In forma di esercitazione accademica – Federico De Leonardis

Equazione della distanza

Voglio parlare di distanza anzi, per essere precisi, dell’oggetto della perfetta distanza.

Espresso in questi ultimi termini il mio proposito non può che sembrare astruso: come fa a esistere un oggetto della distanza, se questa è prima di tutto una misura? E poi anche ammettendo che esista non è azzardato e gratuito attribuirgli una qualche perfezione? Ma chi avrà la pazienza di arrivare fino in fondo a questo discorso si renderà conto che le mie intenzioni sono giustificate, perché le conclusioni che spero di raggiungere potranno tornare utili anche a lui. Quella della distanza è una questione importante per tutti, la distanza è una qualità, un concetto, un’entità, un… non saprei definire la sua sostanza, un qualcosa su cui comunque bisogna avere le idee ben chiare. Ripensandoci, questa mia indecisione a definirla deriva proprio dal fatto che la distanza non è un’astrazione ma un oggetto, qualcosa che ha un corpo e si offre a tutta la ricchezza dei sensi.

Prima di entrare in argomento, prima ancora di cominciare la passeggiata per arrivare a indicare quale è l’oggetto della perfetta distanza – perché esiste veramente e io lo conosco benissimo – voglio portare un esempio a sostegno di questa mia ultima affermazione e lo farò raccontando un episodio. Episodio è troppo, diciamo: cosa mi è successo proprio oggi; che tra parentesi è stato determinante a decidermi a prendere il toro per le corna.

Oggi, dopo giorni e giorni che rimugino la questione, dovrei dire anni ma dico giorni, perché ho deciso di occuparmene anche da un altro punto di vista e ne sono passati alcuni, non pochi, in faticose elucubrazioni verbali sull’argomento, dopo giorni dico, mi sono trovato per caso, ma propriamente non solo per caso, anche per istinto – il mio scopo non era trovarmi lì e avrei potuto evitarlo ed effettivamente non lo ho evitato per un pelo – mi sono trovato su un’isola, una piccola isola, proprio di fronte a una seconda isola, ancor più piccola della prima. In questa seconda isola ero vissuto per qualche settimana molti anni prima, all’età di sei, e sono rimaste vive in me le immagini della prima isola, che allora mi sembrava grandissima e sulla quale né allora né in seguito ero mai stato. Malgrado la vicinanza di tutta la zona alla città in cui abito, meno di un’ora di strada, non mi era mai successo di tornare a rivederla, nemmeno da lontano; in modo in parte inconscio, la avevo evitata accuratamente: devo dire accuratamente, se non l’ho mai sfruttata come meta possibile in una delle mille volte che ho dovuto scegliere dove portare i miei figli in giro la domenica per cercare un po’ di verde.

Questa faccenda delle isole sembra costruita a bella posta, ha la figura di un chiasmo. Mi sono trovato sull’isola più grande, ma i miei ricordi più importanti mi venivano da un breve periodo di tempo passato tanto tempo prima in quella piccola, vedevo quanto avevo vissuto e vivevo quanto avevo visto. Ma devo deludervi: non c’è nessuna costruzione nel racconto di quanto mi è successo e il chiasmo è pura fantasia di menti letterarie. L’alternativa, molto semplicemente, mi era im-possibile: la seconda isola è diventata almeno per me impraticabile: inaccessibile proprietà privata; mi dovevo accontentare di vederla da lontano, a distanza appunto.

Oggi allora, in un’ora serotina, un’ora di luce ancora, ognuno ha la sua ora: l’ora del lupo, l’ora meridiana, l’ora delle dita rosa; questa è la mia ora, mi sono trovato per la prima volta nella mia vita nella prima isola e guardavo la seconda, scrutavo la seconda. Tutto era rimasto come una volta o almeno così sembrava dal mio punto di osservazione: gli stessi alberi: cedri, qualche pino, abeti, non più di una ventina in tutto, ma senza spazio libero, aperto, la stessa unica casa, villa meglio, proprio sulla riva, gli stessi approdi, gli stessi muretti a strapiombo sull’acqua calma. Mancava solo un dato, un’informazione, per completare il quadro della mia situazione e naturalmente rendere calzante l’esempio che ho portato: la distanza che mi separava dalla piccola isola.

Bene, ora che tornato a casa ho potuto consultare una mappa, lo completo: la distanza era di duecentoventi metri.

*

Se qualcuno fra quanti sono arrivati fin qui rimane soddisfatto del significato che ho dato al termine distanza, dell’uso che ne ho fatto, può chiudere tranquillamente questo testo, perché se va oltre troverà solo argomenti che distruggeranno la sua soddisfazione. Io sono con loro, sono con tutti quanti mostrano attenzione agli aspetti fisici che legano le cose fra loro e le persone alle cose: troppo sono stati trascurati. Ma per nostra disgrazia la distanza non è solo una misura; e lo spazio, che entra senz’altro nella questione, non lo fa in modo solo così banale. Infatti la continuazione della descrizione del mio incontro ce ne rende subito edotti.

La nebbiosità tipicamente lagunare che avvolgeva l’oggetto dei miei sguardi, contrariamente a quanto generalmente succede nei casi di opacità atmosferica, me lo rendeva vicinissimo: vedevo a una a una le piante sulle quali avevo tentato, a volte con successo, le prime scalate della mia vita, erano proprio quelle o per lo meno a me sembravano identiche, rivivevo la sensazione di verde-profondo-fresco, risentivo in bocca il sapore dello zucchero, che qualcuno mi dava in premio se ero riuscito a scovare un uovo di gallina, ecc, ecc. Potrei andare avanti ancora per un bel po’ a scorrere i miei ricordi legati a quel fazzoletto di terra, ma questo tipo di oleografia non è il mio forte. Una cosa è certa: tra me e quell’oggetto non c’era più alcuna distanza.

Questa è un’affermazione indubbiamente approssimativa, e un’affermazione che nega quella fatta poche righe sopra; ma così introduco nel suo significato elementi che prima non avevo preso in considerazione: se la distanza non è semplicemente un rapporto spaziale fra due oggetti o fra un oggetto e una persona oppure fra due persone, è evidente che influiscono in una sua valutazione anche tutti quegli aspetti che con terminologia un po’ vaga si definiscono psicologici. E allora il tutto si complica e suggerisce un’impostazione un po’ diversa della questione, se voglio sperare di uscirne con un equilibrio più stabile di quello che mi ha portato ad affrontarla in termini verbali. Sono almeno quindici anni che conosco l’oggetto della distanza e, per quanto è concesso dalla sua natura, mi sono prodigato per indicarlo, per farlo conoscere in giro. Ma i risultati sono stati deludenti: nessuno, dico nessuno, in dipendenza forse dell’eccesso di distanza sulla quale poggia – ma quest’eccesso è una necessità – si è messo in contatto con lui, ha fatto mostra di riconoscerlo, di valutarlo per quello che è. E ripeto, mi sembra una cosa importantissima, un perno, un axis mundi, uno dei tanti sui quali ha girato il mondo fino a oggi, ma che negli ultimi tempi sono stati costretti ad assumere altre sembianze per continuare a sopravvivere, e naturalmente conservare la loro funzione di perno. Intendiamoci, non pretendo niente: evidentemente nella natura di certe cose è previsto anche il cammino che devono fare per poter essere nel mondo a pieno titolo e se questo cammino è lungo non ci si può far niente. Dico solo che è comprensibile il fatto che io, come testimone della cosa, abbia accumulato una certa tensione. Sufficiente comunque, a mio avviso, a permettermi di parlarne. Prima di rinunciare definitivamente a rendergli testimonianza, prima di mollare la partita e lasciarlo ai suoi ritmi e al suo destino, che in fondo non mi appartiene, ho deciso una riflessione radicale partendo da zero: questa.

Ricomincio allora ed, eliminando perché troppo ristretto l’esame del rapporto fra due oggetti, considero quello fra una persona, ma anche più persone, e un oggetto. Rimando invece quello fra due o più persone a quando le conclusioni a cui sarò arrivato ci daranno qualche speranza che pos-sano essere estese anche a questo caso più generale e senz’altro più complesso.

Torno sull’isola, la prima, e dirò chiaramente che per una sorta di pudicizia a rivelare la mia età, ho bleffato: la distanza fra me e l’oggetto dei miei sguardi era esattamente di quarantanove anni: quasi mezzo secolo. Per uno strano caso, e io mi domando quale intuizione mi avesse fatto il dono di evitare di verificarlo in tutti questi anni e di constatarlo di colpo oggi, tutto era rimasto esattamente come allora e la distanza spaziale si contraeva in me improvvisamente in qualcosa di esclusivamente temporale: io rivivevo quanto avevo vissuto mezzo secolo prima come schiacciato in un attimo in cui precipitava tutto il mio vissuto successivo. Non è la prima volta che mi succede e non credo di essere nemmeno l’unica persona a cui succede una cosa di questo genere. Penso, al contrario, che sia un’esperienza comune a tutti. Tutti indistintamente inseguono vertiginosamente le novità, stappano a ogni primo gennaio fiumi di spumante, riducendosi poi per il resto dell’anno a punteggiare la propria vita soltanto di queste rare ma anche inevitabili scoperte; anzi unica scoperta: non esiste lo spazio senza il tempo.

Il quadro relativo alla distanza comincia a precisarsi, anche se sono ben lontano dallo scioglimento delle mie inquietudini. Avevo detto che la distanza è un oggetto e, anche se il discorso si complica e si arricchisce di nuovi elementi, lo confermo. Ma devo arrivare a spiegarlo agli altri, devo arrivare a convincere anche loro della verità di quest’assurda affermazione e per riuscirci devo procedere coi piedi di piombo, mettere ben in chiaro certi assunti, a rischio di sembrare pedante, devo rassodare il terreno di partenza: perché, malgrado l’esempio che ho portato, non sono ancora per nulla partito. Esito forse; l’argomento mi tocca da vicino e mi coinvolge pesantemente.

Ho detto oggetto della distanza; vorrei cambiare in cosa: d’ora in avanti parlerò di cosa della distanza: è più elastico, onnicomprensivo. La distanza è una cosa, se c’è anche una persona, almeno una, che con essa possa rapportarsi. La mia affermazione va intesa in questi termini e allora forse sembrerà un po’ meno assurda.

Visto che parlerò di questo rapporto, incomincio col concentrarmi sul primo termine, la cosa, per cercare di capire quali caratteristiche deve avere per essere la più rappresentativa del concetto di distanza, ammesso e non concesso che questo esista. Dimostrare il contrario infatti è proprio l’obbiettivo di questo scritto.

La cosa allora prima di tutto deve esserci, avere tutti i connotati fisici dell’essere: una dimensione, un peso, un colore, eventualmente anche un odore, un sapore e un suono, e certamente una collocazione e anche un tempo. Visto che abbiamo a che fare con persone, deve esser chiaro fin da subito che la cosa a cui sto pensando per definire il famoso rapporto con loro non può essere una semplice proiezione psicologica, l’allucinazione di qualcuno, e per finire con le pedanterie, non può essere nemmeno animata, dotata di mobilità propria: dove la metti sta; la puoi spostare, ma da sola non può farlo. E’ un corpo immobile, docile, a completa disposizione.

Ma un corpo. E che corpo!

*

Sto facendo come se la cosa esistesse e invece devo ancora dimostrarlo: il fatto è che, in questo groviglio sempre più contorto che ho filato intorno a me, la cosa della distanza, che io conosco perfettamente, è l’unica a guidarmi, a indicarmi la strada per uscirne. Tanto varrebbe nominarla subito, dire è questa: la cosa della distanza è fatta così e così. Ma non è possibile: nessuno sarebbe d’accordo con la mia indicazione e poi, come sempre nei casi di questo genere, bisogna prima di tutto costruire il vocabolario per poterla indicare. E’ questa la direzione da prendere.

Visto che non posso dire altro su di essa direttamente, passo a specificare qualcosa circa la sua collocazione. Ne possiamo immaginare una qualsiasi, ovviamente; qui la fantasia può sbizzarrirsi, ma mi sembra un gioco un po’ vuoto andarle dietro. Voglio essere più restrittivo, limitarmi a considerare solo gli spazi interni. Quelli esterni infatti sono un’entità fisica quasi astratta nel nostro caso: sono troppo vasti.

Il fatto che nessuno venga in contatto, in essi, con la cosa della distanza può dipendere dal caso, dall’eventualità molto probabile di un non incontro: non voglio che questo succeda, cioè che quest’incontro non succeda, che il fatto che questo contatto non possa avvenire sia alibi a nessuno per dire: non c’ero, non sono passato di lì, non l’ho vista, non potevo. No, la cosa c’era, era lì, a portata degli occhi di tutti: tutti hanno avuto occasione di incontrarla, almeno tutti quelli che sono entrati nello spazio che la ospita, in cui abbiamo deciso di collocarla. Uno spazio interno allora, un interno.

Ricapitolo. Stiamo entrando nella stanza della cosa, ma è bene chiarire prima che i personaggi della commedia dell’entrata sono tre: la cosa, la o le persone dell’incontro e l’osservatore imparziale, il giudice dell’incontro stesso. E questa ultima figura è proprio il punto debole della faccenda. Chiunque si proponga di parlare della distanza di qualcuno da una cosa deve prima di tutto definire la propria posizione rispetto a quest’ultima, immaginando che quel qualcuno sia una persona qualsiasi che a lui sia indifferente. Non è questione marginale. Infatti lui influisce in qual-che modo su questo rapporto o per lo meno sul giudizio da dare su di esso: non può evitare di cadere almeno in parte in una valutazione fondata su convinzioni soggettive. Tutte le volte che si parla di distanza non si può fare a meno di sentire quella che ci separa da alcuni oggetti particolari che hanno fatto parte della nostra vita e che magari non ci sono più; anche occupandoci solo di oggetti e non di persone o addirittura di situazioni. Ed è comunissimo il valore feticistico attribuito a certi oggetti, per i legami più o meno irrazionali che questi mantengono con persone o anche si-tuazioni di un passato vissuto intensamente e che si avverte mancante, distante appunto.

Tutto questo a chiarimento del fatto che osservatore imparziale in questo caso io non lo posso proprio essere: troppi sono i miei legami con quella cosa, troppe le nostalgie, i ricordi, troppi i coinvolgimenti con le persone con cui quella è venuta in contatto. Questa non è la strada giusta: forse nella famosa stanza è meglio entrare dalla porta di servizio.

*

Ma nel vivo della questione ci sono già entrato invece e, mi rendo conto, con troppo anticipo. Devo continuare ad aggrapparmi all’equilibrio che mi regala il ragionamento, per non rischiare di inciampare: devo prima definire quali caratteristiche dovrà avere l’interno destinato ad accogliere la cosa della perfetta distanza: questo forse è l’unico modo per calmare le mie apprensioni: anche se si tratta di un’operazione solo immaginaria, anch’io entrerò veramente, e come per la prima volta, nella famosa stanza e non posso non preoccuparmi su come ne uscirò.

E’ chiaro, prima di tutto, che il luogo che la ospita non deve ricevere dalla cosa nessun connotato distintivo specifico: deve rimanere esattamente lo stesso che sarebbe senza la sua presenza e ciò indipendentemente dal fatto sia pieno o meno di altri oggetti o funzioni. Questo infatti è un corollario del massimo di imparzialità che si può avere nel giudicare un rapporto di distanza di altri, una o più persone, da una cosa.

Poco fa ho detto di nuovo ”perfetta distanza”: non esiste, come non esistono un vuoto, un silenzio, una negazione perfetti. Non tanto perché l’assoluto non fa parte di questo mondo, ma perché per entità di questo tipo è particolarmente fuorviante parlare di perfezione. Prendiamo per esempio il vuoto: per definirlo ci serviamo di espressioni come mancanza di, assenza di, e anche distanza da naturalmente, e quindi di volta in volta lo coloriamo degli elementi la cui assenza (o mancanza o distanza) tenta di definire. Non è già questo un colorare, un riempire?

Quindi se continuo a usare l’aggettivo incriminato è per sottolineare un’aspirazione, un obiettivo, un limite a cui sento di dover tendere, ma che non ho alcuna pretesa di raggiungere. Del resto non sono certo la prima e non sarò nemmeno l’ultima vittima di questa tensione forte nei confronti di tutta la questione. Ma forse quello che più conta è invece proprio l’opposto: mantenersi, rispetto al problema della distanza, a una certa distanza, appunto. E’ probabile che in qualche modo il mio ragionamento sia stato in parte invischiato dalle erbacce che ha incontrato attraversando le terre dei miei predecessori e che qualcosa gli sia rimasto appiccicato addosso, ma tutto sommato mi sento abbastanza autonomo. Quindi dichiaro mia e soltanto mia la responsabilità di quanto affermo, mio e soltanto mio l’axis che ho scoperto; anche se so benissimo di contraddirmi, perché se fosse così non sarebbe affatto un axis. E invece lo è, come tutti potranno constatare arrivati in fondo.

Accennavo che l’interno deve essere il più possibile neutro nei confronti della cosa della distanza. Ora la neutralità è una forma di indifferenza e questa, per quanto assurdo ora possa sembrare questo linguaggio, è già una prima ferita che viene inferta alla cosa, una ferita assolutamente necessaria e gravida di conseguenze: che essa ci sia o non ci sia è perfettamente indifferente alla stanza.

Si incomincia qui a intravedere una delle peculiarità della cosa della distanza: l’inutilità. Se in un determinato interno manca un posto per sedersi, prima o poi ce ne accorgeremo; se un quadro fa bella mostra di sé attaccato alla parete, per quanto indifferenti possiamo essere all’arte, prima o poi ci accorgeremo di lui e tutta la stanza ne verrà connotata: basta pensare vuoto lo spazio che quello occupa, per capire che la stanza sarebbe diversa. La cosa della distanza invece è inutile, in tutti i sensi, e quindi non può che subire quanto si merita: l’indifferenza. Anzi, questa sarà tanto maggiore quanto maggiore sarà la sua mimetizzazione, più facile ovviamente in un ambiente pieno piuttosto che in uno vuoto di cose che hanno invece una funzione. C’è tutta una letteratura che spiega come per nascondere qualcosa agli occhi di colui che la cerca e ne presume l’occultamento sia consigliabile sbatterla proprio sotto il suo naso.

La questione della funzione riguarda anche la stanza: un giradischi in bagno viene subito notato e così all’opposto un orinatoio, rovesciato o meno, in un salotto. Ma non voglio scendere troppo in basso, devo tornare alla serietà del nostro argomento. Gli esempi che ho portato servivano solo a ricordare che la sorpresa non ha niente a che vedere con la neutralità e l’indifferenza: questo, per quanto doloroso, è un punto a favore della cosa della distanza, almeno della mia, devo aggiungere; niente qui pro quo, qui, fra urne e pitali.

Ma la vera sfida che essa deve affrontare è quella dell’indifferenza nei suoi confronti anche da parte di una stanza vuota, anche perché non possiamo cavarcela dicendo che la cosa è per esempio un insignificante rocchetto di qualche centimentro, magari messo in cima a una scala; anche se in questa fantasia della sua materializzazione non siamo poi andati tanto lontani dalla verità. Se una cosa aspira a essere, deve poter essere dovunque, anche in una stanza vuota.

Questo è l’aspetto più difficile della questione: un oggetto che voglia mimetizzarsi, quindi aspirare all’invisibilità, deve giocare su due fronti: quello fisico prima di tutto e poi quello del significato. Il rocchetto, Odradek, faceva proprio così, ma per motivi forse letterari, trascurava il primo. Noi, perché il gioco valga la candela e perché gli aspetti letterari ci interessano fino a un certo punto, vogliamo comunque pensare a qualcosa che abbia una dimensione consistente, diciamo di almeno un metro quadro, e un certo spessore, una cosa che sia costituita di materia palpabile, con un certo peso e un certo colore, e per essere seri fino in fondo dobbiamo pensare che quest’ultimo possa essere qualunque, anche quello più opaco e visibile di tutti: il nero.

In queste condizioni certe caratteristiche fisiche, che mimetizzano completamente un oggetto in un determinato ambiente, in genere sono tali da renderlo appariscente in uno diverso. Quindi l’invisibilità a questo punto può discendere solo dalla seconda delle qualità che abbiamo ricordato prima: l’insignificanza. Meglio: le due peculiarità della cosa della distanza si danno una mano a vicenda. La stessa insignificanza non servirebbe a niente ai fini di una mimetizzazione, se la cosa non avesse un corpo, se non esistesse in modo vistoso per alcuni se non per tutti i sensi, diciamo per esempio per gli occhi e per le mani. E per gli occhi e le mani di tutti. Sono sicuro che la mano del piccolo Malte, che cerca a tastoni la matita sotto il tavolino, tocca veramente un’altra fredda mano che lo sorprende là sotto ad aspettare la sua, ma sono altrettanto certo che il fatto che Mademoiselle, seduta lontano, ma nella stessa stanza, non abbia raccolto la confessione dello spavento del bambino è una misura della distanza che esisteva fra loro.

Per Mademoiselle, per noi e anche per lui probabilmente, al di fuori della situazione particolare vissuta in quel luogo e in quel periodo della sua vita, esistono solo le cose che tutti toccano e solo con queste vogliamo fare i conti.

*

A questo punto io credo che sia arrivato il momento di finirla di giocare a rimpiattino, di smetterla di parlare in negativo: la cosa non deve essere così e così, deve avere tali caratteristiche fisiche, ma queste non sono sufficienti a determinarla, ecc. Anche la questione dell’insignificanza è stata introdotta in termini negativi: una cosa non può essere insignificante per tutti o per lo meno non può essere insignificante per tutti allo stesso modo. L’ambiguità del suo porsi nello spazio fisico che la ospita, il fatto che chi non la vede può non vederla per motivi esattamente opposti a quelli per i quali non la vedono tutti gli altri è una connotazione essenziale della cosa della distanza, anzi della perfetta distanza, come un po’ spericolatamente ci siamo sbilanciati a definirla, ma deve poggiare su determinate caratteristiche fisiche precise, evidenti, inequivocabili per tutti. Non me la sento di rispondere come il maestro zen: la Cosa è tale che ”la più grande non ha esterno e la più piccola non ha interno”, non solo perché l’ha già detto lui, ma perché vorrei che il corpo che la impersona facesse parte della vita di tutti i giorni, fosse un oggetto comune, cui tutti possano accedere e che tutti almeno teoricamente possano costruire. Questa cosa della distanza, molto più modesta di quella effettivamente imprendibile del maestro, lavora con tutto quanto è tradizionalmente appartenuto all’occhio, per esempio, e non soltanto con l’aspetto dimensionale, cioè, colore, sfumatura, materia, peso, verticale, orizzontale, obliquo, netto, vago, dentro, fuori, ecc. ecc. ”Un atto così poco complicato e così elementare – almeno parrebbe – come il vedere, sorge da infiniti fattori parziali, deve coinvolgere infiniti sistemi di funzioni, per giungere all’attuale risultato ottico complessivo. Comporta operazioni particolari per i riflessi ottici, per socchiudere gli occhi, mettere a fuoco la fonte luminosa, misure di protezione e orientamento, con sistemi specifici per l’orientamento spaziale, per riconoscere forme, colori e oggetti; per giungere poi all’operazione superiore di riconoscere gli oggetti nella loro connessione spazio-temporale e a seconda del loro significato personale”. E anche della distanza che si ha da essi, aggiungo io.

Ecco allora che la dimensione può anche essere, in un certo senso, arbitraria o meglio esser fissata sulla base di connotati fisici soggettivi: la larghezza delle proprie braccia aperte, per esempio, e il punto più alto e quello più basso che si possono raggiungere stando in piedi, sempre per esempio. Ma la caratteristica fisica più importante della cosa della distanza è quella di porsi su un confine e porcisi con esattezza matematica, in maniera inequivocabile, verificabile anche con un solo colpo di quel formidabile strumento, del cui funzionamento poco fa abbiamo riportato la descrizione puntuale del medico poeta. Per essere definitivamente chiari: il confine è quello tra lo spazio in-terno e quello esterno, riuscendo così anche a dare corpo alla sopracitata lettera del maestro zen.

La cosa della distanza allora non sta dentro e non sta fuori, perché interno ed esterno in lei si compenetrano: ecco la spiegazione della sua invisibilità. E della sua unicità in questa condizione di invisibilità visibile.

Infatti questa sua invisibilità, come abbiamo già visto, è il risultato delle aspettative di chi viene a contatto con lei. L’occupazione di uno spazio non deputato alla funzione che ci si aspetta da lei oppure, all’opposto, il fallimento di questa occupazione quando lo spazio è deputato rientrano nella sua prassi. Va da sé che questo modo di fare non può essere che approssimativo, tendenziale, mai rigoroso; ma, all’interno di questa relatività, la cosa cerca appunto la massima distanza possibile, perché della sua presenza ci si rende conto con la coda dell’occhio. Infatti è in quell’angolo che avvengono sempre i contatti di una certa importanza; è quanto ci viene incontro in sordina, con la massima discrezione, col massimo pudore per la propria invadenza, che ha qualche probabilità di venir preso da noi in considerazione, anzi qualcosa di più: di installarsi in noi duraturamente. Questa è la grande dimensione della distanza: serve a tener lontani quanti non siano psicologicamente preparati all’incontro e a procrastinare il momento in cui questo potrà avvenire nelle condizioni giuste perché siano produttive di uno scambio di comunicazione. Spesso, quando apriamo a caso un libro che ci è caro, capitiamo proprio sulla pagina che volevamo incontrare. La libertà del caso non viene affatto smentita dalla frequenza di questo accadere, perché una qualsiasi altra pagina avrebbe fatto ugualmente allo scopo: siamo noi a esser preparati all’incontro!

Ora è proprio questa preparazione che la cosa cura: si evita, si mimetizza. Il vero cacciatore la scopre lo stesso (solo per lui essa esiste). Ma egli non vede solo lei: la grande discrezione che la sostanzia apre l’occhio di costui anche sullo scenario che l’ha nascosta. Questo sottrarsi svela la sua potenza proprio nel coinvolgimento espressivo di tutto l’ambiente che assiste alla scena.

E qui si rivela anche un’altra caratteristica della cosa della distanza: la sua inaspettata scomodità. Una volta scoperta, niente intorno potrà più essere come prima: il rapporto con essa si fa obbligato e, nella maggior parte dei casi, stretto: essa si mimetizza, ma pretende anche dall’ambiente che la ospita altrettanta discrezione e semplicità. In un certo senso è un accordo forte, che condiziona tutto il restante pezzo musicale. Questa prepotenza – mi piacerebbe dire potenza – è tanto più travolgente quanto più lenta è la sua azione, quanto più silenziosa la sua comparsa. Lentamente ma inesorabilmente, la cosa fa il vuoto intorno, finendo per trovare proprio quelle condizioni ideali di cui si parlava prima: l’assenza attorno a sé di oggetti e di funzioni.

*

Forse c’è un po’ di oscurità nelle mie parole; voglio dissiparla, voglio che tutto sia chiaro e convincente, che chiunque sia in grado, incontrandola, di riconoscere la cosa della distanza oppure, ancora meglio, di costruirsela per proprio conto. Torno allora sulla questione dell’insignificanza, che mi sembra il suo perno.

Ieri, ormai ieri, quando mi trovavo sull’isola di fronte a quella che mi aveva ospitato da bambino, c’erano delle barche, le stesse di cui ricordavo così bene la forma e alle quali erano legate le mie prime impressioni di contatto con l’acqua di un lago. Risento nell’orecchio il cigolio monotono dei remi, che mi aveva fatto molta impressione allora. C’erano dei barcaioli e pensavo che non mi sarebbe stato difficile chiedere un passaggio per un periplo dell’isola a cui ero legato da così tanti ricordi. Non è stato solo il freddo a trattenermi: volevo continuare a mantenere da quella cosa la distanza che in un certo senso mi avrebbe garantito la sua significanza per il resto dei miei giorni, senza per questo voler cristallizzare il rapporto in qualcosa di statico, senza negarmi un’occasione di visita futura. Magari fra un altro mezzo secolo.

Rovesciando il risultato di questo mio ragionamento, dico che, se qualcuno entra in una stanza con il fardello delle proprie mancanze e spera in un ambiente adatto alla meditazione per potersene liberare, è certamente contento di trovarla vuota del superfluo a quell’operazione: la luce non dovrà essere violenta, niente quadri alle pareti, fuori il più possibile i rumori della vita. Ma il problema è quale oggetto nella stanza potrebbe facilitargliela: ho già detto che voglio cercare di risolvere il problema positivamente.

E’ evidente che in questo caso la cosa della distanza potrebbe rappresentare un buon aiuto, perché la si vede solo se la si vuol vedere e non grida la propria presenza ai quattro venti: ponendosi su un limite, non sta né dentro né fuori. Semplicemente: è a disposizione.

L’isola è un oggetto dal quale mi sono dovuto distanziare con una complessa operazione di avvicinamento condizionato: fin lì e non oltre. Ma è evidente che ciò dipende dal fatto che essa aveva valore di attrazione solo per me, significava molto, ma solo per me. Il significato, così come il simbolo, la metafora e altre figure allegoriche sono sempre ambigui. Se qualcosa per sua natura rimanda a qualcos’altro o se si serve di un linguaggio che non gli è proprio, lo fa sempre servendosi di quella facoltà per eccellenza ambigua che si chiama immaginazione: niente di più soggettivo e arbitrario. Per questo simboli, metafore e allegorie non servono affatto a costruire la cosa della per-fetta distanza, dove l’aggettivo in questo caso indica l’aspirazione verso l’universale, il valido per tutti, in una parola: l’oggettivo. Rinuncerei a malincuore ai doni che mi vengono elargiti dai ricordi legati all’isola, ma non ho nessuna pretesa di considerarli doni anche per altri: non posso quindi utilizzarli per nessun genere di comunicazione che abbia qualche aspirazione di distanza. Solo quanto evita l’immaginazione, e quindi non fa appello al significato, può aspirare a occupare una posizione interessante la comunicazione: perché questo è il regno a cui tende appunto la cosa della distanza e in quest’ambito risponde solo se interrogata; per sé non chiede niente.

Ora forse è più chiaro quanto dicevo a proposito dell’insignificanza. Ma esiste un aspetto amaro di questa che pare essere una necessità irrinunciabile della cosa della perfetta distanza: il passare del tutto inosservata. Una cosa quasi invisibile, quasi inesistente, arroccata sul bordo di altre cose, senza nessuna funzione – è il corollario della sua mancanza di significato – finisce per occupare solo lo spazio marginale della distrazione, l’interstizio del sovrapensiero. Quindi può venire totalmente dimenticata e finire vittima dell’ansia per il succedere degli eventi. D’altra parte essa deve assolutamente correre questi rischi se vuole accaparrarsi il ben più consistente diritto all’esistenza nella zona morta dei pensieri distratti, gratuiti e fantastici, l’unica in cui può veramente verificarsi un contatto. Perché, ricordiamoci, distanza vuol sempre dire presenza di due poli e di un legame autonomo fra di essi: l’uno di fronte all’altro alla perfetta distanza, appunto.

Ma la cosa che vuole fregiarsi di questa qualità dispone comunque di un battello di salvataggio nelle bufere della vita del bisogno e del continuo affanno: l’oggettività. Proprio a causa della sua intrinseca passività, può non riuscire a sfuggire alla logica e serena fine che hanno fatto i libri di Sklowskij nell’inverno pietroburghese dell’anno della rivoluzione (e con scarso risultato, perché bruciavano male) Ma se la fortuna la assiste ed evita quella triste fine, tenendosi ferma alla disciplina della rinuncia all’immaginazione, può addirittura proliferare: ancorandosi felicemente alla propria fisicità, sarà tanto più immagine, e anche immagine futura, quanto meno sarà immaginazione.

Essa è quindi solo quello che si vede e, in quanto priva di rimandi di qualsiasi genere, può contare su un’esistenza ben saldata a tutto quanto si rapporti con lei in termini visivi.

*

Siamo arrivati alla conclusione della nostra esercitazione. Forse per completare questa lenta operazione di avvicinamento alla distanza non è inutile aggiungere un’osservazione:

Si vede solo quanto siamo abituati a vedere, ma nessuna abitudine ha mai aperto orizzonti: qualcosa che non aspiri solo a esser visto, ma prima di tutto a essere, deve inventare anche il proprio modo di essere visto: questo suo modo non esisteva prima, questo suo modo.

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