In forma di lettera – Federico De Leonardis

[Ultima puntata di “In forma” (1993), pubblicato da Bacacay Edizioni – “casa editrice praticamente inesistente – in cento copie faticosamente tirate su una normale macchina rank-xerox e rilegate pazientemente dalla coppia autore-editore (il sottoscritto e Luigi Grazioli; e cento solo perché prevedevo che la sua diffusione, anch’essa a mano, non ne avrebbe richiesto di più e non, come penseranno i maligni, per rendere prezioso quel modesto sfogo epatico), pagine oggi disponibili su internet rivolgendosi direttamente a me (fededeleonardis@gmail.com) oppure attendendo la sua pubblicazione programmata a breve su www.nabanassar.wordpress.com.” FDL]

(Aperta)

                                                                                Veri sono solo i pensieri

che non comprendono se stessi

 T.W. Adorno

 Milano, 3 Gennaio ’93

Caro ***

ormai tre mesi fa, tanto è che rimugino l’intenzione, che cerco di dimenticarla, di soffocarla, incappo in un libro, un tuo libro, uscito dieci anni prima.

Non lo nominerò (le ragioni sono in questo scritto); è un libro di scarto, scaricato dall’industria culturale in uno dei tanti remainders che ci sono in giro. Son diventati loro i miei serbatoi, loro e le bancarelle; senza rigidezza, con eccezioni, ma in fondo un’abitudine: flâneur a Bocca di Serchio, dove arriva ogni tipo di ”ravatti”, anche questo; snobismo alla rovescia – mi piacerebbe nobiltà – o più probabilmente senso di soffocamento che mi dà sempre la cultura fresca di giornata, il rumore che dilaga su copertine fiammanti che vanno a ruba: ”à la page…, sensations…, surrogati della felicità offerta dal diverso sempre uguale” (il rombo della tua triste lucidità, Teodor W. copre ogni tanto il continuo rumore di fondo). Un amico di cui appena qualche mese fa è uscito un libro aveva la faccia, e il senso delle proporzioni, di dirmi che bisognerebbe inchiavardare i propri manoscritti e affidarli con testamento ai figli dei propri figli. Ho pensato alle piramidi.

Ma torniamo a noi. Dunque, un giorno o due per leggere le tue pagine dense, grevi di richiami ad altre pagine, attraversamenti rapidissimi, due giorni per compensare un ritardo di dieci anni; – anche questo comportano le passeggiate a Bocca di Serchio: senso di colpa, nel caso in questione, nei tuoi confronti; scelta sì, ma anche paura di aver perso per sempre; rimango all’erta nel rischio: una tensione in più, un’attenzione! – e subito mi viene voglia di comunicare con il loro autore. Mi lega a lui una sorta di fratellanza d’Impresa (tu capisci la maiuscola), il coraggio e la sua ombra: la presunzione. Ma poi…

Poi fa sbollire l’entusiasmo il ridicolo di scrivere a un autore dieci anni dopo: c’è ancora? e gli accidenti? e le distanze da se stesso? e che altro ha scritto?

L’ultima domanda forse offenderà il Suo orgoglio di scrittore. I tre mesi di rimuginio mi hanno informato della Sua notorietà. Noi che con mano furtiva frughiamo nelle pattumiere, siamo tagliati fuori: spero solo che la curiosità per un’opinione extra moenia su qualcosa che è uscito da Lei indurrà Sua Signoria a un benevolo ascolto di quanto segue.

Comunque io, scarso lettore, devo cercare di covare quel poco che leggo, di farlo crescere, magari per altro. La covata può essere lunga e per proteggere quel fondo di voglia di scriverti, il barlume d’intenzione, devo evitare mine vaganti: non voglio colmare lacune, non voglio approfondimenti, sapere altro; voglio rimanere al libro che ho appena letto, non voglio neppure riaprirlo, voglio saperlo così come lo sento, nella botta della prima lettura.

E così ha il sopravvento il solito pudore che mi salva tutte le volte che mi accosto alla scrittura: scrivere mi distrae, ruba tempo al mio mestiere, è un’evasione e io odio profondamente e forse anche ottusamente ogni forma di evasione. Quindi soprassiedo, rinuncio.

Ma l’assurdo ha una sua forza autonoma, un filo che tiene insieme tutte le cose. Così:

Qualche giorno fa, a notte fonda, sono in camera mia sdraiato sul letto, alle prese con la solita certezza di trovarmi nel fondo di un pozzo. Non so quando ci sono finito, ma è così: uno spazio chiuso, stretto e senza uscite: è soffocante. La frequenza poi con cui questa sensazione ritorna, il suo ripresentarsi a intervalli sempre più brevi, la rende ancora più forte.

Lorsque tu vins, insomnie… madre di tutti i miei figli, compresi forse anche quelli in carne ed ossa, dito di Dio calatomi sulla testa so io da chi, avevo sedici anni. Ce n’è voluta, ma ho imparato a sfruttarti, a farti illuminare le pareti del mio pozzo: niente appigli, illusioni, ma almeno luce. Con quella della pila frugo gli oggetti stranoti e intanto rimbalzo nelle parole di qualcuno che in un libro appena chiuso – un altro – mi ha appena detto che la vita è sopportabile solo per chi sa cogliere l’assurdo negli oggetti o negli avvenimenti quotidiani: non capisco bene, anzi non capisco per niente cosa vuol dire.

Ma ecco che mi aiuta il gatto. Iena si chiama, così l’ha battezzato Mattia, quando gli è stato regalato un paio d’anni fa; Iena: ma non sono ancora morto! Il classico cigolio della porta e lui entra: elegante e lentissimo compie due volte il giro del mio letto e scompare nel buio.

Ora è chiaro: la perimetrazione del mio pozzo è stata compiuta, firmata e sigillata e tutto torna.

Il sollievo che mi regala questo gesto assurdo, di cui nessuna scienza del comportamento felino potrà mai sporcare la bellezza, mi fa accettare serenamente questa specie di condanna e pur dentro le pareti del mio pozzo mi sento libero.

Quindi mi decido: proprio il fatto che è passato tanto tempo dall’origine delle tue parole rende lecite le mie: questa lettera.

Allora comincio.

Ti scrivo per parlarti solo di questo: di teoria, anzi di t(h)eoria.

Prima spiego il solo e poi la h. Solo: rispetto al mare di tutti gli argomenti del libro; ricchezza, che ha sconcertato la mia ignoranza, profusa con una sicurezza che sfiora la sfrontatezza, ma senza spocchia, e un amore del rischio contagioso. Mentre però procedevo nelle acque agitate da tutti gli appetiti intellettuali che mi avevi suscitato, intravedevo uno scoglio, una secca, che sfrucugliava la fantasia catastrofica della mia navigazione solitaria e scrupolosa: la h.

Tutti quelli che hanno letto il tuo libro sanno in quale punto mi sono fermato. Ora non l’ho sottomano, ma mi sembra di ricordare che parte di quella pagina sia riportata nella quarta di copertina. Non è un punto qualsiasi quindi e certamente chi lo conosce potrà seguirmi facilmente. Ma devo cercare di farmi capire anche dagli altri.

Questa lettera non è una raccolta di glosse e nemmeno un contraddittorio; vuole essere autonoma, vuole essere letta a prescindere dal tuo libro. Sulla teoria (continuo senza la h per il momento) tu Vesuvio hai eruttato; ora tocca a me, Etna. E deve essere chiaro fin da subito che non è lei a disunirci o meglio, a renderci indifferenti l’uno all’altro, ma l’eruzione: l’esuberanza: generosità o rapina, mancanza di premeditazione e di scrupoli; anche di ritegno e di gratitudine, di conseguenza. Non è la legge della creazione? La cultura è stata imbalsamata da crediti e debiti. La cultura è una cosa diversa dall’arte: questa non si fa imbalsamare. Erutta e basta.

Comincio allora e definisco subito il punto: risponderti, ma non in teoria.

Mi meraviglia, sconcertante naturalezza quella del letterato, quando teorizza: il fiume in cui naviga a un certo punto si biforca e poi torna a unirsi: ”sorelle grechepoesia e theoria” (in Grecia, tu dici, nell’antica lingua di quel paese theoria ha anche il significato di spettacolo, di messa in scena).

Ci avviciniamo al bivio e io in picciol legno mi sono arenato sull’isola centrale. Un dubbio mi ha preso: e la mia teoria? Navigo in acque non mie, la tua lingua, ma questo non significa che io abbia automaticamente diritto al passaporto per uno dei due rami. Sul piano della teoria la mia è impotente? E come entrare in argomento, a parole, senza tradirla?

Dal fondo della mia coscienza fa capolino il suggerimento più comune e più rassicurante: accetta la contraddizione; è nella natura delle cose, non è una tua contraddizione. Ma esito: qualcosa non mi convince. Il fatto è che non voglio tradire neanche la tua di lingua: troppi tradimenti in giro e ho la sensazione, la speranza che, se rifiuto il compromesso, automaticamente salvo anche la mia.

Tutto si fa terribilmente complicato e contorto. Voglio spiegare bene i miei scrupoli: accusando la tua teoria, di ipotizzare cioè una qualche dissociazione, sia pure fraterna, fra poesia e teoria, anch’io teorizzo e implicitamente ti assolvo. Come uscirne? Questo è un processo in piena regola e io ne sono l’imputato. Critica: kriterion: tribunale.

Nessuno mi accusa di praticare la teoria, nessuno mi accuserebbe. Ma sono io stesso a farlo; perché è quel nessuno che dice tutta l’urgenza del processo, lo dicono la naturalezza e la nonchalance della navigazione letteraria.

L’assoluzione è difficile e l’unica difesa possibile è il gioco, giocare con le parole. Questa è la strada, la sola praticabile, quella che anche tu hai preso nel tuo libro – il cui pensiero in buona parte non comprende se stesso, trascinato dal gioco dello spettacolo – Per difendermi ho allestito il mio e comincio dalle poche cose che so, anzi dall’unica importante che mi riguarda da vicino, cavata da un’esperienza subita troppe volte perché io possa dubitare dei suoi effetti: le parole vengono dopo.

Dopo che cosa? Questo è il centro della questione.

Dopo il punto della crisi, anzi della krisis, perché nell’antica lingua da cui deriva questa parola c’è un significato positivo, quello di soluzione. Ma andiamo per ordine.

Devi sapere, tu che parli di scrigni, meglio che ti fai interprete di scrigni altrui, che anch’io ne ho uno. Uno scrigno di parole-dopo. Sono sedici anni che lo riempio, tutte le volte che mi succede di sbattere la testa contro il muro della forma del pensiero. E mi succede solo quando Sua Maestà il Mestiere (1) me lo concede: è una concessione, un’elargizione; rara: ci vuole molto spazio intorno e molto silenzio, molta distanza (al Mestiere non piace) e tutte le strade tentate devono essere chiuse – perché la vita è un’illusione fortissima -.

Muro non è poi tanto metaforico e neanche sbattere: non è facile infatti: una specie di cul-de-sac in cui in un modo o nell’altro quell’illusione ti infila.

Ma esiste un’uscita. Questa: annullare le parole; perché sono loro gli ultimi residui del pensiero egocentrico, gli ultimi appigli dell’Io. E allora precipitiamo, siamo senza parole, senza niente: krisis, appunto.

Ma a chi interessa tutto ciò? Non so a chi interessi, so che dovrebbe interessare tutti quelli che si interrogano ancora sul così detto mistero della creazione della forma, del linguaggio. Voglio comunque dire che da lì, da questa crisi – forse quello che tu chiami delirio – nasce il ritmo, di cui le parole-dopo, le mie per lo meno, sono l’eco: conservano ancora dentro quello della soluzione, dell’uscita.

Ritmo. Ecco che ho toccato il punto. Se qualcosa potrà salvarmi in questa specie di roulette russa che io stesso ho proposto, e a salvare anche te, coimputato senza sospetto, è proprio il ritmo.

Se il mio corpo è totale (intero), è di un ritmo che vado in cerca: accento in uno scorrere. Non esiste il tempo immobile come non esiste quello che scorre uniformemente; il tempo è determinato dall’accento.

Il disordine oggi cerca di emergere dallo scorrere repressivo e monotono della Storia: è l’accento, il ritmo che non ha altra legge che se stesso.

Il ritmo è stato poi veramente abbandonato? E’ come dire che il corpo è stato abbandonato. (scrigno, 1976)

Allora, visto che io ne ho ancora uno (per quanto Mioddio?) e mi auguro anche tu, a me ignoto ***, forse val la pena di andare avanti. Se il compiacimento ha qualcosa a che vedere col corpo, con un distacco dal proprio e quindi anche dall’altrui…

Lo scontato, il mio scontato mi assalgono e li devo negare. Allora inizia il vero lavoro, che è negare il compiacimento del proprio mezzo espressivo.

La calligrafia è un appoggio, è stile, maniera. E’ immagazzinamento di cose acquisite e consentite: a tutti è concessa una calligrafia (compiacimento di minima). (Ma) Il (vero) compiacimento del mezzo espressivo è la visceralità: un altro modo di dire: Io sono. La visceralità è un modo di gridare per superare l’angoscia (dell’Io: nessun grido ha mai evitato il colpo).

Altra cosa è il ritmo: niente di diverso dalla prospettiva di Piero. (s. ’76)

Un ritmo è la sua coerenza. (s. ’88)

Prospettiva: la reverenza per cotanta invenzione mi rende prudente, modesto. Intanto queste parole, per quanto concitate e urgenti, lo hanno un ritmo? Questo è l’importante. Non basta un collage. Dal momento che ho eletto proprio l’Apparenza a giudice supremo, devo provarlo, devo esibirlo.

Ma la modestia è una virtù fallace. Via allora: l’epoca di Piero è finita, finita la prospettiva, una qualsiasi prospettiva, non solo la sua.

Andiamo per ordine però, riacquistiamo la calma: niente ritmo senza pause. E ritorniamo prima di tutto qui, nella stanza dove mi costringo ai tasti.

Mi costringo: in effetti…

c’è qualcosa che non va in tutte queste intenzioni di bella letteratura, il filato del discorso, lo sforzo di sintassi: mi annoio, mi annoiano.

Neanche un filo di dubbio, di scontato, neanche un filo di sapere perché o che cosa: queste le condizioni (per qualsiasi parola).

Io aderisco perfettamente a questo quadrato. (s. ’87)

Già, solo a questo quadrato: ricordàtelo, signori della Corte, e in tutta questa storia c’è una finzione, un grave sottinteso: nel tuo campicello, caro ***, sono stato costretto a scendere: non ho avuto alcuna possibilità di scegliere le armi.

Impossibilità non solo mia: la sua origine è di vecchia data; nel secolo di Piero, o poco dopo, si conferma: l’umanista è uomo di lettere, i geni fanno a gara a imitarlo e cercano di dimostrare, con dotte dissertazioni, che è più grande l’arte propria piuttosto che quella dell’altro, perché si sporca meno le mani. Leonardo sostiene la pittura (ma forse non sentiva il puzzo di trementina), per via del suo illusionismo: l’illusione non è la realtà, non è materia bruta; Michelangelo, quasi a volersi far perdonare il compromesso con la forza volgare dello scavo, di un contatto duro e ineliminabile con la pietra, scrive sonetti; Leon Battista è famoso per i trattati e quasi come un vezzo ostenta indifferenza nei confronti dell’aspetto esecutivo delle sue opere, di cui nessuna ha visto il compimento – ad esclusione di una facciata (!), quella del Rucellai -; Pontormo annota per due anni – gli ultimi – tutti i gorgheggi del suo retto e vediamo chinarsi sulla penna perfino quel poveromo di Lotto, vecchio, pensionato di vari conventi di sfruttatori – o di benefattori, dipende dal punto di vista; quel che è certo è che una ricchezza, un tesoro è stato pagato con un’elemosina -. E’ la pietà a farmi scendere in campo, a farmi guardingo e attento nei confronti di certe frasi: “forse non può esserci grande poeta che non abbia intuizioni teoriche, su altri grandi poeti, che non li rappresenti sul palcoscenico di una potenza intellettuale… Accade che dei versi svenino il proprio pensiero fino al punto di non riconoscerlo. Ma questo serrante pensiero deve esserci stato (sottolineato da ***): proprio allora i versi entreranno nella regione che esso non conosce! … Nessun confronto (fra teoria e poesia) perché queste due estranee si devono essere amate”.

Ma quale è la forma della teoria? Questo è il nodo, quanto rimane pericolosamente in sospeso.

Quale è la forma dell’intuizione? Se è spettacolo, che differenza c’è con la poesia? Ma se è pensiero, allora non c’è alcun dubbio che il suo mezzo sia la parola: la parola e solo lei, quella che vale più di una vittoria, è il perno della teoria.

Qualcosa cortocircuita, qualcosa pesa sulla mia schiena scottata. Forse un tempo, in altre epoche, l’umanità ha vissuto la meraviglia per questo gratuito profluvio di suoni e segni che indicavano il mondo e quasi lo creavano. Ma oggi lo strapotere delle parole è una prigione, la nostra prigione.

Pensare è questa gabbia. (E io)… lì davanti aspetto che passi. Ma perché si veda, io devo diventare quella cosa che passa. (qui ci vuole qualcosa di più di una data dello scrigno: Gettando l’amo nelle sconfinate distese giudaico-cristiane-greco-indù del tuo Artico, signorina Simone, tredici anni dopo aver scritto la mia (Milano 1992, Quaderno Tre), ho pescato questa frase: il passaggio è il modo dell’eternità delle cose che passano. C’è veramente da pensare a un plagio. Per fortuna l’eternità non ha tempo e nemmeno proprietari. Visto che ormai le appartieni tutta e quindi non puoi starmi a sentire, non mi rimane che depositare questo fiore alla tua memoria e tornarmene alla vita di tutti i giorni. Cioè la gabbia, quella in cui ci ha confinato la tarda escrescenza che si chiama Io).

Non è un limite vago: è sempre lo stesso, non si sposta. Puoi anche credere di essere uscito: storia di un’evasione mancata. Poi comunque ti riportano dentro, ti ci riporti, ci sei di nuovo, non te ne accorgi.

(Fuori) dura poco”. (s. ’77)

E quanto al campo, quello in cui sono solito razzolare, ma anche quello in cui son sceso ora:

sono io a sceglierne i limiti e lo devo fare con rigore, per dimostrare che non esistono. Solo che fino a ieri il concetto di campo era malato di idealismo, era l’Arte: una categoria aristotelica arricchita da Hegel. Da quel campo siamo usciti (abbiamo creduto di uscire definitivamente) con la ruota di bicicletta puntata al cielo.

Ma qual è oggi la quantità di spazio a mia disposizione? Nella migliore delle ipotesi è un foglio di carta, ancora, per uscirne.

(Foglio di carta da disegno oppure per macchina da scrivere: la solfa non cambia).

Dato uno spazio, percorrerlo, non esistono regole. Non esiste lo spazio doppio. (s. ’76)

Non esiste lo spazio doppio: non esiste altro spazio oltre a quello che ognuno di noi si assegna: per poterne uscire.

E quindi questo del foglio di macchina da scrivere è usurpato? E’ straripamento?

No, non sto affatto esorbitando, non affronto, non mi interessa affrontare il libro ma un unico argomento: quello della teoria. E questo mi appartiene, è dentro il perimetro del gatto. Seguendo il suo esempio, ruoto lentamente a larghi giri, per calarmi di colpo sul suo punto centrale: il dopo. Eccoci:

Esausta estasi:

C’è qualcosa che non va?

Il silenzio dentro sé, il silenzio di sé: Insostenibile. Allora ti accorgi cosa ti manca, col corpo, con tutto ti aggrappi a quello che hai in mano.

Non ci sarà niente se non dopo questa piccola morte.

Ed è una gioia, dopo, questo minimo contatto.

Ho trovato il canovaccio su cui lavorare.

L’ho trovato allora (s. ’93) e lo ritrovo adesso, qui, in questa lettera a te, illustre (anzi a pensare ai remainders, almeno per quanto riguarda il libro, dimenticato) ***. Quello che io chiamo piccola morte è il fuoco sacrificale? Non è una domanda retorica: davanti al nostro kriterion voglio la tua testimonianza. Oltre che scarso lettore, ancora di più sono scarso viaggiatore; quindi lo chiedo a te, che col rispetto della “non disinvoltura” ti aggiri nel favoloso oriente. Sono stupito, non capisco.

Ma in fondo a che mi serve la certezza di sapere se la strada che ho trovato frugando esclusivamente dentro me stesso è quella già percorsa da un altro popolo, addirittura migliaia di anni fa? L’eternità come dicevo non ha proprietario. Ma quella domanda era retorica: tu non puoi rispondermi: non esisti, destinatario astratto dell’autonomia di questa lettera. Esiste solo il tuo libro, anzi solo la teoria del libro.

Ci ritorno allora, torno all’ek-stasi:

piccola morte o delirio del possesso di un momento; ma bisogna perdersi, rinunciarsi. (s. ’88)

Nella perdita, nel delirio, unica condizione, anche secondo te, per la nascita di qualsiasi prodotto poetico, che fine fanno le parole? quel pensiero che in qualche modo “deve esserci stato”?

Niente ha senso, non c’è senso; solo un certo scorrere, che non mi appartiene. (s. ’88) 

Le parole svaniscono, tutto svanisce nel silenzio del senso. E se, dopo l’insostenibile perdita, in te ritornano, sono trasformate: parole di un delirio, rappresentazione di un delirio.

In me il delirio alimenta il ritmo di altre forme, senza parole,

senza residuo d’energia. Vergare che cosa, chi (verga)?

Un opera, se è un’opera, è così completa di sé.

Le parole la sporcano. (s. ’87)

E queste allora? Spesso, non sempre, l’energia ha un residuo, c’è un residuo di ritmo: non esiste l’opera perfetta.

Se non c’è più la forza, se non c’è più la forma, se non ci sono più tutte e due, funziona.

Forza: c’è stata; forma: c’è stata; allora tutto è perfetto. (s. ’89)

e non c’è più spazio per parole, perché non c’è più un ritmo: neanche la sua eco.

Per quanti sanno leggere, e tu sei senz’altro fra costoro, questa è una confessione di imperfezione: la mia: di queste righe; la tua: di theoria e poesia. La sentenza è già stata pronunciata:

Il ritorno del pensiero che si credeva morto, il ritorno di un senso, testimonia l’imperfezione della forma del delirio, testimonia che non esiste l’opera perfetta, e ci condanna al travaglio-piacere di un’altra gestazione, di un’altra gestazione, di un’altra gestazione…

Ecco, ora che ho finito e col gioco dell’apertura e dell’anonimato del destinatario ho protetto l’autonomia di questo scritto da ammiccamenti vari, posso liberamente decidere se cercare il tuo indirizzo. Perchè tu sei una persona reale, anche, e questa è una lettera vera, anche.

E voglio commiatarmi da te e dagli altri svelando la sua autentica origine, la radice della decisione di comunicare con te:

Mentre il gatto compiva la circumnavigazione della mia zattera, mi venivano in mente le tue parole sui “presagi (che) costellano la larga strada del nostro destino”: alla luce della pila ne vedevo uno.

Lorsque tu vins, insomnie…

Post scriptum

Quando qualcuno ci regala un’analisi lucidissima della situazione negativa che stiamo vivendo, il cui equilibrio formale è tale che neppure una virgola può essere spostata, assistiamo dentro di noi a una reazione contraddittoria di sollievo, quasi di contentezza. Questa è una prova lampante di quanta poca importanza abbia la realtà e di quanta invece ne abbia l’arte: la situazione per noi cambia radicalmente (!), perché ora siamo in compagnia dell’artista che l’ha analizzata. A chi mi ha seguito di malavoglia quando parlavo di cultura di massa vorrei consigliare la lettura di Foglio supplementare in Minima moralia, dello stesso autore dell’epigrafe. L’idolatria del nuovo, che già imperversava cinquant’anni fa, è diventata oggi un vero e proprio isterismo collettivo. Ho riletto quella pagina dopo venti e devo dire che conserva ancora tutto il suo fascino terapeutico. Roberto Calasso ricordava, in uno dei suoi Quarantanove gradini, che Adorno è stato l’erede delle ultime volontà di Benjamin, dell’ultimo messaggio prima del suicidio. Evidentemente in quel suo estremo giorno nessun gatto si aggirava sul confine franco-spagnolo, altrimenti l’inventore della medicina dell’assurdo avrebbe potuto farvi ricorso. L’ovvio e stupido corollario è che… “non sempre si è buoni medici di se stessi”. Ma non vogliamo esserlo: il suicidio è l’ultimo atto che ci appartiene.

Sempre a proposito di cultura di massa, una breve spiegazione richiede il significato del termine “ravatti” (ligure, anzi lericino: paesi tuoi) che ho usato, al posto di ciarpame, rifiuti (nel latino giuridico: res nullius), per indicare tutto quanto si trova abbandonato sulle spiagge e consumato dal mare. E’ il titolo di due miei lavori, omaggio alle visite che facevo da ragazzo alla risacca sottocasa, soprattutto dopo le mareggiate. Con gli anni i frutti delle mie ricerche si sono fatti più consistenti, anche per lo sviluppo progressivo dei consumi della società di massa, e l’area delle stesse si è allargata a tutto il mare nostrum. Da esperto in questo settore minerario, posso assicurare che uno dei punti più ricchi delle coste del Belpaese è Bocca di Serchio, tra quella d’Arno e quella di Magra. Ma era prevedibile: siamo nell’Attica d’Italia.

Probabilmente qualcuno si aspetta ch’io citi gli autori o le fonti di alcune allusioni da me fatte nella lettera, ma che importanza ha sapere, per esempio, che lorsque tu vins, insomnie… (quando venisti insonnia) è una frase di Cioran? Mi è entrata nelle ossa, perchè ha fatto compagnia alla mia e non so più nemmeno dove l’ho pescata, come tutto quanto vedo, ascolto o leggo e mi colpisce veramente. E’ raro che io ne ricordi la fonte: è diventato mio, vale come mio. Questo non toglie nulla a chi l’ha prodotta, per risalire al quale lascio al letterato, al curioso, ecc. certo involontariamente, più di un indizio. Ma una cosa sono costoro e un’altra le persone comuni a cui è indirizzato questo scritto: io non faccio tam tam. Questo è mestiere di giornalista, di tecnico delle comunicazioni, di massa appunto.

(1)

*** dichiara nel suo libro di essere un letterato. Non è importante sapere cosa faccio io o meglio cosa tento di fare. Ma per non sembrare di volermi nascondere e anche per non passare per il solito dilettante, dirò anch’io la mia ‘specializzazione’. Lo farò raccontando una storiella capitatami circa due decenni fa.

Lasciato ormai da tempo il mestiere per il quale avevo studiato e che avevo praticato poi per una decina d’anni, mi trovavo in quel momento disoccupato, figli e moglie a carico e senza un soldo. In coda agli sportelli comunali per rinnovare la carta d’identità, vengo apostrofato dall’impiegato che mi chiede la ragione per cui non avevo riempito la casella dove dovevo specificare la mia professione. Incerto fra ingegnere, imbianchino, speculatore, intervistatore, elettricista, archivista, urbanista, venditore porta a porta di libri, traduttore, fabbro, editore, commerciante di stampe per banche e industrie, ecc. – per tirare a campare ho fatto mediocremente un po’ di tutto e l’incertezza era anche una conseguenza della mediocrità – incerto dico, ma anche un po’ indispettito di dovermi comunque incasellare in una professione, rispondo che non ne ho nessuna. Mormorio della gente in fila dietro e accanto a me che mi fissa con aria severa, certamente anche perché spazientita di dover prolungare la propria attesa per questo piccolo incidente. Attizzato dall’inimicizia della piccola folla il mio dispetto cresce. Rivolgendosi all’impiegato, ma a voce alta per farsi sentire da tutti, il Don Chiquote chiede “se a questo mondo è necessario fare una professione per avere un’identità”.

Subito si leva un nuovo e più forte mormorio: i vicini, che una professione evidentemente la hanno, mentre quello che non hanno è tempo da perdere, non dimostrano molto interesse per la questione filosofica e minacciando una sommossa premono l’anagrafista per una soluzione rapida.

Questi, messo alle strette, ha un’impennata di autorità che mi umilia: con gesto regale mi affibbia un: ‘artista benestante’.

Preso e portato a casa.

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