Appunti dal buon senso senza senso (23) – Angelo Rendo

Evolse scambiò due chiacchiere fra sé e sé, ritornò a sedere, si alzò, evolse, chiamò; una clamide avvolse le sue spalle, non si sentì nulla, poi lo scoppio, Evolse rombò e, spostatasi di un tono, gradualmente prese a vivacchiare.
Ma se sé s’avvolge, puntualmente sputando come un cincillà, la resa non è più condizionata dagli influssi delle particole salienti e dalle ali spuntano rare e verminose figurille che dal macabro rivitalizzano l’ascesa tonante dell’evoluzione. Evolse e dal fodero, dopo aver vellicato l’interna rete, strappò le connessioni combinate a zero.
I quattro tubi – che dall’eterna presa garantivano svenevolezze delle più pratiche – tennero il morso, scacciarono gli anfitrioni venuti a rovistare non visti nelle sacche sclerotiche della memoria.
Il personaggio a tre dimensioni sospeso in volo chiamò via cavo il più cretino dei cretini, Boccaperta, e dall’elevazione all’angusto spasmo necrofilo passò Boccaperta.
Le mosche carnarie, intanto, originatesi dal bigattino e cieche, che campano il tempo che campano e al chiuso, spesso trovano la luce – intrufolatesi nella scia elettronica – imbattendosi in un fiore o nella merda, e fanno il loro lavoro. Per il resto del tempo assolute si squadernano lingue-osso, randellate dopo la levigazione. Non sanno dove vanno, cosa fanno. Si accalcano attorno alla bocca aperta, una dopo l’altra, in fila, coi piedi prossimi agli incisivi dell’evoluzione, la bocca aperta che sempre più si allarga e le zampette divenute arti – labbra scogli e sabbia che scivola dentro con l’escremento sommo – pestano e tumefanno la bocca chiusa. Le mosche cacano l’escremento sommo e sviluppano un capo umano, spuntano mani e gli occhi si allungano, tutta una stirpe di mosche cacatrici che, quanto più la bocca si chiude tanto più la allargano, fanno accumulo di uova e larva stretta alla poca voce del Boccaperta.

Scrittura involuta, ingrifata, ingrata; la griffa sfregia la semeiotica, del posto intuiamo la vegetazione, la vigorosa stretta di mano, dell’azione nulla, senonché il pulsare di più vene scariche ha dato luogo alla favola. La parola mima l’immobilità, il processo è in movimento e riempie il sacco pieno, ma lo fora.
Ho ricevuto ventuno righe e ringrazio chi mi ha pensato, ma, lasciando da parte ogni supposizione sulla loro paternità, effeminando il foglio, spruzzandolo di rebetiko e cipria e salsa di muschio, mettendogli un paio di occhiali a forma di cuore e sfondando con una cerea tinta, chiudendolo ai lati con una cinturina, questo tailleur scontato e falso, che allunga la primordialità insistente di ogni cellula, cattura il lettore nel frodo, nel brutto. Che questo sia, non ci metterei la mano, prima ancora quel posto è suo.

Non riesco ad allontanarmi; nel pomeriggio passando in macchina lungo un’arteria molto trafficata, ad un tratto sono stato catturato dal “Compro oro”. Ho gettato uno sguardo veloce ma bastevole a vedere una casa mortuaria, luci alte e profondissime, un tramezzo al centro in cartongesso, pareti bianche e vuote, una lacrimosa pianta al di sotto della finestrella della ghigliottina, ove si impegna ciò che ha valore, valore non avendo certo il corpo morto che lì si reca; sulla bilancina intravista stava un cranio, un impermeabile marrone colava dalla finestra.

Davanti si dice ciò che dietro non può esser detto, ammirevole lo sforzo nell’anticipare il pensiero di chi non pensa o – se pensa – non vede lo sforzo. Che si pensi qualunque cosa, ma non si lasci a pensare un Uomo, chiuso per ischerzo nel concetto di immortale, in realtà aperto, tollerante nel non dare a vederlo. Nutro molto affetto nei suoi confronti, mi fa dimenticare, come se mai avessi scritto non solo le ventuno righe ma come se mai avessi scritto.

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