“Istinto d’animale e anima”, intorno a “Figlio” di Daniele Mencarelli – Angelo Rendo

L’editoria italiana è ripiegata nel proprio corpo di carta, l’anima immateriale è più uno strumento per la pubblicità che il palesamento della rivoluzione del cont®atto – fin qui standard – fra vivi. Chi cura le collane è interessato al grido di pietra dell’autore vecchio e noto, tutto carta e distintivo. Allo scrittore anfibio non resta che animarsi e di soppiatto (e)rodere la carta. Noi gli tendiamo la zampa. Cani che parlano, figli che abbaiano. Cyberdeità:

Agosto di un giorno senza fine
mare di Puglia alle finestre
un cane spelato senza coda
vaga per qualche resto,
tu lo scruti e c’è mancanza
vuoto da colmare con un suono
parola che sgorga dalla bocca
attesa come tua seconda nascita,
«cane», «cane» ripeti sul nostro pianto
sull’abbraccio della gioia che conosce
solo chi ha conosciuto massacro,
falla sentire al mondo la tua voce
l’oro del suo squillo incerto,
ammutolisci il male ricevuto
tutti gli spergiuri sul tuo destino,
nostro verbo fatto figlio
parlaci di un nuovo tempo. (p. 27)

“Figlio” (edizioninottetempo) è il nuovo libro di Daniele Mencarelli, dopo il capolavoro “Bambino Gesù” (edizioninottetempo). Due padri, due madri, due figli, e al centro tre nonnati, in cinquantadue poesie di ispirazione cristiana, tessere di un poema, che è giusto non svelare.

Mencarelli è un poeta creaturale, la cui lingua è ammantata da bende stilnovistico-dantesche in linea col tema dell’opera: l’origine. La scrittura è innalzata su un altare, data in dono come offerta votiva, affinché la preghiera possa ritualmente compiersi. La carne del testo è, infatti, infarcita di una miriade di dativi – non basta l’omissione dell’articolo a desacralizzare la vivezza dell’afflato, per quanto l’articolo zero renda quantificabile e determinato il peso della parola-spoglia, attacchi il tessuto connettivo divorandolo e semplifichi il tempo poematico, per quanto lo blocchi e azzeri, lasciando nuda la parola e menomata – è una forte marca, la datività, intrinseca a una scelta; e non vale vedere un vezzo o il rischio effetto telegramma, poi, nell’articolo che manca.

Il padre apre la porta e protegge “dal freddo soffio dei sorrisi”, garante, dà fiato; la madre chiude la porta, dopo aver dato forma all’inconcepibile; i figli, “venuti come argine/per dare freno e direzione/a questa corsa senza pace”, riaprono la porta.

La paternità non è solo forza fisica, ma anche e soprattutto visione; ritornare al paterno con foga mostra l’intenzione di rifondare non un ruolo, ma di ricondurre il concetto al dato teologico: Dio Padre. Se manca il padre, corruzione. Il padre attende, vigile, a guardia alta, a estrema difesa della madre, “predatore in cerca di obbedienza”.

Un libro travagliato, “Figlio”, fatto di stacchi, strappi, rotture spazio-temporali, improvvisi squilli lirici, pastoni, fiati sospesi e stupore e metri claudicanti:

Traffico alla gola
cielo mangiato dalla notte
oltre non sai vedere,
vorrebbero le parole non dette
farsi preghiera da inizio a fine
ma ti fermi sempre al Padre
non più mio né nostro
in questo sfinito ricominciare,
quello che sai fare
è perderti alla prima luce di stella
rivelata ora che il giorno muore,
a lei dura la voce si offre
la vita del padre al posto del figlio,
tortura ogni grammo di tessuto
donami tutto il male che riesci
ma salvalo e io sarò salvo.
Ti sveglia muta sorpresa
invano tenti di capire
chi ti ha portato sotto casa. (p. 24)

Rispetto a “Bambino Gesù” minore è la memorabilità delle poesie; più farragine: l’ostacolo rappresentato dall’impossibilità di distanziarsi dal soggetto in questione, il figlio; la disgrazia è sempre lì lì ad incombere, per ciò lapidaria la nominazione, fissa pietra, e grezza, spigolosa, spesso. Pare che ogni tentativo di concepimento sia destinato a fallire, il piede del male ha occhi dai quali ci si fa guardare, e preme:

Il nero dei pensieri
mangia l’asfalto della strada
dà materia a scene sfigurate,
ne toglie al ferro d’autotreno
sul punto d’ingoiarti.
Un sole piantato nell’azzurro
non si concede alla sera,
tu vorresti già la notte,
cancellare un altro giorno
dal mucchio dell’attesa,
prendere di petto il tempo
e accartocciarlo a modo
fargli sputare con la forza
tutti i secondi che mancano. (p. 58)

Quella dell’origine, del male dell’inizio è tema d’elezione mencarelliano. Uno schermo sottilissimo, impalpabile, una placenta rotta, le cui acque tracimano dal senso. Poesia che non si astrae, ma rimane terrena:

[…]
Che non si dia nome
a ciò che non si tocca,
ancora vibra la rasoiata
della volontà del Signore. (p. 65)

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