forme, non immagini abortite, rocce,
simboli impenetrabili, immobili. Si muovono

nella notte. Vivono in un’altra luce,
in un elemento intemporale,
dove la realtà è prodigio.

Lì il sonno è fratello e padre
e il riposo cugino dai cento nomi
e quella che nella sillaba tra vita e morte

stride veloce e saetta,
conserva, conserva, io sono andato, conserva
la mia memoria, è madre di noi tutti,

la madre della terra e della morte. Soltanto
il pensiero delle tre creature oscure
è nero, pensiero delle forme del nero desiderio.
II

Venne un giorno, ci fu un giorno – un giorno:

un vivo camminava tra le forme del pensiero
per vedere
il loro splendore veramente com’è,

e stare nel prodigio dell’armonia, un po’,
immaginando il passaggio come in un tempo
in sé fermo, eterno,

spazio non tempo, non spazio pensiero
di spazio, e se di sostanza, simile alla terra,
che per somiglianza lo faceva vibrare
fino al fondo,

e cantare l’abisso,
un incontro, un venire alla luce,
un accecamento della memoria e della vista.

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